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giovedì 12 agosto 2010

Ricominciare

Stamattina ho spento la sveglia e mi son girata di là.
Il sonno del giusto, nel mio letto, dopo quel che mi è sembrato un miliardo di settimane; grazie a Dio, anche se l'Uomo ieri ha tentato la russata in sordina, poi si è per fortuna voltato sul fianco. E comunque io mi sono addormentata secca, giusto mentre valutavo se trasferirmi sul divano per non soffrire il caldo coniugale, che è tanto bello nel gelido inverno astigiano ma un po' meno ad agosto.

Ma venti minuti dopo essermi girata di là ero di nuovo sveglia. Con due occhi così.

A pensare al Danno che, a giudicare dalle parole di suo padre ieri su Facebook, di strada da fare per tornare come prima ne ha. Oggi lo portano ad Alessandria per la riabilitazione.
Il padre ha scritto: "E' come una rinascita". E io stamattina pensavo al bambino di dieci giorni dei vicini di sopra (per ora non rompicoglioni come il fratello) e a tutto quello che si impara dalla nascita in poi: a mangiare, a parlare, a camminare. Mi chiedevo se il Danno dovrà semplicemente rimettersi in forze o proprio ri-imparare a vivere.

All'ora di asciugarsi i capelli, questo pensiero si era allargato a macchia d'olio sulla mia giornata e la mia vita, prendendo la forma di una riflessione sul ricominciare.

Ricominciare a fare la spola tra Asti e Genova, per esempio, a partire da subito.

Ricominciare con una famiglia, anzi due, ma perchè limitarsi, facciamo tre. A partire da stasera, che tanto per cambiare non si può festeggiare un ottantaquattresimo compleanno nella trattoria sotto casa, ma si deve salire fino in cima alla montagna, su strada stretta, piena di curve e non illuminata, possibilmente sotto il terribile acquazzone tropicale previsto dal servizio meteo, che ovviamente si scatenerà a mezz'ora dall'appuntamento mentre cercheremo di attraversare una Genova impazzita (perchè ovviamente la montagna da scalare è dall'altra parte della città e non "un po' più a ponente": la fine di Genova a ponente. In orizzontale. Quasi l'inizio del passo appenninico, in verticale. Cazzo. Io sono sociopatica, ma la famiglia di mio marito certe cose se le studia, e con cura, per farmi impazzire. L'ultimo compleanno, per festeggiare una persona che abita a Milano, con gli unici due invitati provenienti dalla val di Susa, era una cena ad Arona. Ma vaffanculo.)

Ricominciare a lavorare, probabilmente in un contesto diverso, con l'ennesima terza disillusa che vede arrivare l'ennesimo insegnante nuovo, con altri dirigenti, altra segreteria, altri colleghi, altri bidelli. Un'altra strada da fare al mattino (finito, spero solo temporaneamente, il mio bel percorsino nel bosco silenzioso). Un altro cassetto, un'altra sala prof. Un altro bar per i caffè.

Ricominciare a tenermi bene, dopo due anni di sciopero, in cui ci hanno pesantemente rimesso la linea, i denti, i capelli, gli occhi, la pelle.

Ricominciare a studiare, a organizzare le lezioni, il lavoro d'ufficio, a mettere in ordine i documenti, a battagliare con gli amministratori.

Ricominciare con la gestione del cinema, le rassegne, le presentazioni, lo sbigliettamento, i viaggi su e giù a recuperare la cassa, e tutte quelle ore di visione di magistrali film d'essai.

Ricominciare tutto da capo.

Che è una cosa splendida e orribile, ogni volta.

Quest'anno ho un progetto da sottoporvi.

Chiamatelo simplify, chiamatelo spaceclearing, chiamatelo decluttering, chiamatelo riorganizzazione degli spazi, chiamatelo feng shui.

Il punto è che ho un grosso ingorgo nell'anima. E visto il senso di reale benessere che mi ha dato il mero lavoro fisico in questo mese, stavolta ci voglio credere, che riordinare, fare spazio, buttar via il vecchio e il rotto, serva a pulire anche il cuore.

Questo, a partire dal rientro dal mare, e sempre che riusciamo a scendere, stasera, dalla cazzo di montagna dove gioiosamente celebreremo il compleanno della Nonna Infera.

Joyful joyful...




Il Danno è sveglio e parla!!!


Questi sì che sono momenti!!!!!!!

mercoledì 11 agosto 2010

Please please please...


