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venerdì 5 giugno 2015

Un post che potrebbe pigliarvi anche piuttosto male, io vi avviso


Il giorno in cui ho dato il titolo a questo blog avevo in mente un ben preciso tipo di tempesta, quella ormonale.
 
In realtà era un bel titolo, adatto a me, perchè tutta la mia vita, professionale e non, è un lungo e spesso burrascoso viaggio per mare, in cui a volte sono conciata come Pi(scine Molitor) Patel, cioè sola su un'imbarcazione di fortuna con una grossa tigre feroce, altre volte comando una grande, solida nave da crociera, qualche volta combatto su un incrociatore, e non di rado esploro continenti sconosciuti su un veliero dagli scricchiolii suggestivi.
 
Ma ho sempre pensato che, un giorno, avrei raccolto il coraggio per scrivere un post su un aspetto della vita degli insegnanti che pochi considerano: l'impatto ormonale dei ragazzi su esseri umani adulti che passano le giornate con loro. Ho parlato, qua e là, delle mie classi come di nidi, di cucciolate, di gruppi così "miei" che sapevo dall'odore, per un meccanismo materno di riconoscimento olfattivo, in quale aula fossero appena passati. Ho parlato di tanti ragazzi e ragazze che sono stati sotto i miei occhi durante il loro sviluppo fisico, di cui ho intravisto i primi amori, di cui ho letto o ascoltato le emozioni e i turbamenti, squadernati senza pudore davanti allo sguardo di chi non è nè la mamma, nè la sorella, nè un'estranea. Qualcuno di cui si fidano in modo infantile e a cui involontariamente sottopongono a volte risvolti privatissimi, in barba alle leggi che fanno di noi algidi burocrati, giudici imparziali, severi ufficiali della Repubblica. Perchè a volte è più facile andare a parlare della prima importante esperienza a letto, o della prima vera scottatura, con qualcuno che ti ha visto bambino, e ti ha letto di Paolo e Francesca o di Angelica e Medoro, piuttosto che con un altro sedicenne o con un genitore.
 
 
Quello di cui non abbiamo mai parlato qui è l'effetto che fanno sui prof certe frasi, certi sguardi, il bisogno di condividere, di essere ascoltati e creduti, tutta questa confidenza che, giuro, a volte proprio non è nè incoraggiata nè tantomeno richiesta da noi adulti, presi da tutt'altro, ma ci investe come un acquazzone improvviso.
 
Dall'alto (euh! bum) dei miei quasi tredici anni di mestiere, posso ormai dire serenamente che sì, capita, e come, l'impatto frontale che non ti aspetti. Dopo aver chiacchierato con un po' di gente che, a quarant'anni e oltre, è in grado di discutere con il dovuto distacco delle proprie esperienze passate, emerge con chiarezza che il coinvolgimento tra insegnanti e studenti è più frequente di quanto si creda. Non sempre si avvera nei fatti la mitologica trombata con la supplente di ginnastica o l'infrascata in auto con il docente di filosofia (ah, peraltro, colleghe alle prime armi, mi raccomando: diffidare il più possibile del docente di filosofia, che può senz'altro apparire figo, nella versione tenebrosa o in quella vulnerabile, e intellettualmente arrapante da matti, ma poi si rivela un cinico divorziato senz'anima che devasta le vite delle giovani supplenti di lettere, mandandole in rianimazione dopo mesi di anoressia o tentativi di suicidio: e questa non sono io, ma ne conosco ben due che ci sono passate). In particolare, nella fascia d'età che frequento io il passare alle vie di fatto è decisamente illegale, oltre che professionalmente scorretto (ma attenzione agli/alle ex alunni/e: quelli/e diventano maggiorenni, e a volte ritornano, con intenzioni inequivocabili).
Ma esiste un livello di coinvolgimento, platonico per carità, però a volte davvero profondo, che non si può controllare con nessuna legge. C'è adolescente e adolescente. Non tutti sono teneri boccioli che si affacciano arrossendo alla vita. Non tutti i maschi sono capretti esuberanti che saltellano nel prato, e non tutte le ragazzine sono bamboline innocenti che riempiono il diario di cuoricini rosa. Senza con ciò fare di loro dei piccoli maniaci o delle Lolite senza pudore, sono tutti diversi, l'età mentale e quella fisica coincidono pochissimo nelle loro personcine in evoluzione, e noi "grandi" a volte non abbiamo la prontezza di difenderci e ci ritroviamo la freccia piantata nel fianco prima di aver visto l'arco. Questa cosa l'ho imparata sulla mia pelle, come molti colleghi e colleghe prima di me. Ora che la so, non mi spaventa più. E' che lavoriamo con le anime, i corpi e i caratteri di tanti esseri umani diversi, e che, soprattutto, siamo esseri umani pure noi. E se devo scegliere tra essere la feroce istitutrice senza cuore e la prof Castagna che a volte non riesce a far lezione perchè si butta via dal ridere, o si fa venire il groppo in gola dall'emozione, beh, io voglio essere me tutta la vita. Rischi compresi. Basta saperlo, ecco, che potrebbe arrivare qualcuno che, magari senza volere, ti apre uno squarcio nella diga, ti si presenta inopportunamente nei sogni o ti lascia semplicemente senza parole, in contemplazione di qualcosa di nuovo, fresco, bellissimo, come possono essere belli, dentro e fuori, solo gli adolescenti. Ogni tanto arriva, poi passa e se ne va. E anche noi prof dobbiamo sapere che a volte, molto più per le doti di carattere e di intelligenza, ironia, sensibilità, che per le nostre apparenze esteriori, lasciamo un segno su qualcuno. Che poi potrebbe incontrarci anni dopo, e guardarci con una tenerezza sconvolgente, annullando le proprie difese di fronte a una persona di cui si fida davvero, e rivivendo con il senno di poi le emozioni di un mondo perduto, in cui tutto quello che contava era che il tuo prof preferito ti facesse un complimento perchè eri stato bravo. Dovete pensare all'effetto che può fare essere guardati così. Non è una cosa paragonabile con molte altre.
 
