Mia
madre lavorava, statale, ma statale che la prendeva sul serio, con
l'incubo del cartellino. Al mattino molto presto, poi però finiva
nel pomeriggio in tempo per un sacco di altre cose, quindi correvamo
sempre.
Il
pranzo lo preparava la tata, ma la sera, appena rientrava, lei si
fiondava ai fornelli e, devo dire, soprattutto quando ero bambina, e
quindi la sua giornata, dopo il lavoro, era dedicata a stare con me,
si prodigava parecchio. Ma era stata una ragazza che studiava, poi
una donna che lavorava, e nessuno le aveva insegnato il ragù da
quattro ore, le lasagne tirate a mano, la torta della nonna e tutte
quelle cose lì. Quindi aveva due numi tutelari: Elena Spagnol,
autrice del best seller pluriristampato “Il Contaminuti”, che già
la dice lunga sul tipo di ricette che io stessa ho imparato (“se ci
vogliono più di venti minuti a prepararlo, non ci penso nemmeno” è
stato il mio motto per tanto tempo...) e poi lei: la Julia Child de
noantri.
Con
la sua messa in piega anni Cinquanta, rotondetta, calma e sorridente,
era tutto quello che mia madre non sarebbe mai stata, soprattutto in
cucina. Diciamo che mia madre era senz'altro meglio in fatto di messa
in piega e di girovita. Ma in fatto di calma e sorrisi... Però io ho
questo ricordo bellissimo delle sere invernali: fuori buio, compiti
finiti, papà che ancora doveva arrivare dal lavoro, lei
concentratissima che si scriveva sui foglietti le ricette in brutta,
poi le provava e dopo, se avevano dato buon esito, erano ammesse nel
quaderno storico, quello che per anni e anni ci ha tenuto compagnia
sulle mensole in cucina, e penso che ce l'abbia ancora. Era più
giovane della mia età di ora, si faceva un culo a capanna, non si godeva niente, e a riguardarla da qui mi fa così
tanta tenerezza.
Io
in seguito sono andata oltre, sono passata al timone della mia cucina
e da magra sono passata a grossa e grassa, senza la fase rotondetta,
anche perchè alla Wilma credo di darle venti centimetri di statura.
Messa in piega: nah, direi di nah. E quanto alla calma... Sorrisi,
sì. E baci, fino a un po' di tempo fa, tanti. Io e l'Uomo abbracciati con la schiena di uno dei due appoggiata al bancone di cucina ci stiamo ancora, a volte. Ma calma, all'ora di cucinare...
A
me piacerebbe davvero, davvero tanto, essere un garzone di cucina.
Uno che deve pelare patate e arricciare bucce di mela, creare
fiorellini di zucchero o farcire bignè. A nastro. Tipo compito zen. Obbedendo a indicazioni. Oppure essere il direttore
d'orchestra, come faccio a scuola con il laboratorio dei ragazzi:
pelate, sbucciate, datemi l'olio extravergine, passate una spolverata di
cannella qua, sbattete le uova. Ma NON essere CONTEMPORANEAMENTE colei che
pensa, decide, vede il quadro d'insieme, e anche quella che esegue.
Non sono mai stata brava. Perdo il filo, perdo tempo, sporco,
esagero, ci do giù di piatto, sbaglio le dosi, mi stanco e mi
affanno. Poi alle volte esce una cosa buona, eh. E in generale nel
piatto ce n'è, due volte al giorno, con ragionevole capacità di
variare, sebbene io abbia moltissimi limiti perchè non maneggio
pesce né carni troppo complesse. Datemi quintali di verdura da
pulire, del riso, un po' di uova e della farina, ma non fatemi mai
vedere un pezzo di coniglio che ancora somiglia a un coniglio vivo, o
togliere interiora a chicchessia, mi sono sempre sentita male. Poi,
diventata buddhista e mezza vegetariana, praticamente non posso più
neanche immaginare altri che lo fanno al posto mio.
Però.
C'è un però.