...let me let me let me
get what I want...
...this time...

sabato 7 agosto 2010

Novità zero

No non ci sono novità. Il che magari è un bene.
Magari no.

Cerco di pensare in modo "circolare" e non "rettilineo".
Ho voglia di tornare a casa.

martedì 3 agosto 2010

Sensazioni

Mattina. Asti. Io e la De sole.
Fotografie di alcune sensazioni, tra il caffè e l'ora di uscire.

Ormai siamo in agosto, sono oltre tre mesi senza psicologa alias Fata Bionda, mi sto arrangiando a mettere in pratica quel che ho capito delle mie problematiche, e sono abbastanza lucida, anche se non conseguo chissà quali risultati. Ciò è bene, credo.

Anche stavolta, l'estate sta passando con pochi amici e molti parenti, non molti per quantità ma per qualità, diciamo. Ciò è faticoso, ma è la scelta che avevo fatto a inizio estate.

Tornata a Asti metto a fuoco alcuni aspetti che voglio cambiare nella mia vita qui. Ciò è utile, credo.

Passando su una bilancia elettronica ho visto cose che avrei preferito non vedere e così ho spontaneamente cominciato una sorta di dieta basata sul buon senso. Per caso, in questi giorni mi sono risentita col Pagliaccio e anche lui sta cominciando la dieta, deve perdere il doppio del mio peso, ma ha il quadruplo della mia forza di volontà, quindi l'ho eletto mio motivatore ufficiale. Intendo stravincere la gara alla forma fisica nella categoria DDC (devi dimagrire chiattone) composta da Sanguedelmiosangue e Diavolessa, e il coach sarà utile. Però pensavo anche di mettermi nelle mani del coach dell'Uomo, il mitologico Paolino con una scalinata di addominali. Che poi, se sto buona, ogni tanto in quella palestra ci passa anche Luca Argentero e mi rifaccio un paio di diottrie, già che ci sono. Ciò è da verificare (l'esistenza di Luca Argentero in palestra, intendo, e anche la mia determinazione a mettermi nelle mani del Paolino, che è un kapò nazista quanto a programma fitness).

Si galoppa nelle riflessioni filosofiche con gli amici buddhisti. Ciò è molto bene, credo.

Ho chiarito a me stessa che non sono per un cazzo contenta della macchina che ho comprato. Ciò è male.

Dal lontano ospedale di Cesena non si hanno più notizie del Danno, nel suo paesino organizzano veglie di preghiera, amici e parenti ogni giorno intasano il suo profilo Facebook di incoraggiamenti, e io mi chiedo quanti genitori tra gli adulti che lo conoscono riescano a sopportare che i figli escano in macchina o in motorino senza un morso profondo di paura. I suoi occhi restano chiusi, intanto. E ciò è molto triste.

Sono afflitta e affranta all'idea di tornare in montagna ed è storicamente la prima volta che me la vivo così. Ciò è indicativo di molte cose, credo.

lunedì 2 agosto 2010

Sociopatia come se piovesse e rosee speranze per il futuro

Va' a sapere perchè, mi sono addormentata alle sette di mattina.
E mi hanno svegliato:
1) il vicino di sopra che in veste di futuro papà (quella specie di essere bovino ha rimesso incinta quella specie di mostro con cui dorme, nasce a giorni il secondo prodotto delle loro pesanti copule, che verrà allevato a urla e giochi pesanti come il precedente, il tutto sopra le nostre teste, che culo eh?) si dà da fare e passa l'aspirapolvere esattamente dalle 08.33 alle 09.27 del mattino.Un'ora per un appartamento piccolo come il mio. Penso che lo abbia passato anche sui soffitti.
2) l'Uomo che temeva di esser rimasto vedovo, alle 11.39. Si ringrazia l'Uomo per aver chiamato in presenza dei miei, ottenendo un "Scì... Mno... Mnollosoh..." degno di Bridget Jones all'apice della ciucca e confermando ai miei che hanno messo al mondo un'ameba dedita al vizio.

A mezzogiorno ho fatto la doccia, portato il cane, preso un litro di caffè e ora sono seduta sul divano con le tempie di gommapiuma e in bocca quel terribile sapore da "mattina dopo la festa". Solo che non c'è stata nessuna festa. Solo io che smanettavo al computer, rileggevo un pezzo di "Eclipse", telefonavo a mio cugino, messaggiavo con il Pagliaccio, altro noto insonne. E poi non riuscivo a addormentarmi.

