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giovedì 22 dicembre 2016

L'arte del riassunto

Fare il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da insegnare, tra l'altro.

Io a riassumere sono bravissima.

Per esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe. Contemporaneamente, per risparmiare tempo.

Per esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e, invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto / costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi, mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un orale d'esame. Sì.

Per esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci ritroviamo con:
  • una figlia che vuole un gattino,
  • io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
  • un marito che dice di non volere niente e nessuno,
  • io che però trovo la casa troppo vuota,
  • la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
  • lui che non può sostituire il suo gatto,
  • lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
  • io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
  • lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
  • la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:
    data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure...
    ...col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.

Ed essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo pelo adesso che dorme in casa.
Notare che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore, come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D. E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci. Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi. La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.

Altre cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida, somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco, era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare, le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce, come tutti gli altri qui.

Sempre a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane, più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola, uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi, tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà chiuso la porta.

Ultimo esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo, festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette. Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno del solstizio.

sabato 3 dicembre 2016

Lo schiocco della frusta

Dicembre non è eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola, e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.

La mia meravigliosa, agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.

Stamattina scollinavo da una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone, alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri sera con la Tipa.

E' un brutto guaio avere sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non servono più.

Alla fine ho chiamato solo mia madre, per parlare del referendum.

Ma intanto avevo pensato. Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto, vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”. L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te, dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro. Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.

Era avere l'anima di un angelo, guardarti così. Volerti così.

Mi sento così sporca ora. E così sola.


Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.

So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.




lunedì 18 luglio 2016

Sotto l'albero della bodhi

Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.

Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a  mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro.  Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.

Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.

La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.

Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.

Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.

Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni  uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.

Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse.   Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.

Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.


lunedì 7 dicembre 2015

Penelope e il granchio

Ehi, ci sei?

Eccoti! Anche stamattina.

Aspetta che mi siedo. Brr. Non fa mica caldo, sugli scogli, a questa stagione.

È meglio, comunque, di quando erano roventi, quest'estate. Sì lo so, tu hai freddo. Come si difende dal freddo un piccolo animale come te? Non hai pelo, la tua corazza rigida ti impedisce di scaldarti mettendoti vicino ai tuoi simili. O forse no? Dormite tutti insieme, voi granchi, o ognuno nel suo anfratto?

Io mi tiro addosso le pellicce, ma il letto è troppo grande, è vuoto. Mi alzo spesso per vedere se Telemaco è sveglio, ormai è un uomo, in fondo al letto escono i piedoni e due polpacci pelosi, quando dorme. Girerei per le sale, ma sotto ci sono quelli là che bevono e ridono, che dicono che Ulisse non tornerà, che devo pensare al futuro, poi diventano molesti, offensivi.

Verrei qui, da te, ma è pericoloso camminare sugli scogli al buio. E anche nelle notti di luna: quel mare nero che mi chiama è troppo vicino. Lasciarsi scivolare giù sarebbe questione di un istante.

Meglio alzarsi poco prima dell'alba. Dormono tutti, anche i Proci, anche i porcari, anche i cacciatori. Solo Argo mi vede passare, povera bestia. Tempo fa veniva con me, ma non ce la fa più, è malato, è sempre stanco. Sogna, e lo vedi che muove le zampe e le labbra. Forse sogna Ulisse, di saltargli addosso, di leccargli la mano.

Anche io sogno. Ma sarebbe meglio se non dormissi, dato quel che sogno.

Euriclea mi ha scoperta, una mattina. È anziana, ha il sonno leggero, si cura che io mangi, mi lavi, dorma. Mi ha seguita, coprendosi i capelli con il suo scialletto. Ha visto che venivo qui. Mi ha studiata, tre o quattro mattine di fila. Poi ha visto che, quando tornavo, ero meno triste. E allora ha capito, e ha smesso di seguirmi.

È che qui, comunque vada, poi il cielo si rischiara. Il vento salato sposta le nuvole, il mare canta, si alzano in volo i gabbiani.

Da qualche parte, lui sta guardando la stessa acqua.

Io ho superato un'altra notte. E tra poco dovrò alzarmi da qui, andare a casa a far funzionare le cose.

