Breve premessa.
Quello che dicono delle dipendenze è assolutamente vero. Più assumi una sostanza più ne vorresti, se ne fai a meno per un po' poi ne puoi fare a meno anche a lungo.
La Castagna questa roba l'ha riscoperta quest'estate relativamente ai dolci, che peraltro si era già levata con successo a partire da settembre dell'anno prima. Lo step successivo sarebbe stato diminuire il caffè, ma poi la Castagna incontrato l'Orsone e diminuire il caffè è diventata un'opzione assolutamente non compatibile con la vita relazionale, soprattutto verso la fine dell'anno, quando l'unica persona della scuola con cui aveva voglia di relazionarsi a parte la Pallida era lui. Sempre nello stesso periodo alla fine dell'anno scolastico, in cui le cose a scuola andavano di merda, la Castagna ha ricominciato a mangiare dolci dalla macchinetta, e lì si è fregata anche la parte di disintossicazione che era già stata portata a termine.
Comunque tutto questo era solo per dire che, mentre col caffè penso che dovrò rinunciarci, perché ormai è una condanna aa vita, con i dolci ci sto riprovando, a smettere dico. E visto che ho commesso l'errore di mangiarne di nuovo e faccio molta fatica a togliermeli, sto a lentamente sostituendo i cioccolatini e le merendine della macchinetta con cose più sane.
Per esempio questa sera, dopo cena, ero da sola, ero nervosa, me lo meritavo e allora ho deciso di farmi del pane e miele.
Ho tostato 2 fette di pane del Mulino Bianco nel fornetto e le ho lasciate involontariamente bruciacchiare sul bordo. Poi le ho considerate in modo critico e mi sono chiesta: "Ok, non sono abbastanza bruciate da essere cattive da mangiare, ma lo sono abbastanza da essere cancerogene?"
E a quel punto mi è venuto in mente che per tutta la vita, al mattino, mio padre ha voluto, insieme al caffelatte e a volte a un frutto, delle sottili striscioline di pane del giorno prima, che mia madre gli metteva in uno scaldabrioche fino a farle un po' abbrustolire. Era il pane della solita panetteria che a me non piaceva assolutamente, un po' crudo, un po' troppo salato e secondo me anche cattivo di sapore, ma al mattino tostato così e con un po' di marmellata faceva la sua porca figura. Pensandoci papà ci spalmava sopra sia il burro che la marmellata. E tra l'altro, prima dello scaldabrioche mia madre aveva una piccola graticola di ferro nero completamente carbonizzata dall'uso, per tostare le famose striscioline. Ora, i miei genitori erano entrambi medici, e non mi risulta affatto che mio padre sia morto di cancro. Di cancro ci è morta invece la zia più giovane, quella che faceva una vita sanissima e faceva sport anche a 70 anni suonati, stava attenta a tutto quello che mangiava e si controllava i valori regolarmente. Cancro del pancreas, quel tipo di diagnosi per la quale bisogna sempre ricordarsi di avere in tasca una capsula di cianuro. Perché semmai un giorno un medico mi dovesse dire che ho un cancro al pancreas, io la inghiottirei nell'ascensore dell'ospedale, piuttosto che stare così, che dover arrivare a casa e dire ai miei cosa li aspetta. Anzi, non nell'ascensore dell'ospedale, nel parcheggio, così non mi trovano in tempo.
Solo che, a parte le tristi riflessioni sulla morte orribile della zia, il pensare alle striscioline di pane di papà col burro e la marmellata, in contemporanea con il profumo delle fette tostate, mi ha dato una mazzata terribile. Come al solito mi sono messa a parlargli. Ti ricordi papà le striscioline di pane col burro e la marmellata al mattino? ti ricordi le fettine d'arancia tagliata sottile con lo zucchero sopra alla sera? Ti ricordi il pisolino in poltrona dopo pranzo? Ti ricordi quando salivo in vespa dietro di te? Ti ricordi papà la cena per i tuoi 80 anni, alla quale mi sono presentata con un vestito di lino color corda senza niente sotto, perché avevo 25 anni, ero bellissima magrissima giovanissima e immensamente felice? Ti ricordi la casa delle bambole? ti ricordi i melograni del giardino? Papà? Ti ricordi? Mi manchi tanto. E più le cose qui sono difficili, più mi manchi.
Mannaggia al pane tostato.
lunedì 26 novembre 2018
domenica 25 novembre 2018
Il lazzaretto, un grande albero che non è ancora nato, e il ponte di corda
BastianaBaldassarraBucci si arrotola una ciocca di capelli intorno a un dito e tira con violenza. Si dimentica di scrivere. Si fa male.
L'Infanta Imperatrice mette in bocca tappi, evidenziatori, goniometri, angoli di squadrette. Li mastica fino a spezzarli.
Lo Scassamaroni mima i prodromi di un attacco epilettico. Che potrebbe anche avere, quindi estote parati, in realtà è ansia, oppure noia, perché è gravemente iperattivo, ma bisogna prenderlo sul serio.
Alfred Molina mi comunica serenamente: "Ho di nuovo mal di testa. E mal di pancia."
"Che facciamo, N.? Chiamiamo casa? Ce li teniamo?"
Sa cosa deve dire, quindi tace. E arranca per arrivare a scrivere alla stessa velocità degli altri.
Sawyer sta con la faccia sul banco. "A., stai male?" Non proferisce suono. "A.???" "Ho sonno, prof." "Basta là però, stai su." "...e mal di pancia." "A., tu non hai mal di pancia. Hai un'ora di grammatica."
Sull'armadietto di classe campeggiano due disegni. Uno, opera della Fatina, raffigura il virus grosso come un bambino che ci siamo presi tutti il primo mese di scuola, io inclusa, e che è stato battezzato Gianpiero. Con la enne. Gianpiero è verde e sorride, emanando cuoricini. L'altro disegno, della BastianaBaldassarraBucci, rappresenta Pablito, un virus viola che invece piange, con l'aria malatissima. Sono le due patologie di cui si può soffrire in prima B. Chi ha preso Giampiero è a scuola e vorrebbe andare a casa. Chi ha preso Pablito è a casa e non può venire a scuola.
