L'Uomo è a Genova per affari. Con Bontcho.
Io, la De e Matilda siamo di nuovo tra ragazze, per mezza giornata.
Programmino del 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia e compleanno di mio padre.
Mettere un po' d'ordine in casa. Fare su una specie di valigia, che mi permetta di sopravvivere da un minimo di due giorni a Genova ad un massimo di sette giorni compresa trasferta con cene eleganti.
Fare una doccia.
Caricare in macchina le bestie, le borse, il computer portatile comprato per papà, me stessa e andare a Genova.
Trovare parcheggio a Genova (tempo stimato minuti 25).
Fare la spesa, fare da mangiare, mangiare, andare a trovare i miei. Passarci il pomeriggio.
Cenare con l'Uomo.
E fin lì, tutto chiaro. E' il seguito che mi sfugge.
Ci sono varie opzioni, una delle quali simultaneamente mi attrae e preoccupa molto.
In pratica, o passo qualche giorno a Genova, con la normale trafila papàmamma - Zia Buona, o da lì mi sposto in una località che indicheremo con Via del Golf 13.
Anche se il resto della famiglia, Uomo compreso, sostiene invece che tornerò ad Asti e da lì in montagna.
Anche se dovrei comunque ripassare da Asti per consegnare dei documenti a scuola, occuparmi della domanda di assegnazione provvisoria e andare dal commercialista.
Anche se ci sono tre o quattro ottimi motivi per cui invece di tutto questo dovrei andare in qualche luogo calmo, fresco e silenzioso a riflettere sulla mia esistenza.
(E' arrivato il bando dell'ennesimo convegno su Plauto che si tiene a Urbino a settembre. Ci sono stata due volte, nel '98 e nel 2000. Ho stracciato il foglio senza rimorsi. Poi però quando per caso ne ho parlato con l'Uomo l'altra sera, mi è venuto il magone. Una cameretta in un convitto universitario, vista colline, in quel di Urbino per una settimana, sola soletta, con lezioni due volte al giorno e tempo libero per passeggiare in uno dei posti più belli del mondo e chiacchierare con docenti, ricercatori e universitari di varia provenienza, mi avrebbe fatto veramente molto comodo, pensandoci.)
In ogni modo, ciò mi ha fatto riflettere molto, negli ultimi giorni, su Via del Golf 13.
Ci andavo praticamente tutte le settimane. Ci ho passato splendide vacanze da bambina, molti weekend studiosi e qualche noiosa vacanza di Natale da adolescente.
Poi ho cominciato a diradare, avevo un giro di amici, un fidanzato, gli esami da preparare, poi il lavoro, una casa mia da tenere, un marito e troppi chilometri da fare. Adesso sono anni che non ci metto piede.
I miei continuano ad andare minimo una volta al mese, coi loro gatti.
Dato che quest'anno mio padre non potrà forse venire in montagna, bisognerà che passino un po' di tempo lì, per levarsi dal caldo, e sto pensando di raggiungerli, con la solita modalità zingaresco-intellettual-animalista che contraddistingue i miei viaggi da sola: pochi vestiti, diversi libri e troppi animali. Senza l'Uomo, a meno che non mi raggiunga nel weekend e dormiamo in albergo (a casa i posti letto sono contati e ci sono, come dire, altri fattori limitanti: per esempio mia madre che si alza alle cinque).
Diciamo che la cosa mi tenta, per diversi motivi. Prima di tutto è un bel posto. Poi con gli anni il corpo centrale (la clebàus, come pronunciano con tono blasé i milanesi torinesi e genovesi che popolano questo luogo da ricchi) è passato da un golf club molto british, un po' spartano, buio e vecchio stile, a un elegante albergo con ottimo ristorante, piccolo centro benessere e piscina attrezzata decentemente (per esempio con dei veri spogliatoi e non, come prima, con due tende bianche svolazzanti, che facevano molto tè nel deserto, ma costringevano a spogliarsi in presenza di vecchie golfiste fumatrici rinsecchite e di giovani madri snob con l'assorbente interno, e credo abbiano permesso a tutti i miei amici della piscina di vedermi il culo, quando ancora era un paio di chiappe da nuotatrice, sode come pesche, che valeva sul serio la pena spiare).
Ma soprattutto, io questo luogo non l'ho mai guardato per quel che era già quando ero una bambina (cioè un insieme di costose residenze, particolarmente eleganti in quanto veramente rustiche, veramente vecchio stile, veramente british). Per me la vita della clebàus, dato che nè io nè i miei giocavamo a golf, esisteva solo in quanto c'erano bambini, poi ragazzi, della mia età con cui giocare in piscina, chiacchierare, e più avanti stuzzicarsi a vicenda con chiaro intento becciatorio.
Per il resto noi trattavamo la nostra casa piccola e fresca come una vera e propria casa di vacanza in campagna: una base per le passeggiate, le gite culturali e quelle al mare, con un giardino di pochi metri quadri per prendere il sole, le biciclette per lunghe pedalate fino ai due paesi tra i quali sorge il golf club, un divano su cui leggere, gatti, maglioni un po' consumati d'inverno, ciabattine infradito d'estate.
Con gli anni la mia capacità di osservazione sociologica si è affinata, la gente che frequentava il club in parte è cambiata, e mi sono accorta che intorno a casa nostra la gente cominciava a costruire giardini pensili tipo Babilonia e che a portar fuori la spazzatura da alcune case erano domestici filippini in livrea, mentre varie madri dal doppio e triplo cognome paranobiliare fumavano svogliate, sbolognando alla tata i vari Filippo, Giacomo, Lapo, Letizia, Costanza, Benedetta, Beatrice (quelli che Wonderland chiamerebbe Venceslao, insomma).