 
Mentre scrivo penso al Danno, che ho rivisto ormai grande dopo l'incidente che lo ha quasi ammazzato, e che ha traversato la sala per venire a salutarmi e a me, solo a me in tutta una stanza piena dove aspettavano di sentirlo parlare della sua vittoria sul coma e della sua riabilitazione, ha detto, a voce bassa e senza minimamente vergognarsi: "Sono agitatissimo". Perchè a me lo poteva dire, anche se non mi vedeva da tempo, io ero ancora la sua prof di allora, quella che lo sgridava quando faceva il figo ma non aveva studiato, e che fingeva di non avere il batticuore quando lui le regalava i fiori raccolti lungo la strada. Ecco, in quella stanza c'erano sua madre, sua sorella, la sua ragazza, un sacco di amici, ma solo tra me e lui c'era quell'istante.
 
 
Capite che, se una cosa così ti succede nel momento sbagliato della tua vita, può aprirti un bel taglio nelle tue sicurezze su chi sei e che ruolo hai. Se poi chi ti riempie di attenzioni e visibilmente dipende dalla tua approvazione e dal tuo affetto passa con te parecchie ore a settimana, in una stanza dove si correggono aridi esercizi ma si parla anche tanto di tutto il resto, è possibile che la cosa ti faccia stare anche un bel po' male. Ma, come detto, passa.
 
 
Però.
 
 
C'è un però.

 
Soprattutto a chi, come noi, si occupa dei più giovani, bisognerebbe dare un minimo supporto psicologico per far fronte a certe cose. Ho trovato molto interessante il libriccino di un collega, intitolato non a caso "Uscirne vivi", in cui si parla delle difficoltà del nostro mestiere. Un capitoletto breve e composto, ma non imbavagliato da inutile ipocrisia, è dedicato al coinvolgimento sentimentale tra insegnanti e studenti. Menomale che qualcuno lo dice, ho pensato. Ovviamente ribadisce che succede, spesso sì, ma va tenuto sotto controllo, e da chi? Da noi, non certo da loro, che sono così ingenui a volte da scambiare le loro emozioni per l'unica legge valida sul pianeta. E io aggiungo: è' bello vedere che non si vergognano di quel che provano, che si sentono invincibili nella loro disarmante sincerità. E' fin troppo dolce, per noi adulti stanchi e disincantati, la sicumera con cui affermano un loro bisogno, molto più interiore che fisico, spesso, senza percepire l'inadeguatezza della situazione. Ma il concetto, una volta scemata l'ondata di tenerezza, imbarazzo, preoccupazione o semplice sorpresa, è semplice. Loro confondono i ruoli, NOI NO. Ci piacerebbe, magari, ma non lo possiamo fare.
 
 
Ecco perchè quest'anno così bello per me rimarrà un ricordo indelebile, di giornate piene di gioia e soddisfazione, ma con una macchia scura che rovina proprio le ultime, importantissime settimane: il pasticciaccio brutto tra uno dei miei "grandi" e una collega, tra l'altro più vecchia di me. Che rischia già la denuncia per altre leggerezze commesse sul lavoro, dal momento che confondere i ruoli, evidentemente, le piace. Ma a me, e non solo a me, leva il sonno perchè non respinge, anzi incoraggia in modo pericolosissimo, una situazione che sì, si poteva creare, l'ho detto appunto finora, ma doveva restare entro un certo limite.
 
