La seconda C mi sta uccidendo; mi sta uccidendo con amore, ma mi sta uccidendo.
Peter Pan ha tirato un pugno in faccia a Mickey Mouse, o Topolino che dir si voglia, e 5 giorni dopo Topolino ha ancora la faccia gonfia ed è stato refertato in ospedale.
Il vero casino è che non lo hanno detto subito, com'è andata.
Castagna, coordinatrice, incazzata nera:
"Topolino, perché stamattina il vicepreside mi ha detto una cosa che io dovrei sapere da tre giorni???
E soprattutto. Perché tu a me hai detto di aver sbattuto la faccia sul banco, quando hai chiesto il ghiaccio, e invece alla collega Pianista hai detto di aver preso un pugno?"
Sulla faccia di Topolino passa la stessa identica espressione che fa la Princi, quando credeva di aver fregato uno di noi due e scopre di non esserci riuscita. L'espressione che viene al bambino che certe cose le dice alla mamma ma non al papà, perché la mamma capisce il papà punisce, o simili.
Castagna, sempre coordinatrice, sempre incazzata nera: "...allora, Topolino?"
Topolino piange.
Quanto a Peter Pan sono due giorni che non viene a scuola e non sappiamo se la famiglia sia informata dei fatti. Peter Pan è la luce dei miei occhi per quanto riguarda alcune cose, per esempio Storia, però è anche lo stesso che ha tirato una gomma in fronte a una compagna lasciando l'impronta della gomma come fosse un tatuaggio, tempo fa, e per questo ha preso una nota che adesso rimpiango di aver messo solo sul diario.
Oggi chiamo quindi la napoletanissima, e molto severa, mamma di Peter Pan. Che non ha sgridato il figlio. Lo ha fatto a pezzi. Il bambino ha iniziato a vomitare bile ed è andato avanti 2 ore con la testa nel water. Immagino che oggi, quando le ho detto che i genitori di Mickey, al 4 giorno di guancia gonfia, avevano pensato bene di controllare in ospedale se per caso avesse la mandibola rotta, il povero Peter abbia generosamente fatto il bis.
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mercoledì 16 marzo 2016
venerdì 19 settembre 2014
L'erba voglio
Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
giovedì 28 agosto 2014
C come Castagna
Una nuova collega e blogamica, Matilde, che saluto e ringrazio, scrive di non smettere di raccontare della scuola.
Scuola?
Perché, io insegno? Ah già che la mia vita non era solo pulire case, dare pranzi e cene e vestiti puliti all'Uomo e alla Princi, e svuotare cassette dei gatti.
Era anche torturarmi di perché e percome non è andata come doveva andare la mia cosa con
Era anche farmi un mazzo così sulle questioni finanziarie della famiglia: ma sssshhhh, che la commercialista ha perso le mie tracce e la mia amatissima Segretaria di Panna è a Parigi. Ancora qualche giorno di anonimato duramente conquistato, poi tornerò tra le grinfie di Equitalia, perché ti trovano SEMPRE.
Era anche diventare faticosamente la figura di riferimento di una terribile diciassettenne che tende al viziato.
Era anche capire cosa farne di questo matrimonio che è sempre il mio, che mi sono scelta io, e sembra reggere a cose incredibili, e però un attimo, non è che questo periodo possa passare alla storia come il migliore, e cazzo i prossimi sono DIECI anni, e insomma per come eravamo messi a giugno ancora non ci credo sul serio che ci arriveremo a questo fatidico anniversario, e poi cosa diavolo significano tutti quegli incubi, ora che finalmente dormo?
E, sì, era insegnare.
Beh. Non è che su questo punto non abbia niente da dire.
DOMANI scopriremo chi è il nuovo preside. Perché sì, la C. se ne va per davvero e non pare voglia prendere la reggenza. Oooooh. Nel senso di "finalmente" e di "ooooh, sorpresone!" perché non abbiamo idea di chi arrivi.
E martedì vedremo chi sono i colleghi nuovi; solo in parte, però, perchè ovviamente le chiamate si fanno a scuola iniziata, come ti sbagli, volevi mica avere il tempo di parlare con calma colle persone quando arrivano, o fare un orario definitivo subito, eh. No no no no.
Per ora le news sono le seguenti:
- titolari di Lettere la Bionda Svampita, la Bestia Nera, il Troll e... io. Eh già, perché l'Inflessibile mi ha lasciata lì. E mancano due cattedre e un pezzo, di Lettere.
- di Matematica abbiamo perso la Compagna Collega (non ci credo ancora, sapete? non. ci. credo.) e la F.è andata in pensione. Abbiamo quindi una collega nuova, e una cattedra e un pezzo da riempire.
- di Inglese resta la Barbie, e poi arriva uno spezzone che temiamo sia Milady.
- di Francese la collega M. resiste in sella.
- di Musica il Gigante, idem.
- se n'è andato Orsetto Lavatore, di Religione che, con una spocchia da far salire il vomito, come se finalmente potesse scuotersi di dosso gli scarafaggi e superare la disgustosa bidonville sgasando con una Porsche immacolata, ha annunciato a tutti di aver avuto il posto al liceo classico. Vai vai, caro. Arriva una nuova, già fissata dalla Curia.
- Grande Puffo, di Tecnica, forse dovrà farsi sostituire per ragioni di salute.
- la Dolcebionda di Ginnastica va a Paesino Blu e al suo posto arriva Celhodoro. Ahimè.
- Arte è sempre lei. Eh.
A tal proposito, mi corre l'obbligo di spiegarvi cosa può succedere in una scuola come la mia quando il gatto se ne va. I topi si agitano scompostamente.
Il Gigante è nervosissimo, oberato di casini. La Stronza di Arte ha visibilmente tentato la scalata al vicariato. Delle colleghe di lettere poco so ma molto posso immaginare.
Castagna, invece. Castagna s'è guardata in giro. E si è detta: bene. Mi servono i pomeriggi liberi per far studiare la Princi, il tempo prolungato non fa per me. E la sezione C, C come Castagna, C come Casi Umani, C come Cassonetto, ha bisogno di una figura fissa. Eccola.
Quindi, facendo notare che ci sono altre due figure e mezzo cui dare le ore che nessuno copre, si è fatta rimettere sul tempo normale. Nella C di Cassonetto. Perché la A se la tira su la Bestia Nera selezionandosi i ragazzi al catechismo, agli scout etc. E la B se la coccola il Troll inserendoci fratelli sorelle e cugini di ragazzi cui ha già fatto le medie su misura gli anni scorsi. Ma nella C, lì ci mettono tutti GLI ALTRI. Alla Castagna GLI ALTRI piacciono, da sempre.
