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mercoledì 19 novembre 2014

Inaspettati viaggi, vedi che nella vita non sai mai

Prendiamo un mercoledì, ma di trent'anni fa.

Ci sono una bambina e una donna.
La bambina è incazzata nera perché la mamma le ha fatto tagliare i suoi lunghi e bellissimi capelli castani alla maschietta. Poi è sfigata, e poi è imbranata, e poi è anche con lo scazzo perché deve andare a danza.
La donna è alta, con i capelli lunghi lunghi lunghi tirati su in una crocchia, e ha le parole incrociate in borsa, perchè starà fuori dalla sala di danza tutta l'ora e mezza che ci vorrà, perché è più semplice che andare e tornare dal teatro a casa, e perché la bambina è imparanoiata, ha l'ansia dell'abbandono.
E ogni tanto, d'accordo con la severissima maestra Rossana, che tutte le volte la guarda schifata, la bambina durante l'ora di danza andrà ad aprire la porticina che dà sul teatro, e la donna sarà lì seduta con la schiena ben dritta, a portata d'occhio: la volta che non ce la trovasse, scoppierebbe la tragedia, e poi magari, povera santa, era solo nell'atrio che si faceva fare un caffè, o in bagno. Ma la donna, 99 volte su 100, c'è. La saluta. La bimba la guarda, annuisce, e saperla lì le permette di tornare all'odiata sbarra senza impanicarsi.
Dopo, la donna porterà la bambina a prendere una bella cioccolata calda. E poi a casa a fare i compiti.

Prendiamo un mercoledì, ma della settimana prossima.

Ci saranno un donna e una vecchietta.
La donna avrà i capelli lunghi e una borsa con il lavoro a maglia e un sorriso felice sulla faccia.
La vecchietta avrà i capelli candidi lunghi lunghi legati in una coda o in una treccia come una nativa americana, e si muoverà piano piano con un girello, o verrà spinta in sedia a rotelle.
La donna arriverà dal corridoio, vedrà la vecchietta illuminarsi in viso quando entrerà nella stanza, e la riempirà di baci. E poi cercheranno un posto dove sedersi, nella nuova casa, quella a tre minuti di macchina, finalmente, da casa della donna. E la donna tirerà fuori il lavoro a maglia o una rivista o degli oggetti da guardare con la vecchietta, oppure non farà niente di tutto questo, perché parleranno e si terranno le mani, perché una ravvierà i capelli all'altra e si sorrideranno. Forse berranno anche la cioccolata calda.
Poi la donna saluterà la vecchietta e andrà a casa a far fare i compiti a sua figlia.

Certe cose, tra zia e nipote, non cambiano mai. E di sicuro il fatto che fuori dalla finestra la zia non veda più il mare, ma la neve, sarà secondario rispetto al fatto che i suoi occhi si tuffino ancora nei miei con la stessa gioia.


giovedì 11 settembre 2014

A caldo sulla terza

C'è un tizio di cui, se vi dicessi il vero nome, ridereste. Chiamiamolo il Tiberino. Peraltro è straniero.
E' stranissimo.  Ha i baffi. Giuro. Una via di mezzo spelacchiata tra Adolf Hitler e Charlot. E ha gli occhi blu scuro. Cioè non azzurro, eh: blu. Scuro. Mai vista roba di quel colore senza Photoshop. 

Poi c'è Robin Goodfellow. Col quale andremo d'accordo, credo. Anche se il nomignolo si deve alla definizione della Brava Crista: "Questo è un folletto."

Poi c'è Vento del Nord. Grosso e bonaccione, molto preparato.

Poi c'è Mercoledì. Proprio Mercoledì nel senso di Wednesday Addams. Inquietante.

C'è Er Piotta. Quello che ha detto che Ulisse baciò la sua petrosa Itàca. E io: "Itaka? e dov'è, in Giappone?"

Poi c'è Sgamo. Questo di sicuro sarà un protagonista dell'annata, lo so già.

Poi c'è Ratto.

Poi c'è Frecciolina.

Li conosco da tre giorni e direi che per ora ci siamo presi bene. Poi vedremo.




giovedì 28 agosto 2014

C come Castagna

Una nuova collega e blogamica, Matilde, che saluto e ringrazio, scrive di non smettere di raccontare della scuola.

Scuola?
Perché, io insegno? Ah già che la mia vita non era solo pulire case, dare pranzi e cene e vestiti puliti all'Uomo e alla Princi, e svuotare cassette dei gatti.
Era anche torturarmi di perché e percome non è andata come doveva andare la mia cosa con
Era anche farmi un mazzo così sulle questioni finanziarie della famiglia: ma sssshhhh, che la commercialista ha perso le mie tracce e la mia amatissima Segretaria di Panna è a Parigi. Ancora qualche giorno di anonimato duramente conquistato, poi tornerò tra le grinfie di Equitalia, perché ti trovano SEMPRE.
Era anche diventare faticosamente la figura di riferimento di una terribile diciassettenne che tende al viziato.
Era anche capire cosa farne di questo matrimonio che è sempre il mio, che mi sono scelta io, e sembra reggere a cose incredibili, e però un attimo, non è che questo periodo possa passare alla storia come il migliore, e cazzo i prossimi sono DIECI anni, e insomma per come eravamo messi a giugno ancora non ci credo sul serio che ci arriveremo a questo fatidico anniversario, e poi cosa diavolo significano tutti quegli incubi, ora che finalmente dormo?
E, sì, era insegnare.

Beh. Non è che su questo punto non abbia niente da dire.

DOMANI scopriremo chi è il nuovo preside. Perché sì, la C. se ne va per davvero e non pare voglia prendere la reggenza. Oooooh. Nel senso di "finalmente" e di "ooooh, sorpresone!" perché non abbiamo idea di chi arrivi.
E martedì vedremo chi sono i colleghi nuovi; solo in parte, però, perchè ovviamente le chiamate si fanno a scuola iniziata, come ti sbagli, volevi mica avere il tempo di parlare con calma colle persone quando arrivano, o fare un orario definitivo subito, eh. No no no no.

Per ora le news sono le seguenti:
- titolari di Lettere la Bionda Svampita, la Bestia Nera, il Troll e... io. Eh già, perché l'Inflessibile mi ha lasciata lì. E mancano due cattedre e un pezzo, di Lettere.
- di Matematica abbiamo perso la Compagna Collega (non ci credo ancora, sapete? non. ci. credo.) e la F.è andata in pensione. Abbiamo quindi una collega nuova, e una cattedra e un pezzo da riempire.
- di Inglese resta la Barbie, e poi arriva uno spezzone che temiamo sia Milady.
- di Francese la collega M. resiste in sella.
- di Musica il Gigante, idem.
- se n'è andato Orsetto Lavatore, di Religione che, con una spocchia da far salire il vomito, come se finalmente potesse scuotersi di dosso gli scarafaggi e superare la disgustosa bidonville sgasando con una Porsche immacolata, ha annunciato a tutti di aver avuto il posto al liceo classico. Vai vai, caro. Arriva una nuova, già fissata dalla Curia.
- Grande Puffo, di Tecnica, forse dovrà farsi sostituire per ragioni di salute.
- la Dolcebionda di Ginnastica va a Paesino Blu e al suo posto arriva Celhodoro. Ahimè.
- Arte è sempre lei. Eh.

A tal proposito, mi corre l'obbligo di spiegarvi cosa può succedere in una scuola come la mia quando il gatto se ne va. I topi si agitano scompostamente.
Il Gigante è nervosissimo, oberato di casini. La Stronza di Arte ha visibilmente tentato la scalata al vicariato. Delle colleghe di lettere poco so ma molto posso immaginare.
Castagna, invece. Castagna s'è guardata in giro. E si è detta: bene. Mi servono i pomeriggi liberi per far studiare la Princi, il tempo prolungato non fa per me. E la sezione C, C come Castagna, C come Casi Umani, C come Cassonetto, ha bisogno di una figura fissa. Eccola.
Quindi, facendo notare che ci sono altre due figure e mezzo cui dare le ore che nessuno copre, si è fatta rimettere sul tempo normale. Nella C di Cassonetto. Perché la A se la tira su la Bestia Nera selezionandosi i ragazzi al catechismo, agli scout etc. E la B se la coccola  il Troll inserendoci fratelli sorelle e cugini di ragazzi cui ha già fatto le medie su misura gli anni scorsi. Ma nella C, lì ci mettono tutti GLI ALTRI. Alla Castagna GLI ALTRI piacciono, da sempre.

Ovviamente, la missione della Castagna nei prossimi dodici anni sarà divisa nelle seguenti fasi:
1, entrare nella C e chiarire ai ragazzi che sono IMMENSAMENTE fortunati ad avere lei come figura di riferimento. Che sia vero o meno, loro devono pensarlo, anche perché nella C metteranno tutti gli spezzoni di insegnamento destinati a cambiare nei prossimi anni, quindi le creature, e i loro genitori, davvero dovranno, per forza di cose, fidarsi di me.
2, entrare nei consigli di classe della C e chiarire ai colleghi che lei è la SOLA figura di riferimento della C, che la C è sua, che la C è C come Castagna, come Casamia, come Chitoccaifilimuore. Nel caso che qualcuno avesse ancora voglia, dopo OTTO anni, di farmi presente che io sono "nuova". Poi io gli altri li lascio lavorare e non rompo. Ma tutti a due passi dalla porta quando tengo una mia lezione, grazie, e per entrare bussate.
3, prendere questa sua sezione, nel proprio privato, come se fosse più che altro la C di Culocosì e di Competenza, Capacità e Competitività
4, e, ovviamente, se ci riesce, trasformare la C di Casi Umani, la C di Cassonetto, nella C di Campioni. O quanto meno, di Coraggiosi.

