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mercoledì 14 luglio 2010

Via del Golf 13

Bene, non so se sia il fatto che ero esausta, o se mi sono ambientata, o se in effetti il caldo ha un po' mollato, ma stanotte ho anche dormito.
L'Uomo è a Genova per affari. Con Bontcho.
Io, la De e Matilda siamo di nuovo tra ragazze, per mezza giornata.

Programmino del 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia e compleanno di mio padre.
Mettere un po' d'ordine in casa. Fare su una specie di valigia, che mi permetta di sopravvivere da un minimo di due giorni a Genova ad un massimo di sette giorni compresa trasferta con cene eleganti.
Fare una doccia.
Caricare in macchina le bestie, le borse, il computer portatile comprato per papà, me stessa e andare a Genova.
Trovare parcheggio a Genova (tempo stimato minuti 25).
Fare la spesa, fare da mangiare, mangiare, andare a trovare i miei. Passarci il pomeriggio.
Cenare con l'Uomo.

E fin lì, tutto chiaro. E' il seguito che mi sfugge.

Ci sono varie opzioni, una delle quali simultaneamente mi attrae e preoccupa molto.

In pratica, o passo qualche giorno a Genova, con la normale trafila papàmamma - Zia Buona, o da lì mi sposto in una località che indicheremo con Via del Golf 13.
Anche se il resto della famiglia, Uomo compreso, sostiene invece che tornerò ad Asti e da lì in montagna.
Anche se dovrei comunque ripassare da Asti per consegnare dei documenti a scuola, occuparmi della domanda di assegnazione provvisoria e andare dal commercialista.
Anche se ci sono tre o quattro ottimi motivi per cui invece di tutto questo dovrei andare in qualche luogo calmo, fresco e silenzioso a riflettere sulla mia esistenza.

(E' arrivato il bando dell'ennesimo convegno su Plauto che si tiene a Urbino a settembre. Ci sono stata due volte, nel '98 e nel 2000. Ho stracciato il foglio senza rimorsi. Poi però quando per caso ne ho parlato con l'Uomo l'altra sera, mi è venuto il magone. Una cameretta in un convitto universitario, vista colline, in quel di Urbino per una settimana, sola soletta, con lezioni due volte al giorno e tempo libero per passeggiare in uno dei posti più belli del mondo e chiacchierare con docenti, ricercatori e universitari di varia provenienza, mi avrebbe fatto veramente molto comodo, pensandoci.)

In ogni modo, ciò mi ha fatto riflettere molto, negli ultimi giorni, su Via del Golf 13.
Ci andavo praticamente tutte le settimane. Ci ho passato splendide vacanze da bambina, molti weekend studiosi e qualche noiosa vacanza di Natale da adolescente.
Poi ho cominciato a diradare, avevo un giro di amici, un fidanzato, gli esami da preparare, poi il lavoro, una casa mia da tenere, un marito e troppi chilometri da fare. Adesso sono anni che non ci metto piede.
I miei continuano ad andare minimo una volta al mese, coi loro gatti.
Dato che quest'anno mio padre non potrà forse venire in montagna, bisognerà che passino un po' di tempo lì, per levarsi dal caldo, e sto pensando di raggiungerli, con la solita modalità zingaresco-intellettual-animalista che contraddistingue i miei viaggi da sola: pochi vestiti, diversi libri e troppi animali. Senza l'Uomo, a meno che non mi raggiunga nel weekend e dormiamo in albergo (a casa i posti letto sono contati e ci sono, come dire, altri fattori limitanti: per esempio mia madre che si alza alle cinque).

Diciamo che la cosa mi tenta, per diversi motivi. Prima di tutto è un bel posto. Poi con gli anni il corpo centrale (la clebàus, come pronunciano con tono blasé i milanesi torinesi e genovesi che popolano questo luogo da ricchi) è passato da un golf club molto british, un po' spartano, buio e vecchio stile, a un elegante albergo con ottimo ristorante, piccolo centro benessere e piscina attrezzata decentemente (per esempio con dei veri spogliatoi e non, come prima, con due tende bianche svolazzanti, che facevano molto tè nel deserto, ma costringevano a spogliarsi in presenza di vecchie golfiste fumatrici rinsecchite e di giovani madri snob con l'assorbente interno, e credo abbiano permesso a tutti i miei amici della piscina di vedermi il culo, quando ancora era un paio di chiappe da nuotatrice, sode come pesche, che valeva sul serio la pena spiare).