Ovviamente, la missione della Castagna nei prossimi dodici anni sarà divisa nelle seguenti fasi:
1, entrare nella C e chiarire ai ragazzi che sono IMMENSAMENTE fortunati ad avere lei come figura di riferimento. Che sia vero o meno, loro devono pensarlo, anche perché nella C metteranno tutti gli spezzoni di insegnamento destinati a cambiare nei prossimi anni, quindi le creature, e i loro genitori, davvero dovranno, per forza di cose, fidarsi di me.
2, entrare nei consigli di classe della C e chiarire ai colleghi che lei è la SOLA figura di riferimento della C, che la C è sua, che la C è C come Castagna, come Casamia, come Chitoccaifilimuore. Nel caso che qualcuno avesse ancora voglia, dopo OTTO anni, di farmi presente che io sono "nuova". Poi io gli altri li lascio lavorare e non rompo. Ma tutti a due passi dalla porta quando tengo una mia lezione, grazie, e per entrare bussate.
3, prendere questa sua sezione, nel proprio privato, come se fosse più che altro la C di Culocosì e di Competenza, Capacità e Competitività
4, e, ovviamente, se ci riesce, trasformare la C di Casi Umani, la C di Cassonetto, nella C di Campioni. O quanto meno, di Coraggiosi.
Questo, per dodici anni. Poi, ai cinquanta, se ci si arriva, si valuta se trasferirsi alle superiori. E probabilmente si decide per il sì. L'Uomo ha detto che ritenterà il passaggio per un paio d'anni e poi piuttosto farà il concorso da preside. E ce lo vedo anche bene, a fare il preside. Ma Castagna senza un gessetto in mano non vuole starci. Si riserva solo di chiedersi, a cinquant'anni, se non sta per caso diventando una vecchia babbiona, rispetto ai tredicenni. Poi magari a cinquant'anni la Castagna è una giovane nonna e quasi quasi si tiene i pomeriggi liberi per i nipotini. ma c'è tempo. La strada,esclusivamente almeno per questo settore della mia vita, è ben tracciata.
Comunque, senti, Buddha: ho capito che bisogna ritornare molte volte. Ma se in una vita sola ne ho vissute tre o quattro contemporaneamente, posso avere uno sconto, tipo la card di quelli che prendono molti aerei per lavoro?
Scuola?
Perché, io insegno? Ah già che la mia vita non era solo pulire case, dare pranzi e cene e vestiti puliti all'Uomo e alla Princi, e svuotare cassette dei gatti.
Era anche farmi un mazzo così sulle questioni finanziarie della famiglia: ma sssshhhh, che la commercialista ha perso le mie tracce e la mia amatissima Segretaria di Panna è a Parigi. Ancora qualche giorno di anonimato duramente conquistato, poi tornerò tra le grinfie di Equitalia, perché ti trovano SEMPRE.
Era anche diventare faticosamente la figura di riferimento di una terribile diciassettenne che tende al viziato.
Era anche capire cosa farne di questo matrimonio che è sempre il mio, che mi sono scelta io, e sembra reggere a cose incredibili, e però un attimo, non è che questo periodo possa passare alla storia come il migliore, e cazzo i prossimi sono DIECI anni, e insomma per come eravamo messi a giugno ancora non ci credo sul serio che ci arriveremo a questo fatidico anniversario, e poi cosa diavolo significano tutti quegli incubi, ora che finalmente dormo?
E, sì, era insegnare.
Beh. Non è che su questo punto non abbia niente da dire.
DOMANI scopriremo chi è il nuovo preside. Perché sì, la C. se ne va per davvero e non pare voglia prendere la reggenza. Oooooh. Nel senso di "finalmente" e di "ooooh, sorpresone!" perché non abbiamo idea di chi arrivi.
E martedì vedremo chi sono i colleghi nuovi; solo in parte, però, perchè ovviamente le chiamate si fanno a scuola iniziata, come ti sbagli, volevi mica avere il tempo di parlare con calma colle persone quando arrivano, o fare un orario definitivo subito, eh. No no no no.
Per ora le news sono le seguenti:
- titolari di Lettere la Bionda Svampita, la Bestia Nera, il Troll e... io. Eh già, perché l'Inflessibile mi ha lasciata lì. E mancano due cattedre e un pezzo, di Lettere.
- di Matematica abbiamo perso la Compagna Collega (non ci credo ancora, sapete? non. ci. credo.) e la F.è andata in pensione. Abbiamo quindi una collega nuova, e una cattedra e un pezzo da riempire.
- di Inglese resta la Barbie, e poi arriva uno spezzone che temiamo sia Milady.
- di Francese la collega M. resiste in sella.
- di Musica il Gigante, idem.
- se n'è andato Orsetto Lavatore, di Religione che, con una spocchia da far salire il vomito, come se finalmente potesse scuotersi di dosso gli scarafaggi e superare la disgustosa bidonville sgasando con una Porsche immacolata, ha annunciato a tutti di aver avuto il posto al liceo classico. Vai vai, caro. Arriva una nuova, già fissata dalla Curia.
- Grande Puffo, di Tecnica, forse dovrà farsi sostituire per ragioni di salute.
- la Dolcebionda di Ginnastica va a Paesino Blu e al suo posto arriva Celhodoro. Ahimè.
- Arte è sempre lei. Eh.
A tal proposito, mi corre l'obbligo di spiegarvi cosa può succedere in una scuola come la mia quando il gatto se ne va. I topi si agitano scompostamente.
Il Gigante è nervosissimo, oberato di casini. La Stronza di Arte ha visibilmente tentato la scalata al vicariato. Delle colleghe di lettere poco so ma molto posso immaginare.
Castagna, invece. Castagna s'è guardata in giro. E si è detta: bene. Mi servono i pomeriggi liberi per far studiare la Princi, il tempo prolungato non fa per me. E la sezione C, C come Castagna, C come Casi Umani, C come Cassonetto, ha bisogno di una figura fissa. Eccola.
Quindi, facendo notare che ci sono altre due figure e mezzo cui dare le ore che nessuno copre, si è fatta rimettere sul tempo normale. Nella C di Cassonetto. Perché la A se la tira su la Bestia Nera selezionandosi i ragazzi al catechismo, agli scout etc. E la B se la coccola il Troll inserendoci fratelli sorelle e cugini di ragazzi cui ha già fatto le medie su misura gli anni scorsi. Ma nella C, lì ci mettono tutti GLI ALTRI. Alla Castagna GLI ALTRI piacciono, da sempre.
Ovviamente, la missione della Castagna nei prossimi dodici anni sarà divisa nelle seguenti fasi:
1, entrare nella C e chiarire ai ragazzi che sono IMMENSAMENTE fortunati ad avere lei come figura di riferimento. Che sia vero o meno, loro devono pensarlo, anche perché nella C metteranno tutti gli spezzoni di insegnamento destinati a cambiare nei prossimi anni, quindi le creature, e i loro genitori, davvero dovranno, per forza di cose, fidarsi di me.
