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venerdì 17 agosto 2018
mercoledì 23 marzo 2016
Quel posto tra il buio e la luce
[Svegliatemi. Sono qui, infermiera. Infermieraaaaaa.
Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.
Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.
Infermieraaaaaaa!
Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.
Fammi scendere da questo letto, infermiera.
Buio. Infermieraaaaa.
Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.
Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.
Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.
Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.
Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.
Non.
Sono.
Ancora.
Morta.
No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.
Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.
Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.
Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?
Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.
Voglio andare a casa.
Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]
-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili.
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene.
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-...
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.
[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]
Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.
Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.
Infermieraaaaaaa!
Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.
Fammi scendere da questo letto, infermiera.
Buio. Infermieraaaaa.
Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.
Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.
Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.
Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.
Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.
Non.
Sono.
Ancora.
Morta.
No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.
Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.
Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.
Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?
Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.
Voglio andare a casa.
Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]
-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili.
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene.
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-...
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.
[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]
R
martedì 17 novembre 2015
Avec eux
Niente. Non possiamo farci niente.
Ma ci siamo, avec eux, anche noi.
Noi. Che stamattina abbiamo parlato con la prof del morire a 30 anni facendosi esplodere in pezzi così piccoli che resta intatto giusto un paio di dita, dell'essere vissuti nell'odio sempre, tutta la vita. Che abbiamo parlato dell'uscire a cena in una tranquilla sera del weekend, dell'andare a lavorare una mattina di cielo azzurro in cima al grattacielo, del prendere un treno, e non tornare a casa, mai più.
Abbiamo imparato la frase latina CUI PRODEST? perché la prof ce l'ha scritta alla lavagna.
(Anche da noi, l'ha scritta. Dice che ci comincia a fare latino già in seconda, perché siamo una classe adatta.
Comunque poi da noi ha interrogato e son piovuti i 4, eh.
Io non ho portato il diario e mi ha fatto un montone.
Io le porto i libri nell'altra classe.
Sempre tu, CCCP???
Glieli porto io ho detto.Vero prof?)
Ci siamo noi che confondiamo Bradamante e Rodomonte. Ma sappiamo riconoscere un bullo. E lo integriamo. Che lui voglia o no. Democratici.
Ci siamo noi che vogliamo bene a Diddl e lo andiamo a prendere quando arriva in sedia a rotelle e lo accogliamo in classe con le mani alzate.
Ci siamo noi che domani abbiamo il gruppo recupero, e quando Riace azzecca i congiuntivi le ragazze ponpon gli fanno il balletto. E invece se Satana capisce il modo e il tempo di una voce verbale si alzano i maschi e gli fanno la haka. Huuuahh!
Ci siamo noi che siamo il gruppo Olimpia. Che faremo un progetto di eccellenza. E siamo sette maschi e la Gnocca. Chi ha detto che quelle carine sono stupide.
Ci siamo noi che mettiamo in scena il famoso balcone e Giulietta. Però la prof si dispera, che a leggere Shakespeare siamo cani e invece la Pallida di inglese ce lo farà fare in lingua originale, ha detto, accennando un breve sorriso sul volto ascetico.
Ehi, gagnetti, state calmi che prima di voi c'eravamo noi e la prof ci porta a vedere la mostra multimediale sui reportages di guerra, quando usciamo dalle superiori venerdì.
Ci siamo anche noi!!!! Spersa ci ha curati nel lontano Oriente (era Oriente, direi: ma subcontinente o sudest proprio?) e vivremo un po' più a lungo e forse potremo studiare, capire, stare con gli altri...
Ci siamo anche noi eh prof, mica ci scordi. Eh.
Figuriamoci.
Che poi io c'ho ancora una soggezione dopo tutto questo tempo, oh, che prima di mandarti un messaggio su Whatsapp controllo l'ortografia diciassette volte.
Ahahah che ridere, ma smettila Giovane Lupo.
No, ma sul serio. Fidati che lo fanno anche gli altri, fidati.
Ci siamo anche noi, mamma di Castagna ci ha insegnato a tenere il biberon da soli, con le altre volontarie, e adesso giochiamo sul tappetone, Rachid con Denise e Gabriela con Ivan e Matteo.
Ci siamo anche noi, Profinprimalinea ci fa i laboratori al pomeriggio, dai pupazzi alle opere teatrali, al giornale, al cortometraggio che ha vinto a Roma. E non molliamo la scuola. Ma due note dalla canna dell'Albanese prima di entrare le tiriamo, sì dai.
Ci siamo. Avec eux. E con tutti gli altri.
Speriamo che serva.
Ci siamo noi che siamo il gruppo Olimpia. Che faremo un progetto di eccellenza. E siamo sette maschi e la Gnocca. Chi ha detto che quelle carine sono stupide.
Ci siamo noi che mettiamo in scena il famoso balcone e Giulietta. Però la prof si dispera, che a leggere Shakespeare siamo cani e invece la Pallida di inglese ce lo farà fare in lingua originale, ha detto, accennando un breve sorriso sul volto ascetico.
Ehi, gagnetti, state calmi che prima di voi c'eravamo noi e la prof ci porta a vedere la mostra multimediale sui reportages di guerra, quando usciamo dalle superiori venerdì.
Ci siamo anche noi!!!! Spersa ci ha curati nel lontano Oriente (era Oriente, direi: ma subcontinente o sudest proprio?) e vivremo un po' più a lungo e forse potremo studiare, capire, stare con gli altri...
Ci siamo anche noi eh prof, mica ci scordi. Eh.
Figuriamoci.
Che poi io c'ho ancora una soggezione dopo tutto questo tempo, oh, che prima di mandarti un messaggio su Whatsapp controllo l'ortografia diciassette volte.
Ahahah che ridere, ma smettila Giovane Lupo.
No, ma sul serio. Fidati che lo fanno anche gli altri, fidati.
Ci siamo anche noi, mamma di Castagna ci ha insegnato a tenere il biberon da soli, con le altre volontarie, e adesso giochiamo sul tappetone, Rachid con Denise e Gabriela con Ivan e Matteo.
Ci siamo anche noi, Profinprimalinea ci fa i laboratori al pomeriggio, dai pupazzi alle opere teatrali, al giornale, al cortometraggio che ha vinto a Roma. E non molliamo la scuola. Ma due note dalla canna dell'Albanese prima di entrare le tiriamo, sì dai.
Ci siamo. Avec eux. E con tutti gli altri.
Speriamo che serva.
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sabato 11 ottobre 2014
Errata corrige
La vittima dell'alluvione non era un ragazzo di ventiquattro anni, come indicato subito dall'ANSA, ma un infermiere di 57.
Ah beh allora.
Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.
Ah beh allora.
Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.
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venerdì 16 maggio 2014
Magnolias
Quando sono arrivata oggi a scuola, per
i consigli di classe del pomeriggio, i bambini della prima A
correvano e schiamazzavano in cortile. La Bionda Svampita cercava di
tenerli un po' calmi, ma era una giornata bellissima, con un cielo
scintillante di blu, i monti bianchi là in fondo, l'aria dolce, uno
spettacolo. I bambini erano così belli, colorati, pieni di gioia.
Una ragazzina però stava ferma a guardare, con gli occhi gonfi, una
pianta nuova nel giardino.
Una magnolia da fiore. Donata alla
scuola dalle famiglie della prima, in memoria della Compagna Collega.
E piantata oggi pomeriggio, poco prima che io arrivassi, alla presenza del vedovo in lacrime, e di
uno dei quattro figli, quello più bello, alto, che giocava a basket
e ha studiato filosofia, quello iperattivo, che da piccolo le dava
tanti problemi, e di cui mi aveva parlato così tanto.