Qualche giorno fa, sulla porta, incontro la Yilmaz, la mia nuova collega di matematica simpaticissima e molto in gamba, che mi dice: "Pensavo di far mettere un'acquasantiera qui all'ingresso, per benedire gli infermi". Al che io ricambio, dicendole che avevo pensato di mettere sulla porta un cartello con scritto Sede distaccata Istituto pediatrico Giannina Gaslini.
In consiglio di classe la Yilmaz mi fa morire dal ridere, sostenendo con aria serissima che forse è l'aula che è malsana. Io ribatto: "Ma se quello è il corridoio più luminoso e aerato della scuola!" e lei: "Ho capito, ma la classe sarà costruita su un cimitero indiano, evidentemente."
Intanto a casa il giorno è un silenzio teso, pieno di domande, di pensieri che rimbalzano come piccole cariche di tritolo nel cervello e fanno scoppiare emicranie. È silenziosa anche la notte, il silenzio è nero e profondo, e però in quel buio siamo aggrappati l'uno all'altro e ci sono le sue mani, il suo respiro, tutti quei sogni colorati ed estremi, sia nell'essere belli che nell'essere spaventosi.
Poi io mi sveglio e penso che non voglio iniziare un'altra parentesi grigia e angosciosa, che voglio che sia già sera per tornare a raggomitolarmi con lui. E visto che adesso si può, mi impegno a cucire il silenzio e il buio caldo della notte con la notte successiva, costruendo un ponte di corde sopra uno strapiombo, con mille piccole fibre raccolte qua e là.
Poltrire in letto abbracciati, con le gatte in mezzo e di fianco. Due ore di guida tra boschi e stradine. Lanciare le castagne ammuffite dal finestrino lungo le prode boscose, sperando che un giorno almeno alcune diventino alberi. Leggere vecchie lapidi. Scaldare la torta di riso. Far assaggiare alla Princi un formaggio nuovo.
Intreccio le fibre anche quando mi sanguinano le mani. Forse non dovrei. Forse di corda dovrei costruirne solo una, con cui lanciarmi oltre la gola scoscesa, salvarmi arrivando di là senza di lui. O rimanerci impiccata, altra possibilità da tenere presente. Ma al mattino, quando ancora non ho messo giù il primo piede dalla zattera e gli squali sono a distanza di sicurezza, sembra chiaro che quel ponte io vorrei agganciarlo alla parete opposta dell'abisso e percorrerlo con lui.
Da qualche parte nei boschi, tra una chiesa romanica e l'altra, una caldarrosta mancata forse diventerà un grande castagno, perché noi non l'abbiamo voluta buttare via. Io vivo di queste cose, e anche lui.
L'Infanta Imperatrice mette in bocca tappi, evidenziatori, goniometri, angoli di squadrette. Li mastica fino a spezzarli.
Lo Scassamaroni mima i prodromi di un attacco epilettico. Che potrebbe anche avere, quindi estote parati, in realtà è ansia, oppure noia, perché è gravemente iperattivo, ma bisogna prenderlo sul serio.
Alfred Molina mi comunica serenamente: "Ho di nuovo mal di testa. E mal di pancia."
"Che facciamo, N.? Chiamiamo casa? Ce li teniamo?"
Sa cosa deve dire, quindi tace. E arranca per arrivare a scrivere alla stessa velocità degli altri.
Sawyer sta con la faccia sul banco. "A., stai male?" Non proferisce suono. "A.???" "Ho sonno, prof." "Basta là però, stai su." "...e mal di pancia." "A., tu non hai mal di pancia. Hai un'ora di grammatica."
Sull'armadietto di classe campeggiano due disegni. Uno, opera della Fatina, raffigura il virus grosso come un bambino che ci siamo presi tutti il primo mese di scuola, io inclusa, e che è stato battezzato Gianpiero. Con la enne. Gianpiero è verde e sorride, emanando cuoricini. L'altro disegno, della BastianaBaldassarraBucci, rappresenta Pablito, un virus viola che invece piange, con l'aria malatissima. Sono le due patologie di cui si può soffrire in prima B. Chi ha preso Giampiero è a scuola e vorrebbe andare a casa. Chi ha preso Pablito è a casa e non può venire a scuola.
Qualche giorno fa, sulla porta, incontro la Yilmaz, la mia nuova collega di matematica simpaticissima e molto in gamba, che mi dice: "Pensavo di far mettere un'acquasantiera qui all'ingresso, per benedire gli infermi". Al che io ricambio, dicendole che avevo pensato di mettere sulla porta un cartello con scritto Sede distaccata Istituto pediatrico Giannina Gaslini.
In consiglio di classe la Yilmaz mi fa morire dal ridere, sostenendo con aria serissima che forse è l'aula che è malsana. Io ribatto: "Ma se quello è il corridoio più luminoso e aerato della scuola!" e lei: "Ho capito, ma la classe sarà costruita su un cimitero indiano, evidentemente."
Intanto a casa il giorno è un silenzio teso, pieno di domande, di pensieri che rimbalzano come piccole cariche di tritolo nel cervello e fanno scoppiare emicranie. È silenziosa anche la notte, il silenzio è nero e profondo, e però in quel buio siamo aggrappati l'uno all'altro e ci sono le sue mani, il suo respiro, tutti quei sogni colorati ed estremi, sia nell'essere belli che nell'essere spaventosi.
Poi io mi sveglio e penso che non voglio iniziare un'altra parentesi grigia e angosciosa, che voglio che sia già sera per tornare a raggomitolarmi con lui. E visto che adesso si può, mi impegno a cucire il silenzio e il buio caldo della notte con la notte successiva, costruendo un ponte di corde sopra uno strapiombo, con mille piccole fibre raccolte qua e là.
Poltrire in letto abbracciati, con le gatte in mezzo e di fianco. Due ore di guida tra boschi e stradine. Lanciare le castagne ammuffite dal finestrino lungo le prode boscose, sperando che un giorno almeno alcune diventino alberi. Leggere vecchie lapidi. Scaldare la torta di riso. Far assaggiare alla Princi un formaggio nuovo.
Intreccio le fibre anche quando mi sanguinano le mani. Forse non dovrei. Forse di corda dovrei costruirne solo una, con cui lanciarmi oltre la gola scoscesa, salvarmi arrivando di là senza di lui. O rimanerci impiccata, altra possibilità da tenere presente. Ma al mattino, quando ancora non ho messo giù il primo piede dalla zattera e gli squali sono a distanza di sicurezza, sembra chiaro che quel ponte io vorrei agganciarlo alla parete opposta dell'abisso e percorrerlo con lui.
