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venerdì 25 maggio 2012

Cronache dall'esilio, season 2: stessa spiaggia stesso mare

“E come l’anno scorso… sul mare col pattino…”

Però il mare è tipo lo Stretto di Magellano nella stagione delle burrasche (a quelle latitudini, 300 giorni l‘anno credo siano stagione di burrasca). O il Capo di Buona Speranza, che come è noto non è consigliabile doppiare su un pattino.

Okay. L’ospedale è lo stesso, ma ci hanno promosso a tre piani sopra la stanza della volta scorsa. Vediamo il monte di Portofino e il mare a perdita d’occhio. Fosse solo per la vista, gli chiederei se posso trasformare la sala d’attesa in un loft.

I medici sono diversi, ma bravi uguale.

Papà, la mamma e io siamo tanto, tanto più stanchi e sfiduciati. E c’è un che di tremendamente strano in questo nido d’aquila che, in qualche oscuro modo, è casa nostra: siamo sospesi impotenti e preoccupati sopra i padiglioni della clinica universitaria dove hanno lavorato per anni sia mio nonno materno che mio padre, e dove hanno studiato mia madre e mio zio, oltre a vari altri membri della famiglia ramo materno.

Però alcune cose sono uguali identiche all‘anno scorso. Per esempio, che qualcuno deve portare avanti il mio lavoro a Paesino di Sogno e io sono di nuovo a casa. Separata dall’Uomo che invece lavora. E in possesso di un certo numero di ore in cui pensare che voglio amare questa città, che è la mia, e non associarla sempre e solo a cose difficili, tristi e luttuose.

Mi sono dunque trasferita giù, un po’ ammagonata dall’aver dovuto lasciare il lavoro, e però forte dell’esperienza dell’anno scorso.

So cosa aspettarmi da me stessa, dalla mia famiglia, i miei punti deboli (entrare fisicamente con la mia persona all’interno di un ospedale è già un punto su cui sono debole… figurarsi il resto) e le mie risorse. So cosa mi farà incazzare e cosa mi darà conforto.

So che la sera andrò a correre e che al mattino farò ginnastica, e anche che riprenderò a fumare e le tre cose non sono minimamente in conflitto tra loro (e vorrei vedere: tutti tentativi di non impazzire).

Poi quest’anno ho deciso di spremere il meglio da questi giorni. E’ primavera inoltrata, il mare è blu, io sono viva, sono piena di amici, ho la salute (sì va beh un po’ minata dallo stress, ma non è il caso di farsene un problema) e non devo fare 220 km al giorno per correre da scuola a ospedale e da ospedale a casa.

Inoltre, ce ne fosse stato bisogno, si è chiarito che né io né mia madre tolleriamo a) il pensiero di restare senza papà b) il pensiero che papà soffra c) il pensiero che papà torni a casa pesantemente invalido, e però, siccome nessuna di queste cose si sta verificando oggi, oggi noi non dobbiamo morire d’ansia (rendetevi conto che io, IO: Castagna, ho fatto a mia madre uno shampoo sul fatto che dobbiamo resistere allo stress, non soccombere e prenderci cura di noi stesse. Capite la situazione totalmente surreale. Io ho attacchi d‘ansia se solo mi devo sedere in mezzo alla fila a teatro e ho cercato di dire a mia madre come deve resistere all‘angoscia per la salute di papà. Madonna buona, qualcuno venga subito a salvarci.)

Quindi insomma mi sono messa nell’ottica che dobbiamo farcela e, nei limiti del possibile, cercare di sentire che c’è il sole, di apprezzare le cose buone, di tenerci più o meno in ordine, di dormire.

Mangiare è già più impegnativo, ma tanto con tutta la carne che ho addosso posso permettermi qualche giorno di digiuno senza morire.