La Compagna Collega è morta di una
neoplasia midollare fulminante. A detta dei medici, una di quelle
cose che in un mese e mezzo ti si portano via una persona. E, in
effetti, lei diceva di non sentirsi bene da un mesetto. Non ci si
sarebbe potuto fare molto, pare. La Bionda Svampita mi ha raccontato
che il figlio le ha detto: “Se se ne fossero accorti prima,
l'avrebbero bombardata di chemioterapia. Ma conoscendo mia madre,
dopo tre giorni avrebbe mandato affanculo le infermiere e avrebbe
rifiutato di continuare”.
Ho detto: “Sì, è vero.”, e poi
sono scoppiata in lacrime.
Sono successe tante cose in questo mese, sto guardando la fine di un anno di lavoro, di tre anni di sezione A, ho in programma dei cambiamenti per l'anno prossimo, ho una cena stupenda con gli exalunni del 2009 (Giovane Lupo, Bel Ragazzo, Enfant Terrible, l'Elfetto Femminista, la Mia Cocca, etc etc) da raccontare, ho vicende familiari plurime piuttosto interessanti da narrare, e invece ogni volta che riapro il blog mi fermo e penso che sono in lutto e che non voglio scrivere, che voglio stare zitta, e ogni tanto andare a raccogliere fiori di campo lungo la strada tra la scuola e il paese e metterli vicino alla foto della Compagna.
L'altra notte l'ho sognata. Parlavo con una delle segretarie (quella che qualche giorno fa ha detto "mi sembra ancora incredibile che una persona così esplosiva, così vitale abbia potuto farci questo"), alla mia destra sentivo la Compagna Collega intromettersi nel discorso con la sua voce calda, e mi giravo piena di gioia perchè la vedevo al mio fianco, salvo poi pensare: ma tu sei morta! e di colpo guardare la segretaria e pensare con terrore: e se la sto vedendo solo io? e se sono pazza?
Non posso dire che ci penso continuamente. Non posso dire che a scuola è ancora tutto tremendo come un mese fa, quando nessuno di noi docenti riusciva a dormire e in classe c'era una cappa di tristezza e nervosismo. Vado di nuovo a lavorare volentieri e rido coi ragazzi e correggo le prove e penso al futuro e da un paio di giorni ho anche ripreso il mio posto in sala professori, dove non riuscivo più ad entrare.
Vorrei parlare d'altro, dicevo. O, anche, vorrei raccontarvi di che persona era lei, vorrei trasmettere come mi sento davvero, anche alla mia famiglia, che temo non capisca: perchè uno i colleghi, soprattutto se sono di una fascia d'età diversa dalla propria, di solito se li vive sul lavoro, non li invita fuori, non li presenta a casa, e quindi nessuno di preciso sa davvero come fosse il mio rapporto con la Compagna. E invece per me questo lutto è enorme, perchè è la prima volta in vita mia che perdo un'amica.
Quando mi hanno detto che la pianta scelta per lei era una magnolia, sono rimasta senza parole. Come avrei potuto non pensare a un film che ho visto penso dieci volte, una storia di donne di età diverse che si incontrano in un loro mondo fatto di forza smisurata, di speranza e di coraggio, una storia di amiche, una storia che contiene anche una morte inaccettabile?
E poi oggi quella frase sul mandare affanculo le infermiere, e il convenire con gli altri che no, lei non era tipo da lasciarsi deperire, da sfinirsi di chemio, lei al marito ha detto "Io muoio" e ha staccato i contatti con tutti quanti, lei se n'è andata come ha vissuto, d'impeto, senza convenevoli, senza smancerie.
E io penso a Julia Roberts che, nel film, dice una frase che io mi sono ripetuta migliaia di volte, da quando ero una ragazzina: "Preferirei sempre tre minuti di meraviglioso a una vita fatta di niente di speciale".
E all'improvviso mi sembra che i conti tornino, perfettamente.
venerdì 4 ottobre 2013
auleintempesta e i cinquantaquattro minuti
Il minuto di silenzio lo abbiamo fatto.
Ma sono gli altri cinquantaquattro minuti di spiegazioni, domande e riflessioni quelli in cui gli insegnanti oggi si sono sforzati di gettare i semi che faranno, forse, un giorno, la differenza in questo Paese.
La terza A è stata molto attenta.
Ma sotto il mare ci sono lo stesso gli altri, e loro a scuola non ci sono mai andati e non ci andranno, anche se erano intelligenti come Winnie Pooh, riflessivi come Momo Docteur, brillanti come la Verace, curiosi come Microlord, vivaci come Dylan McKay, determinati come Tostissima, luminosi come Huck Finn, buffi come Atreiu, spiritosi come il Malinconelfo.
E qualcuno, che voleva soccorrerli, anche stavolta ha dovuto girarsi di là. Io dico che anche per queste persone dovrebbero intervenire gli organismi internazionali che difendono i diritti umani. Avere una coscienza, ma non poterla usare senza macchiarsi la fedina penale, è una violenza atroce.
Ma sono gli altri cinquantaquattro minuti di spiegazioni, domande e riflessioni quelli in cui gli insegnanti oggi si sono sforzati di gettare i semi che faranno, forse, un giorno, la differenza in questo Paese.
La terza A è stata molto attenta.
Ma sotto il mare ci sono lo stesso gli altri, e loro a scuola non ci sono mai andati e non ci andranno, anche se erano intelligenti come Winnie Pooh, riflessivi come Momo Docteur, brillanti come la Verace, curiosi come Microlord, vivaci come Dylan McKay, determinati come Tostissima, luminosi come Huck Finn, buffi come Atreiu, spiritosi come il Malinconelfo.
E qualcuno, che voleva soccorrerli, anche stavolta ha dovuto girarsi di là. Io dico che anche per queste persone dovrebbero intervenire gli organismi internazionali che difendono i diritti umani. Avere una coscienza, ma non poterla usare senza macchiarsi la fedina penale, è una violenza atroce.
domenica 15 settembre 2013
Un orribile, inutile scempio, ed è anche colpa di quelli come me
Ecco no, io sono molto stupida e incoerente.
Sono stupida, incoerente e sono anche un'assassina, come tutti quelli che dicono di amare gli animali e poi vanno a vedere (o seguono da casa) il Palio.
Che è magnifico e affascinante. Che è una cosa piena di vita e di colore. Che è una rievocazione storica di notevole serietà, fatta di passione e bellezza. Roba che alle prof di storia amanti del Medioevo fa venire l'acquolina in bocca.
Ma da oggi io del Palio mi ricorderò solo che è un gran giro di soldi.
Perchè se il fantino non avesse sforzato per causare la solita partenza falsa, per la quale ovviamente si accordano prima, come si accordano per la qualificazione nelle batterie e per la vittoria stessa, Mamuthones, nervosissimo, non sarebbe stato esattamente sopra il canapo. E che cazzo di fantino sei, che gli tiri le briglie mentre si sbilancia, impedendogli di girare la testa. E anche il mossiere: sei pagato come uno sceicco per stare a guardare che i cavalli siano messi bene, come hai fatto a non accorgerti che dovevi mollare la fune.
Risultato, una capriola mortale che ha ucciso uno splendido animale in perfetta salute: caduto praticamente da fermo, si è spezzato il collo con il peso del suo stesso corpo.
