Quel cristallo Swarovski che ti avevano regalato: lo guardavi ogni mattina al risveglio, fedele, sul tavolino. Tornavi a casa, e la luce del pomeriggio lo faceva scintillare di sette colori. Era lì per te, quando volevi posare gli occhi su qualcosa di bello.
L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.
Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.
Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.
Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.
Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.
Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.
Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.
Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale, o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.
Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.
Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.
mercoledì 22 ottobre 2014
Swarovski
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2 commenti:
Che bel post ^__^
Se l'hai visto brillare una volta non lo dimentichi. Ormai hai imparato cosa guardare :-)
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