 
E la cosa più grave è che gli altri ragazzi, per quanto noi cerchiamo di proteggerli, se ne sono accorti e sono rimasti davvero turbati.
Credetemi, se vi dico che, pur in questi pochi anni, ne ho viste già molte di cose. Ma sono venuti a parlarmi tutti seri Giudiziosa, la Nonna, Vento del Nord e Svacco e poveri ragazzi, erano così pieni di tatto nel cercare di spiegare che erano a disagio, che ad un certo punto gli occhi di Svacco si sono riempiti dell'angoscia che io non capissi, e davvero, la sua espressione quando è sbottato e mi ha detto cosa pensava, usando peraltro un modo molto controllato di esprimere i suoi dubbi, mi ha fatto un male boia e non me la scorderò facilmente.
 
 
Passo le giornate a guardare in tralice il ragazzo in questione e chiedermi a che punto sia davvero giunto il pasticcio, e se dovrei parlargli: a lui direttamente, visto che la madre problemi su dove sia, su come passi i pomeriggi, su di chi siano le macchine su cui sale, evidentemente non se ne pone. Ho paura. Per lui, prima di tutto, per la collega che, pur richiamata all'ordine con delicatezza sia da me che da altri, non si è fermata, per la classe, per noi prof, per la pace della mia povera Scuolina Rosa.
 
 
E ho anche paura di perdere di colpo la pazienza con la collega, di stancarmi all'improvviso di camminare sulle uova, e creare un casino all'esame. L'anno scorso si è visto bene, in commissione d'esame, con il povero ignorante che ha preso il posto della Compagna Collega, che cosa posso diventare io quando un docente che è in torto e di cui non ho stima mi tocca i miei ragazzi o si mette di traverso al compimento del lavoro di anni. Non vi consiglio di incontrare il mio cammino quando succede una cosa del genere. Ma temo che, con questa prof, la reazione sarebbe ben diversa da quella che il malcapitato supplente, presuntuoso e imprudente ma comunque giovane e inesperto, si è potuto permettere di fronte ai miei ruggiti. E non voglio per nessun motivo danneggiare i ragazzi.
 
 
E così, anche quest'anno all'esame non ci si annoia, vedete. Ma, io, timbrare pacchi alle poste perché non l'ho mai considerato, come opzione, perché? 

giovedì 4 aprile 2013

L'altra faccia del mobbing

Dal Dizionario Italiano Sabatini Coletti (con un pensiero di stima allo splendido Coletti che teneva lezioni entusiasmanti sul lessico poetico di Montale e che ha portato fisicamente agli studenti Travaglio quando ancora non era "Travaglio", e la Guzzanti quando Berlusconi era da poco diventato "Berlusconi")

MOBBING Molestie, mortificazioni inflitte a un lavoratore per emarginarlo, per ostacolarne la carriera, il successo, per screditarlo; le patologie che ne derivano nelle vittime

Il mobbing, è noto, si fa a un lavoratore capace che ti sta in culo, piuttosto che a un incapace, che sicuramente si mette da solo nella condizione di attirarsi problemi e anche provvedimenti. Quindi, per definizione, il mobbing, se devi farlo a qualcuno, richiede che tu sia intelligente, sottile, attento.

Possibilmente, dovresti essere più intelligente del lavoratore cui fai mobbing. O almeno tanto quanto.
Altrimenti finisce che fai qualcosa di stupido.
E allora si verificano cose come quella di stamattina.
Per cui una solitamente sorridente e accomodante Castagna, che di recente, consapevole di avere per certe cose la coda di paglia sul lavoro, e per altre gli occhi di certi colleghi addosso, andava a lavorare con la gastrite e il senso di svenimento, stamattina invece è scesa dal letto e, senza il minimo accenno di disturbo psicosomatico, ma anzi con una bella espressione combattiva da guerriera irlandese e gli occhi pieni di vita, si è fiondata nel tuo ufficio e si è tolta diverse soddisfazioni.

Tipo ricordarti con abili e inequivocabili giri di parole i concetti di:
scelta didattica,
professionalità,
libertà di organizzare l'insegnamento in base a parametri personali all'interno del programma,
esperienza sul campo,
diritti dei lavoratori,
leggi che tutelano le persone che, pur mantenendo il posto di lavoro, hanno situazioni familiari da risolvere.

Poi (e questa era la parte che pregustavo fin da ieri pomeriggio) è andata a cercare la tua complice e compagna di intrighi Bestia Nera e le ha detto in faccia diverse cosine, usando espressioni ancora meno equivocabili però, e sentendo, oh con quanto piacere, tutti quei fastidiosi sassolini acuminati che scivolavano finalmente fuori dalla scarpa.

Perché, cara C., cara BN, quello riportato sopra è solo il SECONDO significato della parola mobbing.

