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domenica 29 ottobre 2017

Posa la zavorra, capitolo terzo. Telemenù!

Mia madre lavorava, statale, ma statale che la prendeva sul serio, con l'incubo del cartellino. Al mattino molto presto, poi però finiva nel pomeriggio in tempo per un sacco di altre cose, quindi correvamo sempre.


Il pranzo lo preparava la tata, ma la sera, appena rientrava, lei si fiondava ai fornelli e, devo dire, soprattutto quando ero bambina, e quindi la sua giornata, dopo il lavoro, era dedicata a stare con me, si prodigava parecchio. Ma era stata una ragazza che studiava, poi una donna che lavorava, e nessuno le aveva insegnato il ragù da quattro ore, le lasagne tirate a mano, la torta della nonna e tutte quelle cose lì. Quindi aveva due numi tutelari: Elena Spagnol, autrice del best seller pluriristampato “Il Contaminuti”, che già la dice lunga sul tipo di ricette che io stessa ho imparato (“se ci vogliono più di venti minuti a prepararlo, non ci penso nemmeno” è stato il mio motto per tanto tempo...) e poi lei: la Julia Child de noantri.


Con la sua messa in piega anni Cinquanta, rotondetta, calma e sorridente, era tutto quello che mia madre non sarebbe mai stata, soprattutto in cucina. Diciamo che mia madre era senz'altro meglio in fatto di messa in piega e di girovita. Ma in fatto di calma e sorrisi... Però io ho questo ricordo bellissimo delle sere invernali: fuori buio, compiti finiti, papà che ancora doveva arrivare dal lavoro, lei concentratissima che si scriveva sui foglietti le ricette in brutta, poi le provava e dopo, se avevano dato buon esito, erano ammesse nel quaderno storico, quello che per anni e anni ci ha tenuto compagnia sulle mensole in cucina, e penso che ce l'abbia ancora. Era più giovane della mia età di ora, si faceva un culo a capanna, non si godeva niente, e a riguardarla da qui mi fa così tanta tenerezza.


Io in seguito sono andata oltre, sono passata al timone della mia cucina e da magra sono passata a grossa e grassa, senza la fase rotondetta, anche perchè alla Wilma credo di darle venti centimetri di statura. Messa in piega: nah, direi di nah. E quanto alla calma... Sorrisi, sì.  E baci, fino a un po' di tempo fa, tanti. Io e l'Uomo abbracciati con la schiena di uno dei due appoggiata al bancone di cucina ci stiamo ancora, a volte. Ma calma, all'ora di cucinare...


A me piacerebbe davvero, davvero tanto, essere un garzone di cucina. Uno che deve pelare patate e arricciare bucce di mela, creare fiorellini di zucchero o farcire bignè. A nastro. Tipo compito zen. Obbedendo a indicazioni. Oppure essere il direttore d'orchestra, come faccio a scuola con il laboratorio dei ragazzi: pelate, sbucciate, datemi l'olio extravergine, passate una spolverata di cannella qua, sbattete le uova. Ma NON essere CONTEMPORANEAMENTE colei che pensa, decide, vede il quadro d'insieme, e anche quella che esegue. Non sono mai stata brava. Perdo il filo, perdo tempo, sporco, esagero, ci do giù di piatto, sbaglio le dosi, mi stanco e mi affanno. Poi alle volte esce una cosa buona, eh. E in generale nel piatto ce n'è, due volte al giorno, con ragionevole capacità di variare, sebbene io abbia moltissimi limiti perchè non maneggio pesce né carni troppo complesse. Datemi quintali di verdura da pulire, del riso, un po' di uova e della farina, ma non fatemi mai vedere un pezzo di coniglio che ancora somiglia a un coniglio vivo, o togliere interiora a chicchessia, mi sono sempre sentita male. Poi, diventata buddhista e mezza vegetariana, praticamente non posso più neanche immaginare altri che lo fanno al posto mio.


Però. C'è un però.