Questo, per dodici anni. Poi, ai cinquanta, se ci si arriva, si valuta se trasferirsi alle superiori. E probabilmente si decide per il sì. L'Uomo ha detto che ritenterà il passaggio per un paio d'anni e poi piuttosto farà il concorso da preside. E ce lo vedo anche bene, a fare il preside. Ma Castagna senza un gessetto in mano non vuole starci. Si riserva solo di chiedersi, a cinquant'anni, se non sta per caso diventando una vecchia babbiona, rispetto ai tredicenni. Poi magari a cinquant'anni la Castagna è una giovane nonna e quasi quasi si tiene i pomeriggi liberi per i nipotini. ma c'è tempo. La strada, esclusivamente almeno per questo settore della mia vita, è ben tracciata.

Comunque, senti, Buddha: ho capito che bisogna ritornare molte volte. Ma se in una vita sola ne ho vissute tre o quattro contemporaneamente, posso avere uno sconto, tipo la card di quelli che prendono molti aerei per lavoro?





domenica 24 agosto 2014

Il post del leopardo

Poi succede così che ti infili in un camerino, ne esci con un vestito leopardato, il primo in vita tua che provi, e approfittando del negozio praticamente vuoto fai "pssst!" a tuo marito, e quando lui si volta spunti da dietro la tenda ruggendo "meeow!" e lui si illumina e attraversa il negozio per venire a dirti in un orecchio cose che la figlia se non le sente è anche meglio, va'. Pensi ti prenda per il culo e allora chiedi conferma alla figlia, nota tamarra. Che trova che l'abito ti stia bene. Allora richiedi al marito. Il marito annuisce sempre vigorosamente e non cambia espressione neanche quando tu, preoccupatissima della piega che sta prendendo la tua vita, sbotti: "Ma indossare il leopardato è cedere ai quaranta!" .

E boh. Costa poco, è carino e rende parecchio in termini di entusiasmo del marito. Rientri nel camerino e ti guardi. Ma sì, cade bene. Ma 'ste macchie?

Poi ti ricordi te stessa un anno fa. E decidi che macchie saranno, dopotutto.

Con lo stesso spirito hai passato l'estate a ricevere e ospitare gente in casa, condiviso la lavatrice con tua madre per un mese, indossato shorts molto shorts per abbronzarti le cosce, abbandonato la piastra optando per un deciso riccio leonino, e trovato un pub dove imparare che sapore ha un cocktail fatto a regola d'arte. E non ti sei fermata un istante e hai scelto l'idromassaggio e tanta bella letteratura per l'unico giorno in cui eri sola. E fatto nuove amicizie e prenotato un viaggio e pensato al futuro e voluto scegliere in modo sano e deciso sul lavoro e detto la tua con calma a casa e creduto nel tuo fiuto. E parlato di avere un altro figlio. Ma anche di separarsi, quantomeno temporaneamente, se le cose non vanno a posto per davvero.

Tutto questo solo ed esclusivamente perché lui quel giorno è venuto a salutarti con quel sorriso, e ha detto quella singola frase, e tu in quei pochi secondi hai mangiato dall'albero del bene e del male, dannato la tua anima e ottenuto la conoscenza.

Ma il paradiso terrestre non è quello da cui ti sei autoespulsa quando, consapevolmente, hai deciso di non staccare gli occhi dai suoi. Quello, stando ai canoni, è se mai il paradiso celeste. Il paradiso in terra è questo che c'è ora: e sì, fa un male porco rendersi conto di essere umani, di essere vivi, e nudi sulla crosta di un pianeta scabro, però è anche potersi togliere tutte quelle briglie, tutto quel peso tremendo del dover essere. E accettare che può succedere questo, anche se a scriverlo nero su bianco fa ancora così paura. E alla fine si riduce tutto a queste realtà molto terrene, appunto, loro sono due uomini e tu sei una donna, oh se lo sei, dove cazzo aveva dormito per tutti questi secoli questa donna, che pure sapeva essere tanto felice, sciogliersi i capelli, sentire il sole sulle gambe e il sapore della frutta e avere il cuore a mille tutto il giorno.

Loro sono due uomini e ognuno di loro a modo suo ti vuol bene e se ne frega di te. E tu li ami entrambi, quello che pensavi di lasciare, e quello che non potrai più avere, e a volte, oh, sorpresa, sei tu che te ne freghi di loro, che dopotutto si sono messi così d'impegno a maciullare il tuo povero cuore, e decidi che puoi stare, così come sei, sotto lo sguardo degli occhi luminosi di uno e di quelli pensosi dell'altro, e non badi più a niente, ma vai avanti, vai oltre. Oltre te com'eri.

Quando ti giro e guardi, c'è un arcangelo con la spada fiammeggiante, là sui cancelli, che ti fa l'occhiolino: "Indietro non si torna!" Tu ridi, alzi un sopracciglio e rispondi: "Per fortuna!"

E se leopardo dev'essere, sia.

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Questo post è dedicato alla Pellona.
Andremo avanti.



mercoledì 26 marzo 2014

Di varie evoluzioni


I pranzi del martedì! Quanto mi sono mancati!

Prima la Dolcebionda ha portato i ragazzi a sciare, poi mi sono ammalata e ho saltato giorni e giorni, poi ho avuto un tristissimo martedì di lite furibonda al telefono con Princi, assistenti sociali, operatori vari della comunità, io, il parcheggio del bar e un toast moribondo che mi si raffreddava in mano.

Finalmente ci si ritrova nella consueta formazione del martedì: io, la Dolcebionda in tuta e capello lunghissimo a coda, Barbatello in grandissima forma da sport invernale con un filino di abbronzatura e sorriso smagliante (lo so. Lo so. Va bene tutto, avete ragione, ecc ecc, ma sono pur sempre una povera prof di lettere stressata, mi mandi a pranzo con il tirocinante venticinquenne, questo mi chiede l'amicizia su Facebook, almeno fatemelo guardare. Comunque, non gliel'ho ancora data. L'amicizia su Facebook.)

Solitamente il pranzo è:
- Castagna, piatto di verdure miste, dolcetto alle mele o macedonia, caffè macchiato.
- Dolcebionda, secondo con contorno o toast, macedonia, caffè.
- Barbatello, la cosa più proteica che c'è, rare concessioni alle verdure possibilmente crude, caffè macchiato.

La Dolcebionda stavolta si scofana un piattone di pasta al ragù seguito da enorme porzione di meringata fatta in casa, bianca, strabordante, porcosa, piena di panna, ricoperta da un etto di cacao in polvere, di quelle robe che resuscitano i morti.

“Che sono tutti codesti carboidrati? Si vede che tuo marito non è a casa, sei in carenza d'affetto?”
(essendosi il marito della bionda fratturato malamente sulle piste da sci, si trova ora in regime postoperatorio a casa di mammà, mentre la Dolcebionda si sbatte tra scuola casa bambino e piste da sci).

Che Castagna fa la spiritosa, si sa, ma poi nessuno tiene il conto delle carte di Kitkat, Lindor, Rocher, Bueno di qua, Tronky di là, che affollano il posacenere della sua macchina (tredici anni insieme e una figlia adolescente problematica = sesso pochino, insonnia molta, compensazione con zuccheri inferiore solo a quella con caffeina).

Persino il tirocinantello si mangia la sua porzione di meringata, stavolta, benedetto dal materno sguardo della Castagna che, vedendolo titubare al pensiero di cotanta bomba calorica, lo incoraggia: “E su! Alla tua età lo bruci col metabolismo, 'sto dolce, stai sereno”). Sforzandosi di non pensare a come lei soleva bruciare le calorie a venticinque anni, giustappunto. Eeeeee, beata gioventù.

Castagna peraltro si sente sempre molto bella e luminosa il martedì quando la Princi deve venire a casa, salvo svegliarsi la mattina dopo (anche se veramente “svegliarsi” è un concetto inapplicabile. “Scendere dal divano dove ha passato la notte a rigirarsi con la tachicardia” è più congruo) sentendosi novantaseienne, piena di reumatismi e con le guance dei bassethound.

Di recente ho fatto la carta d'identità nuova e ho chiamato la Tipa poco dopo, per continuare una conversazione iniziata mentre ero in fila all'anagrafe, esordendo con: “Mmmmm, bella, la mia nuova foto della carta d'identità. Sembro la nonna di me stessa, in fila per il metadone.”)

Comunque la conversazione langue perchè la Dolcebionda, che forse è davvero un po' di cattivo umore, si legge il giornale mentre Barbatello e io parlottiamo di questioni sindacali.

Poi io affronto un tema che mi sta a cuore in questi giorni (e che se la batte con “ommioddio come andrà la prima seduta psicoterapeutica di Atreiu?”, “come posso costringere Dylan McKay a essere meno strafottente?” e “caaaazzzo... quarantotto temi da correggere”, per citare solo le preoccupazioni lavorative).

