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sabato 16 maggio 2020

Per darvi un'idea, anche approssimata

Ho deciso di postare qui, commentandolo pezzo per pezzo, il testo che stamattina (sabato) 16 maggio alle ore 7 (sì, alle 7, ero sveglia da 40 minuti ed era inutile restare a letto con i pensieri) ho postato sulla piattaforma che usiamo con la mia classe terza. In corsivo quel che vorrei poter scrivere davvero.


"Buongiorno,"

(Ragazzi, mi mancate! State bene? Eh? Che belli che siete, lo sapete che vi mangio con gli occhi tutte le volte che comparite nello schermo? E che quando chiudo la videochiamata ho un groppo in gola?) 

Vecchia bastarda sentimentale.

"ricapitoliamo quanto fatto nelle lezioni di ieri per chi se le è perse."

(Cioè pochissimi di voi, anche se adesso un gruppo deve alzarsi "presto", perché vi vedo dalle 9. Lo sapete quanto sono contenta che non saltiate neanche una lezione, e non parlo di quelli che come l'Irresistibile o Pulcino hanno la supermamma che mette la scuola al primo posto, pioggia o neve, pandemia o terremoto.  Parlo di quelli come te, Strepitoso, lo vedo che non passa mai nessuno in quella cucina, che sei da solo in casa ad annoiarti e ti svegli sei secondi prima della lezione e arrivi spettinato e con la voce da sonno, ma spacchi il secondo e sei preparato, parlo di te Cucciolino che sei sballottato tra casa di mamma nelle campagne di Casale e casa di papà a Torino, parlo di quelli di voi che fanno fatica a scaricare i file o che mi vedono o sentono tutta a scatti, ma non mollano. Sono così fiera di voi, ragazzi. Ho sudato tanto,con tanti colleghi diversi, per farvi stare seduti nei banchi, ora mi state restituendo quasi tutti degli ometti e delle donnine attenti  e responsabili che la prendono sul serio. Mi fate scoppiare d'orgoglio.) 

Vorrei vedere la faccia dei colleghi che li hanno avuti  solo in prima, su tutti l'Orsone.

"Mi scuso per aver dovuto interrompere e rimandare il lavoro, ma questa situazione di connessione da casa ha molti inconvenienti, uno su tutti che le reti e i piani di consumo dei computer privati hanno dei limiti."

(E porca troia non sono gli strumenti tecnologici o le competenze  che ci mancano, non è vero che i docenti sono dei cavernicoli informatici, sono i giga che a stare connessi 12 ore al giorno per mettervi su voti e lezioni partono, mica tutti avevamo il wifi in casa, e non è che in tempi di Covid fosse facile farselo installare da un giorno all'altro.)

"Ieri mattina in ogni gruppo, tranne il quarto che doveva connettersi alle 12"

(quello che porca troia è saltato)

"abbiamo:
- parlato dell'elaborato finale che ciascuno di voi presenterà (recuperiamo lunedì perchè ho bisogno di chiedervi alcune cose a voce, individualmente) e delle materie che non risultano comprese nell'elaborato ma verranno portate all'esame per la breve interrogazione in videochiamata;"

Elaborato "snello", e "breve" videochiamata, su cui un team ristretto composto dalla qui scrivente Castagna, dal Genuino, dalla Pallida, dall'Impeccabile e da Undici lavora da giorni senza più orari, per gestire a  insaputa dei ragazzi il proprio lavoro in 6 materie (di cui 3 mie, così, meglio dirlo) e quello dei colleghi nelle altre, per mezzo di una cosa che ho proposto io, la "madre di tutte le tabelle" condivisa su Drive e aggiornata con amore possessivo da noi tre di lettere, matematica e inglese,  senza permettere agli altri docenti di toccarla, di vederla, addirittura di sapere della sua esistenza, fino a due giorni fa. Per gestire la tabella madre (o santa madre tabella,  o la madre tout court, ormai)  dal lunedì al venerdì iniziamo a scriverci sul gruppo ristretto alle 7,30 e finiamo a mezzanotte. No, meglio se lo dico, anche questo. 


"- parlato di come presentare solo all'orale un argomento del programma di Letteratura (guardate nel sottogruppo Italiano, vado tra un attimo a scrivere le indicazioni e aspettate di aver parlato con me lunedì per decidere quale argomento portare)
- terminato il programma di Letteratura con la spiegazione delle "Operette morali" di Leopardi e con cenni su Positivismo, Naturalismo, Verismo, Simbolismo e Decadentismo (guardate sotto Italiano, entro lunedì avrò caricato tutti i file audio con le spiegazioni, gli appunti e gli esempi)."

Il che significa che ho ripetuto la stessa lezione a tre gruppi (ma dovevano essere 4) quasi con le stesse parole, per una maniacale angoscia di non dare a tutti la stessa preparazione, e adesso nel weekend la ripeterò ancora per registrarla e metterla a disposizione degli assenti. È una roba che,  a metà del terzo giro, fa sentire in trance, come un disco troppo usato, e al tempo stesso da Dio, perché una cosa che mi è successa in questo periodo è stato di rimanere sola con le mie materie, con la mia voce che spiega, e intanto pensare: ma che materie meravigliose insegno?

"Inoltre: guardate nel sottogruppo Storia / Geografia per il quiz su comunismo, fascismo e nazismo e troverete anche nei prossimi giorni l'ultima lezione di Geografia e l'ultimo argomento di Storia."

È  che ne insegno un po' tante, di materie. E anche quest'anno, addirittura  così,  con la pandemia e la didattica a distanza, le ricerche da visionare sono NOVANTASEI. E non me le portano neppure all'orale, perché all'orale c'è il fottuto elaborato.

