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venerdì 17 agosto 2018
mercoledì 6 luglio 2016
My name is Victor Frankenstein
Questa sera sono riuscita nell'intento. Capitemi. Io mi sono laureata a Lettere dando quanti più esami di lingue potevo. Lui si è laureato a Lettere con una tesi su Amleto. Lui mi ha iniziato al genere horror. Io ho iniziato lui al vedere le serie tv inglesi in lingua madre.
Cioè. Vedere insieme Penny Dreadful è inevitabile. L'ho preso in una sera in cui non poteva resistermi, indebolito da un virus, dall'assenza della figlia e dal mio circolare per casa da giorni in pigiamini inesistenti.
Piangere davanti a Penny Dreadful, dopo che io l'ho fatto già da sola davanti alla prima serie (2 volte), alla seconda e a metà della terza, sarà una logica conseguenza. Ma vuoi mettere piangere sola davanti al pc dell'ufficio e piangere sul divano vicino a lui.
In questa settimana così strana, in cui siamo qui di nascosto da tutti. Crede lui, almeno. Invece lo sanno tutti i miei: parenti, amici e la sola collega, la Fraulein, che conosca il macello in cui siamo finiti. Lo sa la figlia. Lo sanno conseguentemente amici, psicologhe, educatrici, parenti di amici della figlia. E la categoria parenti di amici della figlia ha punti di contatto con la categoria amici di lui. Ma lui continua a credere che sia il caso di uniformarsi alle regole di un mondo in cui, se non riesci a lasciare tua moglie, sei strano. Lo stesso mondo che crede che se prendi una sbandata automaticamente manderai in merda un matrimonio. Lo stesso mondo che crede che una ragazzina di neanche 19 anni si faccia fregare dalla vista di un anello e non guardi negli occhi chi glielo regala.
Noi tre siamo strani, forse.
Ma non me ne potrebbe fregare di meno. Del mondo, intendo.
Le cose di cui mi frega sono che ieri notte abbiamo salvato un riccio da morte certa. Che abbiamo mangiato i gofri sul prato. Che lui canticchia. Che io sorrido. Che la figlia, pur nel marasma, tifa ancora per noi. Che c'è una piccola tomba in un prato verde e noi, da quando non c'è più il nostro piccolo genio protettore, dormiamo di nuovo qui insieme, perché questo è stato il suo ultimo regalo. Che c'è una casa in montagna che ha il nostro odore. Che le vacanze sono iniziate il giorno uno in cui è finito il lavoro, perfino per me, quest'anno.
Non fraintendetemi. Non va bene. Non è tutto a posto. Non è come prima e MAI, MAI, dovrà essere come prima, lo so, ne sono convinta e però mentre lo dico so cosa sento, quel dolore sordo lì nel centro. Sto come una profuga che forse un giorno si adatterà al nuovo stato in cui vive, ma mai potrà tornare a casa. Mai. Sono morta a 39 anni e la mia esistenza ora non è più quella, anzi: la mia esistenza non è. Punto.
Ma al livello di questo nuovo piano della sostanza in cui, mio malgrado, mi sono trasferita, io, ectoplasma di quella me che voleva le cose, che decideva, che pensava di sapere, in qualche modo tocco ciò che ancora esiste. Non sono più nessuno. Ma ho rapporti con persone, che non saprei dire se esistano realmente o siano, come me e l'Uomo, entità perse in un limbo, lemuri opachi intinti nel dolore. Cioè, tranne la Princi. Lei è vera. Lei è sangue che pulsa e odore di frutta e pelle fresca contro la mia così accaldata. E pochi altri, direi, esistono concretamente. Il Gigante coi suoi bellissimi occhi scuri. La Fraulein con la sua voce decisa. Mia madre.