Da qualche parte nei boschi, tra una chiesa romanica e l'altra, una caldarrosta mancata forse diventerà un grande castagno, perché noi non l'abbiamo voluta buttare via. Io vivo di queste cose, e anche lui.
sabato 24 novembre 2018
Tra parentesi
Signori e signore, benvenuti a una nuova manche di "Chiamiamo le cose col loro nome".
Perché tu lo sai come si chiama questo.
Lo sai, vero, Castagna? Lo hai già visto. Lo hai vissuto.
La digestione che va a farsi fottere: sia che mangi sano sia che esageri, sia che tu abbia tutto il tempo e l'agio sia che tu ti nutra seduta in macchina, sia che tu scaldi surgelati o produca manicaretti.
Quei mal di testa.
Quelle lacrime.
Quelle idee fisse.
Gli incubi.
Arrivare a casa dopo solo quattro ore di lavoro con una stanchezza smisurata nei muscoli. Metterci un giorno o due a recuperare una tirata di quattro ore in autostrada, o una giornata 8/19 di scuola.
I cambi di programma, perché qualcosa dentro si ribella e ti incolla alla ceramica di un bagno.
E quell'animale che sbatte impazzito contro le costole, all'improvviso, come per uscire.
Okay. Ci sei di nuovo dentro fino al collo. Benissimo.
Hai delle scusanti, certo. La tua vita si svolge tra parentesi, nell'attesa di qualcosa che ora come ora non sai se avrai. Al palo della famiglia che porti avanti nonostante tutto. Col dubbio che le poche buone idee che hai avuto per te stessa vengano inficiate da una stronzata burocratica.
Le forze possono mancare, dopo anni di battaglie. Servirebbero, per stare bene, cose così belle e semplici che, a pensarci, piangi il doppio.
Ma adesso hai quasi 43 anni. Una figlia. Quarantacinque alunni. Delle allieve di yoga. Dei colleghi giovani che chiedono dritte. Gente che si aspetta che tu, senza se e senza ma, ce la faccia. E infatti, ce la fai. Ma con una creatura che ti mangia le viscere da dentro. Come allora.
Okay, non è andata come pensavi. Okay, sei diventata quello che sei diventata. Okay, la vita fa vomitare a volte. Okay, intorno a te i quarantenni hanno tutti la stessa faccia: quella di gente che non si è ancora ripresa dal colpo, dopo aver scoperto quanto fossero fragili le basi su cui aveva costruito. Gente che era partita per essere indipendente, forte e felice, e adesso è lì con debiti, figli in braccio, cuori infranti, inganni, compromessi, alimenti da pagare, carriere da reinventare. Gente che adesso lo fa, si reinventa. Ma a che prezzo.
A te e all'Uomo, pensandoci, non è neanche che sia andata davvero male, anzi, dai. Guarda il musino caparbio della Princi, guarda la tovaglia coi girasoli in cucina, guarda il cuore rosso pulsante che lui ti ha appena mandato via WhatsApp, guarda gli amici, guarda la coperta della Nonna Infera distesa sul vostro letto. Guarda quanto amate il vostro lavoro e i vostri hobby e abbi l'onestà di dirlo: conosci un sacco di gente a cui è andata peggio, almeno per ora.
È questo fatto che le prospettive siano così nebulose a farti stare male. La Princi non lo sa. E tu ti domandi se lui invece lo veda, poi ti domandi perché te lo domandi, quando sai benissimo che lui vede tutto.
Okay.
...quindi, adesso?
Ma adesso hai quasi 43 anni. Una figlia. Quarantacinque alunni. Delle allieve di yoga. Dei colleghi giovani che chiedono dritte. Gente che si aspetta che tu, senza se e senza ma, ce la faccia. E infatti, ce la fai. Ma con una creatura che ti mangia le viscere da dentro. Come allora.
Okay, non è andata come pensavi. Okay, sei diventata quello che sei diventata. Okay, la vita fa vomitare a volte. Okay, intorno a te i quarantenni hanno tutti la stessa faccia: quella di gente che non si è ancora ripresa dal colpo, dopo aver scoperto quanto fossero fragili le basi su cui aveva costruito. Gente che era partita per essere indipendente, forte e felice, e adesso è lì con debiti, figli in braccio, cuori infranti, inganni, compromessi, alimenti da pagare, carriere da reinventare. Gente che adesso lo fa, si reinventa. Ma a che prezzo.
A te e all'Uomo, pensandoci, non è neanche che sia andata davvero male, anzi, dai. Guarda il musino caparbio della Princi, guarda la tovaglia coi girasoli in cucina, guarda il cuore rosso pulsante che lui ti ha appena mandato via WhatsApp, guarda gli amici, guarda la coperta della Nonna Infera distesa sul vostro letto. Guarda quanto amate il vostro lavoro e i vostri hobby e abbi l'onestà di dirlo: conosci un sacco di gente a cui è andata peggio, almeno per ora.
È questo fatto che le prospettive siano così nebulose a farti stare male. La Princi non lo sa. E tu ti domandi se lui invece lo veda, poi ti domandi perché te lo domandi, quando sai benissimo che lui vede tutto.
Okay.
...quindi, adesso?
mercoledì 24 ottobre 2018
L'acqua azzurra di fronte a Nassau
(Grazie mille, collega Perboni. Ho sempre i commenti disattivati. Non so perché.)
La nave pirata è ripartita. L'acqua azzurra di fronte a Nassau è calma e non mostra tracce di imbarcazioni. Ma dalla finestra della sala prof una donna guarda il parcheggio e sa cosa succederà. Non riattraccherà più alla riva verdeggiante, la nave pirata. Ma un cargo si allontanerà verso il continente e a bordo, probabilmente, ci sarà lei.
Castagna guarda la sua scuola. Guarda il corridoio nord, con vista campetto da beach volley e palestra. E statale. E torrente.
Nel corridoio nordest non ci lavora da qualche anno. È felicemente tornata al corridoio di sudovest, luce, alberi fuori dalle finestre, non si vede più il campanile lassù in cima, perché la recinzione del campo sportivo ormai è sovrastata dalle piante.