(E quanto odio scrivere ultimo argomento e ultima lezione, ragazzi. Perché lo avrei detto in classe, e a uno di voi sarebbe scappato detto "Prof, siamo alla fine delle medie, ma ci pensa?". E io avrei fatto quella brusca che non si perde in sentimentalismi e dice "ecco appunto, quasi alla fine, vediamo di arrivarci intanto eh, poi se proprio ci tenete potete rifare l'anno"... e voi siete quel tipo di classe in cui qualcuno avrebbe detto anche "e se ci facciamo bocciare tutti insieme, così stiamo ancora un po' qua?") 

"Nella lezione di lunedì ci occuperemo di finire i giri di interrogazione, prendere gli ultimi accordi per l'elaborato d'esame e andare avanti con i Promessi Sposi."

Perché l'Irresistibile, dopo aver preso un 9 di interrogazione a tappeto sulla guerra mondiale,  alla domanda di un compagno "prossima volta cosa facciamo?" ha deciso che la volta dopo leggevamo i Promessi. E va bene, poi voglio dire, se si chiama Irresistibile ci sarà un perché,  infatti ho detto subito di sì.  

Il culo che mi sono fatta per questa classe. E come ricomincerei domani, dal giorno uno della loro prima media, se potessi. L'ultima classe di Scuolina Rosa, quella che per amore contraccambiato sta al numero 2,  subito sotto l'inarrivabile prima classe in cui ho lavorato lì,  a trent'anni,  e a pari merito con la stupenda terza C degli scompleanni. I miei ragazzi.  Il lato bellissimo è che, lavorando in centro città, molti  li vedrò quando arriveranno o andranno via dalle superiori. Magari per allora non avremo più le mascherine e potremo abbracciarci stretti,  e alcuni di loro mi sovrasteranno con la testa, perché io sarò la solita prof di sempre e loro saranno diventati grandi.




domenica 10 maggio 2020

Let us try to be human

Io non lo so, se voi abbiate capito quanto uno stravolgimento totale della professione insegnante possa sconvolgere la mente di una persona come me. Sono emerse insicurezze che non provavo da secoli. E non serve a niente il fatto che poi io telefoni al Troll, e mi renda conto che mentre lei, a 2 mesi secchi dall'inizio dell'incubo dad, non ha neanche ancora fatto un giro di domande ai ragazzi, io ho un giro intero di letteratura, un giro intero di storia, un giro intero di geografia generale nella terza, un'interrogazione a tappeto sulle date di storia in seconda e tutte le domande su Dante sempre in seconda, più gli esercizi di grammatica, i dibattiti di educazione alla cittadinanza e addirittura un dettato. Non serve che poi esca a camminare con la Fraulein o con Caracas e dica: "Ma ti rendi conto che io ho chiamato lei, IO ho chiamato LEI per dirle che IO ero indietro col programma di letteratura e non sapevo come fare a portare avanti il lavoro abbastanza da aggiungere italiano orale allo stramaledetto elaborato che devono portare a questa farsa di discussione online? No scusa: IO ho chiamato LEI per dirle che ero indietro... e sai perché ero indietro? perché l'avevo già doppiata e non me ne ero accorta!!!" (Caracas, che è una ragazza intelligente: "Questa troverà il modo di girartela contro...")

Quindi, io dovrei averlo un senso di quanto riesco a fare le cose quando mi ci metto, nonostante tutto, nonostante la connessione che salta, nonostante le notti al computer con gli occhi che sanguinano, nonostante lo stress di non poter vedere i miei ragazzi in faccia all'inizio, e poi di non averli vicini, di non sentirli fare casino nei corridoi. Io queste cose qua le patisco a morte, e patisco tutto quello che ha a che fare con le stramaledette tabelle Excel che mi rovinano la vista, e patisco tutto quello che ha a che fare con 12.000 passaggi dello stesso file attraverso gruppi WhatsApp, condivisione in Drive, email, piattaforme didattiche, registri elettronici e cartelle di archiviazione. Io odio il lavoro fatto così, e ho perfettamente ragione di odiarlo, perfettamente, e dovrei semplicemente essere fiera della mia professionalità che riesce a farsi strada, nonostante tutte queste difficoltà.

E invece, mentre le cose vanno avanti (insomma: le scuole restano chiuse e il resto riapre), e io stessa evolvo, faccio domanda per trasferirmi e coltivo ottimi rapporti col mio futuro vicepreside, sono sprofondata in un abisso di insicurezze che neanche a 14 anni.

In mezzo a tutto questo mi guardo nello specchio e penso che non dovrei avere paura anche della mia ombra. Ho 44 anni, un sacco di esperienza e due palle cosi quadre sotto che dovrei veramente fare paura alle persone, con la vita complicata che ho avuto, invece faccio paura soltanto a me stessa.

Poi a volte dal nulla qualcuno riesce a convincermi che non devo sentirmi così. E attenzione, non ci riesce il Formatore Paraculo,  sebbene sia egli l'imperatore dei paraculi; non ci riesce mia figlia, sebbene per certe cose sia diventata una donna veramente in gamba; non ci riesce mia madre, sebbene  sia sempre stata la donna in gamba che è  e in più sia anche diventata una buona madre con gli anni; non ci riesce Caracas, che mi pompa tutto il giorno che devo dimagrire, che devo migliorare, che devo superare le mie paure, che devo arrivare a dei risultati (e io pompo lei altrettanto, sui risultati che deve raggiungere lei, e questa amicizia è bella e costruttiva); non ci riesce tutta una congerie di persone che ci mettono impegno ad aiutarmi ad essere presente, quando mi vedono crollare sull'orlo del delirio, dopo anni e anni di fatiche matrimoniali e dopo averlo preso nel culo sul lavoro un sacco di volte, quando in realtà avrei dovuto essere riconosciuta per quello che valevo, che non era poco.