Poi gli altri, gli altri non lo so. È come annegare in un'acqua bianco latte, sentendo le alghe sotto le dita dei piedi, vedendo emergere dalla nebbia volti, voci, una mano grande, scura, dolce, che stringe piano la mia (e inevitabilmente: grazie, grazie per questo gesto leggero, per essere stato per l'ennesima volta attento a non rompermi), una voce in lontananza che si incrina capendo che anche questa volta negherò la mia presenza, le facce e le frasi dei miei amici, di Sanguedelmiosangue, delle compagne dei due corsi yoga. Sono persone che come me stanno soffrendo ai punti da chiedersi se possa mai finire, che annaspano sperando di aver capito cosa sia giusto fare. Alla cieca.
A distanza di pochi giorni, una blogamica da poco ritrovata e SDMS mi hanno chiesto se secondo me è la generazione, il momento storico in cui siamo.
Non ho dubbi nel rispondere sì. Ma questo non toglie la responsabilità personale di lottare fino alla fine per quel che è bene. Anche se abbiamo perso in partenza. Penny Dreadful, appunto.
Mio marito, che della nebbia lattiginosa, dell'inconfessabile lato oscuro, dell'attrazione per la morte è in questa temperie il principe e il pontefice, è sempre stato un uomo di una sensibilità immane. E che ora stia facendo carne trita e polvere di ossa delle figure che ha intorno a sé non elimina che sia una persona profonda e intelligente: almeno tanto quanto il suo essere profondo e intelligente non lo giustifica nel momento in cui si guarda allo specchio e si vede coperto di sangue altrui. Mi chiedo se capirà davvero perché io ci tenessi tanto a fargli vedere questa serie tv. Sì beh certo per i poeti sepolcrali e romantici inglesi, e per i costumi di Gabriella Pescucci, isn't it obvious, Mr. Chandler?
E io guardo la lacrima incredula che si stacca dai meravigliosi occhi tormentati di Harry Treadaway, quando il suo personaggio si accorge di essere riuscito nell'intento di fare qualcosa di buono. Che gli è costato anni di duro lavoro, notti bianche e patti col diavolo. Compromessi uno dietro l'altro, cinismo. Sangue. Per un istante di assoluta perfezione di cui nessuno può condividere la gloria, nemmeno la creatura che con le tue stesse mani hai portato in vita.
My name is Victor Frankenstein.
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mercoledì 23 marzo 2016
Quel posto tra il buio e la luce
[Svegliatemi. Sono qui, infermiera. Infermieraaaaaa.
Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.
Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.
Infermieraaaaaaa!
Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.
Fammi scendere da questo letto, infermiera.
Buio. Infermieraaaaa.
Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.
Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.
Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.
Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.
Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.
Non.
Sono.
Ancora.
Morta.
No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.
Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.
Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.
Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?
Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.
Voglio andare a casa.
Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]
-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili.
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene.
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-...
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.
[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]
Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.
Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.
Infermieraaaaaaa!
Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.
Fammi scendere da questo letto, infermiera.
Buio. Infermieraaaaa.
Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.
Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.
Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.
Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.
Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.
Non.
Sono.
Ancora.
Morta.
No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.
Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.
Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.
Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?
Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.
Voglio andare a casa.
Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]
-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili.
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene.
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-...
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.
[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]
R
lunedì 29 giugno 2015
Why
How many times do I have to try to tell you
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why
I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why
This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
Se esistesse un Dio, mi avrebbe strafulminato domenica 25 maggio 2014. Incenerirmi sulla piazza di Paese col Maniero, farmi sprofondare giù giù giù giù per chilometri di crosta terrestre, magma, roccia fino alla bocca spalancata di Lucifero, far materializzare un arcangelo nerboruto che mi strappasse di mano il telefonino, mi estraesse per la collottola dall'auto, mi afferrasse la nuca e sbattesse fortissimo la mia faccia sull'asfalto del piazzale, tante volte, fino a farla diventare una poltiglia irriconoscibile. Sarebbe stato meglio. Questo è quello che vorrei mi fosse stato fatto, quella domenica mattina. O sarebbe bastato un SUV in sorpasso dietro una curva, forse. In quello posso ancora sperarci, magari.