“Senti, Dolcebionda...”
“Sì?”
“Volevo dirti... Grunge Girl...”
“...è lesbica. Sì. Quindi?”
“Sì, d'accordo...”
“Beh, è evidente.”
“Sì sì. E anche che è innamorata di Piccola Afrodite, se è per questo.”
“Sì, lo so.”
“No, è che hanno cominciato a fare dei discorsi, i compagni. L'ho presa larga, per ora. Ma poi in separata sede a lei ho detto che se le dovessero dare fastidio con frasi insistenti o antipatiche su come si pettina, si veste o si comporta me lo deve dire.”
“Eh, però, questa bambina non si cambia in spogliatoio con le altre.”
“Cosa?”
“Non si cambia con le altre.”
“Sì ho sentito, no voglio dire, cazzo, ma poverina, allora però come fa?”
“E boh, cincischia, va dopo, si spoglia il meno possibile, tanto è sempre in tuta e comunque molto coperta.”

Ci sono rimasta di merda.

No perchè se Grunge Girl avesse sedici, diciassette anni, uno la potrebbe prendere da parte, per dirle se possiamo trovare qualcosa per metterla a suo agio, compatibilmente con il fatto che gli spogliatoi sono due e che coi maschi non ce la manderemmo comunque. Ma undici anni, cazzo, sono pochissimi per mettersi a fare dei discorsi così. Cioè, se lei piange e si sfoga e ti dice che a lei piacciono le ragazze e non sa come fare, tu la calmi, le parli, poi parli con la famiglia. Ma se lei fa finta di niente, tu non puoi andare a metterle in testa definizioni e problemi che lei magari non si fa e soprattutto, soprattuttissimo, dove te lo prendi il coraggio per andare a dirlo di tua iniziativa alla famiglia.

Finisce che io stamattina mi apparto con il Gigante e gli sottopongo la questione. E a lui vengono gli occhi lucidi da paparone intenerito, ma appunto, messi così non possiamo farci niente. Rimaniamo che terremo d'occhio la cosa.

Sono così dispiaciuta, e non so neanche di cosa. Che non ci sia uno spogliatoio numero tre, o uno spogliatoio con le cabine singole? Che i maschietti di prima comincino ad agitarsi perchè Grunge Girl non è assimilabile alle altre bambine, ma è comunque diversa da loro? Che Grunge Girl passi la tortura dei commenti del cazzo sul suo taglio di capelli alla Balotelli, o sul suo abbigliamento? Che
un giorno possa dichiarare il suo amore a Piccola Afrodite e magari non riescano più a essere amiche?

Boh. E' una brava bambina, mi si è molto legata, mi regala continuamente disegni buffi o piccoli, strani oggetti che fa con pezzetti di gomma, mine di matite, graffette. Vorrei proteggerla. O che vivessimo davvero già in un mondo dove non avesse bisogno di nessuna precauzione per poter essere quel che è.

Poi a volte mi chiedo chi protegge noi da quello che sappiamo di loro. Dalla paura di Atreiu per il primo colloquio in neuropsichiatria, dai tic maniacali di Dylan, dalle lacrime di Seta Nera che al mattino non vuole venire a scuola, dai pidocchi di Bambino di Formaggio, dallo sguardo disincantato del Malinconelfo, dalla rabbia repressa di Tostissima.

Menomale che ci sono anche tutte le cose belle, che in questo momento, tra gli ingestibili di terza (autosoprannominatisi “lo zoo”) che stanno diventando grandi a vista d'occhio e i fiduciosi primini che bevono avidamente le novità, sono talmente tante da perdere il conto.

Comunque, che la Dolcebionda se ne vada a fine giugno, e venga sostituita dalla tembile Celhodoro, più ci penso e più mi rende triste. Così triste, che nemmeno il pensiero (stupendo) che forse se ne vada anche la preside e venga sostituita, volesse il cielo, da Preside Bhof, con cui sono in ottimi rapporti, riesce a sollevarmi.

Se ne va anche l'Inflessibile, forse. E la F., che va in pensione, E forse l'Uomo passa alle superiori. Insomma. E' un anno di grandi cambiamenti. Lasciatemi almeno il Gigante e le mie amiche bidelle, altrimenti me ne vado anche io.

Ieri sera, a casa nostra:
la Princi all'Uomo: - Perchè vuoi andare alle superiori?
Io: - Perchè è stufo di passare i sabati mattina con sua moglie.
la Princi: - E' vero! Se vai alle superiori, l'anno prossimo il sabato andrai a scuola!!!
L'Uomo: - Anche tu!!! gnegnegnegne!
Io: - E io me ne resto a letto!!! Tiè a te! E a te! Tòòò!!!

(Sì. Perchè ci crediamo tutti, come no, che se loro si alzano per uscire io mi giro di là e continuo a dormire. Certo.)

martedì 10 dicembre 2013

Del diventare una stronza


Di recente mi sono lamentata con la preside, dicendo che noi coordinatori siamo oberati di impegni e che non può chiedere sempre tutto agli stessi. Inoltre ho chiesto di essere esonerata da alcune cose e che ci sia qualcuno che fa i verbali e le altre menate che di solito si scaricano sul prof di italiano, come se fosse l'unico in grado di scrivere.

Ho mandato a zero due conti in banca su tre per le tasse di famiglia e, dopo ponderata riflessione, ho tenuto su quello che uso io quotidianamente i soldi della vendita della'appartamento a Sanguedelmiosangue. Perchè devo pagare altre tasse, altri conti di tutti, ma anche perchè mi servono una macchina nuova, i soldi per il primo Natale in famiglia della Princi, un po' di margine per il festival e sì, anche tremila euro per cose mie. Eh. Sì. Tanto a meno di me non possono fare comunque, i miei parenti, e io mi sono rotta i coglioni di girare con uno scassone, non voglio la Ferrari, solo una macchina che non perda i pezzi mentre va. E le cose mie sono le cose che mi permettono di non impazzire. E, ripeto, di me gli altri hanno bisogno. Quindi io devo essere viva, e sana di mente.

Stamattina prima delle 9 e mezza avevo già dato disposizioni su: ritiro atti Equitalia depositati in Comune, fax e posta da smistare, un contratto d'affitto, due trasporti di oggetti e beni da Genova a Asti, un minirinfresco, una certificazione energetica, lo spostamento di un appuntamento con la psicologa della Princi, la sopravvivenza alimentare e domestica dell'intera famiglia.

Persone coinvolte: mio cugino, il mio migliore amico, mia madre, la mia commercialista, la psicologa dell'ASL, la mia segretaria, mio marito, mia figlia, il nostro grafico dell'Asti Film Festival, il geometra, la panettiera.

Resta inteso che oggi pomeriggio piomberò sui malcapitati che allestiscono gli spazi per le proiezioni del festival e darò ordini anche a loro, ma nel frattempo devo come al solito far filare 45 studenti, e mi sa che dovrò mettere in stand by una ditta di ristrutturazioni a cui devo dei soldi.

La mia risposta, quando qualcuno mi chiede una cosa, ultimamente varia da

a) ora non me ne posso occupare

a

b) lo faccio fare a ...

a

c) richiedimelo venerdì quando ho tempo

oppure

d) fino alla settimana prossima non se ne parla nemmeno.


A volte mi fermo a pensare che, se io smisto tutto quel che devo fare su tante persone, e bisogna aggiungerci le Fate che mi stirano e mi puliscono casa, Frau Bluecher che mi gestisce la zia e vari altri collaboratori occasionali, vuol dire che nella mia vita ci sono un po' troppe cose per una persona sola.

Più spesso, mi guardo allo specchio e penso: toh guarda, sto diventando una stronza.
 

 
E poi: cazzo, se avessi saputo che funzionava così bene, ci sarei diventata già anni fa.

Il punto, miei cari, è che di notte non dormo nel tentativo di organizzare tutto, ma una volta sorto il sole, dopo aver messo dei paletti, delle recinzioni, dato ordini, mandato altri a fare cose, usato i soldi per sbattermi di meno e avere più tempo, quando mi siedo finalmente sul divano ho la testa sgombra. Non sapevo neanche più cosa volesse dire, avere la testa sgombra dalle grane. Dentro ci sono perfino dei pensieri, delle emozioni, dei desideri. Ho delle idee magnifiche e delle belle intuizioni, solo che ultimamente avevo sempre troppo sonno o troppa fretta per rendermene conto

Questo post è dedicato alla Frenci, a Cavallino, alla Tipa e a tutte quelle donne che devono piantare dei paletti e delle recinzioni per sopravvivere. Io sono la prova vivente che dopo si sorride di più. 

giovedì 10 ottobre 2013

Ho fatto il salto

Oggi sono entrata nella scuola.

Ho salutato il segretario che usciva.

Ho fatto un cenno a una collega, che si è liberata di quel che stava facendo per venirmi a parlare.

E abbiamo parlato.

Di:
giustificazioni
firme
autorizzazioni alle uscite
spese per le uscite
orari di rientro
libri di testo
rendimento scolastico

Poi me ne sono andata, dicendo: "La ringrazio, professoressa" e pensavo che è strano: io non mi rivolgo a nessuno chiamandolo professore o professoressa.

Ma non posso dare del tu alla coordinatrice del corso di mia figlia, nemmeno se insegna la mia stessa materia ed è più giovane di me.




mercoledì 3 luglio 2013

Novità

Ve l'ho detto che c'erano delle novità.

Per tutta l'estate, invece che qui, nella polvere dei gessetti, mi troverete qui, nella seconda versione, quella pubblica, di un diario di bordo privato che risale al 2010.

Si parla di figli, occhio.

giovedì 27 giugno 2013

Ultimo giorno di esami

Scandalosi.

Non avevano preparato NEMMENO gli argomenti a loro scelta, quasi nessuno di loro, tranne un paio.

