Quei bambini non imparavano il complemento oggetto, i verbi sempre intransitivi, la costruzione passiva.
Quei bambini analizzavano il predicato nominale "è stanco" così: "E' = pred. verb. STANCO = c. ogg." oppure "E' = pred. nom., STANCO = c. modo" oppure "E' = pred. verb, STANCO = attrib.".
Quella professoressa rispiegava, ritenendo fosse colpa sua.
Poi rispiegava ancora.
Poi rispiegava ancora. E interrogava e faceva scrivere a tutti sul quaderno ogni singola frase fatta alla lavagna. E rispiegava.
Poi si incazzava.
Poi gridava.
Poi si incazzava ancora.
Ma le cose andavano così:
- controllo del diario: "studiare pagina 52 e 53, esercizi n. 3-4-5 pag. 55"
- immediata apertura di pagina 55. Compilazione degli esercizi. Neanche un'occhiata a pagina 52 e 53.
- "Amore hai fatto tutti i compiti?" "Sì mamma!"
- "Analizzami questa frase: XXX YYY ZZZ"
- "..."
- "Insomma! a che domanda risponde questo complemento? di chi di che cosa, no?"
- "..."
- "E quindi che complemento è?"
- "..."
- "Chi lo sa?"
- Mano alzata del solo che ha studiato, più quattro mani alzate di altri: di questi, tre rispondono sbagliato a caso, uno azzecca a caso.
Fino a quel giorno.
In cui la professoressa gridò, gridò, gridò, disse che li aveva sgamati e sapeva come NON studiavano, e avvisò che avrebbe fatto un compito in classe di sole DUE frasi, con i predicati, i complementi base, la costruzione attiva o passiva. E BASTA. Zero errori, e avrebbe dato otto. Un solo errore, e avrebbe dato quattro.
Venti presenti.
Firmò QUATTORDICI volte il voto quattro.
Si incazzò talmente tanto che non gridò più.
E il giorno dopo lo rifece. Altre due frasi.
Firmò altri quattordici quattro, e non erano gli stessi del giorno prima, tra l'altro.
Gente che singhiozzava senza freno sulla propria media di Italiano precipitata.
Li mandò a lavarsi la faccia e lesse una novella di Boccaccio. Poi assegnò la composizione di cinquanta frasi contenenti predicati nominali a tutti quelli che non sapevano i predicati nominali.
E per il lunedì fissò un altro compito. Stavolta con sei frasi: voto quattro a chi sbagliava le cose fondamentali, voto cinque a chi sbagliava quelle più ardue, dieci a chi faceva tutto giusto.
Molti si rovinarono il weekend e lo rovinarono a tutta la famiglia.
Il lunedì la prof annunciò che, avendo fatto tre compiti sulla stessa cosa in tre giorni, aveva deciso di fare all'americana. Cioè abolire il voto più basso.
Forse fu il sollievo per la notizia.
Forse fu il fatto che per la prima volta le dita rosee e paffutelle della terribile seconda avevano sfogliato anche le pagine delle regole, oltre che scorrere in fretta gli esercizi.
Ma le insufficienze diminuirono in percentuale. E la gente non pianse.
E i genitori, ai colloqui, erano d'accordo, molto d'accordo, con la prof, cosa che davvero non si sarebbe aspettata. Di solito, dare una bordata di insufficienze in tre giorni non rende proprio popolari.
Si rallegrò. La fiducia da parte delle famiglie è un tesoro più raro di quel che si creda, nel mestiere di insegnante.
Assegnò cento frasi contenenti attributi a tutti quelli che si erano scordati di analizzare gli attributi, e attese, come un grosso ragno paziente.
C'è una cosa che alla prof Castagna non bisogna fare mai, ed è cercare di prenderla per sfinimento. Perché, pur essendo una donna apparentemente disordinata ed impulsiva, ha una determinazione a sfondare i muri a testate che in pochi, a dodici anni, hanno le forze per contrastare; e più invecchia, più affina l'arte di stare fermamente piantata sulla riva del fiume, aspettando ostinata il passaggio del cadavere del nemico. Che galleggia, gonfio di complementi indiretti, su onde di predicati nominali.
mercoledì 22 aprile 2015
lunedì 13 aprile 2015
Il primo giorno è stato verde
Minestra, medaglioni di verdure, fagiolini, torta di carciofi.