2, entrare nei consigli di classe della C e chiarire ai colleghi che lei è la SOLA figura di riferimento della C, che la C è sua, che la C è C come Castagna, come Casamia, come Chitoccaifilimuore. Nel caso che qualcuno avesse ancora voglia, dopo OTTO anni, di farmi presente che io sono "nuova". Poi io gli altri li lascio lavorare e non rompo. Ma tutti a due passi dalla porta quando tengo una mia lezione, grazie, e per entrare bussate.
3, prendere questa sua sezione, nel proprio privato, come se fosse più che altro la C di Culocosì e di Competenza, Capacità e Competitività
4, e, ovviamente, se ci riesce, trasformare la C di Casi Umani, la C di Cassonetto, nella C di Campioni. O quanto meno, di Coraggiosi.
Questo, per dodici anni. Poi, ai cinquanta, se ci si arriva, si valuta se trasferirsi alle superiori. E probabilmente si decide per il sì. L'Uomo ha detto che ritenterà il passaggio per un paio d'anni e poi piuttosto farà il concorso da preside. E ce lo vedo anche bene, a fare il preside. Ma Castagna senza un gessetto in mano non vuole starci. Si riserva solo di chiedersi, a cinquant'anni, se non sta per caso diventando una vecchia babbiona, rispetto ai tredicenni. Poi magari a cinquant'anni la Castagna è una giovane nonna e quasi quasi si tiene i pomeriggi liberi per i nipotini. ma c'è tempo. La strada,
Comunque, senti, Buddha: ho capito che bisogna ritornare molte volte. Ma se in una vita sola ne ho vissute tre o quattro contemporaneamente, posso avere uno sconto, tipo la card di quelli che prendono molti aerei per lavoro?
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martedì 11 giugno 2013
L'insostenibile ingestibilità dell'irridente indisciplinato invano incriminato
Un bel mattino di giugno, Castagna scese dal letto e invece di infilarsi maglia, jeans e scarpe basse scelse con cura il tacco 7,5, la blusa e la gonna. Invece di prendere la solita pesante borsa, sfilò via con la borsina del notebook. Invece di imboccare la stradina di campagna, prese l'autostrada.
Invece di arrivare in un piazzale polveroso in mezzo ai pullmini gialli, posteggiò lo scassone coreano in una via cittadina.
Invece di entrare nella scuolina esagonale, in mezzo ai piccoli bufali e alle gazzelle, si fece strada lungo chilometri e chilometri di corridoi, passando davanti a laboratori di meccanica e aule identificate da lettere e numeri, e fu occhieggiata con aria diffidente da sedicenni magrini e superata a passo di carica da enormi diciannovenni barbuti, alti due volte lei. Vide in tutto tre femmine, e dire che doveva essere un istituto da 700 alunni, a occhio e croce.
Raggiunse l'aula magna fichissima con megaschermo e tavolini a scomparsa, sedie addirittura comode e microfoni che non fischiavano. Assistette a un interessante convegno.
Sull'ADHD.
E prese appunti furiosamente. Intanto, il suo cervellino ruminava e ruminava.
A un certo punto scrisse, sempre facendo andare il cervellino, tutto contento di ricevere qualche stimolo da adulti:
L'alunno è descritto come ingestibile, non pensa alle conseguenze di quello che fa, le punizioni sono inutili
D
Sono alunni che necessitano di esprimersi attraverso l'arte e la musica
Y
E' necessario il rapporto uno a uno, perciò in classe devono essere vicini alla cattedra, con poche distrazioni
L
Reagiscono bene se li si guarda negli occhi e si parla con loro con calma
A
E' importante toccarli, essere fisicamente loro vicini, camminare tra i banchi, avere una postura accogliente
N
E fu così che ebbe l'epifania. Il nome del chiodo della sua bara si stampò in lettere di fuoco davanti a lei, sul foglio.
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività.
Dylan NON LO FA APPOSTA. Avevo ragione io: quel ragazzino ha qualcosa che lo fa stare male.
E' anche un po' stronzo, questo è vero.
Ma il padre è uguale, nevrotico e sfuggente (visto coi miei occhi), in costante atteggiamento di sfida (visto da me e da tutti i colleghi) e in evidente polemica con le regole (detto dalla moglie). Il che, in un quarantenne, dà senza dubbio molto più nell'occhio che in un tredicenne in una classe agitata.
E l'ADHD è genetico. Spesso i genitori dei Gian Burrasca (perlopiù di sesso maschile) avevano lo stesso disturbo, ma trent'anni fa nessuno lo aveva ancora mai studiato.
Così Castagna ne parlò con la preside. Poi decise autonomamente di parlarne con la mamma del soggetto in questione. Sperando bene di non tirar su un casino. Le venne il dubbio di essere presuntuosa o di offendere qualcuno.
Poi si disse: è stato un tale anno di merda che non mi si peggiorerà ulteriormente, per aver tentato di aiutare il mio chiodino a sezione quadrata. Proviamo.
Invece di arrivare in un piazzale polveroso in mezzo ai pullmini gialli, posteggiò lo scassone coreano in una via cittadina.
Invece di entrare nella scuolina esagonale, in mezzo ai piccoli bufali e alle gazzelle, si fece strada lungo chilometri e chilometri di corridoi, passando davanti a laboratori di meccanica e aule identificate da lettere e numeri, e fu occhieggiata con aria diffidente da sedicenni magrini e superata a passo di carica da enormi diciannovenni barbuti, alti due volte lei. Vide in tutto tre femmine, e dire che doveva essere un istituto da 700 alunni, a occhio e croce.
Raggiunse l'aula magna fichissima con megaschermo e tavolini a scomparsa, sedie addirittura comode e microfoni che non fischiavano. Assistette a un interessante convegno.
Sull'ADHD.
E prese appunti furiosamente. Intanto, il suo cervellino ruminava e ruminava.
A un certo punto scrisse, sempre facendo andare il cervellino, tutto contento di ricevere qualche stimolo da adulti:
L'alunno è descritto come ingestibile, non pensa alle conseguenze di quello che fa, le punizioni sono inutili
D
Sono alunni che necessitano di esprimersi attraverso l'arte e la musica
Y
E' necessario il rapporto uno a uno, perciò in classe devono essere vicini alla cattedra, con poche distrazioni
L
Reagiscono bene se li si guarda negli occhi e si parla con loro con calma
A
E' importante toccarli, essere fisicamente loro vicini, camminare tra i banchi, avere una postura accogliente
N
E fu così che ebbe l'epifania. Il nome del chiodo della sua bara si stampò in lettere di fuoco davanti a lei, sul foglio.