Se Dio vuole è finita. Abbiamo licenziato 18 studenti, una privatista, un progetto antidispersione, e buon peso anche A. ha finito i suoi esami, anche se non stiamo a dire come. Peraltro è stato promosso pure lui.

Io però sono incorreggibile.

Ho comprato l'agenda 2013/2014, ho praticamente fatto la composizione della mia prossima prima, deciso le prove d'ingresso per la III A che torna e previsto le future ore di compresenza.

Ma ora basta però eh. Domani ultimo giorno di riunioni, e al massimo mi concederò di giocare un pochino con il registro elettronico. Poi... tutto il resto (e quest'anno non è poco... no no).

E con questa immagine...




...auleintempesta va in vacanza! Ci rivediamo a settembre, credo che ci saranno dei cambiamenti...

venerdì 21 giugno 2013

Che strizza

Allora vado, eh?

...vado, vado.

Vado!

Dall'altra parte

Ubriaca di stanchezza, agitata e felice dopo queste intensissime giornate, oggi sperimenterò l'esame di terza media da un altro punto di vista.

A. deve dare l'orale stamattina e da due giorni sono io che mi occupo di lui, di farlo distrarre riposare divertire mangiare e ripassare. Oggi devo andare a prenderlo e portarlo a scuola, dove l'Uomo si preoccuperà di fargli coronare il percorso.

Iddio ci ha benedetto con un paio di giornate umide e piovose: per carità, sembra di camminare avvolti da uno spesso strato di lumache, ma almeno non si ha la sensazione che la pelle stia per staccarsi, dorata e croccante come quella del pollo arrosto. L'altro giorno faceva talmente caldo che da un momento all'altro ci si aspettava di sentir risuonare nei cieli il campanello di un immenso timer da forno. Ieri sera invece nelle campagne soffiava una brezzolina fresca e si stava bene.
Stanotte ho perfino dormito.

Ora devo decidere cosa mettermi per questo strano, emozionante evento.

martedì 21 maggio 2013

Affido familiare - un post di condivisione





A rendere ancora più tempestose le mie aule, recentemente, concorrono, come potete immaginare, alcune allucinazioni che mi colgono qua e là, in pieno discorso, durante una sgridata, durante una sorveglianza in corridoio. Si tratta regolarmente delle facce, delle frasi e soprattutto degli occhi azzurri del nostro ragazzino affidatario, che mi passano davanti alla mente mentre sto facendo o dicendo qualsiasi cosa.

L’effetto è sempre lo stesso: "Toh, guarda come mi sembra tutto diverso adesso" e anche "Ma quando arrivano le maledette ferie? Ho altro da fare che ritirare per l’ennesima volta i diari di chi non ha fatto i compiti!"

Comunque, questo è un post di servizio per dire tre o quattro cose.

La prima è che, come solo alcuni sanno, esiste un blog specifico dove tengo il mio diario, incasinato e senza censure, a proposito della non-maternità, del percorso preadottivo e, ora, di questa esperienza di affido. Dato che i contenuti sono veramente molto personali, è un blog a numero chiuso, e anche molto ristretto. Però, se qualcuno di voi avesse da raccontare le sue esperienze di genitorialità alternativa, o avesse bisogno di sfogarsi e condividere le mille frustrazioni della non-genitorialità… fatemelo sapere che valuteremo come metterci in contatto.

La seconda cosa è che a me piacerebbe molto poter leggere di qualcuno che sta passando fasi simili alle nostre, ma ho cercato online e non ho trovato praticamente niente, anche perché io cerco storie di gente che ha avuto a che fare con adolescenti, non con bambini piccoli. In proposito ho lanciato un appello via mail a Silvia e Serena di GenitoriCrescono, che magari da qualche parte ne hanno parlato e hanno un giro di conoscenze online più vasto del mio. Ma se avete voglia di segnalare voi stessi o qualcun altro che conoscete e che potrebbe essere interessato a condividere esperienze, accomodatevi.

La terza cosa è che stanotte ho fatto le tre di mattina a leggere un testo appena comprato, e siccome ci sono certe informazioni che trascendono gli obiettivi del mio piagnucoloso e tormentato diario personale, preferisco segnalarlo qui dove può raggiungere un maggior numero di persone:

"Adozione, affido, accoglienza" di Gillian Schofield e Mary Beek

Le due signore britanniche di cui sopra sposano la teoria dell’attaccamento di Bowlby e applicano, in modo molto pratico e con un sacco di esempi tratti da storie vere, alcuni punti cruciali di questa teoria alla difficile convivenza tra caregivers e neonati-bambini-adolescenti separati dalla famiglia d’origine.

La cosa interessante è che dividono per argomenti, ma ogni argomento è trattato dal punto di vista dell’adulto, del bambino secondo le diverse fasce d’età e DELLE COSE CHE SI POSSONO FARE NELLA VITA QUOTIDIANA per favorire l‘instaurarsi di un rapporto sano e sicuro tra il minore e i suoi affidatari.

E poi, se volete saperlo, c’è anche un delizioso capitolo dove fanno un culo così agli operatori del settore, che dicono magari tutto e il contrario di tutto, che non prendono informazioni dal contesto reale ma solo dalle teorie e dai protocolli, e che DEVONO supportare adeguatamente la famiglia, oltre che il minore in sé. Nettare e ambrosia, per una come me che ha avuto a che fare coi protocolli del TM di Torino.

Insomma, se qualcuno di voi ha in casa un bimbo adottato, o in affido, o semplicemente deve stare vicino a un nipote o a un cuginetto in un momento difficile per la sua famiglia, questo libro merita lettura.

E per finire vi racconto una storia.

Qualche estate fa, in montagna, stiamo placidamente mettendo tavola per pranzo, quando una notizia del tg regionale richiama la nostra attenzione. E’ il solito incidente d’auto al rientro dalle vacanze, ma particolarmente orrendo, e riguarda una persona che, ad Asti, conoscono tutti, perché partecipa al Palio in un ruolo di spicco.

Lui e la moglie tornavano coi figli dalle ferie, in Puglia o Calabria, non so più, e si erano fatti la tirata in notturna. Lui si fa dare il cambio quando sono già sulla Piacenza - Torino, sono quasi le sei di mattina, ormai manca poco all‘arrivo. Lei si mette al volante, ma probabilmente è stata sveglia a lungo per tenere compagnia al marito, e appena pochi minuti dopo esce di strada, in uno di quei maledetti rettilinei ipnotici della Pianura Padana, dove è così facile chiudere un attimo gli occhi, tanto il volante lo devi sempre tenere dritto. La macchina vola giù nelle campagne. I figli, di undici e tredici anni, un maschio e una femmina, muoiono. Il marito perde un braccio. Lei non si fa praticamente niente. Di fisico, almeno.

A settembre, poche settimane dopo, si corre il Palio e lui è al suo posto, con una manica penzolante sul fianco e gli occhi vuoti.

A gennaio, io e l’Uomo ci troviamo seduti vicini a loro due al corso preadozione, che svolgiamo insieme. Poi varie volte capita di incontrarsi in centro città, per strada, a teatro, e anche di scriversi via mail. Lui si è fatto intanto una protesi all’avanguardia, e la rieducazione, in uno dei centri migliori d’Italia.

In questi anni, i nostri conoscenti si sono sentiti dire: dapprima, che era troppo presto dopo un simile trauma (e fin lì ci si poteva arrivare tutti, che gli psicologi volessero vedere un attimo come stavano); dopo, che per dare l’idoneità il tribunale voleva aspettare ancora sei mesi (e intanto era quasi un anno che giravano per colloqui). Infine hanno fatto ricorso contro il parere negativo del tribunale e credo lo abbiano vinto, ma naturalmente da Torino si sono ben guardati dall’abbinarli a qualsivoglia minore. Nel frattempo, girando per associazioni che trattano le adozioni internazionali, si sono anche sentiti rifiutare da quasi tutti l’apertura della pratica, con queste motivazioni: per l’handicap di lui, per il lutto recente, perché erano sposati solo civilmente o perché erano sposati da pochi anni (evidentemente i loro figli erano nati durante la convivenza).

Insomma, ogni volta che li abbiamo incontrati, sebbene loro fossero sempre sorridenti, calorosi e combattivi, ce ne siamo sempre andati con il cuore piccolo come una nocciolina di fronte a questo continuo, devastante piovere sul bagnato.

Fino a qualche settimana fa. L’Uomo ha incontrato lui, che dei due è il più espansivo e il più incline a raccontare, e mi ha portato a casa questa bella notizia: sono passati anche loro alla procedura di affido e hanno in casa due fratellini, di età abbastanza vicina a quella dei loro figli quando se ne sono andati.

Spero di incontrarli presto tutti insieme in centro e di poter fare le dovute congratulazioni, in culo ai protocolli. Che, tra parentesi, noi dobbiamo ancora firmare, per cui ogni tanto io mi sveglio di notte con l’ansia che poi alla fine sia tutto un bel buco nell’acqua.


Ah, e post scriptum:



 
 
 

Buon peso, leggetevi anche questo. E' magistrale. Ed è di una mia amica stretta stretta stretta, così stretta che per parecchio tempo ci hanno scambiato per sorelle e non è detto che non succederebbe ancora se girassimo insieme un po' più spesso.

venerdì 12 aprile 2013

Cambiamenti

Eccoci qua.
Dall'ultima volta che ci siamo sentiti, annoveriamo qualche novità. Niente di che. Diciamo che questa settimana passerà solo alla storia di questa famiglia come una delle più significative, in fatto di cambiamenti.