No. Ma ci riesce una discussione con mio marito, i cui contenuti sono spaventosi,  ma mi rendo conto che, ascoltando la sua voce,  capisco dov'è il mio posto nel mondo e cosa ci facciamo noi qui, e perché, maledizione, siamo ancora qui dopo tutto questo tempo, dopo tutte queste difficoltà.

Ci riesce il sorriso di una persona che, alle volte, entra nella mia vita negli attimi in cui questa sta svoltando verso qualcosa di importante, mi prende per le spalle, mi gira, e io mi accorgo che stavo con la schiena voltata rispetto alla luce solare, in un posto buio e umido. Ma arriva lui, mi gira prendendomi delicatamente per le spalle, senza fare niente, senza entrare nella mia vita perché non è la sua e lui non ci vuole stare, e neanch'io ce lo voglio, però mi prende, mi gira e mi fa vedere la parte illuminata della strada, mi fa sentire il calore del primo sole di primavera sulla pelle.
Dopodiché, a me resta la consapevolezza che queste cose non mi appartengono, ma sono eventi inaspettati, effimeri, che si verificheranno ancora e ancora, soltanto quando per me saranno importanti, nei momenti di passaggio della mia vita. Come avere un alleato magico che salta fuori, la Fata Turchina,  il folletto benigno, il mago Merlino che spunta quando ti sembra che vada tutto storto: passa nella mia vita così, sorride, mi tiene un momento al caldo, mi dice che sono bella, se ne va. Stavolta mi ha persino ringraziato, si vede che anche io, che mi sputo sempre addosso, qualcosa agli altri so dare. (Sì , ho scritto vita quattro volte in venti righe,  perché lui questo mi porta, la certezza che per qualcuno in questi anni sono sempre stata viva, e che sono sempre io.)

Niente, ce l'ho sempre più  chiaro, devo tornare a prima che tutti i casini succedessero, a prima che morisse la Compagna Collega, a prima che non ci fosse più mio padre, a prima che andasse tutto com'è andato, e andare a ritrovarmi lì dov'ero quando ero ancora io, prima di morire. Adesso che lo so, posso solo cercare di ripartire da lì, ma con l'esperienza di 5 anni di più sulla schiena.
E lo faccio in un mondo che non è normale, in un mondo dove le persone continuano a credere che sia obbligatorio portare la mascherina per strada, anche se nessuna cazzo di legge lo ha scritto, in un mondo dove ti sputano addosso se non credi alle cospirazioni, ti tirano le pietre se parli con le persone a cui vuoi bene senza rispettare le distanze di sicurezza, e trovano che tu sia pazzo se vuoi che riaprano le scuole e venga mantenuto un diritto di base dell'umanità come in tutti gli altri Paesi civili. La mia stessa madre è rimasta talmente invischiata nelle dinamiche di questa politica di merda, che adesso si domanda se può vedermi, e domani va a fare il test sierologico per scoprire se è immune, perché io potrei rappresentare un pericolo. Ah io sì, e invece la cassiera del supermercato no?  A volte ho la sensazione di camminare in un mondo che non ha senso, e poi sono gli altri che mi guardano come se fossi pazza,  e questo è straniante e fa male, e per una con la testa che ho io è la cosa peggiore che può succedere, la peggiore.

Anche se poi mi alzo, mi muovo, mi giro intorno e mi rendo conto che io faccio parte del progresso, che faccio parte del movimento, che Caracas e un tot di altre amiche hanno bisogno di me, che mia figlia ha bisogno di me, che mio marito ha bisogno di me, che mia madre ha bisogno di me, che i miei alunni sono contenti di vedermi quando compaio in quel cazzo di riquadro di Google Meet, che le cose stanno andando avanti, che ce la faremo, che ci rimetteremo in pista, che naturalmente tornerà tutto come prima e cercheremo di essere un po' meno stupidi, forse.

Forse devo soltanto dormire di più, forse devo soltanto, maledizione, smettere di stare incollata al computer, andare a dormire e svegliarmi una mattina in cui posso andare a scuola, con la mia macchina, e sentire le voci dei ragazzi che strillano mentre entrano, i loro zaini buttati sul pavimento in classe e, per l'ennesima volta: "Prof, posso aprire la finestra? / posso chiudere la finestra? Prof, posso andare in bagno?  / posso andare io a prendere la pinzatrice? Prof, andiamo a prendere il gelato nella pausa prima del recupero pomeridiano? / Prof, mio fratello ha detto che viene al mio esame, così la saluta."
Forse se mi ridessero tutto questo la mia vita riavrebbe di nuovo senso, o forse no.

Mi sento come quel povero cristo di Will Byers nel maledetto Sottosopra di Stranger Things. Un piede qui dove gli affetti e gli amici mi tengono per mano, uno dove tutto è buio e spaventoso. Cristo se era brutta la pandemia, anche per chi si è rifiutato di farsi spaventare da Internet. Guarda che segni che lascia, e sì che ho vissuto così nel profondo cose anche belle, in questi mesi. Comunque stamattina Caracas mi diceva "Io non voglio uscire da questo limbo" e io rispondevo: "Senti, io ieri per la prima volta mi sono incazzata di nuovo con una cretina che non era in  grado di guidare, e naturalmente aveva un minivan. Volevo scendere, aprirle la portiera e tirarla giù per il collo, perché guidava come fosse sotto Lexotan. E invece ho pensato: Dio che bello,  che  BELLO incazzarsi di nuovo con un altro automobilista, è la vita normale che ricomincia!"

Che bello, che disastro, essere umani.


venerdì 8 maggio 2020

The monsters riding wild inside of me

Giorno 76.