Comunque alle luci dell'alba (le 13.59) ho riacquistato la lucidità e decreto definitivamente che sono sociopatica.

Per i seguenti motivi che vado a elencare:
- ho cercato in tutti i modi di stecchire con mille parole il povero gattonero che aveva tentato a modo suo di darmi solo una pacca sulla spalla, perchè mi sentivo attaccata;
- dopo venticinque giorni passati a disintossicarmi da tv, internet e caffè, ieri sembravo un'invasata, avevo dodici pagine di Explorer aperte contemporaneamente;
- ho bisogno di ventiquattro ore di decompressione tra i miei genitori (che pesanti come quest'anno lo sono stati solo quando di anni ne avevo 17, e lì la responsabilità è stata in parte anche mia) e quella povera Zia Buona che è la persona meno invasiva della terra;
- nonostante l'entusiasmo con cui giovedì sera, arrivato l'Uomo che non vedevo da sola da una settimana, ho fatto notare a chiunque volesse vedere e/o sentire (nel portone, nell'ascensore, sul pianerottolo e in casa) che mi era mancato, sono dispostissima a barattare qualche ora con lui con qualche ora a gironzolare in mutande in casa a Asti senza dovermi preoccupare di lui, dei gatti, dei miei, di fare la spesa etc.;
- conto i giorni (12) che mi separano dalla vacanza lontano da tutto e tutti sola con l'Uomo;
- non vedo l'ora di rientrare nella routine lavoro - cinema - ufficio - casa, anche se mi sono lamentata che la mia vita sociale si svolgeva quasi solo all'Esselunga di Corso Torino;
- ma soprattutto soprattutto soprattuttissimo, ho ricevuto la notizia che quest'anno nel cinema ci saremo fino al collo, che stanno pensando di darci la gestione per tre anni consecutivi e che a Natale, capito bene? al VENTICINQUE DI DICEMBRE!!!, sì! il cinema sarà aperto e, avendo Movie Man e l'Inflessibile due bambini, indovina a chi toccherà aprire e chiudere le danze???
E anche se lì per lì ho fatto un po' di storie, ho intravisto in ciò la possibilità, oh quanto sognata, di non andare in nessuna delle seguenti località dove ultimamente abbiamo passato il Natale: Genova Albaro, Genova Carignano, Genova Foce, Genova Sestri, Genova Pegli, Arenzano, Milano, Avolasca, Cogoleto, Culoailupi, Altrapartedelpianeta, Puttenbergen, Base Antartica 14 del CNR, vetta del K2, falde del Kilimangiaro, giungla del Borneo, e (oddio che goduria anche solo pensarlo) di non peregrinare da un indirizzo all'altro con la slitta carica (oh oh oh!) di regali, ma di SVEGLIARMI LA MATTINA DI NATALE A ASTI CON MIO MARITO SENZA DOVER PRENDERE LA MACCHINA PER ANDARE DA NESSUNA PARTE.

(Un minuto che mi ricompongo dal godimento... ecco.)

Se così realmente dovessimo organizzarla, ovvio che farei, nell'ordine:
- il presepe (buddhista, non so come viene ma mi ingegnerò a trovare un modo)
- l'albero di Natale
- i centrini con le pigne
- la buche de Noel
- i biscotti allo zenzero a forma di elfo di Babbo Natale
- le decorazioni alla cannella
- i festoni di lucette intermittenti sul terrazzo
- i festoni di agrifoglio, pino, vischio, salsapariglia, marijuana, zucchine o quant'altro richiesto dalla ricorrenza
- una depilazione brasiliana e dieci massaggi drenanti
- acquisti di biancheria intima da non meno di cento euro al pezzo, di colori rigorosamente natalizi-capodanneschi
- procurerei neve artificiale se non ce ne fosse già fuori dalla finestra
- trasformerei la Hyundai in una trojka con renne originali siberiane
- metterei nastri al collo dei gatti e del cane (rosso a Bontcho e Daisy, verde a Matilda che rossa lo è già di suo)
- metterei la ghirlanda di abete sulla porta di casa
- organizzerei la famosa Festa degli Auguri che da anni mi riprometto di organizzare, e la farei a Asti, con la clausola che, cari parenti, se venite, ci fa piacere, se non venite, beh noi vi avevamo invitati e non siete venuti, e ciò NON implica che ci sposteremo noi!!!