Castagna guarda il parcheggio nero d'asfalto nuovo, lavato dalla pioggia, sotto nuvole buie, anche se sono le dieci di mattina. Pensa alle volte in cui in quel parcheggio ha alzato gli occhi e li ha messi negli occhi di qualcun altro, quando il parcheggio era polveroso, e il sole batteva. Alle albe che ha fotografato, quando il freddo tagliava a pezzi il piazzale e il cielo era celeste giallo arancio e rosa. Alle borse di libri che ha trasportato attraverso la riva erbosa, bagnandosi i piedi di rugiada.
Pensa ai molti passi che ha fatto verso l'ingresso di una scuola, a partire dal lontano anno Domini MM, e alle volte che ha svuotato i cassetti per andare via e un portone si è chiuso dietro di lei per l'ultima volta.
Piange spesso. Ma probabilmente partirà. La nave salpa in estate, ma i biglietti si fanno in primavera e bisognerà, se si decide, iniziare a fare i bagagli nel cuore dell'inverno, quando ci sarà il rinnovo del consiglio di istituto.
Intanto i segni del dissidio interiore scavano nel quotidiano, e si fanno sentire anche fuori. A Castagna partono degli emboli preoccupanti.
Oggi, dopo essere uscita sfuriando dalla stanza e aver fatto battere in ritirata perfino il Gigante, la Castagna scriveva appunto al Gigante stesso:
"Ciao, senti, come ti avevo detto ho fatto richiesta tramite diario alle famiglie degli alunni di seconda B di venire al completo alla riunione delle prime, ho bisogno che tutti i genitori sentano come si sta comportando la classe. Stamattina in 50 minuti sono riusciti a farsi sgridare per qualsiasi cosa (v. nota 1), non c'è quasi più modo di tenerli quando non hanno la testa abbassata sul quaderno a scrivere. Non erano così fuori controllo l'anno scorso (v. nota 2) e ho bisogno che i genitori se ne rendano conto. Approfitto del fatto che devono conoscere i docenti nuovi, anche perché questa è una classe di famiglie che l'anno scorso non si perdevano un'occasione per venire a parlare.
Poi giuro che mi ritiro nelle mie materie e lascio al Genuino il suo posto di coordinatore , anche perché io sono uscita distrutta dalla terza dell'anno scorso e ho davvero bisogno di poter contare su qualcun altro adesso (v. nota 3). Ma così non si lavora più (v. nota 4).
Vedasi, infatti, * asterisco a piè di pagina.
Nota 1
Non credo di aver mai autorizzato un mio alunno a passare il tempo di una lezione di storia a creare coi protocolli una busta di carta, da attaccare tra le gambe di due banchi distinti per usarla come cestino. Ne che lo abbia mai fatto un qualsivoglia mio collega.
Nota 2
Per forza. Perché io, l'Orsone e la Pallida li tenevamo giù con la frusta.
Nota 3
Finché non è arrivata gente a darmi man forte con sincera amicizia e seria collaborazione professionale (la Bottadicoca, la Fraulein, l'Orsone, la Pallida), non mi ero mai accorta di quanto fossi sola in quella scuola. Ora lo so.
Nota 4
E credo che aver lanciato il registro per aria, al minuto 50 della lezione di storia in cui, per la TERZA volta, picchiavo duro per far entrare nelle loro teste la differenza tra monarchia e repubblica, in effetti NON COSI' IMPORTANTE, sia significativo di quanta fatica si faccia a tenerli.
* asterisco a piè di pagina
Indovinate chi è stato convocato la mattina dopo in presidenza e si è sentito assegnare il coordinamento della seconda.
La nave pirata è ripartita. L'acqua azzurra di fronte a Nassau è calma e non mostra tracce di imbarcazioni. Ma dalla finestra della sala prof una donna guarda il parcheggio e sa cosa succederà. Non riattraccherà più alla riva verdeggiante, la nave pirata. Ma un cargo si allontanerà verso il continente e a bordo, probabilmente, ci sarà lei.
Castagna guarda la sua scuola. Guarda il corridoio nord, con vista campetto da beach volley e palestra. E statale. E torrente.
Nel corridoio nordest non ci lavora da qualche anno. È felicemente tornata al corridoio di sudovest, luce, alberi fuori dalle finestre, non si vede più il campanile lassù in cima, perché la recinzione del campo sportivo ormai è sovrastata dalle piante.
Castagna guarda il parcheggio nero d'asfalto nuovo, lavato dalla pioggia, sotto nuvole buie, anche se sono le dieci di mattina. Pensa alle volte in cui in quel parcheggio ha alzato gli occhi e li ha messi negli occhi di qualcun altro, quando il parcheggio era polveroso, e il sole batteva. Alle albe che ha fotografato, quando il freddo tagliava a pezzi il piazzale e il cielo era celeste giallo arancio e rosa. Alle borse di libri che ha trasportato attraverso la riva erbosa, bagnandosi i piedi di rugiada.
Pensa ai molti passi che ha fatto verso l'ingresso di una scuola, a partire dal lontano anno Domini MM, e alle volte che ha svuotato i cassetti per andare via e un portone si è chiuso dietro di lei per l'ultima volta.
Piange spesso. Ma probabilmente partirà. La nave salpa in estate, ma i biglietti si fanno in primavera e bisognerà, se si decide, iniziare a fare i bagagli nel cuore dell'inverno, quando ci sarà il rinnovo del consiglio di istituto.
Intanto i segni del dissidio interiore scavano nel quotidiano, e si fanno sentire anche fuori. A Castagna partono degli emboli preoccupanti.
Oggi, dopo essere uscita sfuriando dalla stanza e aver fatto battere in ritirata perfino il Gigante, la Castagna scriveva appunto al Gigante stesso:
"Ciao, senti, come ti avevo detto ho fatto richiesta tramite diario alle famiglie degli alunni di seconda B di venire al completo alla riunione delle prime, ho bisogno che tutti i genitori sentano come si sta comportando la classe. Stamattina in 50 minuti sono riusciti a farsi sgridare per qualsiasi cosa (v. nota 1), non c'è quasi più modo di tenerli quando non hanno la testa abbassata sul quaderno a scrivere. Non erano così fuori controllo l'anno scorso (v. nota 2) e ho bisogno che i genitori se ne rendano conto. Approfitto del fatto che devono conoscere i docenti nuovi, anche perché questa è una classe di famiglie che l'anno scorso non si perdevano un'occasione per venire a parlare.