Un attimo prima che aprissero le gabbie,  è scattato il finimondo.
Forze cosmiche che erano state sopite per settimane sono uscite allo scoperto, brividi hanno scosso la terra.
Era la vita che ricominciava.

Chi prima sopportava, ha scrollato dalla schiena qualsiasi  peso e si è messo a camminare  ore, per uccidere i mostri con la stanchezza.
Chi costeggiava l'argomento si è rivelato, in preda a un bisogno irrefrenabile di gioia,  di sesso, di sfogo.
Chi cercava di sorridere ha pianto.
Chi piangeva ha riso troppo forte.

Qualcuno è guarito. E non dalla malattia, da qualcosa di molto più oscuro. Qualcuno, invece, sprofonda.

Scene indelebili, rubate da fuori, come se spiassimo dalle finestre di un palazzo e vedessimo la vita tornare nel segreto di ogni casa.

Due donne abbracciate, avvinghiate corpo a corpo come amanti, che piangono una nei capelli dell'altra, che non sanno più dove hanno le mani e le bocche, che si lasciano cadere insieme, con sussulti strazianti  che vanno dal ventre di una a quello dell'altra, come in un orgasmo, come in un mucchio di persone travolte dal crollo di un edificio.
Tutto il dolore del mondo in un solo pianto. Quanto sollievo, poter dire nel buio della notte: "Ho sofferto talmente tanto che mi vergogno a raccontarlo".

Un uomo che si spoglia sorridendo fiero. E una donna che lo guarda. E spiandola dalla finestra le si vede una ruga intenerita, ironica e un po' mesta intorno al labbro, certo sta provando desiderio ma più che altro divertimento, perché è rapinoso e travolgente e fa bene ed è bellissimo; ma non cambia,  lui non porta soluzioni né problemi, lui è solo il posto dove vuole stare adesso, tra qualche ora sarà altrove, e il posto è incantevole, ma non abbastanza da farle dimenticare che non può  tornare a casa, casa quella vera, col mare davanti, quella dove non si svegliava ogni mattina da un incubo diverso.

Una coppia che esce a passeggiare col cane e guarda la tv, ma non ce la fa a parlare,  la crosta è troppo dura e sotto la ferita è troppo sporca, i cordoni delle cicatrici fanno male quando cambia il cielo, e quando le bambine dormono il tempo in casa si contrae, come dovesse implodere in un Big Bang al contrario, coi metalli pesanti che precipitano in un nucleo spesso e duro al centro.

Una mail che fa illuminare lo schermo del telefono nel cuore della notte, un fiore di orchidea, e le giornate che passano eterne e troppo veloci tra un incontro e un altro, e in cose come questa tutto è sbagliato e tutto importante, tutto che va ricordato e custodito, mentre la primavera impazzisce in mille colori, in un mondo con le strade deserte.

Un silenzio che avvolge lo stomaco, questa sensazione di troppo vuoto che niente, niente riesce a riempire, il risucchio dell'ansia che porta via i figli dai genitori, gli allievi dai maestri, gli amici dagli amici,  e qualche improvviso barlume di tenerezza: in una torta recapitata a domicilio, in una bottiglia di vino trovata davanti alla porta, nel gesto timido di colleghi con cui prima parlavi appena che ti postano canzoni all'una di notte, per dirti che sanno che sei triste. Gente che ti sorride, se entri in un negozio, come se fossi la nave all'orizzonte che li porterà via dall'isola sperduta. Voci piene di calore dietro le mascherine.

L'illusione che i piedi non tocchino terra quando si cammina, come le mani fasciate nel lattice non toccano davvero le cose.
Come se ci muovessimo tutti in un corridoio di un reparto ospedaliero in piena notte, quando fare piano è inutile, perché nessuno in realtà dorme.

E in mezzo a computer, cavi, oggetti in disordine, appigli elettronici per restare ancorati al lavoro, al mondo fuori dove le cose ricominciano a muoversi tutte storte, con il passo di chi ha avuto un ictus, noi, ancora noi: io in piedi tu al tavolo, la luce nei tuoi occhi, sempre quella che insopportabilmente mi soggioga da vent'anni, le lacrime, le parole, la speranza che si attorciglia come i tentacoli del glicine a un cuore spezzato, la familiare sensazione che non finirà davvero mai, l'ennesima resa, l'ennesimo errore, l'ennesimo sentire che solo qui è casa, fuori può crollare, bruciare,  infettarsi tutto, qui no, qui deve restare la vita. La tua, la mia vita, anche se non so più se sia mai esistita la nostra. O forse è talmente la nostra che non la capiamo neanche noi, non l'abbiamo mai capita, e non importa, finché dico ancora "Sì " e tu dici "Sì ". Il resto esplode in miliardi di pixel colorati, resta solo la base, quella su cui anche tutto il resto esiste.








lunedì 20 aprile 2020

I papaveri

La mia psicologa mi ha detto di immaginarmi in una determinata scena, che io le ho descritto nei dettagli.  Mi ha detto di associare alla sensazione che provavo un colore: ho risposto il rosso. Io indosso spesso il rosso quando voglio dimostrarmi sicura di me.
Poi mi ha chiesto di associare il rosso a un'altra immagine e io ho pensato ai papaveri. Ma, invece di intristirmi, ho capito che stavo pensando al punto da cui dovevo ripartire.

Quella primavera in cui faceva così caldo che ad aprile sono fioriti i papaveri. I papaveri che erano dappertutto quando è morta la Compagna Collega.
I papaveri di quando un'astronave aliena mi ha portato via, restituendomi qualche settimana dopo in uno stato pietoso. I papaveri di quando la mia vita si è rotta.

Devo ripartire da lì.

Oggi ho fatto domanda di trasferimento.

giovedì 16 aprile 2020

Dietro il sipario

Emergenza virus, giorno 51.