L'urlo di dolore del fantino non rimedia all'errore gravissimo che ha fatto. La velocità dell'intervento del veterinario, che ha risparmiato alla povera bestia ulteriore sofferenza e gli ha abbreviato soprattutto il terrore folle nel ritrovarsi paralizzato, non elimina il fatto che se fai il veterinario nell'ambiente delle gare sei complice di molte, troppe cose che dovrebbero andare contro la tua etica professionale di medico. Il silenzio atterrito del pubblico quando il cavallo non si è rialzato, e le grida, gli insulti, le maledizioni scagliate subito dopo, non rimediano al fatto che loro avevano pagato il biglietto, e altri come me erano davanti alla tv o su internet, a guardare una corsa in cui l'uomo mette a rischio non se stesso, come accade nel motociclismo o nella Formula Uno o in tantissimi altri sport, ma un essere vivente che se ne frega dei soldi, un miracolo di forza e di bellezza che, di suo, sa solo che ama correre.
Spero solo che papà non fosse davanti a un televisore oggi pomeriggio, lui che se la prende con gli organizzatori anche quando, nella sicurezza di una tranquilla sfilata a passo d'uomo, vede un cavallo stanco o innervosito dal rumore. Come tutti quelli che davvero amano gli animali e che nemmeno per un istante mettono in disparte il rispetto per la loro vita, a favore di un interesse umano, sia pure di stampo culturale.
E' una dolorosa lezione, ma è una lezione da imparare. Spero che oltre a me ne facciano tesoro tanti altri.
Sono stupida, incoerente e sono anche un'assassina, come tutti quelli che dicono di amare gli animali e poi vanno a vedere (o seguono da casa) il Palio.
Che è magnifico e affascinante. Che è una cosa piena di vita e di colore. Che è una rievocazione storica di notevole serietà, fatta di passione e bellezza. Roba che alle prof di storia amanti del Medioevo fa venire l'acquolina in bocca.
Ma da oggi io del Palio mi ricorderò solo che è un gran giro di soldi.
Perchè se il fantino non avesse sforzato per causare la solita partenza falsa, per la quale ovviamente si accordano prima, come si accordano per la qualificazione nelle batterie e per la vittoria stessa, Mamuthones, nervosissimo, non sarebbe stato esattamente sopra il canapo. E che cazzo di fantino sei, che gli tiri le briglie mentre si sbilancia, impedendogli di girare la testa. E anche il mossiere: sei pagato come uno sceicco per stare a guardare che i cavalli siano messi bene, come hai fatto a non accorgerti che dovevi mollare la fune.
Risultato, una capriola mortale che ha ucciso uno splendido animale in perfetta salute: caduto praticamente da fermo, si è spezzato il collo con il peso del suo stesso corpo.
L'urlo di dolore del fantino non rimedia all'errore gravissimo che ha fatto. La velocità dell'intervento del veterinario, che ha risparmiato alla povera bestia ulteriore sofferenza e gli ha abbreviato soprattutto il terrore folle nel ritrovarsi paralizzato, non elimina il fatto che se fai il veterinario nell'ambiente delle gare sei complice di molte, troppe cose che dovrebbero andare contro la tua etica professionale di medico. Il silenzio atterrito del pubblico quando il cavallo non si è rialzato, e le grida, gli insulti, le maledizioni scagliate subito dopo, non rimediano al fatto che loro avevano pagato il biglietto, e altri come me erano davanti alla tv o su internet, a guardare una corsa in cui l'uomo mette a rischio non se stesso, come accade nel motociclismo o nella Formula Uno o in tantissimi altri sport, ma un essere vivente che se ne frega dei soldi, un miracolo di forza e di bellezza che, di suo, sa solo che ama correre.
Spero solo che papà non fosse davanti a un televisore oggi pomeriggio, lui che se la prende con gli organizzatori anche quando, nella sicurezza di una tranquilla sfilata a passo d'uomo, vede un cavallo stanco o innervosito dal rumore. Come tutti quelli che davvero amano gli animali e che nemmeno per un istante mettono in disparte il rispetto per la loro vita, a favore di un interesse umano, sia pure di stampo culturale.
E' una dolorosa lezione, ma è una lezione da imparare. Spero che oltre a me ne facciano tesoro tanti altri.
domenica 21 aprile 2013
E intanto
Era martedì scorso e io arrivavo a casa di mia madre dopo il lavoro e i 110 km d'ordinanza e ovviamente senza aver pranzato, così quando lei cominciava a dirmi ahvienichetifacciovedere, io esalavo un maveramentedevoancoramangiare e finivamo in cucina, con me che sbocconcellavo di malavoglia della focaccia genovese buonissima e una schiacciata del supermercato di gomma, poi l'arancio, poi gli amaretti col caffè, e poi c'era questa breve sosta in poltrona e a me veniva un sonno, ma un sonno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.
Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.
E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.
Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.
Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.
Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.
Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.
Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.
E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.
Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.
Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.
Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.
Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.
venerdì 11 gennaio 2013
Bandiere a mezz'asta
Può darsi che io sia una brutta persona perchè non entro in lutto per la Montalcini, o per i civili della Siria, o per i bambini della scuola dove c'è stata la sparatoria. O per questo povero, povero Paese di nuovo in campagna elettorale sempre con le stesse facce e gli stessi bassi espedienti.
Può darsi che io sia una scollegata dalla realtà e un'ignorante perchè sono settimane che non guardo le notizie su Internet nè leggo un giornale in modo un po' approfondito.
Non so se è futile. Non so se è stupido.
Ma il pensiero che il suo bel corpo non percorrerà più nessun palcoscenico, il pensiero che la sua voce calda non farà più vibrare il cuore degli spettatori, che non sorriderà più felice, stringendosi le mani al petto, di fronte a una platea che sembra rovinarle addosso in un muro unico di applausi e grida, mi fa stare malissimo. Lei era la forza, lo stile, la potenza e la classe. Lei era qualcosa di irripetibile, e ora che non c'è più non sarà più lo stesso pensare a quella sera di tanti anni fa in cui la gente sorrideva sedendosi addirittura per terra nel principale teatro genovese, in attesa che lei entrasse in scena, e teneva il fiato mentre lei recitava, e tremava e piangeva nella scena clou, e poi le urlava senza sosta brava brava brava spellandosi le mani alla fine, e io ero in mezzo a quelle persone e mi facevano male gli occhi, il petto, le spalle, a forza di stare tesa, di non perdermi una vibrazione della sua voce, un movimento, uno sguardo di una Blanche Dubois assolutamente sbalorditiva.
Non so come spiegarlo senza sembrare una ragazzina idiota, ma ho sempre pensato di essere una vera privilegiata solo perchè avevo respirato per una sera nella stessa sala dove lei stava recitando. Forse questo rende, ingenuamente ma in modo chiaro, l'idea del rispetto che ho sempre avuto per lei.
Come sono triste, veramente, oggi.
Non so come spiegarlo senza sembrare una ragazzina idiota, ma ho sempre pensato di essere una vera privilegiata solo perchè avevo respirato per una sera nella stessa sala dove lei stava recitando. Forse questo rende, ingenuamente ma in modo chiaro, l'idea del rispetto che ho sempre avuto per lei.
Come sono triste, veramente, oggi.
giovedì 30 agosto 2012
The end of the world as we know it
Non porto la maglietta della pelle, o della salute che dir si voglia, da giorni. (Beh, che c'è? Io ce l'ho sempre. Sempre. Magari non è una cosa stile nonna Abelarda, ma uno chiccoso baby doll, un bustier o una sottovestina leggera. Ma io me la metto. Sempre.)
Ho tirato un pacco clamoroso a mia madre, e lei ha risposto "Non importa". E non era arrabbiata. Non voleva neanche sapere i motivi.
Ho aperto una mail che potenzialmente conteneva l'inizio della madre di tutte le grane. Sudando freddo e con gli strizzoni alla pancia, come da copione. Poi però dopo dieci minuti ero serafica. Ma sì, ma chi se ne frega, andiamo in tribunale. Tra l'altro, a vincere la causa, nel caso. E puoi capire quanto mi cambia, nel mare di casini in cui siamo.
