Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
venerdì 19 settembre 2014
L'erba voglio
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3 commenti:
Che bel post, ti voglio bene anche se non riusciamo a fare quella telefonata fiume che è lì che ci aspetta, o a vederci con calma, così te lo volevo far sapere. Un bacino dietro l'orecchio destro Symo.
Come ho visto in qualche maglietta, tanto per sdrammatizzare, ma è pur sempre Nietzsche:"Solo dal Caos può nascere una stella danzante"
Come ho visto in qualche maglietta, tanto per sdrammatizzare, ma è pur sempre Nietzsche:"Solo dal Caos può nascere una stella danzante"
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