Oggi mettevo i voti di poesia a memoria.  La settimana scorsa ho interrogato in videochiamata sui sonetti di Foscolo i miei di terza. Sì lo so, sono indietro, tranquilli che ho già spiegato sia Manzoni che Leopardi. Un terzo della classe l'avevo interrogato quando ancora eravamo persone libere. Dovevo finire il giro. Ho sperato che non barassero. Credo che non lo abbiano fatto. Io sono stata attenta a tutto. Non ho dato il voto a Offendino ("prof gliela posso dire la prossima volta?") né a Fulminato ("Se non ti vedo in faccia non posso  considerarla interrogazione, dimmela per esercitarti"). Non ho pianto sentendo la vocetta delicata della mia preferita, la ragazzina del Marocco, non ho pianto con i vocioni di Strepitoso e del Cardinale, non ho pianto davanti agli occhi scuri dell'Irresistibile. Ma gli endecasillabi di "A Zacinto" sono tosti da reggere, le loro espressioni concentrate e i loro sguardi persi nello sforzo di pensare sono così intensi, che mi sembrava di sentire anche il loro profumo.

Mentre mettevo il voto all'Irresistibile mi chiedevo se sua madre fosse nella stanza, quando lui mi ha ripetuto la poesia. Poi mi sono immaginata la scena. Non era nella stanza, lo so. Era in quella a fianco.  Con la porta aperta.  Con le mani impegnate in qualche lavoro silenzioso, come pulire verdura o spolverare, per ascoltare in segreto la voce del suo bambino ormai alto e grande, che solennemente percorreva la metrica foscoliana.

Qualche mamma mi ha scritto che ascolta volentieri i miei audio, in fondo io parlo di cose belle e accessibili a tutti, ma più che altro penso a quanto sia particolare e interessante, per un adulto che fa un altro mestiere, poter sbirciare nella nostra quotidianità di classe,  nel vissuto di ogni giorno dei loro figli. Sentire il tono con cui rispondono, capire la modalità con cui li mettiamo alla prova. Io li convoco, 6 alla volta, per verificare se stanno studiando, e ragioniamo ad alta voce, i compagni intervengono, io chiedo a uno, e nella chat a fianco qualcun altro scrive iooooooo proooof ioooo la soooo. Io rido felice. Adesso, presi in gruppetto così, col lavoro ben avviato, me li godo. Imparo nuove cose sul nostro modo di lavorare, di incidere solchi nuovi nei loro cervellini. 

Scopro che il gatto della BastianaBaldassarra è sempre lì con lei mentre si connette, vengo interrotta durante un'interrogazione sulle date da un nipotino del Cinghiale ("cosa è successo a Wittenberg nel 1517?" "Baaa ba ba bbaaabbaba." "Eh?"), guardo Codino preparare la pasta con le zucchine mentre ascolta i suoi compagni interrogati sulle dorsali oceaniche ("Ma ci metti la maggiorana?" "Nooo. Il finocchietto essiccato." "Ah, scusa...")

Una mamma passa dietro con la tazza del caffè in mano e mi fa ciao.
Nell'altra stanza, l'Uomo pronuncia cognomi in lingue misteriose e vocine di primini leggono per lui i brani dell'antologia. Mia figlia entra in punta di piedi e si fa il caffè senza sbattere le stoviglie, poi si mette tutta storta per non entrare nell'inquadratura della fotocamera e li spia. "Carini", mi dice dopo. E io mi sciolgo: "Sono meravigliosi, poi c'erano tutti e hanno anche studiato, sai?"

Non sanno che sono probabilmente i miei ultimi alunni a Scuolina Rosa. Né credo arrivino a percepire quanto mi manchino. Ma l'ennesima sfida mi sta facendo sentire di nuovo giovane e piena di voglia di cambiare,  di crescere. Poi ci sono i giorni in cui odio il tavolo di cucina che è diventato  la mia cattedra, odio i mille cavi (caricabatterie,  modem, altro caricabatterie, prolunga, auricolari) che mi intrappolano sul divano come un insetto catturato da un ragno, odio il silenzio e vorrei un intervallo fragoroso, odio l'assenza di orari: ieri, tolte 2 ore per spesa, giro della salute intorno all'isolato e preparazione pasti, ho lavorato dalle 7 e mezza del mattino alle 23.
E, soprattutto, mi sembrano anni che la scuola è questo, e non quel che era prima, che doveva essere.

Eppure, come sempre, è più quel che il mio lavoro mi dà che quello che mi toglie.
Posso farcela, posso fare qualsiasi cosa, se sopravvivo a questo disastro mondiale continuando a insegnare senza perdermi d'animo.

giovedì 26 marzo 2020

In disordine, senza logica, penso

Che la gente si sbatte, tra un reparto e l'altro, poverini, con tutto quello che han da fare, per riuscire ad affacciarsi in una stanza di quelle degli infettivi, dove evidentemente non ci si potrebbe affacciare, e dire a una nonnina novantenne ricoverata da sola che sua nipote, la Pallida, le vuole bene.

Che la gente di Scuolina Rosa si dà il turno al telefono per tener su di morale Violette, che sta dando di testa sola davanti al pc nella sua casa in collina. E mia madre, anche, sta su di morale per tener su me, che sto su per lei e pergli altri due, e poi adesso un po' di gente si appoggia e io per telefono, per videochiamata, per messaggio, mi sento molto meno inutile di quel che credevo, con quel poco che ho imparato mi muovo bene, a far star calmi gli altri, almeno alcuni.

