E’ che a volte (a volte???), quando fai questo lavoro, ti credi un supereroe.
Perché sai le cose, perché risolvi i problemi, perché hai esperienza e qualche alunno ti crede, qualcuno pende dalle tue labbra, qualcuno ci tiene al tuo giudizio, qualcuno addirittura imita i tuoi atteggiamenti e si fa fare il tuo stesso taglio di capelli (giuro, quando avevo 30 anni e la seconda media di Scuolafica Dei Quartierialti è successo). Perché ti chiedono a bruciapelo una capitale impossibile come quella (vera) dello Sri Lanka (che non è Colombo, se ve lo state chiedendo) e tu la sai. O perché citi a memoria interi brani e la classe sgrana gli occhi.
E perché tu sei grande, e loro sono così piccoli.
Poi ti guardi con gli occhi dei colleghi. O, peggio, con gli occhi di chi fa un altro mestiere. O ti guardi da solo in un momento della tua vita in cui NON stai facendo l’insegnante.
Ti scopri fragile. Ti scopri disorganizzato ai limiti dell’incuria. Ti scopri detestabile, o semplicemente meno in gamba di quel che ti pareva di essere, stancato dagli anni che, sì, ti hanno aggiunto qualcosa quanto a esperienza ma anche un po’ quanto a faccia di bronzo. I verbali? Massì, poi li scrivo, e che ci vuole.
Io queste critiche me le ero già mosse prima della situazione di emergenza in cui sono precipitata ora, ma evidentemente senza molto risultato, se adesso l’esistenza di un giovane, organizzatissimo e serissimo supplente sta sbriciolando la magra facciata di professionalità che tenevo su.
Pensavo alla vulnerabilità che ci portiamo addosso, sul lavoro. A D., F., M. e Milady, che hanno lavorato prima, dopo e durante la cura di un cancro. Al Gigante che è venuto a lavorare il giorno dopo un lutto tragico, improvviso, di quelli che ti lasciano sbalordito, incredulo che si possa morire così al di fuori di un racconto verista. Alla Bestia Nera che pranzava in mensa con tre diversi membri della famiglia ricoverati contemporaneamente: gli uomini di tutte e tre le generazioni, suocero marito figlio.
Pensavo alle sere sui pacchi di compiti, alla sveglia alle sei meno un quarto del mattino e a quante insegnanti conosco che hanno affrontato periodi no, ma proprio no no no, e la cistite, e la gastrite, e l’emicrania, e quella che ingrassa abbuffandosi di pari passo con i tradimenti del marito, e quella che dimagrisce come uno stecco durante il divorzio.
Non che non capiti negli altri mestieri. Ma è trovarseli davanti tutti e venti, tutti e trenta, piccoli, agitati, pieni di cose da dire e di domande da fare, che fa la differenza. Perché è inutile essere molto bravi a gestire la stanchezza, il dolore, la rabbia, la frustrazione, essere dei campioni nel nascondersi per mollare pugni nel muro e prendere a calci porte e singhiozzare seduti su un gradino o crollare esausti con un avambraccio sul volante della macchina in un parcheggio, se quando sei nel pieno del lavoro devi essere così rapido nel controllarti che non ti puoi nemmeno permettere quell’attimo di esitazione che c’è mentre attivi il filtro che normalmente separa quel che stai pensando da quel che devi/puoi dire.
Per dire che da qua, da qua dove ogni giorno mi ripeto che nessuno è indispensabile, da qua dove ora annaspo per tenere insieme diverse vite e diversi ruoli, e ogni santo giorno stramaledico ‘sta cazzo di fascia d’età tra i trenta e i quaranta in cui ti piove addosso di tutto, vedo che ho fatto bene a fermarmi a casa anche per questa seconda tranche.
Che pensavo di farlo per me, ma quando sono andata a chiedere il prolungamento dell’aspettativa sarei volentieri rimasta lì, invece, e ci ho patito le solite 72 ore di malumore e tristezza cosmica, ma poi ho capito che è per loro che lo faccio.
Perché si meritano un insegnante lucido e capace, non me stravolta come sono stata in buona parte di questi ultimi trenta giorni.
Questo è il primo aspetto.
L’altro è diverso e più grave.
Il 2012 è stato ufficialmente eletto l’anno in cui prendo coscienza, con la massima serenità disponibile, del seguente concetto: “ma guarda tu quante cose non sono andate da come avrei/avremmo voluto.” E lo dico col sorriso, davvero. Cioè, non è che tutto quel che non è andato come speravo sia andato per forza solo ed esclusivamente male. Non è neanche che io sul serio abbia proprio proprio realizzato che certe cose che non sono successe non succederanno mai più e che anche per alcune che sono successe non c‘è più rimedio.