Sono sociopatica. Mi dispiace ancora, ma da qualche mese non faccio più nemmeno finta di provare a smettere di esserlo. Devo dire che se avevo qualche speranza di riprendermi, il luglio 2010 con bocconate di merda QUOTIDIANE mi assicura che non è il caso nemmeno di sperarci.

domenica 1 agosto 2010

Questo era da postare più avanti...

...ma lo metto adesso per le ragioni che ho scritto nell'ultimo post. E' una riflessione che ho fatto in montagna, mentre attendevo sviluppi di varie questioni per me difficili. Di seguito, per chi non si scogliona a leggere dei massimi sistemi, ci metto anche la cosa che ho pubblicato sul forum buddhista a proposito della preghiera. Scusate il linguaggio tecnico, quelli del forum sono dei mostri di dialettica e filosofia e parlano praticamente in tibetano. Se a qualcuno frega darà poi spiegazioni, ma mi interessava postarlo per il senso generale.

Ne approfitto per scusarmi se il mio blog è diventato una specie di "Six feet under" online, se invece che raccontarvi aneddoti scolastici carini, o fare della satira à la Perboni, o semplicemente cianciare del più e del meno vado su argomenti un po' tosti. E se insisto sul buddhismo. Preferirei di gran lunga essere al lavoro e non avere certi pensieri, ma quest'estate sta andando un po' così, non certo per scelta mia.

Post "filosofico" sulla morte

C’è stato un momento, quest’estate, in cui il pensiero della morte mi si è imposto con violenza, da più di un punto di vista.

Non è la prima volta che mi affaccio dalla finestra della casa in montagna e trovo oltraggioso che gli uccellini cinguettino, che il cielo sia azzurro, che i pini abbiano un buon profumo, perché penso a qualcuno cui voglio bene che tutte queste cose potrebbe non godersele mai più.

Non è la prima volta che devo frenare impotente di fronte all’attesa, che per me è peggio del dolore stesso.

Non è la prima volta che mi chiedo se esiste una giustizia nel fatto che le persone invecchino, che si ammalino, che muoiano in un incidente o, semplicemente, sdraiate sul letto di casa mentre guardano un film.

Qualche estate fa guardavo dalla finestra pensando con orrore a una diagnosi fatale, fatta non a un amico qualsiasi, ma all’Ingegnere. Io sono stata la sua donna per secoli, parecchio tempo dopo lui si è sposato con la tizia per la quale mi ha mollato, e a pochi mesi dalle nozze gli hanno dato una speranza massima di vita di cinque anni. Non sarebbe probabilmente arrivato ai quaranta, santo Dio, a sentire quella prognosi.

Il fatto che, grazie al cielo, con l’intervento si sia rivelato che il suo era il famoso caso su mille in cui va a finire tutto in gloria, e passa la paura, non elimina una spaventosa cicatrice sul suo corpo, non elimina il terrore che deve aver provato sua moglie, non elimina l’immensa prova di coraggio, equilibrio e serenità di cui lui ha dato prova durante quelle settimane, e non elimina quel che tutti noi amici abbiamo imparato da quel tremendo spavento.

Io in quel periodo mi sono svegliata non so quante volte di notte per guardare l’Uomo e ringraziare che stava bene.
(Se niente niente in seguito questo effetto collaterale avesse cominciato a passarmi, poi l’Uomo ha avuto un incidente in cui ha polverizzato la parte davanti della station wagon ed è uscito illeso, e anche da quello ho imparato parecchio, mi sa.)

E di nuovo recentemente il pensiero della chiusura dei conti mi tocca averlo. Pensare che non siamo eterni, pensare che non sai mai quando e dove, pensare che il corpo ha una resistenza limitata agli anni, agli urti, mentre i sentimenti possono scavalcare le macchine che ticchettano, le luci dei monitor che pulsano, e viaggiare fregandosene del tempo e dello spazio. Che se anche i sentimenti invecchiassero e morissero sarebbe più semplice, ma alcuni resistono a qualunque prova, anche alla separazione definitiva. E che un modo di morire è non poter più capire, o farsi capire dagli altri: perché gli anni e gli acciacchi ti cambiano il carattere, o perché il tuo corpo perfetto, giovane e pieno di energia, si ritrova da un istante all’altro chiuso in una corazza dalla quale esce qualche lacrima, ma nessuno sguardo, nessun gesto.