Il primo è
in etologia, l'insieme dei comportamenti di minaccia esibiti dagli uccelli di fronte all'attacco di un predatore

E siccome la BN scema non lo è, brutta dentro sì ma scema, glielo riconosco, no, tra me e lei la partita si gioca esattamente dal primo settembre 2006, quando io sono entrata nella scuola, tra l'altro, preceduta da un'ottima pubblicità che a mia insaputa mi aveva fatto una collega con cui avevo lavorato prima, e la BN in pochi secondi ha capito di trovarsi di fronte a un predatore. Io, che tendo a entrare in ambienti nuovi con il massimo della disponibilità, e che comunque ero più giovane, invece ci ho messo un po' di più a capire di avere di fronte un'arrogante ducetta fondamentalista. Mi ci sono voluti, direi, tre o quattro giorni. Da allora lei fa versi, agita le ali, zampetta mimando colpi di becco, e io regolarmente in sua presenza tiro fuori tre generazioni di batusaggine genovese, non mi scosto di un millimetro, e lascio partire la piega della bocca e il sopracciglio sinistro, che vadano dove la natura li porta.

Comunque, quando si lavora con certi stronzi, e si aspetta per anni il momento giusto per reagire, si arriva addirittura a ringraziarlo, il mobbing, per le soddisfazioni che ci si possono togliere a un certo punto.



giovedì 10 gennaio 2013

Scusa, puoi ripetere? Non ho sentito bene

Dicevo appunto che a me parlare coi genitori degli alunni piace.

Naturalmente non tutte le giornate sono come martedì: non tutte le madri riescono col buco, la vita non è tutta rose e fiori, ogni medaglia ha il suo rovescio e così via, quindi mi capita anche di avere a che fare con papà gigioneggianti, con madri nevrotiche, con gente presuntuosa o sfuggente o così ignorante che mi fa scappar da ridere. Qua e là (ma sono una minoranza nella minoranza) ho incontrato dei veri e propri stronzi, come capita in tutte le situazioni in cui si ha a che fare con il pubblico.

Però in genere io vengo ben digerita, spesso trovata simpatica, e a volte anche ascoltata, perchè tendo a essere accogliente, se necessario anche con gli stronzi (ma solo nel caso in cui ci sia in gioco il bene superiore dell'istruzione di un minore. Con tutti gli altri stronzi solitamente sono una iena, vedansi  recenti assemblee di condominio). Lo so, che chi mi conosce nel mondo fuori dalla scuola non se lo immaginerebbe mai, ma a me non costa fatica mettermi da parte, di fronte a una persona che, minimo minimo, dice quel che dice mossa dal sincero convincimento di fare qualcosa di buono per suo figlio. Poi se è il caso discuto, contesto, dico la mia, e so essere molto insistente, ma di base i genitori li rispetto e parto dal presupposto che di crescere un adolescente ne sappiano più di me.

Capita ovviamente a volte il genitore che ritiene di saperne più di me anche della materia che insegno e delle tecniche didattiche da applicare. E' come il paziente che spiega la malattia e la cura al medico, ma poichè l'essere umano è quel che è, io non mi scompongo, spiego lo stesso il mio punto di vista e solitamente ne approfitto per farmi un rapido esame di coscienza, sia mai che il mio lavoro faccia acqua da qualche parte. Nel lavoro bisogna sì essere sicuri di sè, ma non presuntuosi.

Poi esiste anche il genitore che preferisce denigrare il professore o la scuola piuttosto che il figlio. E anche quelli, per quanto chiaramente non siano tra i miei preferiti, li ho sempre gestiti, tanto poi c'è sempre lo stanzino del caffè per sfotterli pubblicamente con i colleghi.

Quindi, se io ti dico "Tostissima prende voti più bassi dell'anno scorso" e tu mi rispondi "Ma vede, è confusa, non sa bene cosa deve studiare perchè parte di Letteratura è sul libro e parte è sul quaderno", io ti spiego con calma che questo, invece, dovrebbe essere considerato un arricchimento, perchè io ho corretto il tiro sullo stilnovismo che sul testo era spiegato male, ho aggiunto cose su Dante e su Petrarca, e sto facendo di sana pianta il riassunto dei canti della Commedia, così come l'anno scorso avevo dettato il riassunto di TUTTI i canti dell'Iliade e di TUTTI i canti dell'Eneide.

Se io specifico che i voti si sono abbassati in Geografia, e tu dici con aria insoddisfatta che la geografia di quest'anno è diversa da quella dell'anno scorso, io ti spiego serenamente che l'anno scorso abbiamo fatto geografia generale, che adesso stiamo facendo gli Stati e c'è da studiare in modo più mnemonico.

