Tu che di tutti sei sempre stato il
prediletto. Tu che sai cosa vuol dire partire dallo svantaggio,
crescere tra gli animali presi a bastonate, fare la fame di tutto,
del cibo, dell'affetto, delle cure.
Tu che, con la tua mente come un rasoio
senza pietà, uscivi dalle nebbie della cannabis a botte di caffè
della macchinetta, per ascoltare le mie lezioni di storia, e fare i
tuoi commenti cinici e intelligenti. Convinto da sempre che un
cervello sia l'arma che può difendere da tutto il male del mondo,
fermamente intenzionato a imparare ad usarlo.
A te io vorrei spiegare le mie paure, i
miei desideri, le mie aspettative su questa ragazzina tremenda e
fragile che mi è piovuta dal cielo. Per come mi hai ascoltato quella
volta in piazza. Per tutta la fiducia che hai sempre messo in me. E
quella che io ho messo in te.
E tu, invece, che stai nel morbido, che
hai tutto, e intanto ti maceri in qualcosa che non ha nome, una
malinconia primordiale che risiedeva nei tuoi occhi fin da ragazzino,
quando serio e riflessivo ascoltavi, e poi intervenivi con quella
bella voce bassa. E hai affidato al mio sguardo incredulo
qualche tua fragilità, senza spiegarti più di tanto, con pause di
silenzio in uno stanzino, con confessioni imbarazzate in un
parcheggio, con qualche frase apparentemente disinvolta su una chat.
E io d'istinto dopo tanto tempo ho abbassato le difese e ti ho
raccontato molto, poi anche troppo, di me. Non certa di essere
capita. Ma sicura di non essere tradita. E tu hai preso tra le tue
grandi mani impacciate la mia sincerità e hai cercato maldestramente
di non schiacciarla.
A te io vorrei ogni tanto affidare le
mie giornate faticose, e spesso così ripetitive e deludenti, per
uscire fuori a chiacchierare vicino alle macchine, sotto un bel cielo
pulito, come abbiamo fatto tante volte.
E tu, poi, che hai le lacrime
trasparenti come l'aria e il sorriso chiaro come l'alba di marzo, e
ammetti le sconfitte, e capisci le necessità, senza pie illusioni
sul futuro, senza pretese ma anche con un sano orgoglio. Tu che, come tante altre, stai
diventando una donna che cade e si rialza, cade e si rialza, e cambia
colore ai capelli e adegua il trucco degli occhi al nuovo colore, e
ce la fa di nuovo a ricominciare con la stessa decisione e la stessa
dolcezza, anche dove c'è un deserto di macerie.
A te io vorrei lasciare a volte la
possibilità di mettermi lo zucchero nel caffè della pausa pranzo, e
di offrirmi rifugio al tavolo immacolato della pizzeria per un po' di
incoraggiamento reciproco, quando tutto sembra essere andato a bagno
e bisogna trovare le energie per riderci sopra.
E tu che sei qui nello spazio digitale,
alle ore più buie nella notte, e non mi lasci cadere, anche se ci
vediamo poco, e ti preoccupi per me. Dalla tua vita incasinata non puoi
aiutare nessuno, ma a volte devi chiedere e poi fai fatica a
restituire, e però io sono tua sorella, e tra fratelli non di sangue
ma di spirito è più facile dirsi ti voglio bene e perdonarsi le
cose. E ogni tanto ci troviamo per mangiare quel risotto o quella
farinata di corsa tra un impegno e l'altro, e io controllo se sei
dimagrito, se sei stanco e ti tremano le mani; e tu, che di me
ricordi la ragazza snella con la gonna scozzese cortissima, che scese
dall'autobus quella volta vicino al porto, oggi guardi le mie
occhiaie e le mie nuove rughe, e mi dici che vuoi che io stia bene e
sia serena.
A te ogni tanto vorrei ricorrere quando
l'angoscia è atroce, rannicchiarmi sul tuo divano, confidarmi e poi
litigare perchè tu metti battute pessime in mezzo ai miei discorsi
accorati, e magari aspettare che ci addormentiamo vicini dopo aver
sfogato la paura.