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività.
Dylan NON LO FA APPOSTA. Avevo ragione io: quel ragazzino ha qualcosa che lo fa stare male.
E' anche un po' stronzo, questo è vero.
Ma il padre è uguale, nevrotico e sfuggente (visto coi miei occhi), in costante atteggiamento di sfida (visto da me e da tutti i colleghi) e in evidente polemica con le regole (detto dalla moglie). Il che, in un quarantenne, dà senza dubbio molto più nell'occhio che in un tredicenne in una classe agitata.
E l'ADHD è genetico. Spesso i genitori dei Gian Burrasca (perlopiù di sesso maschile) avevano lo stesso disturbo, ma trent'anni fa nessuno lo aveva ancora mai studiato.
Così Castagna ne parlò con la preside. Poi decise autonomamente di parlarne con la mamma del soggetto in questione. Sperando bene di non tirar su un casino. Le venne il dubbio di essere presuntuosa o di offendere qualcuno.
Poi si disse: è stato un tale anno di merda che non mi si peggiorerà ulteriormente, per aver tentato di aiutare il mio chiodino a sezione quadrata. Proviamo.
venerdì 10 maggio 2013
Ora posso dirvelo
Doveva succedere, no? che prima o poi, tra tanti alunni strappacuore che ci saremmo volentieri portati a casa, tra tante situazioni personali da cui ci siamo sentiti coinvolti, tra tante storie umane di cui siamo stati testimoni o anche parte attiva, ad un certo punto la quarta parete si sfondasse e nelle nostre vite, come un giovane alieno atterrato all‘improvviso in giardino, piombasse un adolescente. Un maschio, e no, non è come pensate, non sono stata io, anche se mi tacciano sempre tutti di manifestare delle preferenze plateali per i miei giovani rinoceronti problematici, piuttosto che per le mie ragazzine. Ha fatto tutto l’Uomo.
A. fino a poco fa era suo alunno. Ha quindici anni appena fatti e un bel po’ di storia alle spalle.
Il nostro ruolo, tecnicamente definito di affidatari diurni, dovrebbe essere di fargli da famiglia d’appoggio nel periodo necessario al tribunale per analizzare la sua situazione e decidere, sentiti i servizi sociali e lo stesso A., se reinserirlo nella sua famiglia.
Ci sono così tante cose che potrei dire, di lui, di come si comporta l’Uomo, di come mi sento io, che sto scrivendo e cancellando frasi da oltre un’ora e mezza, senza riuscire a esprimere niente.
Però una cosa penso sia il caso di dirla subito.
Voglio che tutti quelli che passano di qui abitualmente o per caso sappiano quello che le mie Amiche con la A maiuscola mi stanno dando in questi giorni, con la loro voce calorosa al telefono, la loro fiducia, il loro ottimismo.
Voglio che tutti vedano il gigantesco GRAZIE che devo dire loro. Perché da quando questa cosa è cominciata, e in particolare negli ultimi giorni, sto realizzando che anche questa tappa della mia vita (come l’adolescenza, la giovinezza, gli studi, la ricerca del lavoro, le storie d’amore, il matrimonio, le molte gioie e i molti dolori che ho vissuto fin qui) io la attraverserò sapendo di non essere sola.
Avrò la mia zattera per resistere a qualsiasi tempesta, costruita con le loro voci, i loro sorrisi, le telefonate nel cuore della notte, le lacrime, le lettere, gli sms, le camminate, le chiacchierate in macchina, le discussioni, le battute, i modi di dire, le centinaia di tazze di tisana, tutti i gradini, i muretti, i prati, i tronchi e gli scogli su cui ci siamo sedute a parlare fitto fitto. Avrò le mie persone vicine anche durante quest‘avventura, comunque vada.
Ho sempre saputo di avere un grandissimo culo in fatto di amicizie, ma ci sono volte che proprio resto sbalordita da tutta la grazia che ho ricevuto. Questa è una di quelle volte ed è giusto che mettiamo, in Via dell’Affidamento, una bella targa a imperitura memoria di ciò.
Un brindisi a voi, donne magnifiche. Vi voglio bene.
A. fino a poco fa era suo alunno. Ha quindici anni appena fatti e un bel po’ di storia alle spalle.
Il nostro ruolo, tecnicamente definito di affidatari diurni, dovrebbe essere di fargli da famiglia d’appoggio nel periodo necessario al tribunale per analizzare la sua situazione e decidere, sentiti i servizi sociali e lo stesso A., se reinserirlo nella sua famiglia.
Ci sono così tante cose che potrei dire, di lui, di come si comporta l’Uomo, di come mi sento io, che sto scrivendo e cancellando frasi da oltre un’ora e mezza, senza riuscire a esprimere niente.
Però una cosa penso sia il caso di dirla subito.
Voglio che tutti quelli che passano di qui abitualmente o per caso sappiano quello che le mie Amiche con la A maiuscola mi stanno dando in questi giorni, con la loro voce calorosa al telefono, la loro fiducia, il loro ottimismo.
Voglio che tutti vedano il gigantesco GRAZIE che devo dire loro. Perché da quando questa cosa è cominciata, e in particolare negli ultimi giorni, sto realizzando che anche questa tappa della mia vita (come l’adolescenza, la giovinezza, gli studi, la ricerca del lavoro, le storie d’amore, il matrimonio, le molte gioie e i molti dolori che ho vissuto fin qui) io la attraverserò sapendo di non essere sola.
Avrò la mia zattera per resistere a qualsiasi tempesta, costruita con le loro voci, i loro sorrisi, le telefonate nel cuore della notte, le lacrime, le lettere, gli sms, le camminate, le chiacchierate in macchina, le discussioni, le battute, i modi di dire, le centinaia di tazze di tisana, tutti i gradini, i muretti, i prati, i tronchi e gli scogli su cui ci siamo sedute a parlare fitto fitto. Avrò le mie persone vicine anche durante quest‘avventura, comunque vada.
Ho sempre saputo di avere un grandissimo culo in fatto di amicizie, ma ci sono volte che proprio resto sbalordita da tutta la grazia che ho ricevuto. Questa è una di quelle volte ed è giusto che mettiamo, in Via dell’Affidamento, una bella targa a imperitura memoria di ciò.
Un brindisi a voi, donne magnifiche. Vi voglio bene.
giovedì 4 aprile 2013
L'altra faccia del mobbing
Dal Dizionario Italiano Sabatini Coletti (con un pensiero di stima allo splendido Coletti che teneva lezioni entusiasmanti sul lessico poetico di Montale e che ha portato fisicamente agli studenti Travaglio quando ancora non era "Travaglio", e la Guzzanti quando Berlusconi era da poco diventato "Berlusconi")
MOBBING Molestie, mortificazioni inflitte a un lavoratore per emarginarlo, per ostacolarne la carriera, il successo, per screditarlo; le patologie che ne derivano nelle vittime
Il mobbing, è noto, si fa a un lavoratore capace che ti sta in culo, piuttosto che a un incapace, che sicuramente si mette da solo nella condizione di attirarsi problemi e anche provvedimenti. Quindi, per definizione, il mobbing, se devi farlo a qualcuno, richiede che tu sia intelligente, sottile, attento.