Pensare a mio padre che era l’uomo più bello, elegante e forte del mondo, che vaga da solo per una strada che non conosce, ciò inteso sia fisicamente che metaforicamente, mentre mia madre si sforza di trovarlo, di accompagnarlo, ma a volte non sa come fare, e io meno di lei.

Pensare a un ragazzo di diciassette anni che a fatica sta tornando da un luogo lontanissimo e, quando aprirà gli occhi, gli diranno che è stato via giorni e giorni, e dovrà accettare di essere stato in braccio al buio, mentre i suoi parenti e amici si straziavano nell‘aldiqua per richiamarlo indietro.
C’è voluta la forza generosa della Diavolessa per telefonarmi a mezzanotte e dirmi che non si prova dolore, che si è coscienti solo a tratti, che poi ti dimentichi com‘era. (Cazzo, a ben pensarci questa del poi ti dimentichi la dicono anche del parto, e sarà vero, ma non significa certamente che non sia stato doloroso.)

E intanto, curiosamente, accorgersi di essere cambiati, che certe cose vanno a colpire sempre nello stesso punto, ma proprio perché è già stato colpito fanno un altro tipo di male, causando non lo strazio sanguinante che ricordavi ma una specie di orrenda fitta continua, sorda, che non ti impedisce di camminare parlare e far finta di niente.

Capire che, a forza di incamerare persone che muoiono, stanze d’ospedale, fatiche quotidiane della vita, separazioni, offese, difficoltà, tradimenti, bugie, disgrazie, orrori, ingiustizie, violenze, sei invecchiata. E da più vecchia hai un altro sguardo, che riesce a salvarti dall’annichilimento nel dolore ma non dalla progressiva, inesorabile perdita della speranza.

E un po’ è anche un bene. Se non è tollerabile pensare a un ragazzo nel fiore della sua bellezza che sta sospeso immobile tra il mondo concreto e chissà quale universo di silenzi, è giusto imparare che le cose finiscono, tutte le cose finiscono, e che resistere puntando i piedi le fa solo finire con più dolore.
Che si vive male se si vive nella paura di perdere qualcosa o qualcuno.

Ma d’altra parte come si fa a non credere, a non sperare. A non convincersi che l’amore apre qualsiasi porta, ti ferma sull’orlo del precipizio, ti riporta indietro dall’altro mondo, come il canto di Orfeo.

Io, a forza di riflettere, meditare, e chiudermi pian pianino in me stessa, ho raggiunto certezze su alcune cose che credevo impossibili da dimostrare, ho imparato a fidarmi della parte animale che ha premonizioni, fiuto, sesto senso, telepatia, e a mandare affanculo la parte razionale che cerca di agire, di pianificare la battaglia, di guarire, di stoppare processi chimici e biologici, di imporre una volontà.

Paradossalmente, a un certo punto mi è sembrato ovvio che il mio pensiero subcosciente riuscisse a raggiungere la mente, smarrita nel coma, di un ragazzino con cui non parlo da anni, più di quanto la mia presenza fisica, le mie parole e le mie azioni possano raggiungere mio padre vedendolo tutti i giorni.

Ed è diventato più facile credere. Non a un Dio che avrebbe fatto la cosa giusta, come mi sarebbe parso evidente una volta. Non c’è un cazzo di niente di giusto in un ragazzo neopatentato che investe due donne mentre fanno una passeggiata, o in un bambino malato dalla nascita, o in un diciassettenne che si perde nell‘incoscienza per giorni.

Ma a una corrente invisibile ed eterna che ci gestisce tutti, a volte permettendoci di manovrare, di incontrarci, a volte no. E al fatto che fidarsi di questa corrente, lasciarcisi andare, porta lontano, molto lontano, e non lascia senza un tesoro che non si sapeva di avere.

In qualche modo tutto questo entra nella mia nuova mentalità con naturalezza. E mi fa sentire meglio. Più preparata. Anche se molto, molto stanca di provare dolore, e molto addolorata di vedere gli altri provarne.

A garantirmi di non essere semplicemente una povera fanatica New Age, o un’insensibile chiusa in una torre d’avorio, c’è sempre e comunque il grido animale, che affiora nel momento in cui la fitta sorda diventa talmente continua da farti implorare un attimo di respiro, e che ti inginocchia per terra a gridare non farlo, non te ne andare, non mi lasciare, apri gli occhi, raddrizza la schiena, andiamo via di qui, usciamo fuori, restiamo forti per sempre, non invecchiare mai, non ti ammalare mai, non soffrire, non piangere, dimmi che non è vero, dimmi che non devo accettarlo per forza, dimmi che è un incubo, che mi sveglierò e ci sarà la mia stanza con la luce del mattino, tu mi sorriderai ancora e non sarà successo niente.