E tu che mi rispetti quando ti racconto
cose tremende senza piangere, perchè sai che io non piango davanti
agli altri, sai che esistono donne che non vogliono essere consolate
e protette, ma solo ascoltate, e ascolti come poche persone al mondo
sanno fare, tu che passi da noi una volta alla settimana con
regolarità da parente, e quando sei in ferie e vai lontano scrivi
che ti manchiamo. Tu che a tua volta ti porti i tuoi problemi e i
tuoi dolori, e ce li racconti con quella voce calma e il sorriso
blasé di chi ne ha viste altre, creatura elegante, conoscitore delle
notti bianche e del loro silenzio angosciante da riempire di film,
libri, computer, e messaggi con gente come me che non dorme.
A te io vorrei poter chiedere ogni
tanto di materializzarti in tre minuti nella mia cucina, con il
sempiterno smartphone acceso e le tue giacche di marca, e passare dai
discorsi più stupidi a quelli più seri con lo stesso tono attento e
lo stesso affettuoso rispetto.
Tu che scrivi che anche oggi hai
pianto, ma anche coltivato fiori o cucito tende o fatto biscotti, e
che insisti nel tenere la testa alta e buttar fuori con l'ironia il
dolore che ogni giorno minaccia di schiacciarti. Tu che giudichi te
stessa con la furia del Dio degli eserciti appena fai un microscopico
errore, ma accogli me e la mia gigantesca, animalesca confusione con
un abbraccio caldo e un sorriso sereno, giurandomi che mi vorrai
bene anche se dovrò bere questo calice, anche se farò questo
sbaglio, anche se sai che vado incontro a un pentimento.
A te io sto dicendo di me più di
quello che oso dire a me stessa, e a volte la tisana fumante che mi
offriresti, o il caffè lungo che ti offrirei, se tra noi non ci
fossero tanti chilometri, sono così reali che ne sento il tepore
consolante tra le mani.
Una ragnatela di un filo
resistentissimo, così sottile da sembrare invisibile anche a un
Lillipuziano, mette in comunicazione le anime di persone come queste,
tanto che quando penso a loro le confondo, creo un unico essere
protettivo, potente, ultracorporeo, che unisce il profumo speziato di
un'amica e il sorriso da Monna Lisa di un'exalunna, l'abbraccio
sollecito di un fratello putativo e la risata franca di uno zio
acquisito, la voce rauca di un exalunno e gli occhi pensosi
dell'altro. E alcuni altri che ho già incontrato, di cui ho visto in
nuce il carattere che verrà, altri che devono ancora venire, e che
forse rintraccerò con maggior chiarezza quando saranno grandi e
passeranno a dirmi come stanno: giovani donne e giovani uomini che
hanno almeno una radice nello stesso terreno da cui prendo nutrimento
io, e le loro foglie al vento fanno un rumore che io capisco. Gente
che parla, per motivi indipendenti da ogni spiegazione terrestre, la
mia stessa lingua, da prima che ci incontrassimo.
Vita dopo vita credo di aver già
incontrato e amato queste persone, che rispetto alle molte,
meravigliose amicizie da cui ho la fortuna di essere circondata hanno
qualcosa, qualcosa nel DNA, di affratellato a me così profondamente
da rendermele gemelle.
Quando sono in difficoltà, con me stessa, con l'Uomo, con la
Princi, mi vengono in mente uno dopo l'altro, come i grani di una
ghirlanda di preghiera. Le loro facce, le loro voci, che mi riportano
alla mia identità profonda, a quel che non posso rinunciare a
essere, costi quel che costi. Loro, e le altre presenze buone nella
mia vita, così diverse da me, loro, ma solide come la roccia al mio fianco
da lustri interi, sono il motivo per cui ce la farò comunque vada,
nella salute e nella malattia, da moglie o da single, fino alla fine.



6 commenti:
Friends will be friends...right till the end!
Post da brividi per pochi, personali ,profondi motivi...
questo indimenticabile tu ha una lettera o un nome a fantasia che possiamo sperare di rileggere?
un abbraccio
studentessaliceale
Che post da brividi, davvero. Ti sono vicina, per quanto ti conosca appena e solo dai tuoi blog.
Matilde
Che post da brividi, davvero. Ti sono vicina, per quanto ti conosca appena e solo dai tuoi blog.
Matilde
che melassa deprimente...commenti muliebri da regazzine adolescenziali e cosa preoccupante l'autrice,evidentemente scossa,di mestiere fa l'insegnante quando è evidente che avrebbbbe bisogno di quella/o di sostegno...
grazie. (ho pianto di nuovo, leggendoti, ma di gratitudine e stupore. solo il caso mi ha riportato tra queste pagine, oggi, e ho trovato balsamo...) la frenci
Posta un commento