Sul tablet un gong e i suoni di un giardino zen.
In camera, dove sono sola per il pisolino postprandiale, il copripiumino con le mele verdi.
È tutto verde, in questo primo giorno.
Ho paura come una sposa quattordicenne che va incontro alla prima notte con uno sconosciuto.
Lo sconosciuto ha fatto colazione e pranzato con me, se si chiama pranzare il non riuscire a deglutire quasi niente. In mezzo ha gestito con me un improvviso, quanto inopportuno, malore della Princi.
Questo è il mio regno, dal quale mi sono esiliata per venti giorni.
Regno di cui non ho le chiavi, feudo che non posso controllare, ma dove ho un ruolo. A cui non abdico.
Regno per il quale lotterò. A piedi, a cavallo, con le armi, con i trattati di pace, col veleno, con qualunque mezzo.
Indietro non possiamo tornare e su questo, anche se forse è l'ultima cosa, siamo d'accordo entrambi.
Io vedo un futuro per noi. E spero di non essere la sola che se lo immagina.
Il mio presente è costruire un futuro più resistente, il suo è distruggere un passato invischiante. Nella nostra strana Trimurti la Princi è il puro, fragile fiore di loto dell'equilibrio, l'attimo di oggi in cui siamo ancora noi.
E la posta in gioco è tutto il mio mondo.
Sul tablet un gong e i suoni di un giardino zen.
In camera, dove sono sola per il pisolino postprandiale, il copripiumino con le mele verdi.
È tutto verde, in questo primo giorno.
Ho paura come una sposa quattordicenne che va incontro alla prima notte con uno sconosciuto.
Lo sconosciuto ha fatto colazione e pranzato con me, se si chiama pranzare il non riuscire a deglutire quasi niente. In mezzo ha gestito con me un improvviso, quanto inopportuno, malore della Princi.
Questo è il mio regno, dal quale mi sono esiliata per venti giorni.
Regno di cui non ho le chiavi, feudo che non posso controllare, ma dove ho un ruolo. A cui non abdico.
Regno per il quale lotterò. A piedi, a cavallo, con le armi, con i trattati di pace, col veleno, con qualunque mezzo.
Indietro non possiamo tornare e su questo, anche se forse è l'ultima cosa, siamo d'accordo entrambi.
Io vedo un futuro per noi. E spero di non essere la sola che se lo immagina.
Il mio presente è costruire un futuro più resistente, il suo è distruggere un passato invischiante. Nella nostra strana Trimurti la Princi è il puro, fragile fiore di loto dell'equilibrio, l'attimo di oggi in cui siamo ancora noi.
E la posta in gioco è tutto il mio mondo.
martedì 7 aprile 2015
Non è la rosa non è il tulipano
Ti ho fatto fare un mazzo tutto rosso e rosa.
Quest'anno fa ancora freddo, e i papaveri non sono fioriti sulle rive, come dodici mesi fa.
Ti ho pensato ogni giorno che ho passato a scuola.
Ci sono tante persone nuove, a scuola, che non ti conoscevano, qualcuno forse ti aveva sentito nominare, ma altri sono matricole, e per di più venute da fuori. Non sanno perché vogliamo tutti bene alla magnolia del cortile. Non sanno che i tuoi cazziatoni furibondi attraversavano le mura e i corridoi. Non sanno che li avresti chiamati "tesoro", quando eri in buona. Scioperano per i loro bistrattati diritti di precari storici, e tu non guidi la rivolta dalla sala professori. Io provo a incoraggiarli e intanto ti penso, e sono i momenti in cui l'assenza della tua voce calda, dei tuoi gesti bruschi, dello scintillio dei tuoi occhi così intelligenti, si vede a occhio nudo, come se uno dei muri della stanza fosse sventrato da un bombardamento, e nessuno tranne me si curasse dell'aria fredda che entra da fuori.
Quest'anno fa ancora freddo, e i papaveri non sono fioriti sulle rive, come dodici mesi fa.