Poi giuro che mi ritiro nelle mie materie e lascio al Genuino il suo posto di coordinatore , anche perché io sono uscita distrutta dalla terza dell'anno scorso e ho davvero bisogno di poter contare su qualcun altro adesso (v. nota 3). Ma così non si lavora più (v. nota 4).
Vedasi, infatti, * asterisco a piè di pagina.
Nota 1
Non credo di aver mai autorizzato un mio alunno a passare il tempo di una lezione di storia a creare coi protocolli una busta di carta, da attaccare tra le gambe di due banchi distinti per usarla come cestino. Ne che lo abbia mai fatto un qualsivoglia mio collega.
Nota 2
Per forza. Perché io, l'Orsone e la Pallida li tenevamo giù con la frusta.
Nota 3
Finché non è arrivata gente a darmi man forte con sincera amicizia e seria collaborazione professionale (la Bottadicoca, la Fraulein, l'Orsone, la Pallida), non mi ero mai accorta di quanto fossi sola in quella scuola. Ora lo so.
Nota 4
E credo che aver lanciato il registro per aria, al minuto 50 della lezione di storia in cui, per la TERZA volta, picchiavo duro per far entrare nelle loro teste la differenza tra monarchia e repubblica, in effetti NON COSI' IMPORTANTE, sia significativo di quanta fatica si faccia a tenerli.
* asterisco a piè di pagina
Indovinate chi è stato convocato la mattina dopo in presidenza e si è sentito assegnare il coordinamento della seconda.
sabato 6 ottobre 2018
La Regina Matrigna
Essendo temporaneamente priva di connessione Internet su comoda chiavetta, la Castagna ormai detta i suoi post al telefonino quando viaggia. Questo fa sì che molte volte abbia la testa presa dietro alle sue questioni personali familiari sentimentali genitoriali economiche karmiche eccetera eccetera eccetera. O interrompa la dettatura al blog per ascoltare Bryan Adams (sì, che c'è? Allora? Mica obbligo anche voi. Ho una fase regressiva. Sono fatti miei).
Molto più raramente, la Castagna guidando raccoglie le idee relativamente ai ragazzi, che peraltro quest'anno sono molto molto meglio dell'anno scorso.
L'anno scorso, la Castagna, senza l'Orsone, la Pallida, la Fräulein e un po' di coraggio raccattato faticosamente a yoga, e senza il fatto che per fortuna l'Uomo, nel corso dell'anno, diventasse lentamente più presente, non ce l'avrebbe fatta, sul serio.
La prima erano ventisei scatenati privi di senso e la terza un'altra quasi trentina di anime in pena, intente a farsi sospendere, a fare le prime roventi esperienze sessuali e a mentire in modo sistematico a tutti i professori inclusa lei. E lei sputava sangue.
Ma quest'anno è partito molto peggio, perché la Castagna non ne aveva più voglia, di lavorare coi colleghi che l'anno scorso le hanno fatto cappotto agli scrutini e stilettata nel cuore agli esami.
I nuovi primini, in realtà, sono bellissimi e le vogliono molto bene. Quelli di seconda sono completamente inselvatichiti, privati della loro trimurti di riferimento, e invano qualcuno invoca la Pallida, ella non torna, e neppure l'Orsone. Bisogna tenersi l'Ottocentesca e il Genuino. E una Castagna inferocita che imperversa, e la sua parola in effetti è la sola legge che in quel Far West della seconda B venga ancora rispettata.
La faglia che separa il corridoio A dal B si è ulteriormente allargata e resa profonda, e la Castagna sente che dopo gli ultimi anni ha davvero visto troppe volte le stesse manovre, perciò si muove avvolta nelle fiamme verdastre della Regina Matrigna e non fa mistero di non avere la minima voglia di avere a che fare con alcuni colleghi. Mentre, tutto sommato, cerca di essere decente coi nuovi arrivati. Ma dentro di sé prepara decisioni drastiche e analizza ogni propria mossa, in modo da non trovare nessuno che si frapponga tra lei ed il suo obiettivo, e cioè essere lasciata in pace nel proprio mestiere e, magari, ogni tanto sentirsi pure dire che il suo contributo fa differenza, visto che, a tirare le somme, la fa.
Molto più raramente, la Castagna guidando raccoglie le idee relativamente ai ragazzi, che peraltro quest'anno sono molto molto meglio dell'anno scorso.
L'anno scorso, la Castagna, senza l'Orsone, la Pallida, la Fräulein e un po' di coraggio raccattato faticosamente a yoga, e senza il fatto che per fortuna l'Uomo, nel corso dell'anno, diventasse lentamente più presente, non ce l'avrebbe fatta, sul serio.
La prima erano ventisei scatenati privi di senso e la terza un'altra quasi trentina di anime in pena, intente a farsi sospendere, a fare le prime roventi esperienze sessuali e a mentire in modo sistematico a tutti i professori inclusa lei. E lei sputava sangue.
Ma quest'anno è partito molto peggio, perché la Castagna non ne aveva più voglia, di lavorare coi colleghi che l'anno scorso le hanno fatto cappotto agli scrutini e stilettata nel cuore agli esami.
I nuovi primini, in realtà, sono bellissimi e le vogliono molto bene. Quelli di seconda sono completamente inselvatichiti, privati della loro trimurti di riferimento, e invano qualcuno invoca la Pallida, ella non torna, e neppure l'Orsone. Bisogna tenersi l'Ottocentesca e il Genuino. E una Castagna inferocita che imperversa, e la sua parola in effetti è la sola legge che in quel Far West della seconda B venga ancora rispettata.
