Sei super elegante. Ti avvicini per un saluto, bacino bacino, e confessi: “Sono agitatissimo”. In effetti sei color aragosta, sei anche l’unico costretto in una giacca in un pomeriggio di maggio che potrebbe essere d’agosto, ma credo che sia vero, che sei agitato. Anche se sdrammatizzo, e ti dico: “Ma no dai, perché? In fondo son tutti qui per farti i complimenti.” E tu ribadisci: “Sì, ma sono agitatissimo. Anche stamattina, in radio, non riuscivo a parlare.”
Si vedrà alla fine, quando dopo i saluti e i ringraziamenti, dopo i discorsi dell‘assessore, della scrittrice che ha curato il libro, di allenatori e ex giocatori, del medico che ti ha salvato e di tuo padre, dopo la sfilata dei tuoi compagni di squadra, dopo la lettura della mail di congratulazioni e incoraggiamento per la ripresa firmata da Stefano Tacconi e di una lettera splendida di Marcello Lippi, e dopo mille altre cose, finalmente tocca a te.
E dici poche parole, spaventato dal microfono, a denti stretti. Ringrazi chi ha partecipato al tuo recupero. Dici che vorresti tornare a giocare presto. Sembri un topo in trappola, mastichi le parole. Ma per fortuna non insistono a farti domande.
Avverto un disagio profondo, la sensazione che la tua presenza sotto i riflettori, davanti ai giornalisti, sia tutta una faticosa ostentazione fortemente voluta da tuo padre, che da sempre spende soldi per promuoverti nel mondo del calcio e spera, probabilmente, con questa manovra mediatica, di accelerare il tuo rientro sul campo. Mi chiedo quanto ci sia di tua volontà in tutto quel che sta succedendo. Mi chiedo se sei forte, se sei fragile. Mi chiedo come stai.
Poi, come un vero vip, mentre la gente defluisce nella piazza, firmi gli autografi sulle copie del libro. Nel libro ci sono il racconto del tuo incidente, del tuo recupero, della tua vita prima e dopo, ci sono le testimonianze di genitori, amici, parenti, medici, allenatori, e anche di una tua ex prof. E c’è, impressionante per lunghezza, una serie di pagine che sono la stampata letterale dei messaggi sulla pagina Facebook di tuo padre: quelli che scrivevamo prima che riaprissi gli occhi e quelli con cui abbiamo festeggiato il tuo ritorno dopo.
Sono passati dieci mesi. Hai una fidanzata, che ti saluta proprio prima che tocchi a me farmi mettere l’autografo. I tuoi nonni e zii sono commossi. Tuo padre ha percorso la sala avanti e indietro coordinando tutto quel che succedeva, con l’aria tesa. Tua madre è stata in disparte, a sorridere dolcemente.
La collega F. è dovuta scappare via prima e non è riuscita a salutarti, la preside non è venuta, così mi sono avvicinata per portare i loro saluti e raccomandarti di portare a scuola una copia del libro, poi ho visto che firmavi la prima pagina a chi te lo chiedeva e ti ho detto: “Con tutte le firme che ti ho fatto io, adesso fammene un po’ una tu.”
E intanto guardavo la tua mano sinistra scrivere più lentamente di come ricordavo, e mi si stringeva lo stomaco. Poi ho visto la calligrafia, e mi è caduto il cuore in fondo alle scarpe. Eri famoso per la tua scrittura precisissima e regolare, fotocopiavo i tuoi appunti e i dettati scritti da te, se dovevo tenere il testo, perché erano i più facili da leggere, e litigavamo sempre perché non tolleravi di non poter usare il bianchetto sulle prove se c’era da cancellare un minimo sbaffo della biro. Ma io non lascio usare il bianchetto sui compiti in classe, neanche in caso di vita o di morte, e tu ogni volta le provavi tutte per farmi fare un’eccezione alla regola, senza successo.
E ora, le lettere scritte da te non sono scritte da te. Sembra la scrittura di un bambino, un bambino ordinato, ma delle elementari.
Mi si è annodato tutto quanto dentro e ho avuto un attimo di vuoto, mi sono resa conto che me ne stavo andando senza salutare tua madre quando ero già per le scale.
Sono scappata via, letteralmente, nella piazza inondata dal sole ancora caldissimo. Con il libro in mano e il desiderio di convincermi profondamente che è un mio limite professionale fissarmi sulla calligrafia, che non ci devo pensare, che stai bene, che andrà tutto bene. Che a te della scuola non fregava davvero, che ti importa solo del calcio.
Ma intanto volevo trovare qualcuno con cui incazzarmi, perché il mio bambino, il mio alunno in gamba, originale, bellissimo e strafottente, quello dei temi romantici e degli schemini perfetti, ha dovuto ri-imparare a scrivere.
E volevo picchiare qualcuno perché, calcio o non calcio, so che, quando hai ripreso in mano una biro e ti sei accorto che non potevi scrivere come prima, hai pianto.
Maledizione.
Maledizione.
E ora eccoci qua. Con un libro autofinanziato sulla tua carriera calcistica che forse non inizierà mai. Con la certezza che ti ho visto meglio della volta scorsa e che la prossima volta che ti incontrerò ti vedrò ancora migliorato.
E con la tua breve dedica, che sembra scritta da tuo fratello piccolo.
Alla mia prof preferita
Ale
giovedì 26 maggio 2011
Il Danno sotto i riflettori e i pensieri della sua prof
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una spada ti trafiggerà il cuore
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7 commenti:
http://www.youtube.com/watch?v=0mnvpeWXy-o&feature=related
Si stringe il cuore a leggere le storie di questi nuovi inizi, in cui la parte più difficile è come sempre il confronto con il passato.
Sono una collega, sì insomma, una prof; ti leggo spesso ma non ho mai commentato. Oggi lo faccio per dirti che mi sono venuti i brividi per il tuo racconto. E che ti capisco: mi è successo qualcosa di simile, ma non riesco ancora a raccontare quella storia.
Ecco, Symo, non avevo ancora pianto, appunto.
Grazie, è bellissima
Bacione
...............................................................................................................................................................................pat pat.
D.
Lacrime agli occhi... quasti benedetti ragazzi sono un po' come figli...
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