Pezzo di discussione a proposito della preghiera sul forum buddhista

Approdo ora a questa discussione, dopo un periodo di studio del buddhismo vajrayana e dopo un mese difficile dal punto di vista personale, in cui avrei anche voluto, o dovuto fossi ancora cattolica, pregare per qualcuno.
Come dico sempre sono una principiante, sto studiando, ma dato che passare dal cattolicesimo alla visione buddhista porta a farsi delle domande ripartendo quasi da zero sulla propria spiritualità, ho avuto modo di pensare alla preghiera e questo è quel che ho capito:

abbandonato il concetto di un dio padre, padrone, onnipotente e diverso da noi, che si aspetta delle cose da noi e può fare cose che non possiamo fare, cosa resta nel vajrayana?

- degli ydam, che sono manifestazioni della realtà e di noi stessi in quanto trascendenti almeno in parte le nostre umane samsariche condizioni;
- degli spiriti che poi altro non sono che forze "buone" o "cattive", probabilmente manifestazioni dei nostri istinti, desideri, timori e poteri mentali;
- dei maestri, che ci additano una comprensione della realtà;
- delle divinità gelose e divinità vere e proprie che sono stati di coscienza diversi dal nostro;

almeno, questo è quanto ho capito io.

Correggete grazie!

Quindi non troviamo nessun essere superiore dedito ad occuparsi di noi, a cui chiedere una grazia, rendere lode o mostrare un comportamento virtuoso (non è vero che a Dio nel cristianesimo ci si rivolge solo per chiedere!).
Piuttosto altre forme di essere, slegate da noi, e contemporaneamente con noi coincidenti.

A questo punto, mi son fatta due domande.
1) Quando prendo rifugio, perchè prendo rifugio nel buddha? Ha senso prendere rifugio nel dharma perchè è la strada della comprensione, dell'illuminazione, ha senso prendere rifugio nel sangha perchè è l'insieme di quanti come me cercano la verità del dharma e, tra di noi, ci sosteniamo cercando di non generare dolore agli esseri senzienti ma di portarli all'illuminazione.
Ma nel buddha?

2) Quando ho paura per una persona, come mi accade in questi giorni in cui penso molto a un ragazzo finito in coma per incidente, e desidero che non soffra, ha senso recitare il mantra e concentrarmi su questa persona, in un'ottica buddhista?

Vi scrivo cosa mi sono risposta, ma vorrei i vostri pareri.

1) Il buddha non è dio nè una forza superiore alla mia: ogni buddha e ogni bodhisattva sono esempi di illuminazione, ma io non prego loro in quanto persone: mi rivolgo al bene, alla verità contenuta nelle loro illuminazioni, desiderando compiere il dharma e portarlo agli altri esseri senzienti. Quindi buddha, dharma e sangha altro non sono che aspetti del bene che, nel momento della presa di rifugio, cerco di incarnare, di diffondere, di essere, con la mia mente, con le mie azioni, con lo yoga (inteso come pratica spirituale di unione e purificazione). In un certo senso è come se mi rivolgessi a me stessa e mi riproponessi ancora una volta di stare dalla parte del bene, della verità.

2) Se è vero che siamo tutti in qualche modo interconnessi e generiamo karma che riguarda noi stessi e tutto il samsara, quando io rivolgo la mia attenzione cosciente, la mia meditazione e la mia pratica a una persona che soffre o che ha bisogno di aiuto, non sto pregando qualcuno o qualcosa, ma sto di nuovo scegliendo il bene, la verità, e cercando con questo la luce per me e per gli altri.

Questo mi è stato molto chiaro oggi, perchè invece di piangere e essere angosciata per la persona cui voglio bene che ora sta male, ero serena e sorridente, la mia mente si è svuotata durante la camminata meditativa della sera, fatta con la mia mala e recitando il mantra di Cenresi, e ho capito che stavo comunque facendo qualcosa per il ragazzo in coma. Creando pace e luce nella mia mente contribuivo anche al suo karma, che esso consista nel morire e passare a un'altra esistenza, nel guarire, o nel modificare la sua percezione della realtà.

Gestione del dolore chez Castagna, quasi una querelle

Un nuovo amico, Pietro alias gattonero, mi critica perchè, in questa storia del Danno, qui su auleintempesta mi dispero e mi cruccio, e pubblico post che sembrano piangerlo per morto.