Ti ho pensato ogni giorno che ho passato a scuola.
Ci sono tante persone nuove, a scuola, che non ti conoscevano, qualcuno forse ti aveva sentito nominare, ma altri sono matricole, e per di più venute da fuori. Non sanno perché vogliamo tutti bene alla magnolia del cortile. Non sanno che i tuoi cazziatoni furibondi attraversavano le mura e i corridoi. Non sanno che li avresti chiamati "tesoro", quando eri in buona. Scioperano per i loro bistrattati diritti di precari storici, e tu non guidi la rivolta dalla sala professori. Io provo a incoraggiarli e intanto ti penso, e sono i momenti in cui l'assenza della tua voce calda, dei tuoi gesti bruschi, dello scintillio dei tuoi occhi così intelligenti, si vede a occhio nudo, come se uno dei muri della stanza fosse sventrato da un bombardamento, e nessuno tranne me si curasse dell'aria fredda che entra da fuori.
lunedì 30 marzo 2015
Posizione parziale del cancello, sia mai che si chiudesse una buona volta
Mi sto ammazzando di sequenze yoga come non facevo dal primo, magnifico, anno in cui sono entrate nella mia vita le asanas.
Cazzo, funziona. Al mattino casco direttamente sul pavimento, accendo un'app stupenda sul tablet, parte la musichina e una tizia dalla voce dolce, selezionato il programma, mi spiega le posizioni con l'ausilio dei video dove tre istruttori molto fit ma non bellissimi e soprattutto seri e non sorridenti, che di mattina mi ucciderebbe ora come ora, eseguono i movimenti.
Sto benissimo. Dormo meglio, a volte uso meno caffè, sempre mi sento la schiena dritta, le cosce e le spalle toniche, le anche e le ginocchia belle fluide.
Imparo cose, e dalle sequenze singole mirate, che faccio per scoprire nuove posizioni, sono presto passata ai programmi settimanali. Meraviglia delle meraviglie, sono approdata a una settimana di esercizi che si può fare durante il ciclo e stavolta ho avuto un flusso accettabile come intensità e durata, il che non accadeva da esattamente un anno.
Unica pecca: mi si libera la kundalini e, complice la primavera forse, mi farei pressoché chiunque. Il che nel momento attuale equivale a dire torturarsi tutto il giorno, dato che da chiunque a assolutamente nessuno il salto è ben lungo. Ma le mie giunture rese morbide dallo yoga ricordano con rimpianto altre forme di flessibilità e di piacevole indolenzimento.
Menomale che, come ogni anno all'arrivo delle vacanze di Pasqua, c'è una pila di roba da fare sulla scrivania e le sudate carte impegnano il cervello.
Che però se la vive molto male i giorni in cui c'è da aspettare la Princi a nuoto. Per fortuna c'è il mostro della corsia 5, che mostro non è affatto nel senso del brutto, ma più che altro fa vasche per 45 minuti senza mai smettere, con una tale armoniosità, perfezione tecnica e precisione chirurgica di movimento che persino i miei poveri ormoni maltrattati passano dall'eccitazione fisica alla contemplazione mistica, come quando si guarda il pattinaggio artistico.
Che triste cosa essere una prof di quasi 40 anni in crisi coniugale.
domenica 29 marzo 2015
Non è che io non legga, neh.
Si potrebbe dire che è assai brutto da parte mia non prendere parte alla splendida blogmaratona di #ioleggoperché, dove tante amiche virtuali e colleghe reali danno prova di gusto ineccepibile e profondità di spirito.
La verità è che di recente ho letto molto meno del credibile. Spesso, tra l'altro, dimenticando tutto appena chiuso il libro. O peggio iniziando e mollando lì, che non è da me. Molte cose che sto vivendo non sono da me, in ogni caso.
Fanno eccezione gli ultimi sette giorni.
Nei quali, per circostanze che spero di scordare presto, Castagna alle 20 era a letto e sola. Quindi ha letto in poche sere Houellebecq e l'ultimo di King, mettendosi addosso una gran tristezza (col Re Stephen) e una gran paura del declino inesorabile della società democratica (con l'altro) e adesso sta leggendo American Sniper e ammette che è davvero interessante. Anche senza Bradley Cooper.