Ho
imparato, da nomade, zingara, disordinata cronica e pigra atavica che
ero, a tenere in ordine la casa (parzialmente e con aiuti), me stessa
(abbastanza bene), i miei abiti e accessori (decentemente), la mia
auto (ok, non sbrodoliamo: quella è una merda. Si ripulisce solo periodicamente, due settimane all'anno, diciamo) e più
in generale a fare un trilione e mezzo di cose con cui non osavo
cimentarmi, soprattutto negli ultimi quattro anni. Cosa può fare la
povera Penelope, nella speranza di sentire di nuovo il passo di
Ulisse sulla soglia. Ma anche cosa si fa per cercare, almeno
pateticamente, di dare un esempio coerente alla figlia. Che pigra è
pigra, ma è più ordinata di me e mi disprezza senza pudore.
Comunque, da quando c'è lei, stare a casa a riordinare, cucinare e
organizzare mi pesa infinitamente meno, è diventato una specie di
secondo lavoro. E poi forse non far più almeno seicento chilometri
la settimana aiuta, eh, a godersi casa propria, intendendo tutta la
casa e non solo il cuscino del divano in cui perdere conoscenza la
sera e la domenica. E poi, ancora: se sono riuscita a fare uscire dalla mia pancia flaccida degli addominali, a far finire le medie a Satana e a diventare maestra di yoga, posso anche volare, trasformare le pietre in oro e civilizzare il terzo figlio che la famiglia di Bambino di Formaggio mi manda (e ce n'è ancora uno... a riprova che lavarsi non è fondamentale per avere una vita sessuale). Dirò di più: posso portare fino in terza la Testata Nucleare, il mio amatodiato biondino pestifero della classe dei Gini. Senza spezzargli un braccino.
Comunque, il però era questo: non basta. Adesso voglio aggiungere alle competenze acquisite, male e
tardi sì, ma comunque abbastanza acquisite da farmi sentire
contenta, e da farmi desiderare di non tornare più indietro, anche
il superamento del senso di profonda impotenza che mi ha sempre dato
il fatto di mettermi ai fornelli. Sono anni che preparo questo
cambiamento, prima nella teoria come tutte le secchione che si
rispettano, e quindi con una capillare organizzazione delle ricette
in quadernoni divisi per settimane (cinque diverse di fila) e per
stagioni, in modo da non dover PENSARE al menu, ma solo procurarmi diligentemente gli ingredienti. Adesso sono pronta
all'azione. Avevo già iniziato, cazzo avevo PERSINO fatto i muffin, la quiche e
la pasta fresca tirata col mattarello: poi la Princi, porca vacca, si fa venire
l'appendicite, l'Uomo decide che è sovrappeso, fa caldo per sei mesi
di fila... e insomma un sabotaggio dietro l'altro arriviamo alla
torta ricotta, limoncello e gocce di cioccolata. Che ho provato
qualche settimana fa, e che l'Uomo ha festeggiato come un popolo
oppresso la liberazione dallo straniero. Allora ho raccolto le forze
e deciso che Wilma de Angelis, Elena Spagnol, lo strudel di mia
madre, il polpettone di patate e fagiolini di mia zia, i friscieu di
mia nonna dovevano incrociare i flussi e la Forza doveva essere con
me. Ma soprattutto, che posare la zavorra non è, ormai lo sappiamo
da anni, fare meno cose, è farne tante, tantissime di più, ma
meglio, e volentieri. Non secondario, il pensiero che l'Uomo mi
risposi. Altre sei o sette volte, diciamo: e magari mi porti in
braccio oltre una soglia nuova, di una casa con una cucina grande e
luminosa come quella di Sestri. Già che stiamo sognando, diciamo pure
quella di Sestri.
Per il momento, dalla cucina viene un delizioso profumo di soffritto, vino che svapora, chiodi di garofano: e infatti io, la neoWilma, sono dall'altra parte della casa ed è lui che stasera prepara il manzo in umido alla romana. Il che, a me, fa stare bene... come a una donna fa stare una vacanza di venti giorni su un'isola tropicale, senza nessun altro che Jake Gyllenhaal, a cui la compagnia di volo ha purtroppo smarrito le valigie, mentre una scimmia dispettosa gli ha rubato l'unica maglietta che aveva. Tanto per rendere la sensazione.




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