E perciò comincio col raccontarvi alcune cose buone e precisamente che, nell’emergenza, stavolta abbiamo dovuto per forza di cose appoggiarci. Alla Fata Pugliese per l’assistenza a papà. A mio marito per gli affari. A Sanguedelmiosangue per le cose pratiche. Il povero studentello è infatti stato assoldato come sguattero, ha trasferito se stesso, alcuni suoi inseparabili allegati tipo il computer, il libro di storia della Russia, le creme per la faccia, i drammi sentimentali e l’amico del cuore a casa nostra, e ha assistito ai miei andirivieni dall’ospedale e da Asti facendomi trovare il cane già portato a pisciare, i gatti nutriti, la spesa fatta, il bucato steso… Credo non sia mai stato più felice di tornarsene a casa sua, quando la settimana si è finalmente conclusa.

Poi è iniziato il ponte del primo maggio e anche l’Uomo s’è trasferito giù. Contemporaneamente i medici hanno cominciato a parlare di mandare a casa papà e dalla paranoia di livello 1 (“oddio muore“) siamo passati alla paranoia di livello 5 (“oddio e adesso cosa facciamo?”). In mezzo c’erano già stati il livello 2 (“oddio soffre”), il 3 (“oddio non recupera”) e il 4 (“oddio resta invalido”). Il problema è che, per quanto i livelli da 1 a 4 siano enormemente più tristi per tutti noi, la scala si rovescia completamente se calcoliamo la difficoltà di gestione da parte di una moglie e di una figlia. Se avete avuto anche voi in casa un uomo abituato a comandare e a stare bene di salute che all’improvviso deve cedere le armi e affidarsi agli altri, accettare di fare meno cose e di non farle tutte come vuole lui, etc, capirete perché mia madre è in panico nero da quando i medici hanno pronunciato il verbo “dimettere” due giorni fa.

Io sono oltre il panico. Sono cosciente già da un pezzo che la mia vita per anni e anni sarà un succedersi pressochè letale di grane. So che avrò grane sul lavoro, grane a casa mia, grane a casa dei miei genitori, grane in banca, grane con gli avvocati, grane con le tasse, grane con le case, grane con le relazioni sociali perché avrò troppe altre grane per avere la forza di coltivare una vita sociale, grane con tutto. E guardate che non mi sto piangendo addosso, sto facendo il riassunto degli ultimi dieci mesi della mia vita e una realistica e distaccata previsione di quel che sta per piovere nelle nostre vite se papà, forzosamente fermo in poltrona, cercherà di gestire lo stesso tutti gli affari e lo farà senza consultarci.

Però mi sono imposta il distacco, stavolta. Tipo che è arrivato giù mio marito e, invece di rotolarmi in terra ululando dall’ansia, mi sono messa addosso qualcosa e appena finito il giro in ospedale siamo usciti a cena. E che non abbiamo parlato di lavoro e di casini immobiliari, perché siamo stati bene a guardare il mare e le casette dei pescatori dei quartierini di Genova che hanno ancora la spiaggia con le barche davanti, o a fare la conta dei libri di Camilleri che non abbiamo ancora comprato e rimetterci rapidamente in pari, grazie alla prodigiosa bancarella di Corso Italia. Poi ci siamo anche detti che, da qualche parte nell’etere, mentre noi siamo qui a dibatterci nel marasma familiare, c’è un fascicolo contenente la nostra domanda di adozione, e che un giorno suonerà il telefono e tutto quello che ci preoccupa ora verrà spazzato via da un colpo di spugna, e comincerà una nuova vita. E mentre mettevo le chiavi nella portiera della macchina, venendo via dal quartierino di pescatori, ho improvvisamente e assurdamente desiderato ad alta voce che quella telefonata arrivasse, e lui ha detto: “Anche dopodomani?” e io ho detto “Anche dopodomani”, e lui ha sorriso.

Quindi lo vedete che va tutto bene, anche qua in esilio.

1 commento:

lanoisette ha detto...

arriverà tesoro.
cazzo, mi hai fatto venire il magone.