Ho affermato che ero troppo stanca e accaldata per andare in montagna. In montagna, capito. Dove, per tutta l'estate, ho segretamente accarezzato il sogno di andare a vivere, smettendo ufficialmente di parlare per sempre italiano tranne che sul lavoro e con Cavallino, e facendomi adottare dalla folta comunità di Inglesi che vi risiede. (Avrei cambiato definitivamente anche nome: ho sempre pensato che Aileen, magari con un cognome scozzese tipo McSomething, mi si addica perfettamente.) A memoria umana non ci sono precedenti al fatto che io potessi passare qualche giorno in più in montagna e dicessi di no.
E poi... ho detto a Sanguedelmiosangue che volevo andare in ferie per qualche giorno dal nostro difficile e profondissimo rapporto. Cosa di cui sono già pentitissima, stasera gli avrei già telefonato tre volte. E oggi pomeriggio sei.
Però è vero che ultimamente le frecciate mi uscivano dalla bocca con freddezza e frequenza preoccupanti, ed è vero che anche le sue moine e i suoi rigiri per non farmi incazzare stavano diventando troppi e troppo plateali. Ed è vero che stavolta forse non posso, non devo, e non voglio, fare qualcosa io per levarlo dalla bratta. Ed è vero anche che non posso tirargliela addosso, la bratta.
Comunque, che io abbia detto che devo prendermi una pausa, anche se l'ho detto solo per evitare danni, è orrendo, sono un mostro anche solo ad averlo pensato, e mi fa stare peggio ancora che fare o subire danni. Ed è epocale. Cioè, in passato qualche rara volta l'ho cazziato frontalmente di bruttissima maniera, e senza il minimo rimorso. Ma andarmene un po' più in là, questo mai, mai mai mai, e infatti a giudicare dalle lacrime che sto versando, mi sono autoinflitta semplicemente una punizione tremenda, ho sbagliato tutto, ho segnato una crepa spaventosa in un rapporto magnifico, l'ho ferito a sangue, sono una merda e non me lo perdonerò nè me lo lascerò perdonare nemmeno sul letto di morte. Cioè, io ho fatto questo a una persona che ha detto che da morto potrebbe anche voler essere seppellito vicino a me, così nell'aldilà ci garantiremmo una piacevole conversazione per ammazzare il tempo. (Ma nemmeno mio marito: lui dice che resteremo insieme da vivi, da morti e in un sacco di altre vite, ma sospetto che, al pensiero che la facoltà di parlare non mi venga tolta nemmeno col trapasso, stia valutando di reincarnarsi con me quantomeno una volta sì e una no.)
Ecco. A livello emotivo sto esattamente così, e anche qualche gradino sotto. A livello razionale mi dico che, data anche la sua mail in cui prendeva nota della situazione e mi diceva la sua tutto sommato in modo pacato e adulto, non è successo niente di irreparabile, che capita di essere in crisi, nel senso buono della parola, quello greco antico, anche e soprattutto con le persone a cui si tiene tantissimo.
Il fatto è che non c'è un termine per dire quanto e soprattutto COME io tenga a lui. E' un rapporto che forse si esprime solo proprio con la definizione che gli ho trovato per il blog: sanguedelmiosangue. C'ho, in effetti, questa sensazione di essere stata privata di una buona metà del plasma che mi serve per sopravvivere.
E' il problema di quando due persone che davvero hanno del sangue, e anche molto carattere, in comune, si trovano affiancate nel bene e nel male durante quasi venticinque anni. In particolare se tutto comincia quando una dei due di anni ne ha dodici e l'altro ha ancora il cordone ombelicale addosso. Si cresce insieme, si vive in parallelo, quando più, quando meno vicini, sempre legati da una viscerale (e talvolta addirittura ultrasensoriale) sintonia, mentre intorno la famiglia si sfalda, la gente muore, il mondo si modifica. Il tempo però passa, si cambia, si evolve a ritmi differenti, su strade non coincidenti ma solo ogni tanto intersecantisi, anche se in punti fondamentali, e le situazioni di stallo esistono. Esiste che l'affetto e un certo senso di protezione da un lato, l'affetto e un certo senso di soggezione dall'altro, a un certo punto diventino, debbano diventare, l'affetto e il rispetto dell'altro anche quando proprio non si è d'accordo. E c'è da fare un gradino dopo il quale, spero, si sarà sullo stesso piano e si starà meglio tutti e due. Chiaramente, si evince dalle nostre ultime comunicazioni che faccio molta più fatica io a scendere il mio gradino che lui a salire il suo.
Vorrei solo non avere così tanta paura di sbagliare, di perdere o rompere qualcosa di prezioso. In un anno in cui ho dovuto fare così tanto di testa solo mia, e ho abbastanza serenamente deciso, infine, di non voltarmi a guardare se potevo fare meglio, o peggio, di come ho fatto, questo è veramente un colpo gobbo del destino, e la cosa peggiore è che me lo sono andata a cercare, se vogliamo.
Mio cugino ormai ha quasi venticinque anni, e la vita adulta fa schifo. Finchè tra noi due almeno lui era un ragazzo, io a volte riuscivo a dimenticarmene, ma ora non posso più.
Ho tirato un pacco clamoroso a mia madre, e lei ha risposto "Non importa". E non era arrabbiata. Non voleva neanche sapere i motivi.
Ho aperto una mail che potenzialmente conteneva l'inizio della madre di tutte le grane. Sudando freddo e con gli strizzoni alla pancia, come da copione. Poi però dopo dieci minuti ero serafica. Ma sì, ma chi se ne frega, andiamo in tribunale. Tra l'altro, a vincere la causa, nel caso. E puoi capire quanto mi cambia, nel mare di casini in cui siamo.
Ho affermato che ero troppo stanca e accaldata per andare in montagna. In montagna, capito. Dove, per tutta l'estate, ho segretamente accarezzato il sogno di andare a vivere, smettendo ufficialmente di parlare per sempre italiano tranne che sul lavoro e con Cavallino, e facendomi adottare dalla folta comunità di Inglesi che vi risiede. (Avrei cambiato definitivamente anche nome: ho sempre pensato che Aileen, magari con un cognome scozzese tipo McSomething, mi si addica perfettamente.) A memoria umana non ci sono precedenti al fatto che io potessi passare qualche giorno in più in montagna e dicessi di no.
E poi... ho detto a Sanguedelmiosangue che volevo andare in ferie per qualche giorno dal nostro difficile e profondissimo rapporto. Cosa di cui sono già pentitissima, stasera gli avrei già telefonato tre volte. E oggi pomeriggio sei.
Però è vero che ultimamente le frecciate mi uscivano dalla bocca con freddezza e frequenza preoccupanti, ed è vero che anche le sue moine e i suoi rigiri per non farmi incazzare stavano diventando troppi e troppo plateali. Ed è vero che stavolta forse non posso, non devo, e non voglio, fare qualcosa io per levarlo dalla bratta. Ed è vero anche che non posso tirargliela addosso, la bratta.