La faglia che separa il corridoio A dal B si è ulteriormente allargata e resa profonda, e la Castagna sente che dopo gli ultimi anni ha davvero visto troppe volte le stesse manovre, perciò si muove avvolta nelle fiamme verdastre della Regina Matrigna e non fa mistero di non avere la minima voglia di avere a che fare con alcuni colleghi. Mentre, tutto sommato, cerca di essere decente coi nuovi arrivati. Ma dentro di sé prepara decisioni drastiche e analizza ogni propria mossa, in modo da non trovare nessuno che si frapponga tra lei ed il suo obiettivo, e cioè essere lasciata in pace nel proprio mestiere e, magari, ogni tanto sentirsi pure dire che il suo contributo fa differenza, visto che, a tirare le somme, la fa.
martedì 25 settembre 2018
Primo giorno d'autunno
Ed arrivo il primo giorno d'autunno, per celebrare il quale giustamente la Castagna si mise in macchina, diretta a Via del Golf 13. C'erano alcuni importanti novità nella sua vita, di cui non si vedeva assolutamente la presenza, ma che avrebbero potuto diventare interessanti a breve. Diciamo che era come avere un giardino seminato di bellissimi fiori e non si vedeva neppure una fogliolina, un germoglio, fare capolino dalla terra, ma ci si credeva, ci si voleva molto credere.
La Castagna, per esempio, stava riflettendo seriamente sul suo futuro a Scuolina Rosa, dopo l'evidente scempio del suo rapporto col Gigante e diverse altre difficoltà, che aveva deciso di essere troppo stufa di affrontare. Alla Castagna non piace perdere e non piace darsi per vinta, è una tenace e lo ha dimostrato in moltissimi campi della sua vita, più di quelli che sembrino a guardare dall'esterno. Spesso è stata confrontata dalla sua famiglia con i suoi fallimenti, o meglio le le sue marce indietro. A casa Castagna, soprattutto il padre sembrava non aver mai iniziato una cosa senza finirla, e il giudizio sui rinunciatari era impietoso. Spettacolare il numero di volte in cui la Mater, negli anni, ha ricordato alla Castagna che non è mai andata a dare l'esame di ammissione alla Normale di Pisa, pur essendosi preparata per mesi. E spettacolare il numero delle volte in cui la Castagna ha alzato gli occhi al soffitto, o fissato un punto a cazzo del pavimento, e alzato un sopracciglio che significava: grazie agli dei che non ci sono andata, pensa tu la mia vita se per disgrazia lo passavo, quell'esame. Spettacolare anche il numero di volte in cui suo padre si è preoccupato per gli sport che cominciava e non voleva portare avanti, e spettacolare l'impegno che la Castagna ci ha messo in tutti quelli che invece amava, il nuoto, il tennis e lo yoga, in momenti diversi della sua vita.
Quindi a conti fatti, e a dispetto del parere di alcuni, alla Castagna viene più facile stringere i denti e non mollare, piuttosto che cambiare strada. Se uno conta i grandi passaggi della sua vita è evidente.
Tuttavia bisogna saper perdere, bisogna sapersi allontanare da un campo di battaglia dove non si può ottenere nessun risultato, e bisogna saper dire addio. E forse verrà poi il momento di salutare Scuolina Rosa.
C'è tempo ancora per pensarci, e intanto però la Castagna si sente provare la sua forza e la sua resistenza nel volo, e si domanda dove atterrerà. E intanto escono altre cose dalle profondità della terra, sotto forma di iniziative della Princi, sotto forma di proposte dell'Uomo, sotto forma di cambiamenti della Mater.
La Castagna assiste a tutto questo e sa di aver avuto una parte in ognuno di questi cambiamenti e sviluppi. Forse sta per raccogliere i frutti di un lungo lavoro. Del resto si era parlato del 2018 come dell'anno in cui bisognava lasciar cadere tutto e farsi dare, in cambio della propria fatica, qualche aiuto. E riscuotere qualche restituzione.
La Castagna, per esempio, stava riflettendo seriamente sul suo futuro a Scuolina Rosa, dopo l'evidente scempio del suo rapporto col Gigante e diverse altre difficoltà, che aveva deciso di essere troppo stufa di affrontare. Alla Castagna non piace perdere e non piace darsi per vinta, è una tenace e lo ha dimostrato in moltissimi campi della sua vita, più di quelli che sembrino a guardare dall'esterno. Spesso è stata confrontata dalla sua famiglia con i suoi fallimenti, o meglio le le sue marce indietro. A casa Castagna, soprattutto il padre sembrava non aver mai iniziato una cosa senza finirla, e il giudizio sui rinunciatari era impietoso. Spettacolare il numero di volte in cui la Mater, negli anni, ha ricordato alla Castagna che non è mai andata a dare l'esame di ammissione alla Normale di Pisa, pur essendosi preparata per mesi. E spettacolare il numero delle volte in cui la Castagna ha alzato gli occhi al soffitto, o fissato un punto a cazzo del pavimento, e alzato un sopracciglio che significava: grazie agli dei che non ci sono andata, pensa tu la mia vita se per disgrazia lo passavo, quell'esame. Spettacolare anche il numero di volte in cui suo padre si è preoccupato per gli sport che cominciava e non voleva portare avanti, e spettacolare l'impegno che la Castagna ci ha messo in tutti quelli che invece amava, il nuoto, il tennis e lo yoga, in momenti diversi della sua vita.
Quindi a conti fatti, e a dispetto del parere di alcuni, alla Castagna viene più facile stringere i denti e non mollare, piuttosto che cambiare strada. Se uno conta i grandi passaggi della sua vita è evidente.
Tuttavia bisogna saper perdere, bisogna sapersi allontanare da un campo di battaglia dove non si può ottenere nessun risultato, e bisogna saper dire addio. E forse verrà poi il momento di salutare Scuolina Rosa.
C'è tempo ancora per pensarci, e intanto però la Castagna si sente provare la sua forza e la sua resistenza nel volo, e si domanda dove atterrerà. E intanto escono altre cose dalle profondità della terra, sotto forma di iniziative della Princi, sotto forma di proposte dell'Uomo, sotto forma di cambiamenti della Mater.
La Castagna assiste a tutto questo e sa di aver avuto una parte in ognuno di questi cambiamenti e sviluppi. Forse sta per raccogliere i frutti di un lungo lavoro. Del resto si era parlato del 2018 come dell'anno in cui bisognava lasciar cadere tutto e farsi dare, in cambio della propria fatica, qualche aiuto. E riscuotere qualche restituzione.
martedì 11 settembre 2018
Rispondendo a Macabea
[Non si sa perché ma dallo smartphone mi è fatto divieto di postare un commento al mio stesso post. E io ho finito la pazienza il 2 settembre duemiladiciassette]
Ordunque, da poco ho fatto una riflessione dovuta alle notevoli sportellate in faccia che ho preso a giugno dai miei colleghi, e a un po' di altre cose. Credo che alle volte, più che andare fisicamente altrove, sia giusto darsi il permesso di andare. Pensare come se.