Comprendere il lavoro nella categoria di ciò che non sta andando come volevo non mi rende certo felice, però.
Era un po’ che lo dicevo, che stavo lavorando al minimo delle mie potenzialità. Ho rimesso in ordine un po’ di roba di scuola nel pc e ho potuto datare con una certa precisione l’ultimo periodo in cui ho lavorato davvero bene, e beh, a parte i momenti di gloria con la II B di Paesino Blu, a dire il vero con il lavoro fatto proprio bene ci fermiamo alla III C 2009/2010.
Pazienza, mi dico, sono una tosta e supererò anche la fase di bassa sul lavoro. E vado avanti (anche perché vorrei vedermi a stare ferma o tornare indietro, messa come sono).
Il bagno d’umiltà ci voleva e lo faccio quasi con sollievo, dopo che per un po’ ho cercato di esporre il problema, prima nelle mie simpatiche conversazioni dissociate con me stessa nel cuore della notte, poi con voi, a volte con mio marito o mio cugino, e mi sono sentita spesso rispondere ma no ma no, ma va’ ma va’, ma dai ma dai.
E siccome sono tanto, tanto, tanto egoriferita e autocompiaciuta, ne approfitto per farmi i complimenti da sola: ci vogliono le palle per tornare a casa a testa alta, dopo essersi sentita dire da chiunque mi abbia incontrato che con il collega supplente si lavora bene, e che non è necessario che io ci sia agli scrutini. Perché sicuramente in parte questo significa che ho dei colleghi e una dirigente comprensivi e aperti a venire incontro alle mie necessità familiari. Ma quando la frase vira verso “il supplente sa tenere bene la classe, è molto preciso, etc.”, so che stiamo parlando d’altro.
E va bene così. Perché è vero, e bisogna ammettere che su alcuni punti sono vulnerabile da così tanto tempo che, se avessero voluto usarli contro di me, a quest’ ora mi avrebbero impanata e fritta. Devo dedurre che nessuno lì dentro desidera farmi le scarpe, quantomeno. E che il supplente è bravo davvero.
Quindi, quando io vengo agitata prima di dormire dal pensiero che i colleghi e magari anche i bambini si trovino meglio con il giovane che mi sostituisce, ho due risorse: una, pensare che ho lasciato i ragazzi in buone mani. E due, assaporare il fatto che, nel vedermi sulla porta, sia i primini che quelli di seconda mi siano saltati in braccio con strilli allegri, larghi sorrisi e la domanda: “Torna, prof?” Non c’entra con i miei problemi professionali, ma cazzo se scalda il cuore.
C’è molto da fare, da ricostruire, da restaurare. O forse c’è da andare avanti e, invece di riprendere, cambiare. Capire che l’età degli eroi è finita e che il mio lavoro dovrà essere diverso da com’era dieci anni fa, perché sono diversa io.
Credevo di averlo già accettato, invece non è vero, io sotto sotto voglio sentirmi ancora la stessa professoressina poco più che ventenne, piena di entusiasmo e di idee, che ha portato all’esame la sua prima terza nel 2003. Voglio entrare in classe accolta da ovazioni come Rocky Balboa sul ring, essere scintillante e originale, fare il mazzo ai colleghi, come dovessi vincere una gara.
Lo so che è stupido. Ma quanto sarei competitiva, di mio, se non mi dessi qualche freno, lo capiscono davvero solo quei tre o quattro tra i miei lettori che mi hanno visto al liceo o all’università e sanno che vengo da una famiglia, da un gruppo classe, da una storia di gente allevata e programmata per portare a casa il primo premio, non il secondo.
Comunque, si diceva, il mio è un mestiere dove ogni giorno puoi essere un eroe agli occhi di un gruppetto di persone e dove, quindi, ogni giorno ti confronti col fatto di essere invece un normale terrestre, e un terrestre più o meno sfigato e stressato, a seconda dei periodi.
Queste pause forzose in cui l'universo sembra accanirsi sulla tua vita, tu tenti di fare tutto e anche di più e ti arrabbi con te stessa perché non lo sai fare, finchè le nuvole si squarciano, scende un raggio dorato e una voce dall’alto dei cieli tuona “Castagna, figlia mia… ma chi cazzo ti credevi di essere?”… beh, queste pause fanno bene.
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1 commento:
mi fai riflettere, sai?
perché mi st rendendo conto di quanto fossi molto più "d'impatto" sui piccoletti che sui miei attuali stronzetti cresciutelli... e questo non mi soddisfa appieno...
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