A casa mia, mia madre continuava a cucinare piatti vegetariani in una microcucina ricavata da un cortiletto posteriore e mio padre a sfogliare libri di storia e arte con un gatto sulle ginocchia. Per le pulizie ognuno faceva la sua parte. La bici di mio padre era dell'anteguerra, ma si è poi aggiunta una bella sacca da golf, quando loro si sono decisi a sfruttare il club per quel che era la sua reale primigenia funzione. Io invece avevo una racchetta da tennis e un modello base di mountain bike e con quelle mi spostavo autonoma fino al paese. Di pomeriggio versione di greco, letteratura latina, filosofia e tutte le altre materie del classico. La sera Massimo, il mio migliore amico, passava a prendermi in Vespa per andare a prendere un gelato con gli altri.
Non era affatto male.
Adesso, al pensiero di passare là qualche giorno, sono tentata di prendere questa opportunità come fosse un reportage giornalistico su un mondo dimenticato.
Sono certa che coi miei occhi di adesso vedrò molte cose che le ultime volte non potevo vedere, perchè non c'erano o perchè non le immaginavo.
Da un lato, ho una visione romantico-infantil-virgiliana di come potrebbero essere queste giornate.
Colazioni placide in vestaglia con mio padre, cane che si rotola felice sull'erba del giardino, cicale che friniscono, gatti, passeggiate al laghetto con mia madre, libri, libri, sdraio all'ombra e libri, un paio di nuotate in piscina, insalate e pastasciutte mangiate sotto la tenda, frutta, libri, un paio di fughe in paese da sola a ricaricare il telefono e comprare qualcosa di commestibile, libri, a letto presto la sera, libri.
Dall'altro lato, siamo realistici, le cose andranno, almeno in parte, molto diversamente.
Prima di tutto, se già mia madre cucina lo stretto indispensabile a casa, figurarsi in campagna. Io non sono capace di pranzare a scatoletta Riomare e frutta, per cui interverrò nella spesa e in cucina, dandole un fastidio boia.
Poi, loro cenano praticamente sempre fuori, io dopo un paio di sere di ristorante mi scasso e voglio una pasta all'olio a casa mia. E quindi chiederò di restare a casa, ottenendo che mia madre mi guardi storto perchè le tocco la cucina e mio padre mi guardi con dolore perchè non sto con loro.
O che ceniamo a casa tutti e tre (vedi sopra).
Inoltre mia madre si alza all'alba e, se è vero che la sera non c'è niente da fare e che in quella casa si dorme benissimo, è anche vero che una donna oltre i trent'anni ci mette qualche giorno a spostare l'orologio del sonno da 01.00-10.00 a 21.30-06.30. Non vorrei che finisse male.
E poi c'è l'orrendo, per quanto comprensibile, rito ebraico della Presentazione Della Figlia In Società. Cioè i miei, così di rado onorati della mia augusta presenza, vivono convinti che tutti pensino male di loro perchè La Figlia Non Li Viene Mai A Trovare In Campagna.
Probabilmente pensano che gli altri pensino che: sono morta / sono in casa di cura a disintossicarmi / ho rotto con la mia famiglia / ho sposato un negro coi rasta / o peggio, peggissimo, sono di Rifondazione Comunista e in certi posti non ci metto piede, anche perchè sono a organizzare un meeting di sandinisti a Cuba.
La domanda potrebbe essere semplice: perchè i miei genitori, che per primi mi hanno insegnato a non dare peso a certe formalità, non pensano che gli altri pensino che io: lavoro lontano / vivo lontano / li vedo tutti i giorni in città e non nel weekend perchè lo passo con mio marito / sono una donna in carriera con tremila responsabilità e il weekend lo passo in Svizzera a comprare e vendere fette di banche sorseggiando Mumm sulla terrazza vista lago dell'ambasciatore malese?
Mistero. Va beh. Comunque questo significa che oltre al copricostume, ai miei pantaloni con le tasche, alle infradito, in valigia devo avere la collana fica, tacchi alti e almeno un vestito elegante, ma meglio due, per andare a cena alla clebàus.
Dove io vado anche volentieri perchè rivedo gli amici di una volta: il cuoco, un cameriere che mi conosce da quando ero bambina, qualche occasionale amico golfista dei vecchi tempi, oggi stempiato e con moglie e figli, che passa di lì.
Però devo sopportare che i miei mi presentino come un trofeo e questo, di per sè, mi farebbe tenerezza, non fosse per il fatto che poi escono le solite domande: dov'è il marito?, ah fate gli insegnanti tutti e due? (sul pianeta Spacchio, dove se una fa l'insegnante lo fa per sport mentre il marito dirige un'azienda...), e poi la chicca: e bambini ancora niente????
E ancora, io ormai sopravvivo anche a ciò, perchè ho selezionato un certo numero di risposte alla stricnina da dare a queste domande, ma non posso permettermelo davanti ai miei genitori, in un posto dove tutti li conoscono.
Sapete che vi dico? Sono curiosa, a parte gli scherzi. Penso che andrò, magari dormirò con una mano sulle chiavi della macchina e la De già imbragata con il guinzaglio, per scappare al primo sintomo di possibile tensione con mia madre. Ma sono sicura che, se vado, al mio ritorno avrò da scrivere parecchio.