Se tu dici che Tostissima si era preparata su tutto, e invece io nel compito in classe ho chiesto solo il Regno Unito e l'Eire nei dettagli, io contesto, pacata ma decisa, dicendo che io dò sempre indicazioni precise sul diario su quel che metterò nelle prove. Se tu rispondi "Sì, ma così, da una settimana all'altra, lei invece aveva iniziato a studiare con me molto prima", io non sto neanche a risponderti, perchè ti stai palesemente arrampicando sui vetri. Oppure potrei risponderti che non sei tu che devi decidere a metà ottobre che cosa ci sarà nella mia prova di metà novembre, perchè magari io alcuni argomenti li valuto oralmente e altri per iscritto, e sono francamente cazzi miei e della mia strategia didattica con la classe, if you know what I mean. Ma non lo faccio.

Allora tu, sempre con l'aria di chi ha appena annusato una puzza schifosa e storce la bocca, mi attacchi sul fatto che i ragazzi scrivono troppo poco. E io, che a dicembre mi sono sentita dire questa cosa dalla preside, perchè una delle rappresentanti evidentemente aveva parlato con te, non faccio fatica ad ammettere che me lo hanno già fatto notare, spiego che me ne sono accorta anche io, che hanno bisogno di fare altro esercizio, quando ho rilevato che riempiono di strafalcioni le prove scritte di Geografia, e quindi li ho già fatti esercitare correggendo uno per uno gli esercizi che ho dato, in occasione delle lezioni in compresenza, quando posso lavorare su dodici o tredici persone invece che su ventisei.

Se tu mi dici che "io la faccio scrivere, sa, Tostissima, anzi se lei mi dice cosa posso farle fare d'altro, perchè già io le faccio tenere un diario, tutte le sere, poi però chiaramente non posso darlo a lei da correggere nè correggerlo io" e io penso "perchè non glielo leggi mica, no?", però tu continui "perchè non sono un'insegnante di italiano" (ah no? mi sembrava proprio che fossi il presidente della facoltà di Lettere alla Normale di Pisa, guarda), io penso un gigantesco "ma povera bambina, con 'sta madre stracciacazzi", e lo penso così forte che quasi mi si materializza la scritta sopra la testa, ma non ti dico che sei un mostro da rinchiudere, anzi ragiono con te, con la massima disponibilità, sul come e sul perchè possiamo potenziare la scrittura.

Tu dici che tuo figlio faceva un testo di compito ogni settimana e io ribatto che io temi a casa non ne dò, per non correggere cose scaricate da Internet o scritte da altri, che preferisco gli esercizi di scrittura creativa, e perdo anche del tempo a spiegarti cosa intendo e farti vedere degli esempi, e ti prometto che cercherò un testo che tu possa usare a casa per sfracellare le palle a tua figlia, che già guarda tutti dall'alto in basso, ma presto sarà proprio una disadattata sociale.

Ed è allora che tu fai l'errore. Quello madornale.

Dici che bisogna dare più compiti. Che bisogna abituare i ragazzi a lavorare di più, perchè poi tu hai visto tuo figlio alle superiori che salto che ha fatto. E che se si mantiene questa idea di mandare Tostissima allo scientifico, tu sei disposta a farla lavorare anche a casa aggiungendo cose dietro mia supervisione, perchè ti rendi conto che alle medie magari si fa un po' quel che si può.

Cioè.

Cioè.

Fermi tutti.

Aspetta un attimo.

Tu hai appena detto ALLA PROFESSORESSA CASTAGNA che non sta preparando per il liceo la classe migliore che le sia capitata negli ultimi sei anni.

Tu hai detto questo ALLA CASTAGNA, che in questa classe ha iniziato Latino IN PRIMA MEDIA.

ALLA CASTAGNA, che prepara le lezioni sui testi dell'università, e non su quelli che ha in casa e bon, ma sui migliori, che siano i grandi classici di una volta o manuali recenti e aggiornati rubati al cugino.

ALLA CASTAGNA, che ogni volta che ha una terza si ricompra il Calendario Atlante De Agostini nuovo, e lo usa in classe per integrare i dati del libro di Geografia, tra l'altro con tanta passione che alcuni suoi alunni lo chiedono ai genitori come regalo.

ALLA CASTAGNA, che spacca il mazzo ai suoi studenti se il fiume Tago non diventa Tejo passando dalla Spagna al Portogallo, e guai a sbagliare la pronuncia di un nome geografico nelle principali quattro lingue straniere studiate in Italia: addirittura la II A ci resta male quando lei ammette di non sapere come si pronuncia una cosa in finlandese o in croato e quindi dice "leggetemelo pure com'è scritto".

ALLA CASTAGNA, che fa comprare la Divina Commedia integrale invece di fare solo i tre canti morti dal sonno che ci sono sul libro, e OLTRE a svolgere il programma di letteratura va avanti con Dante QUATTRO MESI, facendolo diventare una materia a sè come al TRIENNIO SUPERIORE.