Ma per farmi perdonare vi dirò che ho trascorso una settimana a pensare a quale poesia portare alla Giornata dell'Eleganza. Rileggendomi Montale, Tagore, Petrarca.
E dopo aver esitato a lungo tra Arletta e Laura dai capei d'oro, pensando però anche a Shakespeare, a Catullo, a Benni e a Frost, alla fine penso che sia inevitabile scegliere Lui, e in particolare, data anche l'annata, il canto che ogni volta mi mozza il fiato peggio di quando avevo quindici anni.
"Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse..."
La verità è che di recente ho letto molto meno del credibile. Spesso, tra l'altro, dimenticando tutto appena chiuso il libro. O peggio iniziando e mollando lì, che non è da me. Molte cose che sto vivendo non sono da me, in ogni caso.
Fanno eccezione gli ultimi sette giorni.
Nei quali, per circostanze che spero di scordare presto, Castagna alle 20 era a letto e sola. Quindi ha letto in poche sere Houellebecq e l'ultimo di King, mettendosi addosso una gran tristezza (col Re Stephen) e una gran paura del declino inesorabile della società democratica (con l'altro) e adesso sta leggendo American Sniper e ammette che è davvero interessante. Anche senza Bradley Cooper.
Ma per farmi perdonare vi dirò che ho trascorso una settimana a pensare a quale poesia portare alla Giornata dell'Eleganza. Rileggendomi Montale, Tagore, Petrarca.
E dopo aver esitato a lungo tra Arletta e Laura dai capei d'oro, pensando però anche a Shakespeare, a Catullo, a Benni e a Frost, alla fine penso che sia inevitabile scegliere Lui, e in particolare, data anche l'annata, il canto che ogni volta mi mozza il fiato peggio di quando avevo quindici anni.
"Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse..."
Colline
Non mi abituerò mai. Sono undici anni e ancora, quando esplode la primavera, io mi aggiro sulle serre a bocca aperta. È tutto troppo splendido per essere vero.
Queste colline dall'aspetto innocuo si stanno prendendo la parte migliore della mia vita, gli anni fecondi del mio essere adulta, il massimo che so dare. Ho guidato lungo queste strade col cuore che batteva pieno di gioia, o con l'anima ferita a sangue da distacchi, dubbi, colpe. Mi sono rifugiata a piangere, fumare, scrivere sms e pagine piene di desiderio e frustrazione in tanti angoli dimenticati tra boschi e prato, tra stradine sterrate e chiese romaniche.
Il verde quasi fluorescente dei salici mi stupisce, il cielo di un azzurro pacato mi fa pensare al Mediterraneo che un tempo posava le sue acque preistoriche sulle curve dolci oggi fiorite, che allora erano fondali sabbiosi.
Stanno passando gli anni. Tra queste colline ho visto già avvicendarsi nozze, tombe, culle. Al tavolo di legno del belvedere non siedono più i miei exalunni storici, ormai molti di loro sono lontani. Eppure l'odore di legna nell'aria sembra sempre lo stesso, i piccioni che si corteggiano con suoni gutturali potrebbero non essere mai andati via dal tetto ricoperto di muschio qui davanti. L'aria è così dolce.
Stasera in paese fanno la Via Crucis vivente. Non ci sarò, ma sento i preparativi, le bimbe del catechismo che recitano preghiere, i tecnici che provano i microfoni sulla piazza.
Vorrei non essere qui sola. Ma non c'è nessuno che divida con me questa panchina, e so che va bene così.
Ci vuole del silenzio. Tanto silenzio. All'improvviso penso che gli uccelli che cantano tutto intorno potrebbero farmi impazzire.
Ma adesso mi alzerò, metterò sul viso il mio sorriso spavaldo da prof di lettere titolare del corso C, e tornerò sulla piazza.