Comunque, che io abbia detto che devo prendermi una pausa, anche se l'ho detto solo per evitare danni, è orrendo, sono un mostro anche solo ad averlo pensato, e mi fa stare peggio ancora che fare o subire danni. Ed è epocale. Cioè, in passato qualche rara volta l'ho cazziato frontalmente di bruttissima maniera, e senza il minimo rimorso. Ma andarmene un po' più in là, questo mai, mai mai mai, e infatti a giudicare dalle lacrime che sto versando, mi sono autoinflitta semplicemente una punizione tremenda, ho sbagliato tutto, ho segnato una crepa spaventosa in un rapporto magnifico, l'ho ferito a sangue, sono una merda e non me lo perdonerò nè me lo lascerò perdonare nemmeno sul letto di morte. Cioè, io ho fatto questo a una persona che ha detto che da morto potrebbe anche voler essere seppellito vicino a me, così nell'aldilà ci garantiremmo una piacevole conversazione per ammazzare il tempo. (Ma nemmeno mio marito: lui dice che resteremo insieme da vivi, da morti e in un sacco di altre vite, ma sospetto che, al pensiero che la facoltà di parlare non mi venga tolta nemmeno col trapasso, stia valutando di reincarnarsi con me quantomeno una volta sì e una no.)
Ecco. A livello emotivo sto esattamente così, e anche qualche gradino sotto. A livello razionale mi dico che, data anche la sua mail in cui prendeva nota della situazione e mi diceva la sua tutto sommato in modo pacato e adulto, non è successo niente di irreparabile, che capita di essere in crisi, nel senso buono della parola, quello greco antico, anche e soprattutto con le persone a cui si tiene tantissimo.
Il fatto è che non c'è un termine per dire quanto e soprattutto COME io tenga a lui. E' un rapporto che forse si esprime solo proprio con la definizione che gli ho trovato per il blog: sanguedelmiosangue. C'ho, in effetti, questa sensazione di essere stata privata di una buona metà del plasma che mi serve per sopravvivere.
E' il problema di quando due persone che davvero hanno del sangue, e anche molto carattere, in comune, si trovano affiancate nel bene e nel male durante quasi venticinque anni. In particolare se tutto comincia quando una dei due di anni ne ha dodici e l'altro ha ancora il cordone ombelicale addosso. Si cresce insieme, si vive in parallelo, quando più, quando meno vicini, sempre legati da una viscerale (e talvolta addirittura ultrasensoriale) sintonia, mentre intorno la famiglia si sfalda, la gente muore, il mondo si modifica. Il tempo però passa, si cambia, si evolve a ritmi differenti, su strade non coincidenti ma solo ogni tanto intersecantisi, anche se in punti fondamentali, e le situazioni di stallo esistono. Esiste che l'affetto e un certo senso di protezione da un lato, l'affetto e un certo senso di soggezione dall'altro, a un certo punto diventino, debbano diventare, l'affetto e il rispetto dell'altro anche quando proprio non si è d'accordo. E c'è da fare un gradino dopo il quale, spero, si sarà sullo stesso piano e si starà meglio tutti e due. Chiaramente, si evince dalle nostre ultime comunicazioni che faccio molta più fatica io a scendere il mio gradino che lui a salire il suo.
Vorrei solo non avere così tanta paura di sbagliare, di perdere o rompere qualcosa di prezioso. In un anno in cui ho dovuto fare così tanto di testa solo mia, e ho abbastanza serenamente deciso, infine, di non voltarmi a guardare se potevo fare meglio, o peggio, di come ho fatto, questo è veramente un colpo gobbo del destino, e la cosa peggiore è che me lo sono andata a cercare, se vogliamo.
Mio cugino ormai ha quasi venticinque anni, e la vita adulta fa schifo. Finchè tra noi due almeno lui era un ragazzo, io a volte riuscivo a dimenticarmene, ma ora non posso più.
sabato 19 maggio 2012
venerdì 20 aprile 2012
E così
Siamo di nuovo a guardare il mondo attraverso quel vetro spesso di paura e sofferenza che è la finestra di un ospedale.
auleintempesta deve di nuovo parlare di cose tristi invece che di bellissime statue ellenistiche e di undici-tredicenni esagitati. I quali, dopo una settimana in cui ho interrogato a tappeto come se dovesse finire la scuola domani, non sentiranno nemmeno poi tanto la mia mancanza se mi occupo un po' di mio papà. O forse sì, ma se fosse preferisco se nessuno me lo dice. Oggi, se riesco a non piangere mentre lo faccio, preparo un po' di lavoro per la settimana prossima, non sia mai che venga un supplente.
Per il resto, vedremo. Non possiamo fare altro che aspettare, e vedere. Ieri sera sopra Genova c'era un arcobaleno immenso. Mi sentivo un po' presa per il culo, ma era bello lo stesso.
auleintempesta deve di nuovo parlare di cose tristi invece che di bellissime statue ellenistiche e di undici-tredicenni esagitati. I quali, dopo una settimana in cui ho interrogato a tappeto come se dovesse finire la scuola domani, non sentiranno nemmeno poi tanto la mia mancanza se mi occupo un po' di mio papà. O forse sì, ma se fosse preferisco se nessuno me lo dice. Oggi, se riesco a non piangere mentre lo faccio, preparo un po' di lavoro per la settimana prossima, non sia mai che venga un supplente.
Per il resto, vedremo. Non possiamo fare altro che aspettare, e vedere. Ieri sera sopra Genova c'era un arcobaleno immenso. Mi sentivo un po' presa per il culo, ma era bello lo stesso.
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venerdì 24 febbraio 2012
L'inferno
Che fosse magra, sì beh lo si vedeva, ma in questo mestiere hai davanti contemporaneamente quella prosperosa con la terza di reggiseno, quella piccina picciò con il fisico da bimba, quella lunga lunga senza fianchi perchè sta mettendo tutto in statura, quella francamente rotonda con la panza...
L'evoluzione fisica di un ragazzino tra gli undici e i quattordici anni è un fatto del tutto individuale. Oggi mi sono accorta, passando dietro a Terzo Fratello e sgridandolo perchè si dondolava, che si è ispessito, negli ultimi tre mesi, e se a guardarlo da lontano sembra sempre magro e alto come tanti ragazzini, da vicino si vede che braccia, cosce e torace sono il doppio di quelli del suo compagno di banco. Il quale, pur avendo cambiato faccia e non sembrando più uno scoiattolo dagli zigomi paffutelli, è sempre sottile come una cannuccia.
Occhioni era pallida, più che altro. E come sempre poco reattiva. Ma apparentemente serena.
Oggi è venuta la madre a parlare con me e con la Brava Crista, e improvvisamente abbiamo visto quel che avevamo davanti da mesi. Un'anoressica clinicamente conclamata.
Vorrei riuscire a trasformare in parole la voragine di terrore, di terrore nero, che i dettagli di questo colloquio con la mamma di Occhioni mi hanno spalancato dentro.
Ricordarsi perfettamente cos'è successo per mesi e mesi al tuo corpo e alla tua mente, e applicarlo a una bambina di tredici anni, a un uccellino della tua nidiata, è un film dell'orrore di impatto insostenibile. E' come entrare nella macchina del tempo e tornare a quel momento, però con la coscienza esatta, che allora non avevi, di cosa stai cercando di farti.
E Occhioni, che, da quando mi è capitata in classe a settembre, dopo la bocciatura dell'Inflessibile, non è mai stata in cattivi rapporti con me, poi, mentre io vagolo per la scuola rimuginando, mi incontra in corridoio e mi sorride, e a me viene voglia di prenderla in braccio, con le sue gambe lunghe da fenicotterino, e portarla al sicuro in un posto dove non esistano parole come mangiare, peso, sondino, ricovero, amenorrea, sonnolenza, grammi, chili, vomito, rieducazione, in un posto dove il corpo è fatto solo di colore e di calore, e l'anima è libera, e il nutrimento è dato da una corrente incessante di amore e fiducia. Un posto dove possa smettere di odiarsi. Perchè, qualunque sia la causa scatenante, il punto non è che una si fissi che vuole dimagrire, o vuole essere la modella più fotografata o vuole essere la prima ballerina. Non è neanche che voglia semplicemente attirare gli uomini, punire il suo prossimo, o liberarsi di una colpa, o opporsi a una cattività... o, o, o. Magari tutte queste cose c'entrano. Ma la verità più profonda, il nocciolo di tutta la questione, è che la persona che si fa del male privandosi del cibo si odia a un punto tale da volersi morta.