Per esempio, mio padre da ieri abita in un istituto. Mia madre abita da sola. Mia zia insiste per andare nello stesso istituto pure lei. Io ho avuto un gran bel tracollo psicofisico, pur essendo d'accordissimo con questi cambiamenti, ma ora che è finita la fase tremenda dell'accudimento a casa... diciamo, per tagliarla corta, che sono impegnatissima a non svenire e a non piangere nei luoghi meno opportuni. Pazienza, passerà. Ci sta, che una abbia un momento di down dopo tutta 'sta tensione. L'importante è aver adottato la soluzione giusta. Speriamo, dai, che vada tutto nel migliore dei modi.

Mio cugino forse trova un accordo con suo padre e va a lavorare e a vivere da solo. E anche questa non è poca cosa, no?

E se non vi sembra abbastanza... noi, invece, di vivere da soli eravamo stufi. Da un sacco di tempo, come alcuni di voi ben sanno. E siccome la vita è proprio pazzesca, proprio adesso, proprio in questi giornate campali, beh, ne capita un'altra e cioè, bravi, avete indovinato, capita che si allarga la famiglia. Tranquilli eh, il ciclo ce l'ho regolarmente. Sapete che noi siamo gente complicata. Questa retorica dell'utero, questo culto dell'ecografia, a quasi quarant'anni... no dai, è inutile che faccia la sostenuta, l'idea di figli nostri non è che ci lasci ormai indifferenti, anzi. Ma insomma, è passato veramente tanto tempo da quando abbiamo cominciato a sostenere che famiglia non vuole per forza dire genetica. Per dire la verità eravamo sposati da nemmeno sei mesi e parlavamo di figli naturali, affidatari e adottivi con grande disponibilità, e, se volete proprio saperlo, avessimo colto la prima mela che ci era stata offerta, adesso avremmo un figlio affidatario già maggiorenne. Ma si vede che la vita doveva fare tutti i suoi giri, prima, e ne ha fatti, oh se ne ha fatti, prima di arrivare a questa settimana.

Comunque. Poi vi dirò bene, anche perché è tutto all'inizio, ma all'inizio inizio, proprio tanto all'inizio, e queste cose sono di un incasinato... ma insomma, sembra che finalmente un'occasione di provare a essere genitori toccherà anche a noi. Suspense... non sono autorizzata a dire nient'altro.

Mi pare che ve la dovevo, qualche notizia bella, dopo tutti 'sti mesi in cui avete retto le mie sfighe.




martedì 12 marzo 2013

A river runs through it

Stasera, tornando dopo 8 ore 8 di scuola, percepisco un profumo di erba fresca, un chiarore nell’aria, un tepore che lasciano presagire l’ormai definitiva conclusione dell’inverno (se vogliamo escludere la tipica botta di gelo marzolino da farsi cadere i denti, che qui spesso si verifica quando ormai nessuno ci crede più, e fa disfare il lavoro degli armadi a chi lo aveva già iniziato).

Solitamente non amo la primavera. Quando ero giovane, mi rendeva semplicemente più stanca e nervosa. Adesso, che vecchia certo non sono ma giovane nemmeno, e che vivo in Piemonte in mezzo alle campagne, la primavera significa soprattutto tanto, tanto, tanto lavoro, botte di allergia devastanti e, all’incirca per una quarantina di giorni, uno sforzo pazzesco all’ora di scendere dal letto, persino per me che sono mattiniera. Poi marzo è, per definizione, il mese in cui mi innamoro, prendo cotte, sbandate e dentate nel cemento. E quindi contiene il mio anniversario (il dodicesimo: vi rendete conto???) con l’Uomo, ma anche una tendenza a vagolare in macchina per le colline sfumacchiando nervosamente e rimestando nel torbido a proposito di alcuni ricordi, di persone e di situazioni del passato, e in generale a essere isterica, o semplicemente bimbaminkia. Tipo che io a marzo dovrei stare perennemente sdraiata a pancia in giù sul letto a disegnare cuoricini con la musica nelle orecchie, oppure ci sarebbe l’alternativa, più adulta, di rotolarmi tra le lenzuola tutto il santo giorno in degna compagnia. Alla mia età e con la vita che faccio, non mi posso permettere nessuna delle due cose, almeno nella misura che vorrei… Ma lasciamo stare.

Quest’anno l’inizio della primavera io lo vedo come una riva, la riva di un fiume turbolento e fangoso, ma anche imponente, maestoso, come il Rodano quando l’ho visto, in primavera appunto, nella ricchezza del disgelo.

Attraverso questo fiume, con una barca che talvolta faceva acqua, talvolta minacciava di impennarsi o rovesciarsi, talvolta dominava orgogliosamente le onde tenendo pervicacemente la rotta, io mi sento, nel corso dell’inverno, di aver traghettato me stessa, la mia famiglia, i miei doveri, le mie classi, i miei progetti, case, cose, persone, questioni. Ho immagini di creste schiumose scavalcate con un balzo, di gorghi, di risucchi, di muscoli brucianti a forza di pagaiare, del variegato popolo che abitava l’imbarcazione con me, spesso recalcitrante e poco collaborativo, talvolta addirittura sul punto di ammutinarsi, e di rado disposto a fare i turni per remare. Nel fiume c’erano meravigliose creature acquatiche semidivine con cui non ho avuto il tempo di parlare, e spaventosi rettili che ho evitato, pur non potendo esimermi dal beccare qualche sanguisuga (al mio ex avvocato, a diversi consulenti e a qualche inquilino o amministratore stanno, spero, fischiando le orecchie molto forte).

Vedo la riva, certo non ci sono ancora arrivata. Ma l’inverno è passato. La corrente è molto forte, ma sulle sponde vedo germogliare i salici. Speriamo di attraccare prima o poi.



IO PRIMA DI MORIRE DEVO TROVARE IL CORAGGIO DI SALIRE DI NUOVO SU UN AEREO, PERCHE' NON VOGLIO MORIRE SENZA AVER VISTO QUATTRO COSE: LE CASCATE DELL'IGUAZU, LE COLLINE NGONG IN KENYA, I L CILE E IL RIO DELLE AMAZZONI, PIU' PRECISAMENTE, LA SUA CONFLUENZA CON IL RIO NEGRO.

giovedì 3 gennaio 2013

Rientrare, e come rientrare: questo è il problema

Diciamo che, scazzi in famiglia a parte, quando mi lasciano nel mio guscio sereno, fatto di nebbia, gatti e libri, io le vacanze non è che me le godo: è che proprio risucchio dalla terra le forze primordiali che rigenerano tutto il mio essere. Come una pianta: immobile come una pianta, verde come una pianta, piena di ossigeno come una pianta.

Quest'anno, in tal senso, è andata proprio bene.

Il marito non ha rotto nemmeno le balle per andare da qualche parte, e soprattutto con qualcuno, per fare il Capodanno. Cenetta noi due, di produzione casalinga, e, con mio sommo trionfo, ha anche incontrato nel pomeriggio non uno ma due tizi di sesso maschile che, avendo invece in programma la serata da amici o in un locale, alla frase "Ce ne stiamo io e lei, ci siamo preparati una cenetta a casa", hanno risposto ammirati: "Che figata!". Questa per me è stata una rivincita notevole: non so se avete presente la guerra senza quartiere che io conduco da 36 anni nei confronti del Capodanno. In effetti, se devo considerare quante volte nella mia vita mi sono divertita la sera del 31 dicembre, il conto è rapido: due. Una volta avevo 14 o 15 anni (tennis club in campagna) e l'altra 18 (serata galeotta a Recco, l'unico Capodanno in cui ho fatto le SETTE di mattina). Finito.

In questi giorni ho goduto della vita che amo fare quando posso starmene un po' a casa: dormite, letture, bucati, non troppo Internet, tanto studio, coccole, decluttering, maglia, buon cinema in dvd...
Con l'ottima aggiunta del fatto che praticamente io e l'Uomo siamo stati inseparabili, e anche avere il tempo per questo, a casa mia, è una bella novità.

A pochi giorni dal rientro al lavoro, esamino la situazione con una certa agitazione. Come dico da diverso tempo, sono un po' in crisi con la mia professione.
Anche se a correggere i temi rido e piango come davanti a un bel film, a volte.
Anche se ieri sera nel film "Cose dell'altro mondo" (che vi consiglio fortemente: Mastandrea, sono giunta a concludere ultimamente, è fico dentro, fuori, intorno, attraverso, per di su e per di giù, è TROPPO bravo) la Lodovini, che fa la parte di una maestra, camminava per la strada con tre alunni e per scherzo tirava su il cappuccio del giaccone a due di loro, e a me veniva tenerezza, perchè lo faccio sempre anche io.
Anche se, in caso di fine del mondo, a me sarebbe andato benissimo che il meteorite dei Maya, l'implosione del pianeta, o quel che doveva essere, fosse capitato mentre io ero in aula computer con la mia ingestibile e meravigliosa II A.

Però ci sono diverse cose che non vanno e non mi riferisco solo alla gigantesca pila di roba che ancora aspetta la mia penna rossa in cameretta. Quella, com'è come non è, sappiamo che io in qualche modo me la gestisco, ogni volta. Ma io non sto lavorando bene.

Diciamo anche che nella mia scuola, ultimamente, le questioni spinose sono abbastanza precipitate verso veri e propri casini.

