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sabato 14 ottobre 2017

Soluzioni

Parliamone.
In quindici giorni mi sono scheggiata tre denti.

Se Cavallino potesse prendermi la testa, trapanarla, sfilare con le pinze alcuni concetti e richiuderla, sicuramente starei meglio. Per lei, che è sempre stata così e ha coerentemente, su queste basi chiarissime, costruito una vita, delle scelte personali, familiari e lavorative, e delle relazioni umane, il principio è semplice: non funziona? Fai altro. Non ti lamentare del problema se resti parte del problema: se lo volessi risolvere staresti usando le energie per farlo, se volessi ma non fosse possibile dovresti usare le energie per andartene il più lontano possibile dal problema stesso.

Non vuol dire mollare alla prima difficoltà, eh. Non esiste una dimensione della realtà in cui sia possibile sostenere che Cavallino non è una che combatte. Che non si spende, che non ci sputa il sangue. Ma quando si volta pagina, per scelta propria o altrui, chiuso. Glielo ho visto fare e so il prezzo che ha pagato. Ma lo ha fatto, e guai a fermarla.

Io ci arrivo, a capire che Cavallino ha ragione. Ci sono arrivata, a proteggermi dal dolore impedendo a pensieri, parole, immagini, messaggi di raggiungermi. L'ho fatto proibendo a chiunque di nominarmi l'Ingegnere, quando mi ha mollata. L'ho fatto innumerevoli volte non svoltando con la macchina verso il paese, quando l'essere proveniente da altra galassia poteva essere in zona e vederlo mi avrebbe devastato. L'ho fatto uscendo da una chiesa, abolendo delle abitudini, smettendo di interpellare persone sul perché e il percome i miei rapporti con loro fossero degenerati o si fossero interrotti. L'ho fatto seppellendo mio padre, perdendo il Gabbiano, rassegnandomi a non avere figli naturali, a vivere tra gente che non mi somiglia, in una casa che non si addice a nessuno di noi. L'ho fatto scegliendo le medie invece che le superiori, Scuolina Rosa invece che altre sedi, ho chiuso mille porte a beneficio di scelte che, lo sapevo, portavano nella direzione giusta. L'ho fatto accettando le fitte di dispiacere per i distacchi, senza però marcire nel rimpianto, senza recriminare, o almeno recriminando il meno possibile e lasciando che il tempo facesse il suo.

L'ho fatto, lo so fare. Ma se ci credo. Se vedo che i morti non resuscitano, che scelto un mestiere fai quello, che il destino ha deciso "figlia unica grande in affidamento" dopo tre decenni spesi a pensare "famiglia numerosa, minimo tre, naturale o adottiva, assolutamente niente figli unici e speriamo nel maschio, che come femmina basto e avanzo io". Se penso che stare a pensare al passato mi tenga al palo e non permetta di costruire il futuro.

Però ora, qui,  non posso applicare questa soluzione, che è una buona soluzione e che io stessa ho usato a volte, ma che non è la "soluzione-per-me", nel contesto in cui sono.

C'è una sola direzione in cui andare ed è avanti, su questo io e Cavallino possiamo solo concordare. E non è che non capisca, quando lei si dispera di non riuscire a farmi immaginare un finale diverso. Non è che non sappia che effetto che fa, a quelli come lei che mi vogliono davvero bene quanto a se stessi, vedermi sfinita, coperta di tagli, con la morte nello sguardo, perché non so più dove prendere le energie, ma mi rifiuto di lasciare che la stanchezza mi vinca.

Io ho detto subito cosa intendevo fare, e non ho cambiato idea. Non perché sono una fanatica ossessiva, ma perché ogni singolo giorno mi sono chiesta se volevo e potevo resistere, non se dovevo, e ogni singolo giorno mi sono risposta di sì. Se avessi iniziato a rispondermi dei no, avrei cambiato rotta. Ma ho verificato, verifico ancora, che la sola cosa che io non voglio davvero fare è stare senza di lui.

Solo che il peso sta per rompermi. È una quarantina di giorni che mi sento Alfredino nel fottuto pozzo, precisamente nel momento in cui, invece di estrarlo, gli slogano un braccio e lui scivola ancora più giù. Non è che Alfredino potesse scavare nella direzione opposta, per liberarsi. Lui su voleva tornare. E io anche. Ma prendo atto che potrebbero non bastarmi le forze, le calorie, l'ossigeno.

Uscirò da questo ottobre coi denti da rifare, per esempio.

Non va bene. Devo trovare il modo di sbloccare un'altra vena di acqua che mi alimenti, prima che di me restino solo ossa rotte.

Solo che, se guardo, in fondo non so cos'altro aggiungere. Yoga, lavoro, e a brevi sprazzi i rapporti umani, compresi quelli con l'Uomo in effetti, funzionano bene. Amici ne ho. Voglia di fare cose anche, sia pure a intermittenza. Cosa devo fare per non sentirmi sopraffare e poter mantenere la rotta? C'è la rotta o devo riscriverla? È solo mia o è di entrambi? E notare che non chiederei mai più dove porti, la rotta. Non mi interessa. Basta andare.

Quindi... È un fatto di testa. Troppa rabbia che circola senza mai sfiatare. Troppe umiliazioni che non vengono risarcite. Troppo dolore che scorre sotto la quotidianità. È questo che devo mollare, non me stessa, non lui. In ogni caso con questa zavorra non potrei vivere nemmeno se lui se ne andasse domani. Va tolta.
















2 commenti:

Anonimo ha detto...

....Che dire....hai spiegato benissimo il mio punto di vista. al di là di questo, lo sai, non condivido alcune tue decisioni, ma sono le tue, come tua è la vita. Di mio c'è il posto accanto a te. Indipendentemente da tutto il resto, io sono comunque qui per te.
Cavallino

Castagna ha detto...

Ecco :-)