Alle volte è perché si è già deciso e poi si va veramente. Altre volte è solo per decolpevolizzare un desiderio e vedere come si sta, all'idea. Aiuta a ragionare senza tabù, paturnie, limiti imposti da terzi. Libera le proprie vere direzioni.
Ne parlerò prossimamente per quanto riguarda la mia scuola...
Forza & coraggio Macabea.
Castagna con uno scazzo che, a collegarla a un alternatore, ci illumini mezza Tokyo.
Ordunque, da poco ho fatto una riflessione dovuta alle notevoli sportellate in faccia che ho preso a giugno dai miei colleghi, e a un po' di altre cose. Credo che alle volte, più che andare fisicamente altrove, sia giusto darsi il permesso di andare. Pensare come se.
Alle volte è perché si è già deciso e poi si va veramente. Altre volte è solo per decolpevolizzare un desiderio e vedere come si sta, all'idea. Aiuta a ragionare senza tabù, paturnie, limiti imposti da terzi. Libera le proprie vere direzioni.
Ne parlerò prossimamente per quanto riguarda la mia scuola...
Forza & coraggio Macabea.
Castagna con uno scazzo che, a collegarla a un alternatore, ci illumini mezza Tokyo.
domenica 9 settembre 2018
"È venuta per te"
Il cinque agosto, Madonna della Neve, ben lungi dal contemplare montagne innevate, sono uscita a camminare da sola, verso le dieci di sera, perché aveva fatto un caldo indecente tutto il santo giorno. E ho fatto bene. Per due motivi: uno, dal giorno successivo il caldo sarebbe diventato così atroce che non saremmo più riusciti a muovere un passo che non fosse motivato da esigenze di sopravvivenza. E due, perché sono uscita sola e tornata con un pezzo di me stessa che non sapevo di avere lasciato in giro.
Vagava su un cavalcavia. Miagolava alle persone, alle auto. In parecchi si sono fermati ad osservarla, lei attraversava la strada senza criterio per raggiungerli, poi riprendeva a gironzolare. Le ho parlato. È saltata su una panca in pietra e ci si è seduta, guardandomi senza ostilità. L'ho presa in braccio. Ero a piedi, per cui ci sono voluti tre quarti d'ora, una scatola di cartone della Heineken trovata vicino a un bidone del vetro e centinaia di miagolii per arrivare a casa. Ma non ha tentato di scappare. Dopo un po' ha anche smesso di spuntare dalla scatola e strillarmi in faccia, si è accucciata sul fondo. Era stanca.
Quando siamo entrate nel portone del palazzo ha guardato le scale con evidente interesse e sollievo. Una casa! Ecco!
In bagno, ha sbranato mezza ciotola di croccantini, poi si è ricordata delle buone maniere ed ha iniziato a fare le fusa fortissimo. Un'intera ciotola d'acqua dopo, era pronta per crollare. Ho provato a uscire dal bagno. Negativo. È un contralto, e sa come usare le corde vocali. Mi sono seduta per terra: si è accomodata vicino alla mia coscia, su un asciugamano, e addormentata. Ho tentato di nuovo di uscire, ma che ve lo dico a fare? Alle quattro di mattina mi sono svegliata lì, a pancia in giù con la faccia sulle piastrelle.
Io li ho fatti e messi in giro, i volantini. Era evidentemente il gatto di qualcuno. Ben tenuta, sterilizzata. Ci ha messo due giorni a riprendersi da caldo, stanchezza, fame e sete, ma girava per casa, in macchina e dal veterinario con naturalezza. Mi risulta difficile credere che l'abbiano abbandonata, è chiaro che a casa sua spendevano soldi per lei e nessuno la trattava male. Si sarà persa. O forse è morto qualcuno che le voleva bene, e gli altri partivano per le ferie, e non sapevano che farsene di una stringa di liquirizia malamente spruzzata di giallastro.
È brutta. Magrina, macchiata male. Tranne quando ti guarda fisso con quegli occhi immensi che brillano come gioielli. Allora tutti restano stregati: ha la regalità di un'imperatrice somala, una sapienza infinita nello sguardo, torna subito alla mente che gli Egizi veneravano i gatti come divinità.
Io ci ho messo meno di mezza giornata a rendermi conto che ha un quoziente intellettivo da paura. Ascolta ogni sillaba che diciamo, e non c'è il minimo dubbio che capisca tutto. Ha intuito in un nanosecondo le dinamiche di potere tra le altre gatte, completamente soggiogato la piccola, che la adora, e con la grande si è comportata con la glaciale sicumera che adoperava Margaret Thatcher nei confronti dei minatori gallesi. Mio marito, avendone considerato l'evidente e imperturbabile indisponibilità a smuoversi o emozionarsi per alcunché che non la riguardi, la chiama amorevolmente Stiky, abbreviazione di Sticazzi. Io le sto ancora cercando un nome, credo si chiami Cathy, ma non ho dubbi che prima o poi mi lascerà lei stessa sul tavolo di cucina un foglio in carta intestata con il suo atto di nascita e le sue generalità.
Non è così importante chiamarla, se non per distinguerla dalle altre due,
ma in tal senso basta dire "la nera".
Del resto, non è che arrivi, se non ne ha voglia, a differenza degli altri due cuccioli di foca batuffolosi che ci seguono ovunque. Ma per me il punto è che non ho mai la sensazione di doverla chiamare, di doverle dire. Lei c'è, lei capisce, lei comunica. La sua presenza è una solida montagna nel mio paesaggio, lo era dopo poche ore dal nostro primo incontro. Credo lo abbiano capito tutti, qualcuno addirittura al telefono, che cosa mi è successo appena ci siamo guardate negli occhi. "Tienila" mi ha detto gente che non c'entrava niente. "È tua, non puoi darla via" ha detto la Fata Romena appena entrata in casa. "È venuta per te" ha detto Guru Cri.