E sarà passato un altro giorno.
martedì 17 marzo 2015
La giornata dell'eleganza - continua
Avendo dischiuso il mistero della nostra iniziativa balzana ai colleghi, abbiamo ricevuto alcune reazioni positive (la Bottadicoca che la mette sul competitivo, appunto, la Corazziera, che fa l'ora alternativa a Religione quindi è nel consiglio di classe, e il Borbone Gentiluomo, che non c'entra con la classe ma gioca volentieri, che tenero) e parecchissime facce perplesse.
Io sono la prima a essere dubbiosa sull'utilità didattica di tale mattinata. Ma poi ho pensato di trasformarla in un'occasione per sbloccare un po' i più timidi, dando loro un momento di straniamento dall'abituale silenzioso stato di sfiga e mettendo in mano a ciascuno un microfono per la lettura di un brano poetico o teatrale a scelta totalmente libera. Vediamo se l'abito fa il monaco: e facciamo passerella, sì, ma culturale.
La Bottadicoca ci ha messo del suo, pretendendo che la Giornata dell'Eleganza (come l'avevano battezzata intanto a mia insaputa) sia preceduta dalla Mattina della Pulizia. E approfittando per fare una bella lezione sull'igiene personale, che da Converse marce a Gregory Peck in effetti la strada è tanta.
Ma il meglio è stata la reazione entusiastica della Bambolina Baciapile, la collega di Religione carinissima e giovanissima di cui sono tutti innamorati, in primis il Borbone Gentiluomo.
Perché, da quando ci si è infilata lei stamattina, abbiamo scoperto come risolvere il problema di vestire elegante Waanaagsan, che, vivendo in una comunità per rifugiati politici, non è che abbia questo guardaroba.
E così sabato prossimo dalla Valle delle Meraviglie caleranno sulla città i tremendi, destinazione: outlet di una nota fabbrica tessile della zona, a seguire: merenda insieme a me e alla Bambolina, giro per la città etc. Waanaagsan, che era assente, è stato da me interpellato su Whatsapp, scrivendo così per la seconda volta pubblicamente sul gruppo (la prima è stata settimana scorsa, quando era ricoverato in ospedale), e ha incredibilmente detto sì. Così sarà coinvolto, vestito e un po' coccolato, e ne approfitteremo per vederlo un po' uscire con i visi pallidi.
Povero Waanaagsan. Che io mi porterei a casa volentieri. Soprattutto quando penso che è stato male e si è fatto da solo un ricovero in ospedale, tornando ancora più magro, ma un pochino più comunicativo coi compagni e con me, ora che ha osato risponderci su Whatsapp. E intanto che vi scrivo questa cosa sono in piscina col tablet appannato dall'aria caldoumida, e davanti a me la Princi sta facendo intere corsie a dorso, sempre più brava e sempre più forte, così io penso che ci vorrebbe per ogni ragazzino qualcuno che lo guarda nuotare, che gli compra una camicia bianca per le occasioni importanti. E che piccola goccia nel mare di tutto quello che serve può fare uno scherzo partito dalla sempiterna tuta di un bambino romeno.
E poi, a parte tutto, secondo me di questa terza ci porteremo via tutti quanti dei ricordi bellissimi.
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home,
il mio è il mestiere più bello del mondo,
li adoro,
ullallà
La Giornata dell'Eleganza
Tutto
è iniziato a causa di Svacco.
Solo che una volta, che non era mollemente adagiato come un gatto pigro nel banco, ma mi è comparso sulla porta della seconda all'improvviso, ho avuto una visione di lui in smoking, stile James Bond. Sarebbe proprio perfetto. Non che adesso saprebbe indossarne uno, ma tra qualche anno sarà proprio così, una bellezza un po' rétro, anche se forse la cammufferà a fatica con la barba lunga e i capelli rasta, come farebbe qualsiasi altro diciassettenne biondo.
"Ma fighi sul serio eh! Cravatta! Camicia!"
"Sììì dai così ci facciamo la foto!!!"
Ma aspettate, che non finisce qui. Perché la cosa doveva essere imbarazzantemente limitata a loro e me. Io avevo tentato un "Beh ma la foto la facciamo anche con gli altri prof, no?" e loro secchi: "No."
Ma poi... esatto, avete indovinato. La Bottadicoca ci ha scoperti.
E la Bottadicoca, lo sapete, è una che ama la scianca, cioè la gara senza quartiere.