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why
I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why
This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
Se esistesse un Dio, mi avrebbe strafulminato domenica 25 maggio 2014. Incenerirmi sulla piazza di Paese col Maniero, farmi sprofondare giù giù giù giù per chilometri di crosta terrestre, magma, roccia fino alla bocca spalancata di Lucifero, far materializzare un arcangelo nerboruto che mi strappasse di mano il telefonino, mi estraesse per la collottola dall'auto, mi afferrasse la nuca e sbattesse fortissimo la mia faccia sull'asfalto del piazzale, tante volte, fino a farla diventare una poltiglia irriconoscibile. Sarebbe stato meglio. Questo è quello che vorrei mi fosse stato fatto, quella domenica mattina. O sarebbe bastato un SUV in sorpasso dietro una curva, forse. In quello posso ancora sperarci, magari.
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
E poi mi metto le perle e vado a cena coi ragazzi della terza e massaggio i piedi a mia figlia e chiacchiero del più e del meno con i negozianti e faccio la spesa. Forse è peggio che essere masticati da Lucifero, o del SUV dietro la curva. Ma lo faccio.
Perchè sono tua moglie, ti amo, e non mi arrendo. E se c'è una via d'uscita da tutto questo, perdio, giuro che la troverò.
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domenica 21 giugno 2015
Trenta giorni feat. "Torno indietro e cambio vita" ovvero i Vanzina non saranno Kant e Hegel ma persino loro fanno pensare, in certe situazioni
Trattenute da una questione di regolamenti di conti con mafiosi (questo perché la Princi è drogata di Prison Break da prima che finisse la scuola, e io ieri ho rivisto Vento di passioni), io e mia madre siamo in un curioso garage dipinto color albicocca, da qualche parte sulla Riviera di Ponente, con un'autovettura anni Venti.
Appena chiusa la faccenda guardiamo l'ora e io le dico: ma manca pochissimo! Dobbiamo sbrigarci...
Devo andare a Genova a risposare l'Uomo. Non perché ci siamo persi e ritrovati, ma perché ricelebriamo il matrimonio dopo circa 15 anni.
Siamo in un ritardo atomico. Mi rendo conto che invece di mettermi l'abito che avevo predisposto andrò a sposarmi in tailleur marrone e camicetta color pesca, ma poi dico a mia madre: facciamo una cosa, fammi guidare, pazienza per il vestito ma almeno arriviamo in tempo. E quando salgo dalla parte del guidatore, nella macchina che a questo punto è la mia Hyundai, mi rimbocco tutto intorno un magnifico vestito da sposa, di linea semplice, bianco azzurrino, leggero, aereo, senza decorazioni, addirittura ho in testa il velo.
Vado a risposare l'uomo della mia vita.
Appena chiusa la faccenda guardiamo l'ora e io le dico: ma manca pochissimo! Dobbiamo sbrigarci...
Devo andare a Genova a risposare l'Uomo. Non perché ci siamo persi e ritrovati, ma perché ricelebriamo il matrimonio dopo circa 15 anni.
Siamo in un ritardo atomico. Mi rendo conto che invece di mettermi l'abito che avevo predisposto andrò a sposarmi in tailleur marrone e camicetta color pesca, ma poi dico a mia madre: facciamo una cosa, fammi guidare, pazienza per il vestito ma almeno arriviamo in tempo. E quando salgo dalla parte del guidatore, nella macchina che a questo punto è la mia Hyundai, mi rimbocco tutto intorno un magnifico vestito da sposa, di linea semplice, bianco azzurrino, leggero, aereo, senza decorazioni, addirittura ho in testa il velo.
