Ottobre, che è il mese che amo di più, quest'anno si apre con premesse che non mi piacciono.
Non che non ci siano cose da riconoscere come positive, eh.
Ieri ho preso il primo diploma di perfezionamento post formazione, e ho due gruppi yoga (con due persone ciascuno, per ora, ma è già molto di più di quel che avrei sognato un anno esatto fa, quando credevo che avrei mollato anche il corso istruttori).
A casa, la figlia mi parla di nuovo (tempistiche del parlarsi con la mamma secondo mia figlia nel 2017: gennaio, mezzo febbraio, mezzo luglio, un terzo di agosto quando eravamo a casa entrambe, una settimana di settembre. Negli altri mesi, denti dell'arcata di sopra inchiavardati a denti dell'arcata di sotto, bofonchiare indistinto se costretta, e sguardo ostile) e che dire, dato che dovremo passare insieme in clinica parecchie ore, sono dell'idea che serva, arrivare là rivolgendosi almeno la parola.
Sul lavoro, fatiche erculee per far stare seduti i primini a parte, le cose vanno bene. Niente più presidente di commissione esterno all'esame di terza, pare: e così la mia vita e quella della C. potrebbero davvero non incrociarsi più. Evviva. Invece, se confermeranno questa scelta, si lavorerà con la Preside Chic, che quando non è troppo tesa è anche simpatica, e comunque conosce la legislazione e non si comporta come un sovrano assoluto. Solo quaranta ore da recuperare contro le precedenti cinquantasette che la C. ultimamente imponeva: mi pareva che stessimo un ciccinino esagerando, soprattutto perché, in dieci anni sempre passati a fare lo stesso numero di ore settimanali nello stesso istituto, avevo visto aggiungersi almeno otto ore di recupero alla tabella, pur avendo un calendario lezioni che prevede già di iniziare prima di tutte le altre scuole della provincia, e di venire anche a lavorare durante qualche sabato o qualche ponte. Ma di questo parleremo diffusamente, perché per quelli come me, che a inizio anno presentano da un minimo di tre a un massimo di cinque progetti in buona parte da svolgersi sulle ore di recupero, non è detto che sia un bene snellire dette ore. (E perché devo attentamente dettagliare, a quelli che passano di qui solo per sputare sentenze su quanto poco abbiano voglia di lavorare i professori, cosa intendo per "ore settimanali", "progetti", "ore di recupero" e "calendario lezioni", altrimenti qua sotto scoppia un flame fomentato da incompetenti che non conoscono il gergo tecnico e tra l'altro, come successo tempo fa, non leggono le risposte in cui glielo si spiega).
Altri capitoli, come le grane di famiglia da gestire a Genova e dintorni, quelle di famiglia che non gestisco io ma si smazza l'Uomo, i soldi, i lavori da seguire in tre città diverse, sono al momento in stand by. La collaborazione con Sanguedelmiosangue si è malamente interrotta e quella con Grande Pagliaccio inizia domani, ma non mi convince per motivi personali più che professionali, per cui mi avvicino a questo cambiamento con diffidenza. Comunque qualcuno che metta le mani nell'ufficio ci vuole, e me lo farò piacere, non ho alternative.
Alla fin fine, è il capitolo Uomo che risucchia tutte le mie energie positive, non è possibile negarlo. Per quanto, a voler vedere, lo squilibrio che mi ha colpito da luglio in avanti non lo ha probabilmente creato direttamente lui: a meno che io non abbia doti di chiaroveggenza che mi stessero informando su quel che faceva quando ancora non me lo aveva raccontato, avrei potuto sentirmi abbastanza bene quest'estate. In ogni caso, le forze mi abbandonano ogni poche ore, la batteria va subito a terra, guardo passare la mia vita come se non potessi più farne parte. A volte piango, ma non quando e quanto dovrei. A volte sono arrabbiata o eccitata o contenta, ma sempre con uno sfasamento rispetto a quel che sta davvero accadendo, per cui vivo in una bolla in cui le cose, da fuori, arrivano in ritardo, in anticipo, distorte e scollegate dalla realtà. La Fräulein mi costringe a guardare i fatti. Ma i fatti sono contraddittori e dolorosissimi, non aiuta guardarli se si sta già male. Non guardarli del resto è peggio, ha ragione lei.
Mi sento alla deriva.
Ieri però riflettevo che anche nell'ottobre scorso mi sentivo così. La situazione era molto meno grave, è vero. Ma il senso di straniamento era simile. Credo che sia perché, mentre io amo l'autunno, l'inizio della scuola, l'accorciarsi delle giornate fresche, lui soffre ogni anno di più il fatto di ricominciare. Nel suo meraviglioso mondo ideale è sempre estate, si lavora per passione e non per dovere, si molla una cosa e ne si inizia un'altra. La metodicità, la sopportazione, la coerenza richieste dall'inverno a lui sono sempre pesate. Questo da molto prima che iniziassero i nostri casini. Negli ultimi anni, tra novembre e dicembre, abbiamo avuto il festival, che dava la svolta: o estraeva da sottoterra tutta la rabbia, la frustrazione e lo scontento, o cementava la coppia come squadra che funziona e intanto regalava qualche soddisfazione, troppo spesso epidermica a mio parere, ma si sa che io e lui non vediamo le cose allo stesso modo in questo. Chissà quest'anno cosa porterà la stagione del festival. La povera pazza speranzosa che alberga in me ricorda mattine in cui ci si svegliava nel buio, terrorizzati dai passi troppo lunghi che stavamo facendo, e ci si stringeva per darsi coraggio, nonché sere in cui si rientrava mano nella mano, a notte fonda, con una bella sensazione di aver lavorato bene. Se invece di una povera scema innamorata dentro di me ci fosse una tizia con un minimo di equilibrio, ricorderei anche le tremende serate in cui essere presenti al festival significava sentire tra la folla i commenti su di lui, mentre lui non sapeva neanche se c'ero, passava distratto e mi salutava senza vedermi e dimenticandosi di presentarmi agli ospiti, sorrideva a cani e porci e poi a casa bistrattava tutti perché era nervoso.
Diciamo che forse, quest'anno, avere la sensazione abbastanza salda che alla stagione del festival sarò ancora presente non è abbastanza . Avrei bisogno di altre conferme, di altri appoggi, per reggere questo ottobre che si presenta denso di prove, mentre lui vaga distratto con un telefono in mano e l'altro in tasca, e io non riesco a tenere su la dannata fronte.
Sia quel che sia. Il mio posto lo sappiamo qual è. Oggi forse faremo un salto in montagna, nominalmente la scusa è quella di riportare su il materiale da viaggio (ciotole, lettiera e paletta) della gatta di mia madre, che è rimasto da noi dopo la vacanza in Val d'Aosta. Non ci si dorme, probabilmente non ci si cena, vedere le montagne coi colori autunnali però può darsi mi faccia bene. E poi devo resistere a questo mortifero richiamo di dormire tutto il giorno, interrotto solo da spasmodico desiderio di mangiare, di andare a sfondarmi di yoga o di fare otto o nove chilometri di camminata con la Caramella. Cerchiamo di non proiettare aspettative. Cerchiamo di tenere il centro. Cerchiamo di non pensare a questa voragine del 2017 che mi ha spogliato di quasi ogni pretesa e mi ha ridotto un 3% della persona che ero. Quel 3% è tostissimo, quantomeno, ha i denti di un piranha e la presa non vuole mollarla.
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