Che la gente sorride,  a random, per strada. Non so cosa intendano col sorriso: io, finché sono andata in giro, intendevo 1. Non ho paura che mi contagi, con me non fare balletti, 2. Non intendo farti male, non mi avvicino se non vuoi, 3. Che situazione di merda, su con la vita eh, però,  non facciamoci imparanoiare, ok? Palle in mano.

Che io la borsa per l'ospedale l'ho fatta, perché se uno di noi due di colpo respira male ho paura di non essere lucida a sufficienza per ricordarmi che cosa devo prendere, e poi non è che ci possiamo vedere negli orari  di visita, quindi nessuno fa il cambio biancheria. Ma poi ho passato la serata facendo finta di niente e tossendo lo stretto indispensabile, e lui stasera non è arrivato a 38 e mezzo e quindi andiamo meglio di ieri e dell'altroieri, quindi avanti tutta che il giorno 34 dell'emergenza e il giorno 9 della malattia sono passati, e forse riusciamo a farla tutta a casa, con nostra figlia le gatte le nostre serie tv e i romanzi della Vargas e di Stephen King, e noi due insieme, il che va bene, molto bene, perché la sera, quando chiudo la porta della camera e penso che potrei anche togliermi la maschera, perché non vedrò la Princi fino a domani, poi non me la tolgo per non far agitare l'Uomo, e dopo un po' che faccio  finta di essere serena magari succede che lui dice qualcosa e ridiamo,  e lo sono davvero, serena. In fondo a me frega solo che siamo qui insieme, sul serio, solo questo e veramente poco altro nella vita, ormai è così,  e quindi tutto questo silenzio, queste strade così vuote che ci saltellano le lepri,  questo non poter andare non dover fare non saper dire, ma sì,  guarda,  che anni fa sarebbe stato un incubo e invece guardaci ora, noi due, così,  da settimane. Perché forse tutto quello che ho imparato a forza, compreso fingere serenità quando sono a pezzi, compreso stare immobile sul fondo del lago per non muovere l'acqua, compreso aspettare che le lancette facciano il giro ancora e ancora,  guarda a cosa serviva, ad averlo qui con me adesso,  cosi, noi due, da settimane, senza doverci dire le cose perché la pensiamo uguale.

Che là fuori ci sono cose, persone,  mondi. Nostri, in parte. Ma voler pensare alla normalità significa anche non fare  le cose male e di fretta, presi dall'angoscia, credere che tutto sarà ancora lì dopo, i banchi la piazza del castello lo yoga le amiche i ristoranti le autostrade la piscina, tutto sarà lì come prima ma, nel rivederlo,  sorrideremo di più.

Che hai visto lati delle persone che non sapevi esistessero,  e belin sai che c'è,  le avevi scelte sul serio bene, le tue persone,  ma veramente, e questo ti sprona a essere il meglio di te. Sì, la vita è caduca, sì,  beh sai la novità peraltro, ma vissuta così  va bene.




martedì 24 marzo 2020

Ci sta, un attimo di smarrimento

Bene, oggi 24 marzo 2020 siamo a esattamente un mese da quando abbiamo smesso di andare a scuola,  e alla trentesima volta che, sulla piattaforma che ormai è la mia cattedra, la mia lavagna e il mio registro, rispondevo a un messaggio privato di un alunno con le parole "Su con la vita, presto torneremo alla normalità", mi sono figurata i ragazzi scendere dal pullmino e sono scoppiata in lacrime.

La ministra dice che possiamo fare molto psicologicamente per i nostri alunni.  Io dico che noi come lavoratori, rispetto alle altre categorie, siamo privilegiati, ma servirebbe che qualcuno tenesse la mano anche a noi, mi sembra di guidare dei ciechi sul fondo di una caverna buia, non vedo dove metto i piedi, ho paura di cose oscure che non c'entrano niente con la malattia, il contagio e la mortalità, e mi sento persa.

Se mi danno anche solo 3 settimane normali prima della fine dell'anno, 3 settimane con intervalli, interrogazioni, penna rossa, etc, posso farcela. Altrimenti, mi sveglierò a settembre dall'incubo, avrò cambiato scuola e sarà stato un gran brutto modo di lasciare Scuolina Rosa.

giovedì 19 marzo 2020

Restarci male, far finta di niente, andare avanti

Emergenza Coronavirus, giorno 28
(Qui si contano i giorni non a partire dal decreto che limita gli spostamenti, ma dalla sospensione effettiva dell'attività didattica)


Pensieri colmi di fastidio, disagio o angoscia, che ti attraversano la mente la notte, o quando guardi le strade vuote dalla finestra. Senza parlare di situazioni pratiche, problemi economici, disagi lavorativi e altre  brutte storie, e cercando di sfrondare tutto, in particolare il battage di puttanate mediatiche ai limiti della denuncia per sciacallaggio e lo stalking da parte di gente che, senza esserne stata  richiesta,  ti contatta di continuo per aggiornarti sui dati (che tu, non essendo analfabeta, ti sei già letta) e dirti cosa devi pensare e quanto ti devi allarmare. Togliendo tutto questo, restano le sensazioni a livello profondo.

Qui siamo in tre, cerchiamo di fare ognuno a modo suo buon viso a cattivo gioco e stiamo reagendo nel modo più sereno possibile, ma anche così... Di tutti e tre vengono fuori paure e resistenze ancestrali:  l'Uomo, che non può sentirsi legato da nulla e da nessuno, patisce la claustrofobia dello stare in casa. Castagna, la paladina dei diritti umani, quella che "all cops are bastards",  soffre l'idea della limitazione degli spostamenti e dei controlli per la strada come se si fosse sotto una dittatura. La Princi, clandestina dai documenti sempre provvisori, la profuga senza un'identità familiare, si immagina posti di blocco che, in effetti, per ora non esistono, come in un paese in guerra.