Ho risposto nei commenti lì per lì, poi però ci ho pensato ancora un po'. E vorrei dire alcune cose.

Intanto, qualunque sia la prognosi e chiunque sia coinvolto, il pensiero di dieci giorni di coma (perchè oggi, guardando la cronaca dell'incidente su Internet, ho appreso che il Danno è in stato di incoscienza dalle 5 di mattina di venerdì 23) a me, sinceramente, fa un effetto sconvolgente. Chi diavolo sa se una persona in coma sente, non sente, soffre, ha paura. Non è un bel pensiero.

Poi, questo è un ragazzo, non un trisnonno di centosette anni. E non è che abbia un'unghia incarnita, ha rischiato seriamente di morire, la prognosi non è sciolta nemmeno adesso.

Ma soprattutto, questo è un blog dove si parla di scuola e i ragazzi, che ne sono i coprotagonisti insieme alla sottoscritta, vengono citati per le loro battute, i loro successi, le loro marachelle, i loro amori, le loro difficoltà, da undici mesi a questa parte, in queste pagine. Non mi è mai successo di avere un alunno o exalunno in ospedale tra la vita e la morte e, dato l'argomento del blog, che è il mio rapporto col mio lavoro, questo è proprio il posto giusto dove lasciarmi andare e sviscerare l'effetto che mi fa. Chiaro che nella mia giornata ci sono ventiquattro ore e non tutte sono dedicate a piangere sulla sorte del mio ex alunno. Ma è vero anche che me lo sogno la notte. Sarò impressionabile?

Ho ben chiaro che lui non è per fortuna morto. Sono purtroppo stata al funerale di un ragazzo della sua età, allievo non mio ma di colleghi, e le facce dei parenti, degli amici e degli insegnanti ce le ho presenti, non è certo la situazione che sta vivendo la sua famiglia e la gente che lo conosce.
Qui anzi la speranza è l'aspetto dominante.
Ma in questi giorni ho risposto, senza peraltro fare dell'inutile terrorismo, a mail di alunni che mi chiedevano se sarebbe tornato sui campi da calcio a inizio stagione, e non essendo una ragazzina, avendo purtroppo uno straccio di infarinatura su quel che può succedere a causa di un danno cerebrale, non spero contro ogni logica che, come nelle telenovelas, il Danno si svegli e salti giù dal letto, abbracci i suoi, si accenda una sigaretta e mandi un sms alla fidanzata.
Molta dell'angoscia che provo è data dal fatto che, volendogli bene e conoscendolo per uno che, normalmente, spacca il mondo, mi dispiace moltissimo pensare come si sentirà se dovrà fare della riabilitazione motoria, o addirittura della logopedia, per non parlare di tutti gli altri rischi che ancora corre e di cui non si può dir nulla di certo finchè non si sveglia.
Capisco bene che tutto quanto possa poi finire in gloria, ma dipendesse da me gli eviterei tutta la trafila ospedaliera e riabilitativa, perchè gli voglio bene. Forse, data la consuetudine con una certa fascia d'età, mi immedesimo a sufficienza in un adolescente da potermi immaginare cosa potrebbe voler dire tornare al paese, da cui sei partito come un giovane guerriero ambito dalle ragazze e ammirato dai maschi, e non essere lo stesso, ma avere bisogno d'aiuto magari per una cosa semplice come allacciarsi le scarpe.

Ho pensato che Pietro, pur animato dalle migliori intenzioni, ci sia andato pesante con me.
Però ho anche riflettuto molto su come realmente sto vivendo questa notizia e i suoi aggiornamenti. E vorrei dirti, Pietro, a parte l'ovvio distinguo su come ognuno gestisce il dolore, la paura o l'empatia, che per me questo evento spaventoso è stato un banco di prova. Ne ho scritto sul forum buddhista che seguo, a proposito della preghiera che, nel buddhismo, è una cosa diversissima da quella del cattolicesimo, da cui provengo (non puoi chiedere aiuto, grazia o pietà a un Dio onnipotente... e ti chiedi se le pratiche buddhiste prevedano una situazione in cui non sia proprio facilissimo pensare con serenità alla reincarnazione.) E avevo preparato un post da mettere qui, perchè purtroppo la salute del Danno non è la mia sola preoccupazione in questi giorni, che per ora non avevo postato, ma invece dato che tu mi fornisci lo spunto lo faccio, adesso.