Il pomeriggio dopo aver scoperto che lo sa anche lei, confido ai ragazzi: "Sono molto preoccupata. Secondo me, la collega ha un Armani nero con spacco e non ha paura di usarlo."
Risate. Mi giurano, i lecchini, che sarei comunque più bella io, anche vestita di stracci, ma non è vero, la Bottadicoca fa la sua porca figura vestita bene, è solo che insegna Matematica, mentre io sono avvolta dall'aura dorata letteraria e dalla gloria fulgente delle battaglie che spiego.
Prima che pensiate che mi sono completamente rincoglionita, però, lasciate che vi racconti anche che piega interessante sta prendendo questo stupido gioco a me completamente sfuggito di mano.
Dovete
sapere che Svacco è un ragazzo bellissimo. E' uno di quei Romeni un
po' moldavi, biondo chiaro, con la pelle lattea e gli occhi verdi
come le foreste. Ma soprattutto ha un che di stiloso, che richiama i
begli attori di una volta, quelli come Gregory Peck o Paul Newman,
che non erano palestrati come i figoni di adesso, ma erano fatti
bene, con le spalle grandi, e si sapevano muovere.
Peccato
che Svacco, come dice il nome, più che muoversi, si trascini. Solo che una volta, che non era mollemente adagiato come un gatto pigro nel banco, ma mi è comparso sulla porta della seconda all'improvviso, ho avuto una visione di lui in smoking, stile James Bond. Sarebbe proprio perfetto. Non che adesso saprebbe indossarne uno, ma tra qualche anno sarà proprio così, una bellezza un po' rétro, anche se forse la cammufferà a fatica con la barba lunga e i capelli rasta, come farebbe qualsiasi altro diciassettenne biondo.
Per
queste riflessioni oziose sui futuri sviluppi dei miei pulcini, una
volta che si parlava di abbigliamento, mi sono permessa di prendere
affettuosamente in giro il giovincello perchè, come facevano notare
i suoi compagni, è sempre in tuta. Ho detto scherzando che nutrivo
dubbi sulla presenza di un paio di jeans nel suo armadio. E il
biondino s'è piccato, mi ha fatto il gesto di aspettare, e:
"All'esame vengo in giacca e cravatta, prof."
Non
l'avesse mai detto.
"No!!!
L'ultimo giorno di scuola, prof, veniamo tutti vestiti fighi!"
"Dai!""Ma fighi sul serio eh! Cravatta! Camicia!"
"Sììì dai così ci facciamo la foto!!!"
Memore
degli ultimi giorni di scuola già vissuti a Scuolina Rosa (pizza,
patatine, Cocacola scossa e stappata a fare la fontana, pratone del
campo sportivo, crema solare, sudore, erba, polvere, gavettoni)
sconsiglio fortissimamente di mettersi roba elegante. Affermo che è
meglio farsi una foto vestiti fighi quando fa ancora fresco.
Detto
fatto, fissiamo per il 31 marzo, mi ingiungono di presentarmi in
abito da cerimonia, tacchi, acconciatura da signora, e su Whatsapp
imperversano foto di loro al matrimonio della zia / alla cresima
della sorella / al battesimo del cuginetto e scambi di opinioni: ma
gonna o pantaloni? si preoccupa Giudiziosa; tacchi o stivali? chiede
Sandra Bullock; e se mettessimo l'abitino, ma con le Converse? chiede
Nail Art, postando foto di Kristen Stewart appunto così combinata a
un galà; infatti le ragazze creano il gruppo Whatsapp intitolato
"Converse e vestiti, il top" e poco dopo si scopre che
Svacco ha tentato di crearne uno maschile intitolato "I fighi
eleganti", ma gli altri glielo fanno chiudere subito, che
c'hanno una reputazione da difendere in paese. Comunque il povero
Svacco è andato in crisi perchè nessuno ha risposto seriamente alla
sua fatidica domanda: ma papillon o cravatta? La quale rivela
peraltro che, oscuramente, percepisce di essere una bellezza di una
volta. Il Pagliuzza invece è preoccupato per il budget, dice che se
si compra dei pantaloni seri dopo la foto non li userà mai più. Io
dico che non voglio che spendano soldi, ma che comunque qualcosa di
serio in casa ce l'hanno per forza, sai mai, un matrimonio, un
funerale, la laurea del cugino, dai! E comunque si presteranno le
cose tra loro. Il vero problema se mai è prestare delle scarpe al
Pagliuzza medesimo, che peserà trentasei chili ma ha lo stesso
numero di piede di Michael Jordan (le scarpe del quale sono al Museo
della Calzatura di Vigevano, perchè sono tra le più grandi mai
realizzate al mondo). Il Re del Tevere si chiede se tagliarsi i
baffi per l'occasione, ma riceve un secco no da tutti, maschi e
femmine. Altri ammettono riluttanti: "Oh, però io il nodo alla
cravatta non... cioè, è tipo un casino!!!" e le ragazze con
gli occhi a forma di cuore giurano che loro sono capaci e ci
penseranno loro.