Vado a risposare l'uomo della mia vita.
giovedì 7 maggio 2015
Fear of the dark
Anni fa, spiegavo a una prima che l'italiano è una lingua in cui, in linea di massima, a fonema corrisponde grafema e le sorprese, a parte il suono GL di cui sembriamo essere gli unici detentori insieme agli Spagnoli, sono scarse. Mi parte un esempio che mi riporta a quando, sedicenne, ascoltai la mia prima lezione di grammatica inglese in una vera aula inglese di un vero college inglese da un vero professore inglese: "per esempio, gli Inglesi devono studiare lo spelling delle parole, perché certe si scrivono con le stesse lettere ma si pronunciano diversamente, o viceversa, pensate a HERE e FEAR, poi FEAR si dice fìar ma si scrive come BEAR..."
E mi viene una battuta molto basic, di quelle che si fanno per svegliare i primini alle otto e ventidue di una mattina nebbiosa, "Fear of the Bear però suona bene, sembra il nome di un gruppo pop inglese degli anni Ottanta". Da allora, ogni tanto c'è stata, in quella classe, l'evocazione di un fantomatico concerto live dei Fear of the Bear, e tutti sorridevamo. L'Inglesina, Punta di Diamante, l'Incontenibile, Pasticcino Svizzero, Lagnosetta, Babbà, Terremoto, e tutti gli altri.
Ma ora io ho quasi quarant'anni e paura dell'orso non lo so, ma del buio che scende, ne ho eccome.
Addirittura i più vaghi segnali di tramonto mi fanno deglutire il primo groppo d'ansia, anche se sono ancora fuori e ho da fare. E non parlo della paura di non dormire, o di avere incubi, che mi sono portata avanti per buona parte del 2014 (e il 2015 a volte regge il confronto: l'altra notte, nello stesso sogno, ero bloccata su un'autostrada che finiva contro un muro, poi ero completamente nuda in ascensore mentre sul pianerottolo dove dovevo scendere c'erano il mio geometra e un sacco di altre persone... ma sognare che sto per morire perché è finita l'insulina, e che non me ne importa niente di morire, è decisamente peggio). Parlo proprio della paura di avere paura. Non paura: terrore. Cieco, irrazionale, come i bambini al buio appunto.
Non è l'EMDR che ho iniziato, perché è un fenomeno di poco precedente. Penso sia la situazione con l'Uomo. E il fatto che mi manca mio padre: non so perché ma da qualche tempo sono disperata di non poter parlare con lui di quel che sto passando, e sì che i quattro quinti di quel che ho vissuto ultimamente non so se avrei avuto il fegato di raccontarglieli, onestamente. Ma adesso ho bisogno di papà, dei suoi occhi attenti e delle sue parole pacate. Delle nostre lunghe chiacchierate di notte.
Stasera sono sola, Uomo e Princi a Firenze in gita, e ho da occuparmi del povero gatto cui abbiamo di nuovo asportato un tumorazzo e che sta smaltendo (male, tra l'altro) l'anestesia in bagno. Bagno nel quale mi s'è graziosamente fulminata la lampadina proprio stasera. Ho saltato un giorno di lavoro perché non ho chiuso occhio ieri notte, era la terza notte di fila, e mi sono alzata con un'emicrania talmente poderosa che non mi si apriva l'occhio destro. Così ho preso mutua e mi sono calata un'aspirina C alle otto di mattina, che mi ha almeno ridato l'uso dell'occhio, salvo poi accorgermi che mi erano appena arrivate le mestruazioni e quindi traballare per ore con la pressione scesa sotto la piattaforma continentale. Ho preso a male parole la postina e una rappresentante della Vorwerk che hanno osato scampanellare. Ho lasciato solo lo Zio Granduca che ha cenato in un tristissimo all you can eat giapponese per non disturbare il mio sdegnoso ritiro in tuta. Sono andata e tornata dal veterinario con la pinza nei capelli unti e una maglietta con uno strappo all'orlo. Ho mangiato quel che capitava e ridotto la casa un macello spostando cose senza particolare scopo.