Ho imparato, da nomade, zingara, disordinata cronica e pigra atavica che ero, a tenere in ordine la casa (parzialmente e con aiuti), me stessa (abbastanza bene), i miei abiti e accessori (decentemente), la mia auto (ok, non sbrodoliamo: quella è una merda. Si ripulisce solo periodicamente, due settimane all'anno, diciamo) e più in generale a fare un trilione e mezzo di cose con cui non osavo cimentarmi, soprattutto negli ultimi quattro anni. Cosa può fare la povera Penelope, nella speranza di sentire di nuovo il passo di Ulisse sulla soglia. Ma anche cosa si fa per cercare, almeno pateticamente, di dare un esempio coerente alla figlia. Che pigra è pigra, ma è più ordinata di me e mi disprezza senza pudore. Comunque, da quando c'è lei, stare a casa a riordinare, cucinare e organizzare mi pesa infinitamente meno, è diventato una specie di secondo lavoro. E poi forse non far più almeno seicento chilometri la settimana aiuta, eh, a godersi casa propria, intendendo tutta la casa e non solo il cuscino del divano in cui perdere conoscenza la sera e la domenica. E poi, ancora: se sono riuscita a fare uscire dalla mia pancia flaccida degli addominali, a far finire le medie a Satana e a diventare maestra di yoga, posso anche volare, trasformare le pietre in oro e civilizzare il terzo figlio che la famiglia di Bambino di Formaggio mi manda (e ce n'è ancora uno... a riprova che lavarsi non è fondamentale per avere una vita sessuale). Dirò di più: posso portare fino in terza la Testata Nucleare, il mio amatodiato biondino pestifero della classe dei Gini. Senza spezzargli un braccino. 

Comunque, il però era questo: non basta. Adesso voglio aggiungere alle competenze acquisite, male e tardi sì, ma comunque abbastanza acquisite da farmi sentire contenta, e da farmi desiderare di non tornare più indietro, anche il superamento del senso di profonda impotenza che mi ha sempre dato il fatto di mettermi ai fornelli. Sono anni che preparo questo cambiamento, prima nella teoria come tutte le secchione che si rispettano, e quindi con una capillare organizzazione delle ricette in quadernoni divisi per settimane (cinque diverse di fila) e per stagioni, in modo da non dover PENSARE al menu, ma solo procurarmi diligentemente gli ingredienti. Adesso sono pronta all'azione. Avevo già iniziato, cazzo avevo PERSINO fatto i muffin, la quiche e la pasta fresca tirata col mattarello: poi la Princi, porca vacca, si fa venire l'appendicite, l'Uomo decide che è sovrappeso, fa caldo per sei mesi di fila... e insomma un sabotaggio dietro l'altro arriviamo alla torta ricotta, limoncello e gocce di cioccolata. Che ho provato qualche settimana fa, e che l'Uomo ha festeggiato come un popolo oppresso la liberazione dallo straniero. Allora ho raccolto le forze e deciso che Wilma de Angelis, Elena Spagnol, lo strudel di mia madre, il polpettone di patate e fagiolini di mia zia, i friscieu di mia nonna dovevano incrociare i flussi e la Forza doveva essere con me. Ma soprattutto, che posare la zavorra non è, ormai lo sappiamo da anni, fare meno cose, è farne tante, tantissime di più, ma meglio, e volentieri. Non secondario, il pensiero che l'Uomo mi risposi. Altre sei o sette volte, diciamo: e magari mi porti in braccio oltre una soglia nuova, di una casa con una cucina grande e luminosa come quella di Sestri. Già che stiamo sognando, diciamo pure quella di Sestri.

Per il momento, dalla cucina viene un delizioso profumo di soffritto, vino che svapora, chiodi di garofano: e infatti io, la neoWilma, sono dall'altra parte della casa ed è lui che stasera prepara il manzo in umido alla romana. Il che, a me, fa stare bene... come a una donna fa stare una vacanza di venti giorni su un'isola tropicale, senza nessun altro che Jake Gyllenhaal, a cui la compagnia di volo ha purtroppo smarrito le valigie, mentre una scimmia dispettosa gli ha rubato l'unica maglietta che aveva. Tanto per rendere la sensazione.   

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