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domenica 1 agosto 2010

Madonna che tristezza




Una volta ho scritto che ci sono tre parole che un insegnante non vuol mai sentirsi dire associate a un suo alunno. Suicidio, incidente, malattia mortale.

Ovvio che, iniziando a lavorare a ventisei anni e finendo, spero, il più tardi possibile, mi sfileranno davanti alla cattedra centinaia di persone, e prima o poi una brutta notizia è statisticamente necessario sentirla.

Inoltre i medici pare affermino che il Danno, non si sa quando, non si sa come, si sveglierà.

Però oggi mi sono ricordata una cosa, di lui, che mi ha fatto venire una gran malinconia.
Mi sono ricordata dei fiori.

La prima volta mi ha raccolto del tarassaco giallo lungo una strada, mentre tornavamo dopo aver assistito a una dimostrazione sulla sicurezza nella guida (isn’t it ironic?, direbbe Alanis). Mi ha fatto un mazzetto coi gambi diseguali, strappati in fretta mentre camminavamo, e mi ha detto:
“Ora però, prof, deve commuoversi, deve PIANGERE!”.

La seconda volta è entrato in classe in ritardo per le lezioni del pomeriggio, con una mano dietro la schiena e uno sguardo indefinibile: e ha sfoderato con gesto ad effetto due rose rosse, a stelo lungo, secche ma perfettamente conservate, che aveva trovato su un muretto lungo la strada.
“Non è incredibile prof? Erano cinque rose, perfette, posate lì come se aspettassero di essere prese. Ne ho date tre alla mia ex e due le ho portate a lei.”Io ho ironizzato sull’opportunità di regalare rose secche a un’ex fidanzata.
Le mie due, le ho messe artisticamente lungo il bordo superiore della lavagna, tenute ferme dai due ganci che la reggevano. Ci sono rimaste fino a dopo gli esami di terza media.

Poi un giorno avevo un’ora buca a metà mattina contemporaneamente all’Inflessibile, c’era un bel sole e eravamo stufe di occupare tutte le pause con lavoro, registri e relazioni, così siamo andate a fare una passeggiata nella campagna di Paesino di Sogno. Io ho raccolto un mazzettino di fiori di campo e al ritorno, mentre i ragazzi facevano l’intervallo, l’ho posato sulla cattedra della III B, dove avevo lezione nell’ora successiva.
Finito l’intervallo, entro, mi siedo, e Faccia di Bronzo mi guarda con aria strana:
“Che c’è, Faccia di Bronzo?”
“Non ha visto la lavagna?”
Mi sono girata, e dietro di me, con una calligrafia che conoscevo per aver corretto decine di compiti e temi, c’era scritto: “Chi le ha dato i fiori? Sono geloso…”

Così capite un po’ il tipetto che era costui a quattordici anni. Io facevo la sostenuta, invece di commuovermi gli ridevo in faccia, lo sgridavo di continuo, ma l’ho sempre trovato irresistibile, e lui lo sapeva benissimo.

Adesso però svegliati, Danno, e fa’ il pazzesco con le infermiere, dai.

4 commenti:

gattonero ha detto...

Prof, mi dispiace, ma devo tirarti le orecchie. Cercherò di farlo più delicatamente possibile.
Il post qui sopra è commovente; tra l'altro descrive un quadro di vita che si va perdendo.
Però, in questi momenti, dà l'impressione di un coccodrillo.
Prima che mi sputi in un occhio, ti spiego.
Per poco che tu mastichi di redazioni, giornali e tv, saprai che è detta "coccodrillo" una o più pagine predisposte in vista della 'partenza' di personaggi famosi.
Per esempio, citando a caso, gli Andreotti, i Cossiga, la Montalcino e molti altri, in tutte le redazioni hanno pagine di riassunti del loro operato, di fotografie, del bene o del meno bene che hanno fatto.
In qualunque momento venissero chiamati al 'redde rationem' eterno, queste pagine vengono immediatamente stampate o divulgate dai mezzi televisivi.
Abbastanza recente pensa Giovanni Paolo II e alla sua lunga agonia.
I tuoi racconti, fatti ora sull'onda di ricordi preziosi, purtroppo (almeno a me) danno questa impressione.
Preferisco le 'benedizioni' all'incoscienza dei ragazzini, che ingenuamente ho tentato di giustificare.
Questi ricordi, ripeto bellissimi e commoventi, tienili per dopo.
Comunque vada.
Scusami.

gattonero ha detto...

P.S.: gattonero è sempre Pietro, vestito a festa.

Castagna ha detto...

Sì capisco cosa vuoi dire, gattonero, non volevo suonare teatrale o cupa, è che io vivo nove mesi l'anno in mezzo a grida, risate, salti, corse, botte ormonali e altre manifestazioni di vita esuberante dei miei bambini e mi risulta intollerabile pensare alla faccia furbetta con cui il Danno mi intortava tre anni fa e paragonare la sua vivacità che ben ricordo alla sua situazione ora. Purtroppo mio marito ha pensato bene di farmi notare che altri casi simili al suo hanno avuto una permanenza in stato di coma di molti mesi: forse lo diceva per invitarmi a non essere impaziente, ma mi ha distrutto pensare che vadano sprecati tanti giorni dell'esistenza di un ragazzo.
Io sono famosa per avere una reazione tipica alla presenza di una persona cui tengo in un letto d'ospedale: mi trattengo a stento dal mettermi a strillare "che cazzo fai, vestiti, alzati, andiamo subito via di qua!!!" e non ci posso fare niente, son fatta così...

gattonero ha detto...

La tua reazione è simile a quella di chiunque "soffra" di sentimenti.
Tuo marito ha giustamente messo le mani avanti, con l'intento di diluire la tua sofferenza nella possibile lunga attesa... di qualcosa.
Concentrare questo tuo soffrire in ore e minuti, non aiuterà il ragazzo e rischia di danneggiare anche te.
Devi trovare il coraggio di farti coraggio.