La Stronza di Arte è sempre più strana, strisciante, malmostosa e riottosa, specialmente da quando abbiamo definitivamente sospeso le gite scolastiche per protesta contro i tagli.
Quello Stronzo di Sostegno ha tirato su un casino disciplinare talmente complesso che non ve l'ho nemmeno raccontato, per rifarsi di anni di invidia e ripicche contro gli altri uomini abili e arruolati della scuola (significativo, direi, che se la prenda con Celhoduro e con il Gigante, invece che con il Grande Puffo che è anziano, con Orsetto Lavatore che è un mezzo prete e tutto ispira fuorchè un minimo di istinto sessuale, o con il giovane e bellissimo collega di tecnica che è perdutamente gay).
La Bestia Nera è sempre nera. Come l'inferno. La aborro così tanto che non voglio neanche parlarne.
Ma in generale negli ultimi due anni quel che poteva andare storto c'è andato, tra prof di inglese ipocondriache, prof di lettere incasinate con la salute/ la famiglia/ le proprie personali stranezze, prof di matematica sempre più chiuse nei loro famosi universi paralleli.*

[*Una precisazione. Da studentessa, ero convinta, come tutti quelli che di matematica non ci capiscono una mazza, che le prof di matematica fossero tutte pazze. Tranne la mia delle medie, per la quale mi sarei lanciata nel fuoco o giù da una rupe, su richiesta. Da insegnante, fin dal tirocinio e dal periodo come prof di sostegno, ho incontrato un secco 93 per cento di professoresse di matematica che erano al tempo stesso persone normali, in gamba, brave a spiegare, simpatiche e abbastanza umane coi ragazzi. Diciamolo, che essendo alle medie erano quasi tutte laureate in biologia e non in matematica pura. Però in genere io sono famosa per andare d'accordissimo con le mie colleghe di Scienze MFN e fare progetti a quattro mani con reciproca soddisfazione. Addirittura, la temutissima collega della sezione A di ScuolaFica dei QuartieriAlti, un metro e quarantacinque di generalissimo che terrorizzava interi corridoi con un solo sguardo, quando è finita la mia supplenza si è messa a piangere. Vero è che avevo 30 anni e bene come quell'anno forse non ho mai lavorato nè prima nè dopo. Comunque, di matematica da noi ce ne sono tre: la Compagna Collega, la cui frase archetipica è "A me di queste cose non me ne frega un cazzo", la collega F. che io molto amo e stimo ma che è pericolosa come Andreotti perchè, essendo una colonna portante dell'istruzione della Valle, può fare esattamente quel che vuole, quando vuole, come vuole e senza parere, e la Brava Crista che è quanto di più corretto e gradevole si possa chiedere come collega. Però ecco, due su tre, recentemente, sono proprio partite per un loro mondo, beate loro.]

Quindi non so. Se penso alla scuola, vedo come una carta tematica tutta colorata: nella pianta dell'edificio ci sono parti colorate in rosa pesca, in rosso sangue, in blu elettrico, in verde acido, in giallo sole, in marrone fangoso. Sono rosa pesca l'aula di II A, il parcheggio dal quale guardo i ragazzi scendere dai pullmini, l'aula computer. La III C tende al fango, con qualche sprazzo giallo di entusiasmo purtroppo passeggero. Gli altri colori indicano le zone ad alto rischio di ansia, collisione, conflitto o semplice fatica bruta. Anche lo stanzino del caffè, apparentemente luminoso e caldo, può contenere insidiose voragini piene di spine. Quindi io entro e, per arrivare alla porta della II A, che è dove io realmente voglio andare quando mi sveglio la mattina, passo attraverso tutte queste zone di altri pericolosi colori. Una volta vorrei avere addosso un apparecchietto di quelli che registrano il tracciato cardiaco, per vedere le alterazioni dei tratti del mio elettrocardiogramma durante i pochi passi dalla porta principale alla fine del corridoio est.

In conclusione, dato che il mio lavoro è vedere il picco di intelligenza pura negli occhi di Winnie Pooh, ma anche correggere montagne di errori di italiano di Muy Lejos; spiegare Dante o Petrarca in un silenzio da cattedrale, ma anche scuotere continuamente le coscienze dei miei ragazzi di terza così impenetrabili; riempire lavagne di collegamenti linguistici e storici ma anche scrivere noiose relazioni, programmazioni etc; avere a che fare con giovani anime piene di domande e di emozioni ma anche con vecchie e intristite bigotte, eminenze grigie, pazze paranoiche, umorali dedite allo sbalzo d'umore vertiginoso (me inclusa) e sfiduciati nullafacenti (per tacere di vipere, ragni velenosi, tenie, vibrioni del colera e altre forme di vita che annovero tra i miei colleghi): devo trovare un modo nuovo, un sistema nuovo. Sono anni che lo dico. Ci devo arrivare.




 




martedì 29 maggio 2012

Winter is still raging

Povera Italia, piuttosto che niente la Pianura Padana si mette a sgroppare come un puledro impazzito.

Io comunque lo sento, il profumo del cambiamento.

Sono i ragazzi che hanno sfilato con la maglietta "io non ho paura". Il bel ragazzone dall'aria sana e sicura che, intervistato di fronte alla scuola Morvillo Falcone, ha detto "noi ci fidiamo di chi viene a scuola con noi". Credo intendesse compagni di scuola, insegnanti, gente che sta lavorando per il futuro, per una cultura che con la mafia tagli i ponti definitivamente, che la faccia morire di solitudine e di impotenza, come quando blocchi i vasi sanguigni che alimentano un tumore. Beh, tesoro, a me che faccio la prof sentirti dire che voi vi fidate mi ha dato veramente l'antidoto a tutto il resto.

E' Gramellini (sempre lui: ma quando glielo facciamo un monumento? o gli intitoliamo una piazza?) che scrive questo.

E' la reazione inorridita della gente alle parole del ministro Puzza (perchè i profumi sono diversi: sono le felpe di cotone dei miei alunni, sono le crostate del laboratorio di cucina, sono le pagine dei libri dopo che ci hai studiato sopra un anno) che ha osato dire all'intervistatore de "Il Secolo XIX" che la bidella che fa tutto da sola correndo da un piano all'altro di un istituto è un esempio e dovrebbero lavorare tutti così...* Dimostrando che era meglio se restava trincerato nell'agghiacciante silenzio in cui era caduta la scuola dal momento dell'estromissione della Mariastronza. Ha anche risposto, alla domanda sui precari, che i giornalisti fanno sempre le stesse domande, e a quella sui ragazzi che non hanno l'insegnante di sostegno che bisogna vedere le cose da un altro punto di vista. Ha cioè chiarito che nemmeno in questo governo verranno risolti dei problemi che purtroppo sono prioritari nel mondo dell'istruzione. Ma la gente lo ha smerdato subito. E questo va bene.

*Se per caso chi legge appartiene alla categoria di quanti credono che la bidella, di mestiere, lavi dei cessi e spazzi malamente delle aule, vi ricordo che il personale ausiliario nelle scuole, per legge, ha, tra gli altri, i seguenti compiti: sorvegliare le classi ai cambi d'ora, se un insegnante ritarda o viene chiamato fuori dall'aula; occuparsi degli alunni che si sentono male; contribuire a spostare - nutrire - lavare - accompagnare in bagno gli alunni gravemente disabili; chiamare i soccorsi e prestare le prime cure in caso di emergenza; staccare la corrente e provvedere all'evacuazione dell'edificio in caso di incendio / terremoto / altra situazione che richieda una fuga in massa; aprire e chiudere la scuola e tutti i laboratori, attivare il sistema di allarme, i server di internet, rispondere al telefono; sorvegliare l'ingresso e provvedere all'identificazione di chiunque entri (o esca, se è un alunno); ovviamente mantenere l'igiene di aule, corridoi, servizi; attrezzare le stanze per qualsiasi occasione speciale come riunioni, proiezioni, collegi docenti, etc.


E' la richiesta, che sta girando su Internet, di annullare una parata che in fondo lascia il tempo che trova, e uno stupido viaggio a Milano di quel coso inutile anzi dannoso che è questo papa, per non spendere soldi e darli invece alle popolazioni che hanno perso la casa, il posto di lavoro, la macchina, la torre comunale del Trecento, la chiesa parrocchiale e tanto altro nelle scosse di terremoto.

Io trovo che in Italia di gente che sa ancora ragionare ce ne sia tanta. Ragionano bene anche quelli che, sull'onda della rabbia, inseguivano una macchina della polizia dove credevano fosse trasportato il sospettato dell'attentato di Brindisi. Perchè sì, è vero, erano in preda all'esaltazione e hanno sbagliato. Ma Melissa è morta a 16 anni mentre andava a scuola, e io continuo a pensare a quella famiglia che ha una figlia ustionata a Brindisi e un'altra con la cassa toracica sfondata a Lecce. E certo che sono vive, ma la loro vita è cambiata per sempre, e quando ho sentito dell'attentato, dopo i primi minuti di groppo in gola, di "non è possibile, ma come si può, ma Dio mio", ho detto "spero che quando li prendono li buttino in mezzo alla folla; ma scusa, Uomo, se nostra figlia venisse ferita o uccisa da una bomba messa davanti ai cancelli della scuola, tu, potendolo fare, non vorresti smembrare i responsabili a mani nude? Io sì".