Negli ultimi tre giorni, io mi sono ammalata e di nuovo ho percepito, da parte sia mia che degli altri due, reazioni superiori alle aspettative, in fatto di calma, fatalismo e lucidità. Poi, però, ognuno di noi sa di essere spesso a rischio di dare di testa per la propria personale forma di vulnerabilità.  Camminando sulle uova, fin qui non abbiamo ancora litigato.

Intanto, a Genova, mia madre esce a fare la passeggiata della salute, da sola, ore 13 e 30, viali e piazze deserte, e commette l'errore di sedersi su una panchina e aprire un giornale.  Denuncia penale, anche se lei ha addotto ragioni di salute tra cui osteoporosi, per cui un po' di sole deve prenderlo. I due che l'han fermata erano chiaramente in presenza di una persona che, oltre a qualificarsi come medico, diceva cose sensate, ma ormai l'avevano fermata... Sono arrivati a suggerirle di fare la passeggiata sempre con un sacchetto della spesa in mano. Intanto però dobbiamo cercarci un penalista,  e io non mi sono messa a urlare che non ce la faccio a vivere solo un altro minuto in questo paese di pupazzi solo perché,  bloccati qua coi genitori distanti da 110 a 120 km di distanza in due diverse regioni, non possiamo permetterci che alcuno di questi genitori abbia anche solo una minima alterazione dell'umore.

L'alterazione dell'umore viene a me, che come sempre fingo che sia tutto okay, poi ecco spiegato perché sono la sola a cui si manifesta qualcosa a livello di salute, mi pare chiaro.

Mio marito mi evita tutto il giorno, ma poi dorme con me. Risultato, di giorno sta a distanza ma è amorevole e sollecito, di mattina appena sveglio ha paura di essersi contagiato e invece di "ciao, come ti senti oggi?" mi apostrofa con "non mi tossire addosso".
Poi mi incontra per casa quando me la sento di alzarmi, e ridiamo. Ridiamo tantissimo, da quando è iniziato tutto questo, il che è incredibile e pressoché indecente data la temperie, eppure saranno le molte ore di sonno, sarà che tra di noi siamo della stessa idea sulla situazione, sarà che abbiamo capito da mesi che insieme ci stiamo davvero volentieri, e non solo quando siamo costretti da forza maggiore, sarà che abbiamo tirato fuori l'intelligenza di prenderla bene, perché sarà ancora lunga. Sarà che siamo anche tanto dispiaciuti per la Princi che non riesce a decollare coi suoi studi, con tutto fermo, e che a sua volta deve cercare costi quel che costi di non scapparci di testa. Siamo belli da vedere come non eravamo da tempo, comunque, tutti e tre.




lunedì 13 gennaio 2020

31/12/19 - I trip autodistruttivi, la trappola delle vacanze di Natale, e del perché non cambiamo casa

Non ne parlo praticamente mai qui, anche perché in passato esisteva un blog dedicato, che poi ho lasciato in sospeso perché la vita in questa casa andava molto più in fretta della mia possibilità di raccontarla. Ma, a sei anni e parecchi mesi dall'inizio di questa COSA, è anche giusto fare almeno un accenno.
Avere a che fare con una figlia affidataria, arrivata a 16 anni da un mondo di violenza e dolore, è faticoso, sì. Ma migliorarle sul serio la vita è un'impresa praticamente insormontabile. Cioè, non è che ti arrendi dopo un po' che ci provi. È che proprio non devi neanche lontanamente avere la presunzione di riuscirci. Questa cosa, perché è giusto chiamarla COSA in quanto indefinibile altrimenti,  la gente da fuori non la riesce a capire, la chiama egoismo, paura, diffidenza, incapacità, sfiducia. O peggio. È standoci dentro ogni giorno che la vedi davvero. Ed è un abisso, di cui non riesci a percepire né il fondo né i contorni. È tanto se resti in piedi col coraggio di guardarci dentro, se non ti giri coprendoti gli occhi e raccontandoti SUBITO una favoletta rassicurante, andando a leggere un articolo psicobanalizzante di una rivista femminile, o semplicemente dandoti alla fuga a rompicollo.
Dopo tutti questi mesi, sia io che l'Uomo siamo ancora qua, a dispetto di tutto. Ma nell'ultimo anno i trip autodistruttivi della Princi sono stati uno via l'altro, senza sosta,  o meglio, la sua incalcolabile capacità di soffrire è stata senza sosta, visto che è riuscita a stare male anche quando stava praticamente facendo tutto quel che voleva e aveva tirato fuori le palle per farlo senza di noi, anzi, contro il nostro parere.

Tornata dal sole e dalla fatica della Spagna, non c'è più stato verso di calmarla. Ottobre è stato soprattutto stancante per me, e pazienza. Novembre sembrava darci qualche nuovo strumento per affrontare le cose, e menomale. E dicembre è stato un incubo. Stamattina sto aspettando che sia sveglia (o smetta di fingere di dormire) per farle un discorso, e sono affranta perché, dodici mesi fa, ero nella sua stanza a farle all'incirca lo stesso discorso. Finisce il 2019 e io non riesco a vedere un giorno, un'ora, un minuto, in cui non sono stata consapevole che, se lei non trova modo di affrontare i suoi demoni, niente di quel che facciamo potrà mai servire. L'Uomo, che di carattere è meno duro di me, si racconta spesso storie a tinte rosate, e poi è il primo a restarci male quando l'abisso cerca di inghiottirlo; però è molto più forte di quando questa vicenda ha avuto  inizio, e lasciamo stare il fatto che nel frattempo anche lui ha viaggiato attraverso il suo personale inferno. Io ho imparato da lui a starle addosso il meno possibile,  ma senza illudermi che sarebbe servito molto, soprattutto perché lei non fa neanche un millimetro in una direzione nuova senza coinvolgermi. E almeno mi coinvolgesse in modo propositivo, sereno. Mi attacca, mi ricatta o, nella migliore delle ipotesi, mi usa. Che mi usi va anche bene entro un certo limite, che mi attacchi ormai lo prendo come un inevitabile fatto karmico, sono i ricatti che non funzionano bene con me, perché sono troppo intelligente per non vederli, e mi fa cadere le palle che certe persone non si accorgano che su di me non sortiscono effetto. Ma così è.
Poi chi se ne frega di cosa faccia lei a me, a lui, a noi. Abbiamo dimostrato di sopravvivere ugualmente (oddio, se facessi un'eco al cuore forse il cardiologo mi saprebbe quantificare l'accorciamento della vita che mi sono comprata, ma, appunto,  me lo sono comprata). Il punto è cosa fa a se stessa.