L'evoluzione fisica di un ragazzino tra gli undici e i quattordici anni è un fatto del tutto individuale. Oggi mi sono accorta, passando dietro a Terzo Fratello e sgridandolo perchè si dondolava, che si è ispessito, negli ultimi tre mesi, e se a guardarlo da lontano sembra sempre magro e alto come tanti ragazzini, da vicino si vede che braccia, cosce e torace sono il doppio di quelli del suo compagno di banco. Il quale, pur avendo cambiato faccia e non sembrando più uno scoiattolo dagli zigomi paffutelli, è sempre sottile come una cannuccia.
Occhioni era pallida, più che altro. E come sempre poco reattiva. Ma apparentemente serena.
Oggi è venuta la madre a parlare con me e con la Brava Crista, e improvvisamente abbiamo visto quel che avevamo davanti da mesi. Un'anoressica clinicamente conclamata.
Vorrei riuscire a trasformare in parole la voragine di terrore, di terrore nero, che i dettagli di questo colloquio con la mamma di Occhioni mi hanno spalancato dentro.
Ricordarsi perfettamente cos'è successo per mesi e mesi al tuo corpo e alla tua mente, e applicarlo a una bambina di tredici anni, a un uccellino della tua nidiata, è un film dell'orrore di impatto insostenibile. E' come entrare nella macchina del tempo e tornare a quel momento, però con la coscienza esatta, che allora non avevi, di cosa stai cercando di farti.
E Occhioni, che, da quando mi è capitata in classe a settembre, dopo la bocciatura dell'Inflessibile, non è mai stata in cattivi rapporti con me, poi, mentre io vagolo per la scuola rimuginando, mi incontra in corridoio e mi sorride, e a me viene voglia di prenderla in braccio, con le sue gambe lunghe da fenicotterino, e portarla al sicuro in un posto dove non esistano parole come mangiare, peso, sondino, ricovero, amenorrea, sonnolenza, grammi, chili, vomito, rieducazione, in un posto dove il corpo è fatto solo di colore e di calore, e l'anima è libera, e il nutrimento è dato da una corrente incessante di amore e fiducia. Un posto dove possa smettere di odiarsi. Perchè, qualunque sia la causa scatenante, il punto non è che una si fissi che vuole dimagrire, o vuole essere la modella più fotografata o vuole essere la prima ballerina. Non è neanche che voglia semplicemente attirare gli uomini, punire il suo prossimo, o liberarsi di una colpa, o opporsi a una cattività... o, o, o. Magari tutte queste cose c'entrano. Ma la verità più profonda, il nocciolo di tutta la questione, è che la persona che si fa del male privandosi del cibo si odia a un punto tale da volersi morta.
domenica 15 gennaio 2012
Quando non è solo una notizia di cronaca

Su questa nave ho dato il primo bacio.

Su questa ho attraversato tutto l'Atlantico fino al Sudamerica, quando ancora ero nella pancia di mia madre.

Su questa ho visitato il Mediterraneo quando ero alle elementari, e un giorno mi cercavano disperati perchè c'era un mare grosso così e anche mia madre era stesa a vomitare in cabina, e temevano fossi volata in acqua, invece io correvo sui ponti e su e giù per le scalette con altri tre o quattro bambini indistruttibili.

Su questa sono uscita in Atlantico fino al nord del Portogallo.

Su questa ho solcato il Bosforo a diciassette anni, guardando le luci di Istanbul di notte, mentre stavo abbracciata al diciottenne romano che normalmente definisco col soprannome di Jon Bonjovi.
Di tutte io conoscevo gli ingressi "crew only" e i corridoi interni, vietati ai passeggeri. Mio padre girava in uniforme bianca ed aveva uno sguardo di felicità assoluta, che gli ho visto poche volte nella vita. Tutti gli sorridevano, perchè è sempre bello avere a che fare con un medico capace, simpatico e gentile, quando hai la sfortuna di stare male o di avere un piccolo incidente durante una vacanza. E le signore andavano in visibilio per quest'uomo distinto, cui la divisa cadeva d'incanto sulle spalle forti.
Dai ponti della Linea C ho visto il tramonto sui faraglioni di Capri, l'alba sulle isole greche, le calette delle Baleari, le coste africane, Genova che si allontanava, la laguna di Venezia, le coste verdeggianti della Crimea. Ho respirato l'odore di sale, carburante e vernice di tutti i ponti, passeggiato lungo le fiancate di un ex incrociatore trasformate in verande con eleganti jardins d'hiver, e ballato sotto la cupola di vetro a poppa di due ex traghetti.
Se avessi uno scanner vi metterei la foto di mio padre appoggiato alla murata, con il Vesuvio alle spalle,che ho scattato a quindici anni. E quella di mia madre con il foulard sui capelli e il vestitino verde teso sul pancione.
Ma c'è una foto che non posso comunque mettere. Lo scorcio dei cantieri navali visto dalla finestra della casa di Sestri, con le luci accese a qualunque ora della notte, mentre dozzine di persone, proprio nel settore che vedevo io, lavoravano per costruire le navi Costa, tra cui anche quella che ora è ribaltata su un fianco al Giglio. Era l'ultima cosa che guardavo quando chiudevo fuori il gatto prima di andare a dormire, e la prima che vedevo al mattino, arrivando in cucina quando era ancora tutto buio. Facevo colazione guardando crescere i ponti, le murate e i fumaioli di navi sempre più grandi. Se il vento girava, in lontananza di notte si sentivano anche i rumori sordi del cantiere.
Mi spiace per le persone, ovviamente. Ma sono cresciuta distribuendo il mio amore tra cinque categorie: persone, animali, case, libri e quelle navi. Guardare la Costa Concordia arenata e mezza sprofondata è doloroso come veder sparare a un cavallo, non so se riesco a spiegarmi.
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domenica 8 gennaio 2012
auleintempesta featuring Sahar, Khalid, e tutti gli altri e le altre
Lei forse si salverà. Forse non avrà sofferto per niente, ma il suo nome davvero diventerà l'origine di un cambiamento. Io credo in queste cose, come ho creduto nella bimba di nome Facebook nata in Egitto, perchè sono quelle che restano, nella vita quotidiana, a segnare che la storia ha svoltato un angolo e sta andando oltre.
Lui, qualunque sia il motivo per cui gli hanno tolto i figli, non ha torto. I bimbi sono nati in Italia e soprattutto per la piccola è importante avere le opportunità date dalla cultura italiana, che effettivamente, grazie a Dio, non sono solo quelle di far carriera dandola via o facendosi fotografare nuda, ma anche quelle di avere una vita indipendente, di far l'amore con un ragazzo che piace anche se non diventerà mai un marito, di scegliersi un compagno e farsi rispettare, di gestire il proprio corpo e la propria identità come si preferisce.
Con questo post dedico un pensiero a tutti gli uomini e le donne che nel mondo, indipendentemente dal credo religioso, lottano perchè ognuno possa scegliere come vivere. E alle molte tombe dove sono nascosti ai nostri occhi i corpi di chi non ha potuto scegliere.
Lui, qualunque sia il motivo per cui gli hanno tolto i figli, non ha torto. I bimbi sono nati in Italia e soprattutto per la piccola è importante avere le opportunità date dalla cultura italiana, che effettivamente, grazie a Dio, non sono solo quelle di far carriera dandola via o facendosi fotografare nuda, ma anche quelle di avere una vita indipendente, di far l'amore con un ragazzo che piace anche se non diventerà mai un marito, di scegliersi un compagno e farsi rispettare, di gestire il proprio corpo e la propria identità come si preferisce.