Possibilmente, dovresti essere più intelligente del lavoratore cui fai mobbing. O almeno tanto quanto.
Altrimenti finisce che fai qualcosa di stupido.
E allora si verificano cose come quella di stamattina.
Per cui una solitamente sorridente e accomodante Castagna, che di recente, consapevole di avere per certe cose la coda di paglia sul lavoro, e per altre gli occhi di certi colleghi addosso, andava a lavorare con la gastrite e il senso di svenimento, stamattina invece è scesa dal letto e, senza il minimo accenno di disturbo psicosomatico, ma anzi con una bella espressione combattiva da guerriera irlandese e gli occhi pieni di vita, si è fiondata nel tuo ufficio e si è tolta diverse soddisfazioni.
Tipo ricordarti con abili e inequivocabili giri di parole i concetti di:
scelta didattica,
professionalità,
libertà di organizzare l'insegnamento in base a parametri personali all'interno del programma,
esperienza sul campo,
diritti dei lavoratori,
leggi che tutelano le persone che, pur mantenendo il posto di lavoro, hanno situazioni familiari da risolvere.
Poi (e questa era la parte che pregustavo fin da ieri pomeriggio) è andata a cercare la tua complice e compagna di intrighi Bestia Nera e le ha detto in faccia diverse cosine, usando espressioni ancora meno equivocabili però, e sentendo, oh con quanto piacere, tutti quei fastidiosi sassolini acuminati che scivolavano finalmente fuori dalla scarpa.
Perché, cara C., cara BN, quello riportato sopra è solo il SECONDO significato della parola mobbing.
Il primo è
in etologia, l'insieme dei comportamenti di minaccia esibiti dagli uccelli di fronte all'attacco di un predatore
E siccome la BN scema non lo è, brutta dentro sì ma scema, glielo riconosco, no, tra me e lei la partita si gioca esattamente dal primo settembre 2006, quando io sono entrata nella scuola, tra l'altro, preceduta da un'ottima pubblicità che a mia insaputa mi aveva fatto una collega con cui avevo lavorato prima, e la BN in pochi secondi ha capito di trovarsi di fronte a un predatore. Io, che tendo a entrare in ambienti nuovi con il massimo della disponibilità, e che comunque ero più giovane, invece ci ho messo un po' di più a capire di avere di fronte un'arrogante ducetta fondamentalista. Mi ci sono voluti, direi, tre o quattro giorni. Da allora lei fa versi, agita le ali, zampetta mimando colpi di becco, e io regolarmente in sua presenza tiro fuori tre generazioni di batusaggine genovese, non mi scosto di un millimetro, e lascio partire la piega della bocca e il sopracciglio sinistro, che vadano dove la natura li porta.
Comunque, quando si lavora con certi stronzi, e si aspetta per anni il momento giusto per reagire, si arriva addirittura a ringraziarlo, il mobbing, per le soddisfazioni che ci si possono togliere a un certo punto.
MOBBING Molestie, mortificazioni inflitte a un lavoratore per emarginarlo, per ostacolarne la carriera, il successo, per screditarlo; le patologie che ne derivano nelle vittime
Il mobbing, è noto, si fa a un lavoratore capace che ti sta in culo, piuttosto che a un incapace, che sicuramente si mette da solo nella condizione di attirarsi problemi e anche provvedimenti. Quindi, per definizione, il mobbing, se devi farlo a qualcuno, richiede che tu sia intelligente, sottile, attento.
Possibilmente, dovresti essere più intelligente del lavoratore cui fai mobbing. O almeno tanto quanto.
Altrimenti finisce che fai qualcosa di stupido.
E allora si verificano cose come quella di stamattina.
Per cui una solitamente sorridente e accomodante Castagna, che di recente, consapevole di avere per certe cose la coda di paglia sul lavoro, e per altre gli occhi di certi colleghi addosso, andava a lavorare con la gastrite e il senso di svenimento, stamattina invece è scesa dal letto e, senza il minimo accenno di disturbo psicosomatico, ma anzi con una bella espressione combattiva da guerriera irlandese e gli occhi pieni di vita, si è fiondata nel tuo ufficio e si è tolta diverse soddisfazioni.
Tipo ricordarti con abili e inequivocabili giri di parole i concetti di:
scelta didattica,
professionalità,
libertà di organizzare l'insegnamento in base a parametri personali all'interno del programma,
esperienza sul campo,
diritti dei lavoratori,
leggi che tutelano le persone che, pur mantenendo il posto di lavoro, hanno situazioni familiari da risolvere.
Poi (e questa era la parte che pregustavo fin da ieri pomeriggio) è andata a cercare la tua complice e compagna di intrighi Bestia Nera e le ha detto in faccia diverse cosine, usando espressioni ancora meno equivocabili però, e sentendo, oh con quanto piacere, tutti quei fastidiosi sassolini acuminati che scivolavano finalmente fuori dalla scarpa.
Perché, cara C., cara BN, quello riportato sopra è solo il SECONDO significato della parola mobbing.
Il primo è
in etologia, l'insieme dei comportamenti di minaccia esibiti dagli uccelli di fronte all'attacco di un predatore
E siccome la BN scema non lo è, brutta dentro sì ma scema, glielo riconosco, no, tra me e lei la partita si gioca esattamente dal primo settembre 2006, quando io sono entrata nella scuola, tra l'altro, preceduta da un'ottima pubblicità che a mia insaputa mi aveva fatto una collega con cui avevo lavorato prima, e la BN in pochi secondi ha capito di trovarsi di fronte a un predatore. Io, che tendo a entrare in ambienti nuovi con il massimo della disponibilità, e che comunque ero più giovane, invece ci ho messo un po' di più a capire di avere di fronte un'arrogante ducetta fondamentalista. Mi ci sono voluti, direi, tre o quattro giorni. Da allora lei fa versi, agita le ali, zampetta mimando colpi di becco, e io regolarmente in sua presenza tiro fuori tre generazioni di batusaggine genovese, non mi scosto di un millimetro, e lascio partire la piega della bocca e il sopracciglio sinistro, che vadano dove la natura li porta.