Ma aspettate, che non finisce qui. Perché la cosa doveva essere imbarazzantemente limitata a loro e me. Io avevo tentato un "Beh ma la foto la facciamo anche con gli altri prof, no?" e loro secchi: "No."
Ma poi... esatto, avete indovinato. La Bottadicoca ci ha scoperti.
E la Bottadicoca, lo sapete, è una che ama la scianca, cioè la gara senza quartiere.
Il pomeriggio dopo aver scoperto che lo sa anche lei, confido ai ragazzi: "Sono molto preoccupata. Secondo me, la collega ha un Armani nero con spacco e non ha paura di usarlo."
Risate. Mi giurano, i lecchini, che sarei comunque più bella io, anche vestita di stracci, ma non è vero, la Bottadicoca fa la sua porca figura vestita bene, è solo che insegna Matematica, mentre io sono avvolta dall'aura dorata letteraria e dalla gloria fulgente delle battaglie che spiego.
Prima che pensiate che mi sono completamente rincoglionita, però, lasciate che vi racconti anche che piega interessante sta prendendo questo stupido gioco a me completamente sfuggito di mano.
domenica 8 marzo 2015
Superficialmente donna
Né io né mia figlia abbiamo fatto gli auguri a nessuno.
Così. Di solito la festa della donna la vivo bene, se sono a scuola c'è sempre qualcuno che porta la mimosa, che a me fa dispiacere, è chiaro che non si può staccare quei fiori così delicati dall'albero senza renderli subito tristi.
Quest'anno non ce la sentivamo, ma va bene lo stesso.
Perché poi in fondo quel che conta è che parliamo delle doppie punte.
Se in nessuna vita precedente siete stati donne, non potete capire la sollecitudine che ci può mettere una donna nel curarsi delle doppie punte di una sua consorella.
Se invece avete, anche eoni fa, vissuto cinque minuti un un corpo femminile dotato di pelliccia, riconoscerete subito il significato della cura reciproca dei peli e dei capelli. Mamma orsa che lecca i suoi cuccioli, due gatte che si lisciano la schiena a vicenda e poi si graffiano, mia figlia che mi spazzola piano i capelli mentre piango perché ho appena finito di litigare con un'amica al telefono.
Così restiamo sul superficiale. Sto, per la prima volta in vita, prendendo sul serio, e con studi di settore, una riorganizzazione del guardaroba e vedo che un sacco di outfit carinissimi prevedono una canottiera sotto una maglia, non importa se leggerissima o di lana spessa. Io che avevo appena rinunciato per sempre allo smanicato, causa braccia troppo abbondanti e poco toniche, complice lo yoga credo che rivedrò la mia posizione.
Perché all'improvviso mi sono detta che, se faccio respirare il mio corpo, come l'estate scorsa, probabilmente il mio corpo reagirà asciugandosi e rifiorendo.
Perché la mimosa non va staccata dall'albero.
E perché di quel che si prova bisogna sempre poter parlare. E le amiche capiranno.
sabato 7 marzo 2015
Caffè bollente
Sono le sette di mattina di sabato e, fidatevi, è da ieri alle 16,35 che ne ho abbastanza del weekend.