Con questo post dedico un pensiero a tutti gli uomini e le donne che nel mondo, indipendentemente dal credo religioso, lottano perchè ognuno possa scegliere come vivere. E alle molte tombe dove sono nascosti ai nostri occhi i corpi di chi non ha potuto scegliere.
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mercoledì 14 dicembre 2011
auleintempesta proclama lutto nazionale
Oggi, ore 12,35, Scuolina Rosa.
"Stai fermo lì sul lavandino. Brucia? Deve bruciare. Ora metti la garza e aspettiamo che asciughi. Okay, ti metto il cerotto, vieni qui. Bene, a posto, bacino passa tutto, ora fatemi interrogare."
...
...
...
"Prof, scusi?"
"Eh?"
"No, è che ho un po' di sangue sull'altro dito, posso andarmi a lavare?"
"Umm sì, però mi raccomando, non bagnare il cerotto."
Si alza e va alla porta.
"Docteur Momo?"
"Sì?"
"Tu vuoi fare il medico da grande, no?"
"Sì."
"E allora, lo sai intanto che le medicazioni vanno tenute bene asciutte, no?"
"Certo. Grazie."
"Prego."
Lo giuro, il suo sangue era rosso come il mio.
E quando io ero all'università e al mattino passavo con l'autobus sotto al cartellone con la gigantografia dei tre cuori umani WHITE BLACK YELLOW, un po' mi faceva senso, quella carne morta, così dopo colazione.
Ma per fortuna quando un giorno Docteur Momo, che si chiama come il Profeta, ed è nato in Marocco, sarà di turno al pronto soccorso, a lui non farà senso il sangue, neanche quello dei bastardi razzisti.
"Stai fermo lì sul lavandino. Brucia? Deve bruciare. Ora metti la garza e aspettiamo che asciughi. Okay, ti metto il cerotto, vieni qui. Bene, a posto, bacino passa tutto, ora fatemi interrogare."
...
...
...
"Prof, scusi?"
"Eh?"
"No, è che ho un po' di sangue sull'altro dito, posso andarmi a lavare?"
"Umm sì, però mi raccomando, non bagnare il cerotto."
Si alza e va alla porta.
"Docteur Momo?"
"Sì?"
"Tu vuoi fare il medico da grande, no?"
"Sì."
"E allora, lo sai intanto che le medicazioni vanno tenute bene asciutte, no?"
"Certo. Grazie."
"Prego."
Lo giuro, il suo sangue era rosso come il mio.
E quando io ero all'università e al mattino passavo con l'autobus sotto al cartellone con la gigantografia dei tre cuori umani WHITE BLACK YELLOW, un po' mi faceva senso, quella carne morta, così dopo colazione.
Ma per fortuna quando un giorno Docteur Momo, che si chiama come il Profeta, ed è nato in Marocco, sarà di turno al pronto soccorso, a lui non farà senso il sangue, neanche quello dei bastardi razzisti.
venerdì 4 novembre 2011
Interrompiamo le trasmissioni

Il TG 3 regionale è andato in onda con due ore di ritardo ed è stato interrotto a metà con esclamazioni: "Aiuto, aiuto, stop, ferma", dopodichè lo schermo è diventato tutto nero.
Ha piovuto. 500 mm in poche ore. E' morta della gente. Donne e bambini. In piena città.
Ma la cosa grama è che stamattina avevano dato l'allerta di livello massimo. Chiusi i cimiteri e i parchi.
Non le scuole.
In Via Monticelli i bambini erano a mensa nel seminterrato. Li hanno fatti salire di sopra, e dopo venti minuti la mensa è scomparsa sott'acqua.
A me viene da dire che, porca vacca, dovremmo smettere di pagare le istituzioni, visto come lavorano. Noi saremmo comunque nel marasma in cui siamo, in balia degli eventi, con la buona volontà e l'attenzione di pochi come unica risorsa, ma almeno senza che qualcuno ci mangi sopra.
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domenica 23 ottobre 2011
Chi ci è già passato
E' toccato a me dare la notizia in prima, ai più piccoli che lo conoscevano solo di vista e solo da un mese, per evitare gaffes dei bambini a danno di altri compagni o di colleghi. O mio. E' stato anche mio alunno, anche se per poco, e anche se, lo sapevano tutti, io avevo paura di lui, della sua forza bruta e dei suoi gesti pericolosi.
"Ragazzi, sapete già che oggi è un giorno molto brutto. E' mancato un vostro compagno di scuola."
Qualcuno lo sapeva già, ma ad altri è stato necessario spiegare che A. era il compagno gravemente disabile, più grande, che vedevano girare per la scuola. Il compagno di cui non avevano ancora imparato a conoscere le giornate no, perchè quest'anno era calmo, rispetto a molte giornate difficili dell'anno scorso, comprese quelle in cui mangiava le cose, spezzava gli occhiali alla sua assistente o, una memorabile volta, sfondava con gran fragore il vetro della porta del bagno, terrorizzando un intero corridoio. Il compagno che per fare merenda aveva il bavaglino, che amava le carezze sul viso e giocare con le cerniere, e che per la prima volta quest'anno, con grande orgoglio di Dolce Cowboy e dell'assistente, era riuscito a dipingere dentro ad un foglio A3 con i colori a dita.
Che, si dica ciò che si vuole, certo rendeva la vita difficile agli altri, ma nel suo piccolo era felice. E sano. E se n'è andato per un'idiozia, per una cosa che non doveva succedere. Che qui da noi non può succedere, non coi medici, gli ospedali e una famiglia che si prende cura di te.
"Vi raccomando di essere molto gentili col professor Dolce Cowboy, di non farlo arrabbiare. Lui seguiva A. da cinque anni. E... ci si affeziona tanto, in questo mestiere. Il fatto è che... Può darsi che la sua non fosse una vita meravigliosa... nel senso in cui la intendiamo noi. Ma... ecco, A. stava bene di salute, pur col suo handicap. Ecco, non è che... insomma non è mancato a causa del suo handicap, ma così, all'improvviso. Non se lo aspettava nessuno che potesse morire."
Ventitre faccine serie, con gli occhi sgomenti.
Dalla mia destra, la voce di Atreiu, che ha perso un fratello più piccolo: "Chissà sua madre."
Eh.
"Ragazzi, sapete già che oggi è un giorno molto brutto. E' mancato un vostro compagno di scuola."
Qualcuno lo sapeva già, ma ad altri è stato necessario spiegare che A. era il compagno gravemente disabile, più grande, che vedevano girare per la scuola. Il compagno di cui non avevano ancora imparato a conoscere le giornate no, perchè quest'anno era calmo, rispetto a molte giornate difficili dell'anno scorso, comprese quelle in cui mangiava le cose, spezzava gli occhiali alla sua assistente o, una memorabile volta, sfondava con gran fragore il vetro della porta del bagno, terrorizzando un intero corridoio. Il compagno che per fare merenda aveva il bavaglino, che amava le carezze sul viso e giocare con le cerniere, e che per la prima volta quest'anno, con grande orgoglio di Dolce Cowboy e dell'assistente, era riuscito a dipingere dentro ad un foglio A3 con i colori a dita.
Che, si dica ciò che si vuole, certo rendeva la vita difficile agli altri, ma nel suo piccolo era felice. E sano. E se n'è andato per un'idiozia, per una cosa che non doveva succedere. Che qui da noi non può succedere, non coi medici, gli ospedali e una famiglia che si prende cura di te.