Un flash fuori dal tempo

Prima che mi dessero notizie sconvolgenti sulla salute del mio ex alunno prediletto.
Prima che arrivassi alla necessità irrinunciabile di una pausa e di staccare dal quotidiano ruolo di figlia che in questa stagione mi compete.
A documentazione della felice parentesi passata con Sanguedelmiosangue in montagna, di cui dirò poi, posto un'immagine che sembra presa di peso dalla mia vita quando ancora non avevo capito che adulti ci si diventa in due modi: prendendosi cura di una nuova generazione, o prendendoselo saldamente in quel posto e imparando a non fidarsi di nessuno.

Intendo con ciò che l'espressione catturata in questa foto è simile, in modo impressionante, a scatti che mi ritraggono (spesso proprio a casa di Sanguedelmiosangue, solo che all'epoca lui era magari seduto sulle mie ginocchia con un bavaglino al collo) priva di rabbia, dolore, delusioni, cicatrici, quando ero una ragazzina.
Potenza delle risate che SDMS riesce ancora a farmi fare. E della sua capacità di intrecciar ghirlande e convincermi, con poche ma abili frasi, che non sono una trentacinquenne stanca e ferita ma una celtica, misteriosa, potente creatura dei boschi.

Castagna indossa:
- camicetta a quadri Bonprix
- ghirlanda di tarassaco by Giorgio van der Woodsen

Madonna che tristezza




Una volta ho scritto che ci sono tre parole che un insegnante non vuol mai sentirsi dire associate a un suo alunno. Suicidio, incidente, malattia mortale.

Ovvio che, iniziando a lavorare a ventisei anni e finendo, spero, il più tardi possibile, mi sfileranno davanti alla cattedra centinaia di persone, e prima o poi una brutta notizia è statisticamente necessario sentirla.

Inoltre i medici pare affermino che il Danno, non si sa quando, non si sa come, si sveglierà.

Però oggi mi sono ricordata una cosa, di lui, che mi ha fatto venire una gran malinconia.
Mi sono ricordata dei fiori.

La prima volta mi ha raccolto del tarassaco giallo lungo una strada, mentre tornavamo dopo aver assistito a una dimostrazione sulla sicurezza nella guida (isn’t it ironic?, direbbe Alanis). Mi ha fatto un mazzetto coi gambi diseguali, strappati in fretta mentre camminavamo, e mi ha detto:
“Ora però, prof, deve commuoversi, deve PIANGERE!”.

La seconda volta è entrato in classe in ritardo per le lezioni del pomeriggio, con una mano dietro la schiena e uno sguardo indefinibile: e ha sfoderato con gesto ad effetto due rose rosse, a stelo lungo, secche ma perfettamente conservate, che aveva trovato su un muretto lungo la strada.
“Non è incredibile prof? Erano cinque rose, perfette, posate lì come se aspettassero di essere prese. Ne ho date tre alla mia ex e due le ho portate a lei.”Io ho ironizzato sull’opportunità di regalare rose secche a un’ex fidanzata.
Le mie due, le ho messe artisticamente lungo il bordo superiore della lavagna, tenute ferme dai due ganci che la reggevano. Ci sono rimaste fino a dopo gli esami di terza media.

Poi un giorno avevo un’ora buca a metà mattina contemporaneamente all’Inflessibile, c’era un bel sole e eravamo stufe di occupare tutte le pause con lavoro, registri e relazioni, così siamo andate a fare una passeggiata nella campagna di Paesino di Sogno. Io ho raccolto un mazzettino di fiori di campo e al ritorno, mentre i ragazzi facevano l’intervallo, l’ho posato sulla cattedra della III B, dove avevo lezione nell’ora successiva.
Finito l’intervallo, entro, mi siedo, e Faccia di Bronzo mi guarda con aria strana:
“Che c’è, Faccia di Bronzo?”
“Non ha visto la lavagna?”
Mi sono girata, e dietro di me, con una calligrafia che conoscevo per aver corretto decine di compiti e temi, c’era scritto: “Chi le ha dato i fiori? Sono geloso…”

Così capite un po’ il tipetto che era costui a quattordici anni. Io facevo la sostenuta, invece di commuovermi gli ridevo in faccia, lo sgridavo di continuo, ma l’ho sempre trovato irresistibile, e lui lo sapeva benissimo.

Adesso però svegliati, Danno, e fa’ il pazzesco con le infermiere, dai.