Itaca deve vivere. Itaca deve essere prospera e felice. Itaca deve essere la terra da cui non si può stare lontani. Lo so che lui ricorda ogni roccia, ogni tana di animale, ogni cespuglio. Lo so che, là dove si trova, non importa quante battaglie, quante regge, quante spiagge abbia visto, lui non dimentica.

Chissà se il suo odore è cambiato. Chissà i calli nelle sue mani, le rughe intorno ai suoi occhi. Di certo anche io sono diversa, ormai. Ma se immagino il suo ritorno, oh, nella mia fantasia lui è segnato, è abbronzato, ha nuove cicatrici, nuovi segni del tempo e del destino che lo ha tentato, che lo ha chiamato ad andare lontano. E io bacio ogni millimetro, scavo ogni ferita, sfioro ogni macchia, e lo sento, lo sento che riaffiora, eccolo, il mio bellissimo, giovanissimo marito, che alza gli occhi dalla legna che ha tagliato, si scosta i ricci dalla fronte sudata e mi sorride, mentre il sole gioca coi due verdi diversi dei suoi occhi pieni di gioia. Io sono sulla porta, ho i piedi nudi, con una mano tocco il piccolo ventre che sta tendendosi sotto il peplo chiaro, i miei capelli sono mossi dal vento, sono una regina, la sua regina, ogni volta che mi guarda così tutto il mondo si stende ai miei piedi e niente, nessuno, mi farà mai del male.

È una scena di tanto tempo fa, ma io ancora sento l'aria tiepida della primavera che scorre sulla peluria delle mie braccia, il gorgoglio della pancia dove una nuova vita, mia e sua, sta crescendo, e sento il suo respiro affannato dal lavoro, sento la sua voce. Avrà per sempre quell'abbronzatura, quella forza, quel sorriso, non importa in che condizioni il mare lo riporterà da me.

Ognuna di queste onde, vedi? potrebbe aver toccato la sua nave, averla spinta. Ognuna è la gemella identica dell'onda che un giorno lo riporterà a Itaca.

Per questo io vengo qui ogni mattina. Per ringraziare le onde. Finché si muovono, io posso sperare di vedere la sua vela che si avvicina.

Finché si muovono, io lo aspetto.

All'inizio, sai, avevo paura che il mio cuore si spaccasse per il dolore. Telemaco piangeva, le notti non finivano mai. I giorni erano una nebbia confusa, gente che dava consigli, io stessa che esprimevo sospetti, domande, recriminazioni. Il cibo non aveva sapore. Il cielo era nemico. Le piante mi si aggrovigliavano intorno ai piedi quando correvo lontano verso il monte, per trovare un posto abbastanza isolato da mettermi a urlare.

Ora, non so. L'ho aspettato tanto, ho lottato, ho tenuto il mio dolore e le mie speranze in catene. Avrei più che altro paura che il cuore mi cedesse al suono del suo piede che calpesta la sabbia. Che la pelle mi cadesse di dosso quando i suoi occhi, posandosi su di me, vedessero una donna stanca e sola, non la giovane, lucente regina che ogni notte, sotto le sue mani, era morbida creta impastata con polvere d'oro. Di disfarmi in un turbine di ceneri, dopo che tutto questo amarlo mi ha consumata per troppi mesi.

Ho paura, sai, piccolo granchio. Che non torni mai. Che torni troppo tardi. O troppo presto. Che torni per darmi il colpo di grazia, ripartendo un'altra volta.

Ma non posso pensarci, ora. Sta per sorgere il sole. Devo andare, Itaca non si governa da sola, anche se Telemaco ormai è la mia forza e la mia gioia. Sono orgogliosa di lui. Suo padre deve venire a vedere quanto gli assomiglia.

Se a volte sono stata tentata di mollare, di lasciarmi guidare da altri, guardare Telemaco che cresceva mi ha ricordato tutto quel che rischiavo di dimenticare. Ma Telemaco somiglia a Ulisse perché io gli ho trasmesso quel che lui avrebbe voluto insegnargli. In realtà, lui suo padre non lo ricorda. Non c'è in lui la consapevolezza di essere suo complice, suo specchio, nel modo che ha di tendere la mandibola, di passarsi la mano sugli occhi quando ride.