Dovrei andare in montagna, con Uomo e Princi.
Voglia zero. Grande desiderio di togliermi da dentro la mia pelle e librarmi altrove, ma se mi chiedete dove, ora sinceramente non lo so.
Ci sarebbe una casa da ristrutturare a Genova. Ci sarebbero commissioni da fare qui. Ci sarebbe una pila di cose da correggere. Ci sarebbero ore di studio in cui annullarsi.
So solo una cosa. Voglio poter improvvisare. Ma l'ultima volta che l'ho fatto ho distrutto il motore della mia auto, e adesso anche quella di mia zia fa un rumore strano. Credo che, se dipendesse da me, ridotta all'impotenza senza le mie fide 4 ruote sotto, il weekend lo passerei a letto. Sto rileggendo La donna del tenente francese e posso non alzarmi nemmeno per fare pipì finché non è assolutamente indispensabile.
Curiosamente c'è un posto dove vorrei andare, ed è Via del Golf. Non so perché, dato che è lontano, scomodo e dovrei pulire tutta la casa.
Per qualche assurda associazione di pensieri, forse con l'infanzia, forse con le giornate tutto sommato belle che ci abbiamo passato l'estate scorsa, sento che là avrei meno paura. Dei conti da pagare, del matrimonio che vacilla, del non arrivare dappertutto. Là sembra esserci sempre un momento in cui l'importante è solo vedere se dal giardino sta arrivando qualche gatto. Là stranamente io non mi sento strana dentro la mia pelle, sono una mamma quarantenne con figlia quasi maggiorenne, una moglie borghese e una donna adulta e niente di tutto ciò mi sta stretto. Forse perché, dopo secoli che non ci andavo, è come inaugurare un capitolo nuovo, tornarci così, con la mia vita talmente cambiata.
Comunque. Mi sono ammutinata fin dall'alba e così il caffè per una volta me l'ha fatto l'Uomo. Ma ora vado, perché in 14 anni e mezzo non ha ancora capito che lo voglio bollente e quindi non me lo deve versare nella tazzina prima che abbia mangiato.
Dovrei andare in montagna, con Uomo e Princi.
Voglia zero. Grande desiderio di togliermi da dentro la mia pelle e librarmi altrove, ma se mi chiedete dove, ora sinceramente non lo so.
Ci sarebbe una casa da ristrutturare a Genova. Ci sarebbero commissioni da fare qui. Ci sarebbe una pila di cose da correggere. Ci sarebbero ore di studio in cui annullarsi.
So solo una cosa. Voglio poter improvvisare. Ma l'ultima volta che l'ho fatto ho distrutto il motore della mia auto, e adesso anche quella di mia zia fa un rumore strano. Credo che, se dipendesse da me, ridotta all'impotenza senza le mie fide 4 ruote sotto, il weekend lo passerei a letto. Sto rileggendo La donna del tenente francese e posso non alzarmi nemmeno per fare pipì finché non è assolutamente indispensabile.
Curiosamente c'è un posto dove vorrei andare, ed è Via del Golf. Non so perché, dato che è lontano, scomodo e dovrei pulire tutta la casa.
Per qualche assurda associazione di pensieri, forse con l'infanzia, forse con le giornate tutto sommato belle che ci abbiamo passato l'estate scorsa, sento che là avrei meno paura. Dei conti da pagare, del matrimonio che vacilla, del non arrivare dappertutto. Là sembra esserci sempre un momento in cui l'importante è solo vedere se dal giardino sta arrivando qualche gatto. Là stranamente io non mi sento strana dentro la mia pelle, sono una mamma quarantenne con figlia quasi maggiorenne, una moglie borghese e una donna adulta e niente di tutto ciò mi sta stretto. Forse perché, dopo secoli che non ci andavo, è come inaugurare un capitolo nuovo, tornarci così, con la mia vita talmente cambiata.
Comunque. Mi sono ammutinata fin dall'alba e così il caffè per una volta me l'ha fatto l'Uomo. Ma ora vado, perché in 14 anni e mezzo non ha ancora capito che lo voglio bollente e quindi non me lo deve versare nella tazzina prima che abbia mangiato.
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