Comunque, quando si lavora con certi stronzi, e si aspetta per anni il momento giusto per reagire, si arriva addirittura a ringraziarlo, il mobbing, per le soddisfazioni che ci si possono togliere a un certo punto.
domenica 21 ottobre 2012
Questione di sensibilità
Una volta ogni cinque o sei anni, se va tutto bene, arriva una classe con cui ti senti di poter parlare. Anche se tu sei vecchio e loro piccoli, anche se tu sei il prof e loro gli alunni, anche se tu hai letto Kant e loro no.
La mia seconda è così.
Non è solo perchè anche i più agitati come Dylan McKay e Atreiu quando c'è tema restano in classe all'intervallo spontaneamente, per continuare a scrivere. Non è solo perchè mi torturano chiedendomi "la prossima lezione è Dante? quando iniziamo Dante? quando la facciamo quella poesia nella selva oscura?". Non è solo perchè, quando io spiego che il poeta stilnovista ritiene che la donna sia un angelo perchè eleva il suo spirito alle celestiali virtù e a pensieri nobili, e scherzando dico "insomma il poeta pensa che la donna renda l'uomo migliore, ed è una gran bella cosa da dire di una donna, segnatevela", invece di vederli sorridere o fare facce, li vedi che ci pensano. Femmine e maschi.
Naturalmente abbiamo parlato anche della compagna di scuola incinta. C'è stato un po' di trambusto, su ventisei facce c'era chi sghignazzava, chi si agitava, chi guardava per terra, chi aveva l'aria angosciata, chi faceva domande a random. Sono piccoli (grazie a Dio) e non sono pronti.
Però, nelle varie frasi che ho sentito da posto prima di zittirli, con la promessa che avrebbero potuto presto parlare con uno psicologo e un medico (ma sì, raccontiamoci questa balla: segnatevelo, i servizi sociali stavolta si sono fatti una nemica... e anche i colleghi), ce ne sono state alcune come:
- Ma può morire? (era la ragazza marocchina, e non sono sicura che stesse parlando del bambino)
- Ma come fa con la scuola? Perde l'anno?
- Ma non poteva... toglierlo? (questo era Dylan, nel casino delle prime reazioni però, per cui non l'ha detto direttamente a me e io non gli ho dovuto rispondere, lo ha fatto la Verace, in banco con lui, dicendo "Sì, poteva abortire" e lui se ne è stato)
- E il papà?
- E il suo ragazzo adesso cosa fa?
- Chi è il suo ragazzo?
- Ma lo allatta a scuola poi?
- E se le vengono le doglie a scuola?
Ho tentato di rispondere, poco, senza troppe parole, senza giudizi, senza dare spazio a chi ridacchiava e confortando chi l'aveva presa invece male. Tra cui la Isinbayeva, che preoccupatissima mi dice: "Io conosco due ragazzi che... però, poi si sono lasciati!". Al che, io ammetto che è abbastanza un'utopia restare tutta la vita con uno con cui stavi a quindici anni (quattordici. QUATTORDICI, i quindici sono vicini adesso, ma non lo erano quando tutto è iniziato) e poi dico che d'altra parte su queste cose nella vita non si sa mai... "In fondo, quante persone conosciamo che si sono sposate da grandi, tutte contente, e poi sono durate due anni?" e sento dire, da qualcuno: "I miei!". Conveniamo che ormai non è più uno scandalo che si raggiunga la felicità con qualcuno che si incontra più avanti nella vita, a un secondo tentativo.
Bimbo Transfert voleva fare una domanda, poi non se l'è sentita. Idem Docteur Momo. Alla fine dell'ora, prima di uscire, li ho chiamati un momento alla cattedra, perchè tutti e due mi erano sembrati turbati.
Il dialogo che vi piacerà di più l'ho avuto per secondo, con Bimbo Transfert:
"Ma prof... ma allora... cioè... c'è stato un ragazzo?" (sinceramente dubbioso)
"Eh: altrimenti, cosa, lo Spirito Santo, Bimbo Transfert?!?"
"Ma come è successo?"
"Eh... non so, può capitare..."
"Ma poverina!" (sinceramente angosciato)
"Beh, guarda che non è come se avesse una malattia... In qualche modo se la caveranno, vedrai."
Pausa. Pensosamente:
"Mia mamma mi ha detto che quando andrò a fare l'Erasmus in Australia non devo lasciare incinta nessuna ragazza."
Sorrido.
"Intanto deve passare ancora un bel po' di tempo, mi sa... e poi, ci sono dei metodi per avere una felice vita sessuale senza fare pasticci, stai tranquillo."
E se ne è andato, un po' meno angosciato, con la sua merendina. Da mangiarselo. Ma che tenero lui, ma che tenera la sua mamma adottiva.
Ma a me quel che è rimasto in testa è il brevissimo scambio, avvenuto immediatamente prima, con Docteur Momo, che si contorceva, a disagio.
"Che cosa volevi chiedere?"
"No... ma... quanti anni ha il ragazzo? Più di diciotto?"
"Perchè?"
Mi pianta in faccia i suoi occhi neri: "Perchè, se ne ha più di diciotto, c'è una legge, in Italia..."
"Sì, lo so. Ma non è questo il caso, no, non ti preoccupare."
Lo guardo pensosa. Docteur Momo è il primo di tre figli di una coppia bellissima, di quei Marocchini alti alti dei paesini ai piedi dell'Atlante. Ha tredici anni, sua madre ne ha trenta, suo padre trentaquattro. Docteur Momo è quello che mi ha raccontato, deglutendo fil di ferro, ma mettendoci tutto il suo coraggio, del pedofilo che quest'estate le madri hanno segnalato ai Carabinieri in paese dopo che aveva avvicinato dei ragazzini, in almeno due occasioni, alle feste in piazza. Preso, almeno quello, era uno che la Polizia già teneva d'occhio.
L'anno scorso, mi aveva anche raccontato delle punizioni corporali date dai maestri in Marocco, e gli veniva il groppo in gola, mentre parlava, ma lui è qui da noi ora, e evidentemente del nostro sistema si fida. E sa, in qualche modo, sa che certe cose DEVONO essere dette.
Anche a me sembra che certe cose debbano essere dette. Per questo, ripensando nel weekend alla reazione della classe , mi sentivo a mio agio, anche se ho preso un bel rischio a permettere loro di parlarne con me, senza testimoni, in un'ora di italiano. Perchè alcune delle cose che hanno detto loro, gli adulti intorno a me le hanno volutamente taciute. O hanno addirittura zittito chi le diceva. E io con questi adulti sono stufa di avere a che fare. Perchè per guardare negli occhi puliti e fiduciosi di Docteur Momo bisogna avere la coscienza MOLTO pulita, e noi non ce l'abbiamo.
La mia seconda è così.
