No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
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domenica 19 novembre 2017
giovedì 22 dicembre 2016
L'arte del riassunto
Fare
il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza
di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da
insegnare, tra l'altro.
Io
a riassumere sono bravissima.
Per
esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e
a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe.
Contemporaneamente, per risparmiare tempo.
Per
esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e,
invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è
stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto /
costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi,
mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un
orale d'esame. Sì.
Per
esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci
ritroviamo con:
- una figlia che vuole un gattino,
- io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
- un marito che dice di non volere niente e nessuno,
- io che però trovo la casa troppo vuota,
- la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
- lui che non può sostituire il suo gatto,
- lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
- io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
- lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
- la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure......col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.
Ed
essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in
detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un
marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse
statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata
tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale
quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo
pelo adesso che dorme in casa.
Notare
che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta
nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per
omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di
Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore,
come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D.
E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche
modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi
qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato
bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è
chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci.
Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato
adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il
nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la
seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi.
La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.
Altre
cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si
dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua
faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la
terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente
tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza
dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna
subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta
dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi
di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche
io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida,
somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante
di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e
mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si
torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo
nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo
è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco,
era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la
Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a
qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna
sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in
un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e
ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo
vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non
gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti
gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia
nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo
straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi
lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare,
le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce,
come tutti gli altri qui.
Sempre
a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche
settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada
nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla
conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo
avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane,
più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti
ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè
c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le
terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola,
uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava
volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà
pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E
poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da
Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi,
tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in
ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che
dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà
chiuso la porta.
Ultimo
esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con
una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue
religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica
era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un
pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale
tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non
ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con
mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di
statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono
tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica
dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza
matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè
quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo,
festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il
fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non
avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in
casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette.
Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio
d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a
Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi
non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che
ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli
nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici
perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a
Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto
dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno
del solstizio.
mercoledì 2 novembre 2016
E se poi fosse proprio questo il nostro modo
Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.
Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.
E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.
A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.
Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.
Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.
Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.
Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.
Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.
Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."
Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.
Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.
Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.
Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.
E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.
A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.
Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.
Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.
Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.
Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.
Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.
Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."
Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.
Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.
Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.
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