Però ragionano bene soprattutto i ragazzi che a scuola continuano ad andarci, che vogliono tenere aperto il liceo anche di domenica. Sono loro quelli per cui noi andiamo avanti, possibilmente fino a 88 anni e con la schiena dritta come un fuso, come la maestra di Gramellini.

lunedì 2 aprile 2012

Essenziale

Anche questa settimana niente Tibet.

Non è una cosa che mi capita spesso, ma non c'erano i soldi, questo mese. E poi qui c'è tantissimo da fare, e lo so che non ci credete perchè sono sempre chiusa in casa, ma giuro, ho lavorato, e non solo alla roba di scuola, per quanto sia la parte assolutamente preponderante, da diverse settimane. E' che io, sappiatelo, sono una fucina di molte cose, tante restano solo accenni, tante restano solo mie e gli altri non le vengono mai a sapere, tante però portano frutto, alla lunga.

Così, per esempio, ora mi aggiravo per casa pensando niente Tibet, però un momento, mi sono guardata dal di fuori: ho addosso una comoda combinazione da casa consistente in una camicia da notte lunga e un paio di pantaloni da pigiama, che sembra una tenuta indiana, in mano ho una tazza di tè nero non zuccherato, di là sta cuocendo del riso e io sto riflettendo, in modo non avete idea quanto applicativo, sulla pazienza e sulla non violenza.

Siamo proprio sicuri che ho ancora bisogno di prendere la macchina e guidare più di tre ore, per arrivare in Tibet?

domenica 25 marzo 2012

L'Islanda



Ci sono quei giorni in cui succedono cose, apparentemente insignificanti, che però sono irreversibilmente segno dell'inizio di un'era.

Tipo quando ti tolgono le rotelline della bici e tu vai lo stesso.

O quando le lettere si fondono in una parola e per la prima volta in vita dei segni sulla carta diventano un significato nella testa.

O quando invece di annaspare in acqua stai a galla, e dai al tuo movimento una forma e una direzione.

O quando una cosa che prima ti avrebbe fatto incazzare, e anche fatto un po' di paura, ora ti procura solo dispiacere, preoccupazione, addirittura un senso di pena. Arrivato, dopo decenni, a prendere il posto del vecchio, cancerogeno, manipolabile senso di colpa.

Sono rivelazioni. Dopo, il mondo non è più lo stesso: come dopo Gutenberg, come dopo Freud, le cose non hanno lo stesso valore di prima.

E così oggi è stata una giornata in cui mi aggiravo per casa, sospesa in un senso di irrealtà, per i cambiamenti giganteschi che avvengono in me. Mi sento come l'Islanda. Fuori terra scura, muschio colorato, un po' di neve, un ripetersi monotono di rilievi arrotondati. Dentro, sotto, roba che si sposta, acqua che ribolle, lava, pressione, forza tellurica bruta.

In questo clima ho fatto una cosa mai vista prima, sono andata a tagliarmi i capelli mettendoci una reale disponibilità a entrare con le mie lunghe onde da leonessa e uscire con qualunque cosa.

Non che la ragazza mi abbia fatto un taglio tanto strano. Ma ha tagliato molto e in effetti delle lunghe onde non c'è più traccia e, chissà perchè, con questo taglio sembro molto più chiara.
Il punto però è che io le ho detto "fai tu, io chiudo gli occhi" e in effetti intendevo proprio dirle di fare lei, di non chiedermi niente. Questo nel mio modo di essere è senza precedenti. Andare dal parrucchiere, soprattutto se comportava rinunciare ai capelli lunghi, per me è sempre stato terribile fonte di tristezza, insicurezza e talvolta reale sofferenza. Davvero. Tra la poltrona del parrucchiere e quella del dentista ho sempre faticato a cogliere la differenza, a parte che nel primo caso non sputi sangue nel lavandino, e la vista delle mie ciocche sul pavimento è una delle cose che mi hanno dato maggiore fastidio, tra tante sgradevolezze che ti capitano nella vita.

E invece oggi non ho neanche guardato quando la ragazza le scopava via, e ero sinceramente tranquilla sul fatto che mi sarei piaciuta con qualsiasi modifica. Infatti mi piaccio, soprattutto col rossetto rosso scuro che ho adottato da quando ho schiarito il castano verso il biondo.

Cazzate da femmine, lo so. Ma le donne sanno quanto c'è dietro a una cazzata di questo genere.

Per festeggiare sono andata al reparto profumeria, scuotendo i miei capelli leggeri leggeri, e ho speso in ombretti una cifra pari a quella spesa dalla parrucchiera più 6 euro e qualche decina di centesimi.

E stasera ho preso una bella congestione stando seduta, in gonnellina corta, giacchina di cotone e scialle, ai tavolini fuori dal solito locale, per chiacchierare fino a mezzanotte e mezza con l'Uomo, Movie Man e Lucio Pellegrini che era da noi a presentare "E' nata una star?" (senza Papaleo e senza la Litti, ma è stata comunque una serata bellissima e il film è davvero carino).

venerdì 3 febbraio 2012

Winter has come

(post un po' delicato, dove si parla senza pudore di soldi, contenente vari punti di vista senz'altro opinabili e un sacco di divagazioni più o meno significative)

Mah.

No, è che l'inverno è arrivato, veramente.

Non nel senso che fuori fa un freddo che gela i sentimenti, anche se è vero.

A proposito, oggi se invece delle dodici, cinquantasette minuti e zerozero secondi fossero state le dodici, cinquantasette minuti e quarantacinque secondi quando sono passata da un dato punto del mio cortile, poi questo blog chiudeva, e il prossimo Asti Film Festival lo facevano in loving memory of la moglie dell'organizzatore.
E' scoppiata una grondaia piena di ghiaccio, è caduta roba pesante e tagliente da otto metri d'altezza, minchia che paura.
A me le gambe hanno iniziato a tremare, lo stomaco a sprofondare e gli occhi a voltarsi quasi un'ora dopo, quando ho visto la celerità con cui, dopo la segnalazione, è arrivato quel giovin coglione del nostro amministratore, che non si può dire pecchi di presenzialismo. Diciamo che lì ho intuito che una cosa del genere poteva causare serissimi danni assicurativi al condominio, tipo titolazzo sul giornale, il cui sottotitolo ero io.
Che tra l'altro non vi dico le riflessioni buddhiste sulla brevità dell'esistenza, e il pensiero, oh quanto dolce, che almeno sarei morta soffusa di un alone di gioia, perchè l'ultima mattina della mia vita mi erano venuti a trovare sei exalunni di Paesino di Sogno, rappresentativi degli anni di insegnamento dal 2006/7 ad oggi, come a dire di tutta la mia carriera in loco.
Ma sto divagando. Forse dovrei dire che quando è esplosa la seconda grondaia (all'altezza del porticato, però) in cortile c'era mio marito, e menomale che non abbiamo un figlio, perchè le grondaie sono tre. Insomma. E' stata una giornata difficile.

Era per dire che l'inverno è arrivato.

La crisi.

Comunque la vogliamo girare, la crisi c'era anche prima, ora però non ci sono più quei buontemponi che ci dicono di sorridere e stare allegre, che siamo giovani e carine.

Ora c'è da prendere una piega diversa, qualcuno si lamenta perchè è una piega che somiglia ad un angolo di novanta gradi, qualcuno cerca di svicolare, qualcuno sospira, qualcuno somatizza, qualcuno ha le mani nei capelli.

Poi ci sono quelli che sanno che la sfangheranno, illegalmente. E quelli che ci banchetteranno sopra.

Ma secondo me è venuto il tempo di far emergere un'altra categoria. Quelli che hanno i mezzi per resistere alla crisi, ma non intendono ignorarla, perchè sono cittadini dello stesso Stato di quelli che la sfangheranno, di quelli che ci banchetteranno, di quelli che somatizzano, di quelli che si lamentano, di quelli che cominciano a guardare con simpatia la canna del gas.

Diciamo che io ho vissuto in mezzo a quelli che potevano. Alcuni la sfangavano. Altri banchettavano sulle tombe degli altri. Altri erano professionisti ben pagati, abili investitori, persone a posto con una situazione economica salda.
Per quelli come me non c'era bisogno di dirsi che bisognava stare attenti perchè un giorno i soldi sarebbero finiti. Questo non vuol dire avere la Ferrari in garage, e giuro che io avevo il vestitino della boutique per bambini bene ma anche un sacco di magliette, tute, giacche e finte Superga comprate al mercato. Mi è stato insegnato a non guardare le cose in base al prezzo, ma in base al valore e alla qualità. E mica tutti ragionavano così nella mia famiglia: c'erano i due estremi ("va bene perchè è costoso" e "va bene perchè costa poco") e per trovarli non c'era neanche bisogno di spaziare tra la famiglia di mia madre e quella di mio padre, bastava un lato solo.

Il mio orizzonte si è allargato a partire dal liceo, facendo l'università e poi lavorando.
Ho visto molti tenori di vita diversi dal mio, sia in un senso che nell'altro.