Queste ferie di Natale io le ho vissute guardando con distacco l'agitarsi sofferto di tutti gli altri, per la prima volta restando immune a tutto, carognate familiari, malinconie, aspettative. Ho fatto regali solo a quelli che non avrebbero capito il gesto di non farne. Ho cercato un equilibrio sulla mia isola senza pretendere di portarci sopra qualcuno  per non  sentire la solitudine e, sorpresa, non ero sola. Sulla stessa spiaggia, dopo qualche giorno, è comparso l'Uomo. Bello, molto bello, questo modo nuovo di viversela. Come l'alberello sfigato che ho addobbato solo per noi, visto che la Princi ringhiava all'idea, e che gli accendo la sera, in modo che quando arriva dalla piazza lo veda scintillare nella finestra della nostra camera da letto. 

Oggi è l'ultimo dell'anno e, a parte preoccuparmi per la nebbia sulle strade dato che la Princi ha prenotato un cenone nel Canavese,  non sono particolarmente allegra né particolarmente triste in relazione al fatto, e per ora anche l'Uomo non dà i consueti segni di agitazione. Oggi cucinerò le lenticchie,  e tanto basta. Mi  è stato suggerito dall'Imperatore Paraculo, il formatore di cui accennavo qui, e di cui vi parlo finalmente qui, di fare tutto molto soft, molto dolce, accogliente,  per  fare casa, caldo, nido. Niente allegria forzata, solo stare tra di noi con quel che c'era veramente. Con l'Uomo pare abbia funzionato. Con mia madre, gli zii, e addirittura  il cugino desaparecido e non uno ma due cognati, pure. Con la Princi, non so, forse potevo provare a proporre un Capodanno sotto i bombardamenti o un Natale nelle segrete di una prigione medievale, per quel che è servito. Però non mi lamento, la somma dei risultati fa pendere la bilancia dal lato buono.

Per lo stesso set di ragioni, ho abbandonato il progetto di cambiare casa. Anche se forse arriveranno un po' di soldi e potrebbe essere il momento,  anche se qui stiamo stretti e se a volte mi sento soffocare. Non possiamo  adesso introdurre un altro cambiamento di scenario, non ora che sembrano stabilizzarsi le cose tra me e l'Uomo, non ora che la Princi è capace di sclerare per un filo di vento. Altro consiglio dell'Imperatore che metterò in pratica senza discutere.  Credo che alla fin fine dovrò sentire lui anche per quanto riguarda il trasferimento a Scuola Vintage. Anche  se su questo sono già abbastanza decisa  a fare di testa mia.

sabato 28 dicembre 2019

Babyface, farinata e Billy Elliot. Storia di una catarsi

Non torno mai volentieri nel quartiere dove vivevo coi miei genitori. Quel luogo ha smesso di appartenermi molto tempo prima che me ne andassi e mi è pesato gravemente addosso negli anni successivi. Prima di Natale sono capitata giù per un compromesso notarile, sto per vendere la casa dove sono andati a convivere i miei nel '74, quella dove sono nata. Poi sono andata alla ricerca di uno sportello bancomat della mia banca, e per non entrare in centro, nel traffico prenatalizio, sono tornata nella zona dove ho fatto base per vent'anni. La banca è proprio sulla curva che percorrevo a piedi per andare a prendere l'autobus e scendere al liceo, o all'università.  Però ci sono arrivata dal lato opposto, dalla Val Bisagno. E, proprio prima dell'incrocio in cui mi dovevo fermare, c'è un posto che ogni volta che lo vedo mi fa sorridere. È su una brutta strada molto trafficata, sotto il megastradone rumoroso che porta all'ospedale. Attraversato quello, ci si addentra nella zona residenziale elegante dove abitavamo all'epoca. Ora nelle vetrine su strada ci sono la sede di un franchising immobiliare e un posto che credo venda pollo fritto. Nell'ultimo periodo in cui ho abitato in quella zona,  coi miei e poi da sola, invece, lì c'era un piccolo ristorante pizzeria, che faceva una farinata sopportabile, anche se non buona come quella di altri posti a Genova. Aveva il vantaggio di essere vicinissimo a casa dei miei, ed era anche vicino a dove sono poi andata a stare, per qualche mese, per i fatti miei: altro cantuccio del quartiere in collina (il lato popolare della collina, non quello chic) che guardo con affetto. Di solito passo in auto, gettando uno sguardo alla scalinata che scendevo da casa mia per ricongiungermi con l'arteria di traffico che porta in centro. Ma lì spesso i pensieri sono misti, non sempre del tutto felici, a volte soprattutto malinconici pensieri di confronto tra la ragazza vivace in rosso e grigio, che scendeva le scale correndo per andare incontro al suo futuro  luminoso, e la donna stanca e angosciata in rosso e nero che sono adesso, ora che quel futuro è il mio passato.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono  stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere.  Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti  (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro,  mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età,  so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.