"Vi raccomando di essere molto gentili col professor Dolce Cowboy, di non farlo arrabbiare. Lui seguiva A. da cinque anni. E... ci si affeziona tanto, in questo mestiere. Il fatto è che... Può darsi che la sua non fosse una vita meravigliosa... nel senso in cui la intendiamo noi. Ma... ecco, A. stava bene di salute, pur col suo handicap. Ecco, non è che... insomma non è mancato a causa del suo handicap, ma così, all'improvviso. Non se lo aspettava nessuno che potesse morire."
Ventitre faccine serie, con gli occhi sgomenti.
Dalla mia destra, la voce di Atreiu, che ha perso un fratello più piccolo: "Chissà sua madre."
Eh.
venerdì 21 ottobre 2011
Non so come dirlo
Ero incazzata perchè uno dei miei alunni ha fatto una cosa enorme.
Enorme, proprio.
E avevo deciso di prendermi tempo per parlarne quando ero più calma, perchè era roba da farsi scoppiare un'arteria nel cervello.
Poi però, pur mantenendo saldamente il punto di quel che dovevo fare in classe, sono rimasta travolta: questa brutta cosa ancora tutta da elaborare è stata scavalcata da un evento ancora peggiore.
Non peggiore. Pessimo.
Uno dei ragazzi della scuola, un ragazzo di diciassette anni, con handicap grave, è morto ieri. E non (o non direttamente) a causa del suo handicap. E' morto di una cosa di cui normalmente non si muore, tantomeno in un ospedale. Se si può spiegarsi con un medico, però, e si hanno l'età mentale e l'età anagrafica più o meno coincidenti.
Non riesco a connettere abbastanza da raccontarla, ora come ora.
Questo weekend vado via. Senza cane, senza gatti, senza compiti da correggere, solo con l'Uomo.
A giorni migliori.
Enorme, proprio.
E avevo deciso di prendermi tempo per parlarne quando ero più calma, perchè era roba da farsi scoppiare un'arteria nel cervello.
Poi però, pur mantenendo saldamente il punto di quel che dovevo fare in classe, sono rimasta travolta: questa brutta cosa ancora tutta da elaborare è stata scavalcata da un evento ancora peggiore.
Non peggiore. Pessimo.
Uno dei ragazzi della scuola, un ragazzo di diciassette anni, con handicap grave, è morto ieri. E non (o non direttamente) a causa del suo handicap. E' morto di una cosa di cui normalmente non si muore, tantomeno in un ospedale. Se si può spiegarsi con un medico, però, e si hanno l'età mentale e l'età anagrafica più o meno coincidenti.
Non riesco a connettere abbastanza da raccontarla, ora come ora.
Questo weekend vado via. Senza cane, senza gatti, senza compiti da correggere, solo con l'Uomo.
A giorni migliori.
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mercoledì 27 luglio 2011
auleintempesta featuring Johannes Buo
Tutto quello che sappiamo della mattanza sull’isola di Utoya, in Norvegia, compiuta da Anders Behring Breivik, 32 anni, il cervello fulminato dall’esaltazione ultranazionalista, lo abbiamo letto increduli sui giornali. Abbiamo compulsato decine di articoli nella speranza di capire non tanto il movente, impossibile da cogliere per chi non abbia nozioni approfondite di psichiatria, quanto il fatto che il pazzo sia riuscito a uccidere una novantina di ragazzi in mezz’ora senza incontrare la benché minima resistenza. Sidirà che c’è poco da resistere in certe situazioni: se un uomo è armato fino ai denti, e le sue vittime, invece, non dispongono nemmeno di una fionda, la carneficina è scontata. Giusto. Ma in questo caso, stando alle notizie in nostro possesso, sull’isola (un chilometro quadrato, quindi piccola) si trovavano circa 500 partecipanti a un meeting annuale di laburisti. Un numero considerevole. Quando Breivik ha dato fuori da matto e ha cominciato a sparare, immagino che lo stupore e il terrore si siano impadroniti del gruppo intero. E si sa che lo sconcerto (accresciuto in questa circostanza dal particolare che il folle era vestito da poliziotto) e la paura possono azzerare la lucidità necessaria per organizzare qualsiasi difesa che non sia la fuga precipitosa e disordinata, contro un pericolo di morte. Ciononostante, poiché la strage si è consumata in 30 minuti, c’è da chiedersi comunque perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio. Ragioniamo. Cinque, sei, sette, dieci, quindici persone, e tutte disarmate, non sono in grado di annientare un nemico, per quanto agisca da solo, se questo impugna armi da fuoco. Ma 50 - e sull’isola ce n’erano dieci volte tante-se si lanciano insieme su di lui, alcune di sicuro vengono abbattute, ma solo alcune, e quelle che, viceversa, rimangono illese (mettiamo 30 o 40) hanno la possibilità di farlo a pezzi con le nude mani. Ci rendiamo conto. Cose così sono facili da scrivere, standosene qui seduti alla scrivania, e molto più difficili da praticare sul campo mentre echeggiano gli spari e decine di corpi cadono a terra senza vita. Ma è incredibile come, in determinate circostanze, ciascuno pensi soltanto a salvare se stesso, illudendosi di spuntarla, anziché adottare la teoria più vecchia (ed efficace)del mondo:l’unione fa la forza. Varie specie di animali quando attaccano lo fanno in massa e nello stesso modo si comportano quando si difendono. Attenzione però: gli animali istintivamente antepongono l’interesse del branco a quello del singolo. Uno per tutti, tutti per uno. Evidentemente l’uomo non ha, o forse ha perso nei secoli, l’abitudine e l’attitudine a combattere in favore della comunità della quale pure fa parte. In lui prevalgono l’egoismo e l’egotismo. Non è più capace di identificarsi con gli altri e di sacrificarsi per loro, probabilmente convinto che loro non si sacrificherebbero per lui.
Questo ha scritto Vittorio Feltri.
Ora io, come insegnante e come persona, vorrei dire una cosa.
Questo è Johannes.

Ha quattordici anni, non lo hanno ancora trovato e peraltro non so cosa ci facesse a un meeting/camping politico, così giovane.
Ma so una cosa. Questo bambino, che secondo l'illustrissimo bastardo senza cuore che ha scritto questo articolo doveva difendersi mentre un uomo armato (con abbastanza munizioni per sparare per sessanta minuti e oltre) inseguiva la gente tra gli alberi, come nel peggior film thriller americano, poteva tranquillamente essere in seconda fila in terza B, tra Bahama Girl e Bambino di Pane.
Ora io a Feltri gli darei una mimetica e un fucile e lo manderei un po' in Afghanistan, così, per vedere se prevale l'istinto del branco o quello del singolo in certe situazioni. Borioso vigliacco supponente col culo sul velluto.
Questo ha scritto Vittorio Feltri.
Ora io, come insegnante e come persona, vorrei dire una cosa.
Questo è Johannes.

Ha quattordici anni, non lo hanno ancora trovato e peraltro non so cosa ci facesse a un meeting/camping politico, così giovane.
Ma so una cosa. Questo bambino, che secondo l'illustrissimo bastardo senza cuore che ha scritto questo articolo doveva difendersi mentre un uomo armato (con abbastanza munizioni per sparare per sessanta minuti e oltre) inseguiva la gente tra gli alberi, come nel peggior film thriller americano, poteva tranquillamente essere in seconda fila in terza B, tra Bahama Girl e Bambino di Pane.
Ora io a Feltri gli darei una mimetica e un fucile e lo manderei un po' in Afghanistan, così, per vedere se prevale l'istinto del branco o quello del singolo in certe situazioni. Borioso vigliacco supponente col culo sul velluto.
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