(Divagazione. A Lettere, uno dei migliori compagni di corso che avessi, sempre curatissimo, elegantissimo, distintissimo, con una media mostruosa, una volta mi ha dato appuntamento sotto casa sua per uno scambio di appunti. Ho visto, e dato il tipo che lui era proprio non me lo potevo aspettare, un angolo di Genova dove credevo fosse possibile vivere solo per un tossico all'ultimo stadio di AIDS che si prostituiva nei vicoli, eppure in tanto degrado esteriore c'era un appartamentino lindo dove sono stata accolta con tutti gli onori.
Del resto, Ser B. era un principe. Al primo anno i ha chiesto un po' d'aiuto per il lettorato di latino e abbiamo passato un pomeriggio insieme in una fumosa aula studio. La volta dopo, per il ripasso, si è presentato con un regalo: una biografia di Proust in edizione rilegata, e io, che per anni avevo passato traduzioni e preparato interrogazioni con chiunque, amici e nemici, senza a volte avere in cambio nemmeno un grazie, sono rimasta senza parole. Un signore. L'ultima volta che ho saputo di lui faceva il giornalista per un titolo famoso, e aveva una compagna in gamba quanto lui, con la quale sembravano seriamente intenzionati ad amarsi per sempre. Speriamo gli stia andando tutto bene, se lo merita.)

Insomma, dicevo. I soldi c'erano e ci sono, ma quel che più importa dopo questa lunga flessione generale ci saranno ancora, il che ovviamente mi mette nella categoria dei privilegiati.
Mi sono accorta davvero di cosa volesse dire, quanto a mentalità, il fatto di non avere mai avuto preoccupazioni economiche quando sono entrata nella famiglia di mio marito. Che conta, di nuovo, gli estremi opposti: "sono partito da niente e ho fatto i soldi, quindi ora devo vivere alla grande, giù di cachemire, champagne e diamanti" e "è tutta la vita che mi faccio un mazzo quadro, e a sessant'anni ho ancora bisogno dell'aiuto di mia madre per pagare il mutuo della casa, perciò dov'è il banco delle offerte speciali?".

Qui sfaterei alcuni stereotipi. Per esempio, quello che solo i morti di fame si litighino le spoglie della prozia quando la di lei epidermide è ancora tiepida. O anche, quello che solo i ricchi non ne abbiano mai abbastanza di guadagnare. Per essere chiari, ho imparato che la gente, quando si viene alle questioni di portafoglio, fa generalmente schifo. Di recente mi è crollata anche l'ultima quinta che reggeva ancora e ho visto cosa sta dietro al palcoscenico, e cazzo, beati voi se nella vostra famiglia c'è qualcuno che si salva. Da me no, inclusa la scrivente, per un verso o per l'altro siamo tutti in malafede. L'unica cosa che posso dire ancora con uno straccio d'orgoglio è che le donne della mia famiglia non si sono fatte mantenere, tranne le due nonne che hanno fatto le mogli e madri (e avevano entrambe tre figli), tutte le altre, sposate o meno, hanno sempre lavorato.

E allora, cominciamo questo ragionamento, che poi dopo tutta questa cronistoria economica della dinastia Castagna è tutto sommato breve.

Secondo me è venuto il momento in cui quelli dotati di una sicurezza economica, e non votati a fare gli squali, gli Scrooge o i parvenus, diano il loro contributo.

Non sto parlando delle pie nobildonne caritatevoli del secondo Ottocento, della beneficenza vincenziana, o del soldino gettato al barbone turandosi il naso. Non sto parlando di donare tutto e partire per la Somalia o di andare a fare la guerriglia coi descamisados.

Sto parlando di una gestione intelligente, critica e responsabile dei propri beni e delle risorse disponibili.

Faccio qualche esempio, sicuramente trascurando molto e forse anche con qualche svista.

1) Pagare le tasse. Ma tutte. Anche quelle ingiuste, anche quelle che poi, potendosi permettere un avvocato e/o un consulente tributario, si dimostreranno non dovute.

2) Fare le cose in regola. Emettere lo scontrino. Pretenderlo dagli altri. Prendere a lavorare tate, operai, fate domestiche, elfi tuttofare, e pagarli in chiaro. Con la tredicesima, gli straordinari, i contributi, etc etc. E essere anche contenti di vivere in un Paese dove il lavoro di una professoressa e quello di una badante sono ugualmente tutelati.

3) Scegliere di sostenere le aziende meritevoli, per esempio quelle che lottano per non chiudere e garantire lavoro ai dipendenti, invece di portare lo stabilimento all'estero o di licenziare tutti per prendere dei lavoratori clandestini (che si traduce nella massima: "io che ho ancora i soldi per pagare un lavoro / un prodotto eticamente sostenibile e positivo per la ripresa economica locale, ho tutto l'interesse a pagarlo perchè altrimenti presto questo tipo di servizi / beni scomparirà, travolto dalla corsa al ribasso, e magari il mio vicino di casa operaio italiano si troverà a spasso dopo dieci anni di onorato servizio, e il Wang, il Fahhali o lo Zangulescu messo al suo posto verrà sfruttato e lavorerà in condizioni di sicurezza abominevoli.")

4) Scegliere di boicottare le aziende non meritevoli (vedi sopra).

5) Premiare la qualità e l'impegno (che si traduce nella massima: "io che ho ancora i soldi per pagare un lavoro fatto bene / un prodotto di qualità, ho tutto l'interesse a pagarlo perchè altrimenti presto questo tipo di servizi / beni scomparirà, travolto dalla corsa al ribasso e sostituito da schifezze mal eseguite che io, potendo permettermi di meglio, non voglio essere costretta a comprare").

6) Rompere i coglioni. Se con Facebook hanno ribaltato l'Egitto, una persona dotata di mezzi e di cultura oggi ha il preciso dovere di farsi sentire e sostenere attivamente tutte le campagne che ritiene utili allo sviluppo del Paese e al rispetto dei diritti, propri e altrui. Comprese quelle contro le tasse ingiuste, contro i contributi da strozzinaggio che rendono più praticabile lavorare in nero che in chiaro, etc. Comprese quelle che chiedono a quelli che sono stati eletti di non farsi i cazzi loro ma di fare ciò per cui li abbiamo votati.

7) Minimizzare gli sprechi, spendere in modo oculato e lungimirante, secondo il principio che con Sanguedelmiosangue abbiamo battezzato "meglio sessanta euro d'albergo oggi", e lui sa perchè. Basta baracchette inutili che si rompono subito, "ma tanto costava poco e con trenta euro ne compro un altro". Pensare sempre anche ai costi sociali che non si toccano subito con mano: quello dello smaltimento rifiuti, per esempio. E l'inquinamento, che poi paghiamo tutto in spese mediche.

8) Avere rispetto. Non lamentarsi, non fare i finti poveri, ma non ostentare neanche di accendersi il sigaro con le banconote da cinquecento, proprio adesso che la gente ha così paura del futuro.

9) Non ultimo, essere disponibili a un nuovo modello di vita, in cui tutta la famiglia e non solo il nucleo minimo si stringe intorno a chi deve decollare, o uscire da un momentaccio, o concludere serenamente i propri anni, come si faceva una volta e come, l'ho già scritto, gli stranieri fanno ancora.

10) E questo è generale e importantissimo: informarsi. Conoscere le leggi, come va il mondo, modi di vivere diversi da quello in cui si è nati. Sapere che si ha diritto a una cosa e che invece si è tenuti a farne un'altra, pretendere dai collaboratori e dai dipendenti che si comportino di conseguenza, e se si vede qualcosa che non va combatterlo insieme.

Vi aspettate un finale che dica che poi bisogna ricordarsi che i soldi non sono tutto? Una riflessione buddhista sui beni superflui? Un tocco sentimentale?

No. Pecunia, checchè se ne dica, olet.

martedì 24 gennaio 2012

Dilla tutta

Castagna 1. "Castagna 2 sta cercando di cantarvi la mezza messa. Digliela tutta, su."

Castagna 2: "Ahiahiahiohiohiohi stommale"

Castagna 1: "Guarda che glielo dico io eh?"

Castagna 2: "Lasciami staaare..."

Castagna 1: "Te la sei voluta. Allora, la scema, qui, ha avuto l'influenza gastrointestinalepaticappendicitgravissima, è stata male come un cane, ma ha avuto la brillante idea, dovendo per forza di cose togliere i caffè dalla sua dieta, di disintossicarsi."

Castagna 2: "Ahhh. Soooffrooo. Cioccolato! Sigaretta!"

Castagna 1: "Nel far ciò ha avuto il buonsenso di imbottirsi di vitamine, e comunque di mantenere un caffè al giorno per non morire di emicrania. Tuttavia, come vedete, è in crisi nera, brama altri generi di conforto che a loro volta portano a dipendenza, e come ogni bravo tossicodipendente a rota è intrattabile, malaticcia, piena di sintomi misteriosi non legati ad alcuna reale patologia, e depressa."

Castagna 2: "Dov'è il mio tèèèèèè..."

Castagna 1: "Ma la cosa che veramente contraddistingue la furbizia di questa specie di ameba a uno stadio primitivo è che la cretina, dopo aver avuto a disposizione le ultime quattro estati, le vacanze di Natale lunghissime degli insegnanti, i ritiri buddhisti etc etc etc etc, ha pensato bene di fare questa cosa di togliersi la caffeina SOTTO SCRUTINI DI GENNAIO."

Castagna 2: "Non infierire... sto male..."

Castagna 1: "E così l'idiota ieri è stata a scuola oltre l'orario di lezione, precisamente dalle 9 e 50 alle 13 e 10 e, in tutto questo tempo, sapete cosa ha prodotto?"

Castagna 2: "Smeeettilaaa... sto morendo..."

Castagna 1: "Due o tre documenti prestampati dsa compilare per la segreteria, il conteggio delle ore di recupero e di progetto e le medie di una sola materia per una sola classe. Con qualcosa come novanta temi da correggere a casa."

Castagna 2 (si accascia singhiozzando)