In realtà, la sola che sa quando Ulisse riderebbe, o aggrotterebbe la fronte, o farebbe un gesto di fastidio, e come lo farebbe, e perché, e pensando a cosa, sono io. Io che sono ancora viva perché nell'aria, davanti a me, vedo la sua espressione, sento riecheggiare la sua voce, ogni volta che apro bocca o penso qualcosa.

Vado, adesso. Guarda! Una barca! Ah... ma è il vecchio Laerte che esce a pesca. Poverino, anche lui. Stasera andrò a trovarlo, così parleremo di Ulisse, di quella volta che il vento ha fatto cadere i rami del grande albero al centro del cortile, e lui quasi si è ucciso per salire a spezzare un grosso ramo rimasto penzolante, e io che guardavo da sotto l'ho visto perdere l'equilibrio, e cadere sul tetto. E poi siamo corsi dentro e lui rideva come un demente, perché aveva sfondato il tetto proprio sopra il deposito della lana e non si era fatto niente, davvero niente. E io mi sono messa a piangere e poi a ridere fino a restare senza fiato: come ero giovane e scema! E quando sono stata senza fiato del tutto lui mi ha sorriso, e io ho pensato che avrei potuto non vedere più quel sorriso, e sono svenuta. Laerte non lo sa, ma quella è stata la notte in cui abbiamo concepito Telemaco, dopo che Ulisse mi ha coccolata e consolata e mi ha giurato che mai e poi mai mi avrebbe lasciata sola. Mai. E poi mai.

Maledetta ogni singola onda che lo ha portato via. Maledetta me che gli ho creduto. Maledetti dèi. Maledetta Itaca che non ti sradichi dal fondo del mare per andare a cercarlo. Maledetto tempo che non passa mai.

Maledetto il mio cuore, che anche stanotte non si è spezzato.

Maledetto questo scoglio su cui consumo le mie albe.

Domani tornerò.




















sabato 5 dicembre 2015

The Immaculate Connection

Sapete quando le situazioni stagnano. Stagnano come i piatti da lavare nel lavandino, il maglione slandrato che non vuoi buttare, i giornali vecchi, il bianco da dare.

E un giorno alzi gli occhi e dici: ma sul serio noi viviamo così? No, dai.

A quel punto, se fosse un film si vedrebbe un mutamento radicale nel giro di due giorni. Lei va e si taglia i capelli e li tinge, e va all'attacco del mondo esterno, o lui va e si fa fare un abito su misura e trova lavoro. O lei bussa finalmente alla porta, con le guance e gli occhi accesi, o lui si fa finalmente trovare sotto l'ufficio, con la rosa rossa.
Eccetera. Al cinema l'abbiamo visto tutti.

Ma non siamo al cinema. Se qualcuno decide davvero di cambiare, ci può essere un lento slittamento, o un terremoto subitaneo, ma la fatica, quella che serve veramente, durerà mesi e mesi. Anni e anni. Sarà uno stillicidio. Una tortura della fossa. Un processo di mitridatizzazione. Se acceleri, se aumenti le dosi all'improvviso, muori.

La Fata New Age: Lei quanto resisterà così?
Castagna: Quanto tempo lo ha aspettato, Ulisse, Penelope?

La Bidella di Burro: Può venire un momento?
Castagna: Sì. Oh! Ciao! È successo qualcosa?
L'Uomo: No, ero in giro, ti ho riportato il bancomat.
Castagna, rientrata in classe: ...
I ragazzi: ...Prof? Ma chi era?
Castagna: Mio marito.
I ragazzi: ...
Castagna: ...
I ragazzi: ...
Castagna: Beh, no, è che fa sempre piacere quando ti restituiscono il bancomat.

Castagna: Sono passi avanti. Alla stessa velocità della deriva dei continenti. Ma sono passi avanti
Grande Pagliaccio: Sì, avvisami quando l'India si stacca dal Madagascar.

Poi però vengono giornate come queste. Dicembre. Il mese crudele del fottuto Natale, sì, non riponevamo alcuna speranza in questo mese, noi, nessuno di noi. Invece, qualcosa forse si muove. Sapete quei momenti in cui non solo a una persona, ma a molte, si sblocca la vita. Cigolando, tossendo, sputacchiando come una locomotiva d'epoca. Ma si muove.