Non è solo perchè anche i più agitati come Dylan McKay e Atreiu quando c'è tema restano in classe all'intervallo spontaneamente, per continuare a scrivere. Non è solo perchè mi torturano chiedendomi "la prossima lezione è Dante? quando iniziamo Dante? quando la facciamo quella poesia nella selva oscura?". Non è solo perchè, quando io spiego che il poeta stilnovista ritiene che la donna sia un angelo perchè eleva il suo spirito alle celestiali virtù e a pensieri nobili, e scherzando dico "insomma il poeta pensa che la donna renda l'uomo migliore, ed è una gran bella cosa da dire di una donna, segnatevela", invece di vederli sorridere o fare facce, li vedi che ci pensano. Femmine e maschi.
Naturalmente abbiamo parlato anche della compagna di scuola incinta. C'è stato un po' di trambusto, su ventisei facce c'era chi sghignazzava, chi si agitava, chi guardava per terra, chi aveva l'aria angosciata, chi faceva domande a random. Sono piccoli (grazie a Dio) e non sono pronti.
Però, nelle varie frasi che ho sentito da posto prima di zittirli, con la promessa che avrebbero potuto presto parlare con uno psicologo e un medico (ma sì, raccontiamoci questa balla: segnatevelo, i servizi sociali stavolta si sono fatti una nemica... e anche i colleghi), ce ne sono state alcune come:
- Ma può morire? (era la ragazza marocchina, e non sono sicura che stesse parlando del bambino)
- Ma come fa con la scuola? Perde l'anno?
- Ma non poteva... toglierlo? (questo era Dylan, nel casino delle prime reazioni però, per cui non l'ha detto direttamente a me e io non gli ho dovuto rispondere, lo ha fatto la Verace, in banco con lui, dicendo "Sì, poteva abortire" e lui se ne è stato)
- E il papà?
- E il suo ragazzo adesso cosa fa?
- Chi è il suo ragazzo?
- Ma lo allatta a scuola poi?
- E se le vengono le doglie a scuola?
Ho tentato di rispondere, poco, senza troppe parole, senza giudizi, senza dare spazio a chi ridacchiava e confortando chi l'aveva presa invece male. Tra cui la Isinbayeva, che preoccupatissima mi dice: "Io conosco due ragazzi che... però, poi si sono lasciati!". Al che, io ammetto che è abbastanza un'utopia restare tutta la vita con uno con cui stavi a quindici anni (quattordici. QUATTORDICI, i quindici sono vicini adesso, ma non lo erano quando tutto è iniziato) e poi dico che d'altra parte su queste cose nella vita non si sa mai... "In fondo, quante persone conosciamo che si sono sposate da grandi, tutte contente, e poi sono durate due anni?" e sento dire, da qualcuno: "I miei!". Conveniamo che ormai non è più uno scandalo che si raggiunga la felicità con qualcuno che si incontra più avanti nella vita, a un secondo tentativo.
Bimbo Transfert voleva fare una domanda, poi non se l'è sentita. Idem Docteur Momo. Alla fine dell'ora, prima di uscire, li ho chiamati un momento alla cattedra, perchè tutti e due mi erano sembrati turbati.
Il dialogo che vi piacerà di più l'ho avuto per secondo, con Bimbo Transfert:
"Ma prof... ma allora... cioè... c'è stato un ragazzo?" (sinceramente dubbioso)
"Eh: altrimenti, cosa, lo Spirito Santo, Bimbo Transfert?!?"
"Ma come è successo?"
"Eh... non so, può capitare..."
"Ma poverina!" (sinceramente angosciato)
"Beh, guarda che non è come se avesse una malattia... In qualche modo se la caveranno, vedrai."
Pausa. Pensosamente:
"Mia mamma mi ha detto che quando andrò a fare l'Erasmus in Australia non devo lasciare incinta nessuna ragazza."
Sorrido.
"Intanto deve passare ancora un bel po' di tempo, mi sa... e poi, ci sono dei metodi per avere una felice vita sessuale senza fare pasticci, stai tranquillo."
E se ne è andato, un po' meno angosciato, con la sua merendina. Da mangiarselo. Ma che tenero lui, ma che tenera la sua mamma adottiva.
Ma a me quel che è rimasto in testa è il brevissimo scambio, avvenuto immediatamente prima, con Docteur Momo, che si contorceva, a disagio.
"Che cosa volevi chiedere?"
"No... ma... quanti anni ha il ragazzo? Più di diciotto?"
"Perchè?"
Mi pianta in faccia i suoi occhi neri: "Perchè, se ne ha più di diciotto, c'è una legge, in Italia..."
"Sì, lo so. Ma non è questo il caso, no, non ti preoccupare."
Lo guardo pensosa. Docteur Momo è il primo di tre figli di una coppia bellissima, di quei Marocchini alti alti dei paesini ai piedi dell'Atlante. Ha tredici anni, sua madre ne ha trenta, suo padre trentaquattro. Docteur Momo è quello che mi ha raccontato, deglutendo fil di ferro, ma mettendoci tutto il suo coraggio, del pedofilo che quest'estate le madri hanno segnalato ai Carabinieri in paese dopo che aveva avvicinato dei ragazzini, in almeno due occasioni, alle feste in piazza. Preso, almeno quello, era uno che la Polizia già teneva d'occhio.
L'anno scorso, mi aveva anche raccontato delle punizioni corporali date dai maestri in Marocco, e gli veniva il groppo in gola, mentre parlava, ma lui è qui da noi ora, e evidentemente del nostro sistema si fida. E sa, in qualche modo, sa che certe cose DEVONO essere dette.
Anche a me sembra che certe cose debbano essere dette. Per questo, ripensando nel weekend alla reazione della classe , mi sentivo a mio agio, anche se ho preso un bel rischio a permettere loro di parlarne con me, senza testimoni, in un'ora di italiano. Perchè alcune delle cose che hanno detto loro, gli adulti intorno a me le hanno volutamente taciute. O hanno addirittura zittito chi le diceva. E io con questi adulti sono stufa di avere a che fare. Perchè per guardare negli occhi puliti e fiduciosi di Docteur Momo bisogna avere la coscienza MOLTO pulita, e noi non ce l'abbiamo.
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domenica 19 febbraio 2012
Come creare mostri - tutorial
Per la serie “Cosa non tocca inventarsi”, nella collana “Complichiamoci l’esistenza” sto per pubblicare una serie di post che taggheremo con la dicitura “progetto eccellenza” (o forse “suicidio professionale”, vedremo), relativi alla mia più recente malatissima creazione in materia di effetti speciali nella didattica (più realisticamente etichettabili come “ultime spiagge della speranza di insegnare”).
Ho partorito, per non essere costretta a rifare le regioni italiane in modo ripetitivo e noioso, un progetto sulle lavorazioni tradizionali e l’artigianato d’eccellenza, che si estende fino allo sviluppo industriale di alcuni nostri storici settori produttivi: che so, la seta a Como, le scarpe a Vigevano, la porcellana a Capodimonte, i coltelli a Premana, la carta a Fabriano.