ALLA CASTAGNA, che se leggi un romanzo per ragazzi consigliato da lei niente niente è capace di essere la trilogia della Allende, altro che i Piccoli Brividi de me' cojoni.

ALLA CASTAGNA, che se un alunno alla prima lezione di Latino sbaglia e legge kaelum invece di celum, ne approfitta per spiegare la pronuncia ecclesiastica e quella restituta.

ALLA CASTAGNA, i cui alunni ti dicono tutti contenti che la Sibilla divinava il futuro lanciando delle foglie su cui erano tracciati dei segni e che questo è un dato storico, perchè l'alfabeto di derivazione fenicia e poi greca è probabilmente arrivato a Roma passando per Cuma.

ALLA CASTAGNA, i cui alunni chiamano la Divina Commedia COMEDìA e se vedono scritto RVF XXVII sanno che cosa significa.

Tu hai appena trattato LA CASTAGNA come una che poverina insegna solo alle medie.

Tu hai appena osato suggerire che quel che la Castagna fa andrà forse bene al massimo per quelli che vanno al professionale, e che ci devono pensare le mammine care come te a preparare i figli per fare carriera in un liceo.

Tu vuoi morire, no, tu sei già morta, stasera respiri perchè io te lo concedo ancora per qualche tempo. Ti lascio in vita solo perchè tu possa vedere dove saranno tra due o tre anni i miei alunni. E non parlo di Tostissima, che è brava e che ha te che glielo meni. Parlo degli altri, quelli che di Italiano e Geografia, quando arriveranno alle superiori, avranno in saccoccia "solo" quello che gli ho insegnato io.

Comunque ora so come si sentono le persone che stanno per cadere al suolo in preda a un colpo apoplettico causato da un'incazzatura repentina di proporzioni galattiche. Praticamente sono in vita anche io solo perchè devo farti mangiare tanta, ma tanta, ma tanta di quella merda che alla fine la troverai persino buona.

 



 

 

 

martedì 4 dicembre 2012

Begli incontri

Psicologa del consultorio: “Quindi, noi strutturiamo il lavoro in due incontri, il primo lo faccio io da sola ed ha una durata di un’ora e mezza, massimo due. Voi che orario fate?”

Castagna: “Otto - tredici e trenta.”

PdC: “In ore di sessanta minuti?”

Castagna (con sopracciglio divertito): “No, di cinquantacinque. Quindi sono sei unità orarie al mattino, perciò, se sono tre terze potrebbe fare due ore, due ore e due ore.”

PdC (seccata): “Beh no, un momento, tutte nella stessa mattina?”

Castagna: “Ah non so, io lo dicevo per lei, visto che mi dice che non avete molta disponibilità per spostarvi dall‘ASL, almeno così riducevate le uscite.”

PdC (sostenuta): “E però insomma, sono sei ore, voglio dire, seguire dei lavori di gruppo, no, io penso anche alla nostra salute mentale. No no, bisogna che io faccia due classi una mattina e la terza un altro giorno.”

Primo piano di Castagna (occhi verdi fissi sulla psicologa, con palpebra immobile)

PdC: “Vediamo la disponibilità sulle singole classi, per prevedere i giorni utili.”

Il Troll: “Sì, guardi, per facilitare le cose e non dover fare tanti scambi d‘ora coi colleghi, io per esempio con la III B ho tre ore di seguito il giovedì. O altrimenti, ho le prime due al martedì.”

PdC: “Ah però io alle otto non posso esserci, perché noi comunque dobbiamo prima passare di qui, comunque.”

Castagna (rivolge un pensiero all’incubo dell’ora di timbratura del cartellino che ha condiviso con sua madre, dipendente ASL, per diciassette anni, e infatti tace e guarda il tavolo)

Bionda Svampita: “Ah quindi lei dice magari meglio partire dalle nove? Bene, allora guardi, nella III A io il mercoledì ho le ultime due ore, se magari…” (e forse voleva dire qualcosa sul fatto di fare prima le ore dal Troll o da Castagna e passare in coda nella sua classe, ma non ci arriva)

PdC (espressione crucciata): “Mm. Sì… ma magari le ultime due ore, i ragazzi, voglio dire, l’attenzione potrebbe essere minore…”

Castagna (incolla gli occhi alla faccia della psicologa, palpebra fissa, sopracciglia in posizioni acrobatiche, labbra strette a fessura, ostilità visibile in tutto l’atteggiamento del corpo, e, mentre mentalmente ripassa i molti colloqui con psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti della sua esistenza, gioisce con ferocia di sapere che la psicologa, per mestiere, sa perfettamente cosa lei stia trasmettendo in questo momento. Le pare quasi di vedere le lettere luminose e colorate che si disegnano in stampatello nell’aria sopra il tavolo: M, A, V, A, I, A, F,,,)



Ma forse non dovevo essere così negativa. Quanto meno, costei non sarà una di quelli che sostengono che fare lezione agli adolescenti per un’intera mattinata non è un vero lavoro.