Ed è come quando si mette a nevicare.
Piano piano. Senza rumore. Un fiocco, due, dieci. Poi i suoni  che si smorzano. Il delicato zucchero a velo che ricopre tutto. E a un certo punto, sta succedendo. È diventato tutto bianco, è inverno, e l'orrore che hai vissuto l'estate scorsa è finito.

Lunedì, Cavallino: È tornato, ora lavoro tutta la settimana, poi nel ponte dell'Immacolata andiamo via.
Castagna: E come stai?
Cavallino: Non lo so.
Venerdì, Cavallino: Allora andiamo.
Castagna: Sviluppi?
Cavallino: No. Sì. No. Non saprei.
Castagna: Partite...
Cavallino: Sì, partiamo. L'hotel è un 4 stelle.
Castagna: Bene. Okay.
Cavallino: ...
Castagna: Okay.
(Oh guarda, Cavallino: fuori è tutto bianco, adesso, lì da te)

Due settimane fa, Sanguedelmiosangue: Torna. Irish Twin torna. In Italia. Mi ha scritto.
Castagna: !!!!!!!!!
SDMS: Non sono agitato.
Castagna: No no.
SDMS: E comunque non ne voglio parlare.
Castagna: Di cosa?
SMDS: Ecco. Vedo che hai capito.
Ieri, SDMS: Non ci sono per nessuno fino a lunedì okay?
Castagna: Certo. Posso solo chiederti se ha scritto ancora?
SDMS: Sì, ieri.
Castagna: ...
SMDS: Ma io sono anche tranquillo, alla fine.
Castagna: ...
SDMS: E comunque non ne voglio parlare.
Castagna: No.
(Oh guarda, Sanguedelmiosangue: fuori è tutto bianco, adesso, anche lì da te)

Tre giorni fa, la Tipa: E dice che ci dobbiamo riprovare. E che lui se la sente.
Castagna: Bene!
Tipa: Sì. No. Cioè, è che io sono negativa. Non cambierà niente e ormai è così che sarà la nostra vita, basta. Adesso comunque partiamo, per il ponte dell'Immacolata.
(Tipa, guarda, è un fiocco di neve quello?)
Stanotte, Tipa: Da oggi è una storia diversa, ci riproviamo.
(Tipa, guarda quanta neve!!! È tutto bianco anche da te!)

Tre giorni fa, Castagna: Ho tentato di far organizzare la cena in un momento in cui lui era via per lavoro. Ma non ci sono riuscita.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa,  Agatha, Fata Bionda: ...
Castagna: Eh lo so.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa,  Agatha, Fata Bionda: E l'Uomo? Glielo dici, all'Uomo?
Castagna: No. Non credo. Non lo so.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha: SÌ, INVECE!
Castagna: Sì, glielo dico. È meglio. Credo. Non lo so.
Fata Bionda: NO, INVECE!
Castagna: ...
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Ma non andarci proprio, a 'sta cena?
Castagna: Posso spostare, rimandare, ma non cancellarla: la fanno per rivedere me, tra le altre cose.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Ah.
Castagna: Eh. Va bene ci vado, me la levo, dai. E glielo dico, all'Uomo.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: ...
Castagna: Che poi alla fin fine quella sera lui arriva tardi, ha un impegno prima, quindi posso anche salutarlo di striscio.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha: ...
Fata Bionda: Lo annulla, l'impegno, lo sai?
Castagna: Aaaaaaagh. Non dire così. Non dirlo.
(Che cazzo ci fanno dei papaveri in fiore a dicembre? No scusate va bene il surriscaldamento globale, ma qui si esagera. Quel periodo è finito. Basta. Fanculo. E poi, non era autunno per sempre, da questo ottobre in poi, nella mia vita?)
L'Uomo, oggi:  Ciao, io svegliato ora
Castagna: Ciao.  Io sto asciugando capelli
L'Uomo: Tra una mezz'ora arrivo. Hai fatto colazione?
Castagna: ...
Castagna, dopo, a Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Se avevo bisogno di risposte su quella cena, ora ce le ho.
(Ehi, guardate!!! Un fiocco di neve!!!)