Insomma, una ricerca, direte voi. Sì, però con un particolare. Gli alunni di prima non devono consegnare l’elaborato (cartaceo, ma anche correlato da materiale video e foto su chiavetta) a me, ma a un tutor di seconda.
Al quale io darò il voto di Italiano per come si sarà comportato nelle vesti di “relatore” del più giovane. Sia in sede di stesura che di presentazione della ricerca.
Sorvolo per ora sul macello che sarà coordinare una roba simile. Un insuccesso didattico quasi sicuro. Magari non metodologicamente, ma per quanto riguarda “l’andare avanti col programma” è praticamente certo che si rivelerà l’equivalente di bere un litro e mezzo di whisky seguito da dieci scatole di Tavor e una bottiglia di Ajax.
Socialmente parlando, però, mi interessa molto vedere come prosegue. Gli abbinamenti sono stati fatti con una specie di sorteggio nel quale ho corretto quelli troppo evidentemente disastrosi e lasciato al caso gli altri.
Si sono pertanto verificate le seguenti situazioni:
- l’accoppiata quasi sicuramente vincente tra Arcangelo Biondograno e Winnie Pooh, che sfoderando i loro superpoteri potrebbero sbancare;
- il Cascina ormai diciassettenne messo (volutamente) a fare da balia ad Atreiu che sta svalvolando peggio del solito;
- l’interessante esperimento di assegnare come tutor a quel sognatore eccentrico del Malinconelfo l’imprevedibile Peste Romena;
- dilettanti allo sbaraglio, Huck Finn assegnato a Occhioni (però potrebbe accadere che Huck, messo con una che, essendo ripetente, ha due anni di più, intenda far bella figura e magari anche provare a sedurla con la propria simpatia);
- Biondo in Gamba che perde la sua proverbiale maschera di pietra all’idea di essere assegnato a Principessina Russa e addirittura, all’annuncio dell’abbinamento, si lascia scappare un angolo sinistro della bocca verso l’alto, il che dichiara inequivocabilmente che anche lui, senza parere, guarda già le ragazze, e Principessina Russa l’aveva vista benissimo;
- l’Ingegnere che, alla notizia di avere come “alunna” Tostissima, indietreggia dicendo: “Ma io ho paura!”, e lo capisco benissimo;
- due casi limite: Puffetta che deve essere data come tutor a una femmina (la Isinbayeva) perché tutti i maschi di prima litigano per essere assegnati a lei; e Dylan McKay che ha fatto una faccia tale quando ha capito di che gli abbinamenti potevano anche essere maschio- femmina che ho deciso all‘istante, per non turbare i già agitati sonni delle ragazzine di seconda, che lo avrei dato da seguire all’algido Arcangelo Occhiviola. Anche perché a sorteggio la Puffetta e Dylan mi eran saltati fuori insieme, e avevo già fatto una prima modifica a casa, certa che una simile coppia avrebbe prodotto faide infinite in ambedue le classi, quando non nell’intera scuola (tale è la popolarità di Puffetta dopo che è stata per diverse settimane la compagna fissa dell’Arcangelo Nero, e io NON VOGLIO sapere perché).
Ho partorito, per non essere costretta a rifare le regioni italiane in modo ripetitivo e noioso, un progetto sulle lavorazioni tradizionali e l’artigianato d’eccellenza, che si estende fino allo sviluppo industriale di alcuni nostri storici settori produttivi: che so, la seta a Como, le scarpe a Vigevano, la porcellana a Capodimonte, i coltelli a Premana, la carta a Fabriano.
Insomma, una ricerca, direte voi. Sì, però con un particolare. Gli alunni di prima non devono consegnare l’elaborato (cartaceo, ma anche correlato da materiale video e foto su chiavetta) a me, ma a un tutor di seconda.
Al quale io darò il voto di Italiano per come si sarà comportato nelle vesti di “relatore” del più giovane. Sia in sede di stesura che di presentazione della ricerca.
Sorvolo per ora sul macello che sarà coordinare una roba simile. Un insuccesso didattico quasi sicuro. Magari non metodologicamente, ma per quanto riguarda “l’andare avanti col programma” è praticamente certo che si rivelerà l’equivalente di bere un litro e mezzo di whisky seguito da dieci scatole di Tavor e una bottiglia di Ajax.
Socialmente parlando, però, mi interessa molto vedere come prosegue. Gli abbinamenti sono stati fatti con una specie di sorteggio nel quale ho corretto quelli troppo evidentemente disastrosi e lasciato al caso gli altri.
Si sono pertanto verificate le seguenti situazioni:
- l’accoppiata quasi sicuramente vincente tra Arcangelo Biondograno e Winnie Pooh, che sfoderando i loro superpoteri potrebbero sbancare;
- il Cascina ormai diciassettenne messo (volutamente) a fare da balia ad Atreiu che sta svalvolando peggio del solito;
- l’interessante esperimento di assegnare come tutor a quel sognatore eccentrico del Malinconelfo l’imprevedibile Peste Romena;
- dilettanti allo sbaraglio, Huck Finn assegnato a Occhioni (però potrebbe accadere che Huck, messo con una che, essendo ripetente, ha due anni di più, intenda far bella figura e magari anche provare a sedurla con la propria simpatia);
- Biondo in Gamba che perde la sua proverbiale maschera di pietra all’idea di essere assegnato a Principessina Russa e addirittura, all’annuncio dell’abbinamento, si lascia scappare un angolo sinistro della bocca verso l’alto, il che dichiara inequivocabilmente che anche lui, senza parere, guarda già le ragazze, e Principessina Russa l’aveva vista benissimo;
- l’Ingegnere che, alla notizia di avere come “alunna” Tostissima, indietreggia dicendo: “Ma io ho paura!”, e lo capisco benissimo;
- due casi limite: Puffetta che deve essere data come tutor a una femmina (la Isinbayeva) perché tutti i maschi di prima litigano per essere assegnati a lei; e Dylan McKay che ha fatto una faccia tale quando ha capito di che gli abbinamenti potevano anche essere maschio- femmina che ho deciso all‘istante, per non turbare i già agitati sonni delle ragazzine di seconda, che lo avrei dato da seguire all’algido Arcangelo Occhiviola. Anche perché a sorteggio la Puffetta e Dylan mi eran saltati fuori insieme, e avevo già fatto una prima modifica a casa, certa che una simile coppia avrebbe prodotto faide infinite in ambedue le classi, quando non nell’intera scuola (tale è la popolarità di Puffetta dopo che è stata per diverse settimane la compagna fissa dell’Arcangelo Nero, e io NON VOGLIO sapere perché).
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