Oh, sì, in effetti questo proprio mi consola.

lunedì 12 novembre 2012

Guerra fredda. Ma neanche tanto


Se una cosa si chiama contributo facoltativo per le spese scolastiche, io mi rifiuto di dire ai ragazzi che DEVONO portare i soldi (tra l'altro, da 5 euro siamo passati a 10 negli ultimi due anni). O peggio, di dettare l'avviso con la scadenza della raccolta TOGLIENDO APPOSITAMENTE la parola facoltativo dal testo.

Cose che invece la Bestia Nera fa regolarmente.

Io sono contrarissima a chiedere soldi alle famiglie per cose come fotocopie, toner, gessetti etc.
Un conto è far pagare la fotocopia allo stordito di turno che s'è scordato il libro. Questo ha valore educativo, perchè i libri, che i genitori hanno pagato, devono arrivare a scuola il giorno giusto per essere usati, e poi evita che a inizio lezione si perdano sempre cinque minuti buoni ad aspettare che gli storditi si facciano fare la copia.
Invece, quando sono incaricata di dire alle famiglie o ai ragazzi che ci aspettiamo un aiuto, sottolineo sempre che sono a disagio nel chiederlo, perchè in una scuola PUBBLICA le nostre necessità sono (sarebbero, dovrebbero essere, parrebbe giusto che fossero) GIA' pagate dalle tasse.

Comunque, quando portano pecunia, io raccolgo. Se non portano, io non insisto. Alla scadenza, consegno alla Bestia Nera, che, come è logico data la sua natura luciferina, ha SEMPRE a che fare con TUTTO quello che riguarda i marenghi, i talleri e i dobloni nella scuola, dalla mensa all'assicurazione.

Sono caduta dal pero quando stavolta la BN ha voluto I NOMI di chi aveva versato. Le ho fatto notare che io non me li ero nemmeno scritti, come avrei invece fatto in caso di contributo obbligatorio (per esempio per i soldi dell'assicurazione), perchè allora avrei dovuto chiederli e richiederli, sincerandomi che ciascuno avesse versato il dovuto.

Poi le ho detto che me li sarei scritti e, a raccolta finita, glieli avrei dati. Sperando non me li domandasse più.

Quando mi è tornata sotto, poco prima della scadenza prevista, le ho chiesto PERCHE', se trattasi di contributo facoltativo che va ridistribuito sulla totalità dei ragazzi, dobbiamo sapere chi ha versato e chi no: “Mica promuoviamo o bocciamo in base a questo, no?”
No, però per esempio a chi li ha versati possiamo far fare le fotocopie gratis, gli altri invece se le pagano.”
Ma scusa, le fotocopie, abbiamo stabilito, sono a pagamento per tutti, infatti quelli che ne hanno bisogno se le pagano già.”
Non ribatte.

Poi io venerdì 9/11 (raccolta contributo facoltativo conclusasi il giorno 31/10), sto a casa per malattia.

E lei che fa, la brutta adoratrice di Mammona?

Sì.

Lo fa.

Va in terza (dove non ha materie, né coordina, né niente) e si fa dare i nomi di chi ha versato. Che, se me li avesse chiesti a fine raccolta, io le avrei comunque dato, pur malvolentieri.

Siccome sono pochi, fa il mazzo per mezz'ora a tutta la classe.

Sì.

Lo ha fatto.

E sapete cosa dice? Che, la fotocopiatrice scordiamocela pure, ma inoltre non avranno più accesso ai computer, alla LIM, etc etc perchè non contribuiscono alle spese della scuola.

A questo punto, stamattina, di fronte alle rimostranze della classe, io spiego i due punti di vista.

Il suo: che è un'orrenda succhiasangue di destra, che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che non ce la facciamo più perchè lo stato, il comune etc ci danno sempre meno.

Il mio: che la mia collega è un'orrenda succhiasangue di destra che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che il servizio pubblico è pubblico, è vero che siamo in difficoltà, ma finchè c'è un centesimo viene diviso tra tutti e poi, quando non ci sarà più neanche quel centesimo, resteremo tutti senza e tu querida presencia, comandante Che Guevara...

Giuro sulla mia vita alla III C che, finchè io sono presente nella scuola bandiera rossa sventolerà loro avranno esattamente tutto quello che hanno gli altri, a parte pagarsi le fotocopie quando si scordano il libro a casa.

E faccio notare (ad alta voce, non lo faccio mai davanti alle classi, ma cazzo, stavolta per farmi stare zitta ci sarebbe voluto un elettrochoc che mi mandasse al tappeto per il resto della settimana) che la collega è veramente in gamba a scegliere il giorno in cui io non ci sono, per venire a fare la strategia del terrore in mezzo ai miei studenti.