Domani tornano grazie a Dio. Ho paura lo stesso, quando ci sono loro, e spesso vago in salotto alle tre di mattina, ma almeno di giorno sono costretta a sembrare normale. Però stavolta, dal medico, a farmi scrivere le goccine della felicità, ci vado davvero. Non posso andare avanti così.
E mi viene una battuta molto basic, di quelle che si fanno per svegliare i primini alle otto e ventidue di una mattina nebbiosa, "Fear of the Bear però suona bene, sembra il nome di un gruppo pop inglese degli anni Ottanta". Da allora, ogni tanto c'è stata, in quella classe, l'evocazione di un fantomatico concerto live dei Fear of the Bear, e tutti sorridevamo. L'Inglesina, Punta di Diamante, l'Incontenibile, Pasticcino Svizzero, Lagnosetta, Babbà, Terremoto, e tutti gli altri.
Ma ora io ho quasi quarant'anni e paura dell'orso non lo so, ma del buio che scende, ne ho eccome.
Addirittura i più vaghi segnali di tramonto mi fanno deglutire il primo groppo d'ansia, anche se sono ancora fuori e ho da fare. E non parlo della paura di non dormire, o di avere incubi, che mi sono portata avanti per buona parte del 2014 (e il 2015 a volte regge il confronto: l'altra notte, nello stesso sogno, ero bloccata su un'autostrada che finiva contro un muro, poi ero completamente nuda in ascensore mentre sul pianerottolo dove dovevo scendere c'erano il mio geometra e un sacco di altre persone... ma sognare che sto per morire perché è finita l'insulina, e che non me ne importa niente di morire, è decisamente peggio). Parlo proprio della paura di avere paura. Non paura: terrore. Cieco, irrazionale, come i bambini al buio appunto.
Non è l'EMDR che ho iniziato, perché è un fenomeno di poco precedente. Penso sia la situazione con l'Uomo. E il fatto che mi manca mio padre: non so perché ma da qualche tempo sono disperata di non poter parlare con lui di quel che sto passando, e sì che i quattro quinti di quel che ho vissuto ultimamente non so se avrei avuto il fegato di raccontarglieli, onestamente. Ma adesso ho bisogno di papà, dei suoi occhi attenti e delle sue parole pacate. Delle nostre lunghe chiacchierate di notte.
Stasera sono sola, Uomo e Princi a Firenze in gita, e ho da occuparmi del povero gatto cui abbiamo di nuovo asportato un tumorazzo e che sta smaltendo (male, tra l'altro) l'anestesia in bagno. Bagno nel quale mi s'è graziosamente fulminata la lampadina proprio stasera. Ho saltato un giorno di lavoro perché non ho chiuso occhio ieri notte, era la terza notte di fila, e mi sono alzata con un'emicrania talmente poderosa che non mi si apriva l'occhio destro. Così ho preso mutua e mi sono calata un'aspirina C alle otto di mattina, che mi ha almeno ridato l'uso dell'occhio, salvo poi accorgermi che mi erano appena arrivate le mestruazioni e quindi traballare per ore con la pressione scesa sotto la piattaforma continentale. Ho preso a male parole la postina e una rappresentante della Vorwerk che hanno osato scampanellare. Ho lasciato solo lo Zio Granduca che ha cenato in un tristissimo all you can eat giapponese per non disturbare il mio sdegnoso ritiro in tuta. Sono andata e tornata dal veterinario con la pinza nei capelli unti e una maglietta con uno strappo all'orlo. Ho mangiato quel che capitava e ridotto la casa un macello spostando cose senza particolare scopo.
Domani tornano grazie a Dio. Ho paura lo stesso, quando ci sono loro, e spesso vago in salotto alle tre di mattina, ma almeno di giorno sono costretta a sembrare normale. Però stavolta, dal medico, a farmi scrivere le goccine della felicità, ci vado davvero. Non posso andare avanti così.
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