Non lo so. Io ho amato tutti i miei animali, moltissimo. Non posso prendere un gatto ogni volta che la mia vita attraversa un momento pesante. Ma lei c'è. Io conosco questo senso di presenza indiscutibile, questa pace, l'appianamento di ogni discussione, di ogni resistenza, per averlo provato in campo amoroso con gli esseri umani. Io so di essere veramente innamorata quando un uomo, nella mia vita, semplicemente è, ed io non trovo più una logica alla vita che facevo senza. E conosco questa certezza di poter utilizzare solo un'occhiata per capirsi nel profondo, per averla provata con mio padre e con mia figlia. Quindi, in barba a chi dice "è solo un gatto", o "un altro gatto?", io so che il cinque agosto è stato messo al suo posto un pezzo che mi mancava. E lo sa anche lei.
Vagava su un cavalcavia. Miagolava alle persone, alle auto. In parecchi si sono fermati ad osservarla, lei attraversava la strada senza criterio per raggiungerli, poi riprendeva a gironzolare. Le ho parlato. È saltata su una panca in pietra e ci si è seduta, guardandomi senza ostilità. L'ho presa in braccio. Ero a piedi, per cui ci sono voluti tre quarti d'ora, una scatola di cartone della Heineken trovata vicino a un bidone del vetro e centinaia di miagolii per arrivare a casa. Ma non ha tentato di scappare. Dopo un po' ha anche smesso di spuntare dalla scatola e strillarmi in faccia, si è accucciata sul fondo. Era stanca.
Quando siamo entrate nel portone del palazzo ha guardato le scale con evidente interesse e sollievo. Una casa! Ecco!
In bagno, ha sbranato mezza ciotola di croccantini, poi si è ricordata delle buone maniere ed ha iniziato a fare le fusa fortissimo. Un'intera ciotola d'acqua dopo, era pronta per crollare. Ho provato a uscire dal bagno. Negativo. È un contralto, e sa come usare le corde vocali. Mi sono seduta per terra: si è accomodata vicino alla mia coscia, su un asciugamano, e addormentata. Ho tentato di nuovo di uscire, ma che ve lo dico a fare? Alle quattro di mattina mi sono svegliata lì, a pancia in giù con la faccia sulle piastrelle.
Io li ho fatti e messi in giro, i volantini. Era evidentemente il gatto di qualcuno. Ben tenuta, sterilizzata. Ci ha messo due giorni a riprendersi da caldo, stanchezza, fame e sete, ma girava per casa, in macchina e dal veterinario con naturalezza. Mi risulta difficile credere che l'abbiano abbandonata, è chiaro che a casa sua spendevano soldi per lei e nessuno la trattava male. Si sarà persa. O forse è morto qualcuno che le voleva bene, e gli altri partivano per le ferie, e non sapevano che farsene di una stringa di liquirizia malamente spruzzata di giallastro.
È brutta. Magrina, macchiata male. Tranne quando ti guarda fisso con quegli occhi immensi che brillano come gioielli. Allora tutti restano stregati: ha la regalità di un'imperatrice somala, una sapienza infinita nello sguardo, torna subito alla mente che gli Egizi veneravano i gatti come divinità.
Io ci ho messo meno di mezza giornata a rendermi conto che ha un quoziente intellettivo da paura. Ascolta ogni sillaba che diciamo, e non c'è il minimo dubbio che capisca tutto. Ha intuito in un nanosecondo le dinamiche di potere tra le altre gatte, completamente soggiogato la piccola, che la adora, e con la grande si è comportata con la glaciale sicumera che adoperava Margaret Thatcher nei confronti dei minatori gallesi. Mio marito, avendone considerato l'evidente e imperturbabile indisponibilità a smuoversi o emozionarsi per alcunché che non la riguardi, la chiama amorevolmente Stiky, abbreviazione di Sticazzi. Io le sto ancora cercando un nome, credo si chiami Cathy, ma non ho dubbi che prima o poi mi lascerà lei stessa sul tavolo di cucina un foglio in carta intestata con il suo atto di nascita e le sue generalità.
Non è così importante chiamarla, se non per distinguerla dalle altre due,
ma in tal senso basta dire "la nera".
Del resto, non è che arrivi, se non ne ha voglia, a differenza degli altri due cuccioli di foca batuffolosi che ci seguono ovunque. Ma per me il punto è che non ho mai la sensazione di doverla chiamare, di doverle dire. Lei c'è, lei capisce, lei comunica. La sua presenza è una solida montagna nel mio paesaggio, lo era dopo poche ore dal nostro primo incontro. Credo lo abbiano capito tutti, qualcuno addirittura al telefono, che cosa mi è successo appena ci siamo guardate negli occhi. "Tienila" mi ha detto gente che non c'entrava niente. "È tua, non puoi darla via" ha detto la Fata Romena appena entrata in casa. "È venuta per te" ha detto Guru Cri.
Non lo so. Io ho amato tutti i miei animali, moltissimo. Non posso prendere un gatto ogni volta che la mia vita attraversa un momento pesante. Ma lei c'è. Io conosco questo senso di presenza indiscutibile, questa pace, l'appianamento di ogni discussione, di ogni resistenza, per averlo provato in campo amoroso con gli esseri umani. Io so di essere veramente innamorata quando un uomo, nella mia vita, semplicemente è, ed io non trovo più una logica alla vita che facevo senza. E conosco questa certezza di poter utilizzare solo un'occhiata per capirsi nel profondo, per averla provata con mio padre e con mia figlia. Quindi, in barba a chi dice "è solo un gatto", o "un altro gatto?", io so che il cinque agosto è stato messo al suo posto un pezzo che mi mancava. E lo sa anche lei.
sabato 8 settembre 2018
Debbo riperderti e non posso
L'autunno è quasi tra noi. Ci si addormenta con lenzuolino, coprilettino leggero e, talvolta, con parecchio Uomo sulla schiena.
Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.
Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio.
Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.
Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.
Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.
Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.
Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.
Lo voglio davvero passare, un altro anno così?
No, non credo.
Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.
Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio.
Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.
Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.
Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.
Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.
Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.
Lo voglio davvero passare, un altro anno così?
No, non credo.
sabato 18 agosto 2018
Il fiore del cardo
Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.
Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.
Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.
Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.
Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.
Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.
Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.
Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.
Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.
Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.
Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.
Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.
Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.
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