Non so. A volte, quando per un po' va tutto bene, mi dico che sono io che sono rancorosa e mi lego le cose al dito, che forse questa rivalità sotterranea costante è un parto della mia fantasia bolscevica e dei miei tragici trascorsi con il cattolicesimo. Poi no, poi vedo con chiarezza, e mi domando cosa crede di ottenere, la creatura delle tenebre, con queste sue simpatiche manovrine. Il mio trasferimento? E io invece, più fa così, più mi abbarbico, e cresco, e mi infiltro, come un cazzo di tumore comunista.

Balliamoci sopra.

venerdì 6 aprile 2012

MORTE

Sorridere, dire una frase di ammirazione con tono compiaciuto (attenta: non estasiato, da oca, compiaciuto, da donna consapevole di quel che fa e dice, da donna che ne ha viste), sgranare bene gli occhi, attendere la risposta inclinando leggermente la testa verso destra, se dotata di frangia o ciuffo scuotere leggermente i capelli, sorridere annuendo, riconfermare con convinzione il complimento, attendere risposta, allungare mano e toccargli una spalla, testa inclinata, ora, molto inclinata, sorriso totale, occhio stellante (attenta, non ho detto sognante, ho detto stellante, l'idea che devi trasmettere non è che sei una ragazzina davanti a Di Caprio ma una donna, una Donna con la D maiuscola che ovviamente può scegliere, tra infiniti uomini a lei disponibili, e sta scegliendo lui, sta dicendogli che lui ha qualcosa di speciale: quindi occhio stellante, non sognante, perchè sei tu che decidi, tu che confermi che sì, lui non è come gli altri e tu, Donna con la D maiuscola, te ne sei accorta).

E la cosa forte è che io queste tecniche non le ho mai usate, pur distinguendone perfettamente dettagli e sfumature. Ma mettersi con un uomo di bell'aspetto è la miglior scuola per imparare tutto questo, semplicemente osservando alcune delle altre.

Di solito sono anche sposate, o stanno per sposarsi. E di solito sono tutto fuorchè delle disperate che per un po' di sano volatile si venderebbero i figli. Sono in gamba, sono intelligenti, sono fini. Però praticano questo sport, di fiondarsi sugli uomini e far loro credere di essere speciali, per poi rigirarseli allegramente intorno a un dito, magari senza neppure dargliela (o meglio, senza prenderne, perchè loro prendono, non danno, e comunque non è a quello che ambiscono: è al potere). Il loro è un atteggiamento spontaneamente dettato dalla sicurezza di sè, non dalla necessità o dall'inquietante dubbio di non piacere. E le vere destinatarie sono le altre donne, non gli uomini, quelli sono solo lo strumento.

La sola cosa che io non capirò mai, delle troie (perchè le troie vere sono queste: mica quelle poverine in piedi al freddo davanti al distributore di benzina), è che sono eccezionalmente brave nell'abbindolare gli uomini delle altre con questo genere di lusinghe (e l'Uomo, dato che io ho la laurea ad honorem in Fenomenologia della Troia Spontanea d'Alta Classe, sta pian piano imparando a darmi retta, ma era per natura una delle vittime predestinate e tende ancora a non rendersi conto di cosa succede, finchè i suoi occhi non incontrano il mio sopracciglio sinistro); ma non sono in grado di individuare in una stanza la presenza della fidanzata o della moglie, sebbene possa essere molto vicina, praticamente di fronte. E invece, chissà come mai, una moglie entrando a una festa con settecento donne te le trova subito, le Troie Spontanee d'Alta Classe, e in particolare, tra le sei o sette presenti su quelle settecento, individua subito quella che punterà suo marito.

Però, anche alla più esperta cacciatrice di Troie Spontanee può succedere di avere per 40 ore un mal di testa così forte da dimenticarsi che, alla serata cui lei non andrà e suo marito invece sì, sarà senz'altro presente uno di questi esemplari da competizione. Del quale il comportamente descritto sopra è stato osservato in diretta qualche settimana fa. E non era un sogno, come il suo: io ero presente e, sebbene abbia incendiato con lo sguardo il corridoio del teatro dove si è svolta la scena, ho potuto solo assistere e poi relazionare all'Uomo il trattamento cui era appena stato sottoposto, ovviamente senza rendersene minimamente conto.

Il marito è appena rientrato. E dice di avere sullo stomaco due fette di colomba col mascarpone, ma questo non lo sottrarrà all'interrogatorio: non per altro, ma voglio sapere se la tizia ha fatto tutte le mosse previste nel manuale della Troia Spontanea d'Alta Classe nel capitolo "Festa in casa di amici". Insomma, una laurea ad honorem dovrò ben dimostrare di essermela guadagnata, non l'ho mica presa perchè ero la nipote del magnifico rettore.