Ma soprattutto, io questo luogo non l'ho mai guardato per quel che era già quando ero una bambina (cioè un insieme di costose residenze, particolarmente eleganti in quanto veramente rustiche, veramente vecchio stile, veramente british). Per me la vita della clebàus, dato che nè io nè i miei giocavamo a golf, esisteva solo in quanto c'erano bambini, poi ragazzi, della mia età con cui giocare in piscina, chiacchierare, e più avanti stuzzicarsi a vicenda con chiaro intento becciatorio.
Per il resto noi trattavamo la nostra casa piccola e fresca come una vera e propria casa di vacanza in campagna: una base per le passeggiate, le gite culturali e quelle al mare, con un giardino di pochi metri quadri per prendere il sole, le biciclette per lunghe pedalate fino ai due paesi tra i quali sorge il golf club, un divano su cui leggere, gatti, maglioni un po' consumati d'inverno, ciabattine infradito d'estate.
Con gli anni la mia capacità di osservazione sociologica si è affinata, la gente che frequentava il club in parte è cambiata, e mi sono accorta che intorno a casa nostra la gente cominciava a costruire giardini pensili tipo Babilonia e che a portar fuori la spazzatura da alcune case erano domestici filippini in livrea, mentre varie madri dal doppio e triplo cognome paranobiliare fumavano svogliate, sbolognando alla tata i vari Filippo, Giacomo, Lapo, Letizia, Costanza, Benedetta, Beatrice (quelli che Wonderland chiamerebbe Venceslao, insomma).
A casa mia, mia madre continuava a cucinare piatti vegetariani in una microcucina ricavata da un cortiletto posteriore e mio padre a sfogliare libri di storia e arte con un gatto sulle ginocchia. Per le pulizie ognuno faceva la sua parte. La bici di mio padre era dell'anteguerra, ma si è poi aggiunta una bella sacca da golf, quando loro si sono decisi a sfruttare il club per quel che era la sua reale primigenia funzione. Io invece avevo una racchetta da tennis e un modello base di mountain bike e con quelle mi spostavo autonoma fino al paese. Di pomeriggio versione di greco, letteratura latina, filosofia e tutte le altre materie del classico. La sera Massimo, il mio migliore amico, passava a prendermi in Vespa per andare a prendere un gelato con gli altri.
Non era affatto male.

Adesso, al pensiero di passare là qualche giorno, sono tentata di prendere questa opportunità come fosse un reportage giornalistico su un mondo dimenticato.
Sono certa che coi miei occhi di adesso vedrò molte cose che le ultime volte non potevo vedere, perchè non c'erano o perchè non le immaginavo.

Da un lato, ho una visione romantico-infantil-virgiliana di come potrebbero essere queste giornate.
Colazioni placide in vestaglia con mio padre, cane che si rotola felice sull'erba del giardino, cicale che friniscono, gatti, passeggiate al laghetto con mia madre, libri, libri, sdraio all'ombra e libri, un paio di nuotate in piscina, insalate e pastasciutte mangiate sotto la tenda, frutta, libri, un paio di fughe in paese da sola a ricaricare il telefono e comprare qualcosa di commestibile, libri, a letto presto la sera, libri.
Dall'altro lato, siamo realistici, le cose andranno, almeno in parte, molto diversamente.
Prima di tutto, se già mia madre cucina lo stretto indispensabile a casa, figurarsi in campagna. Io non sono capace di pranzare a scatoletta Riomare e frutta, per cui interverrò nella spesa e in cucina, dandole un fastidio boia.
Poi, loro cenano praticamente sempre fuori, io dopo un paio di sere di ristorante mi scasso e voglio una pasta all'olio a casa mia. E quindi chiederò di restare a casa, ottenendo che mia madre mi guardi storto perchè le tocco la cucina e mio padre mi guardi con dolore perchè non sto con loro.
O che ceniamo a casa tutti e tre (vedi sopra).
Inoltre mia madre si alza all'alba e, se è vero che la sera non c'è niente da fare e che in quella casa si dorme benissimo, è anche vero che una donna oltre i trent'anni ci mette qualche giorno a spostare l'orologio del sonno da 01.00-10.00 a 21.30-06.30. Non vorrei che finisse male.

E poi c'è l'orrendo, per quanto comprensibile, rito ebraico della Presentazione Della Figlia In Società. Cioè i miei, così di rado onorati della mia augusta presenza, vivono convinti che tutti pensino male di loro perchè La Figlia Non Li Viene Mai A Trovare In Campagna.
Probabilmente pensano che gli altri pensino che: sono morta / sono in casa di cura a disintossicarmi / ho rotto con la mia famiglia / ho sposato un negro coi rasta / o peggio, peggissimo, sono di Rifondazione Comunista e in certi posti non ci metto piede, anche perchè sono a organizzare un meeting di sandinisti a Cuba.
La domanda potrebbe essere semplice: perchè i miei genitori, che per primi mi hanno insegnato a non dare peso a certe formalità, non pensano che gli altri pensino che io: lavoro lontano / vivo lontano / li vedo tutti i giorni in città e non nel weekend perchè lo passo con mio marito / sono una donna in carriera con tremila responsabilità e il weekend lo passo in Svizzera a comprare e vendere fette di banche sorseggiando Mumm sulla terrazza vista lago dell'ambasciatore malese?
Mistero. Va beh. Comunque questo significa che oltre al copricostume, ai miei pantaloni con le tasche, alle infradito, in valigia devo avere la collana fica, tacchi alti e almeno un vestito elegante, ma meglio due, per andare a cena alla clebàus.
Dove io vado anche volentieri perchè rivedo gli amici di una volta: il cuoco, un cameriere che mi conosce da quando ero bambina, qualche occasionale amico golfista dei vecchi tempi, oggi stempiato e con moglie e figli, che passa di lì.
Però devo sopportare che i miei mi presentino come un trofeo e questo, di per sè, mi farebbe tenerezza, non fosse per il fatto che poi escono le solite domande: dov'è il marito?, ah fate gli insegnanti tutti e due? (sul pianeta Spacchio, dove se una fa l'insegnante lo fa per sport mentre il marito dirige un'azienda...), e poi la chicca: e bambini ancora niente????
E ancora, io ormai sopravvivo anche a ciò, perchè ho selezionato un certo numero di risposte alla stricnina da dare a queste domande, ma non posso permettermelo davanti ai miei genitori, in un posto dove tutti li conoscono.


Sapete che vi dico? Sono curiosa, a parte gli scherzi. Penso che andrò, magari dormirò con una mano sulle chiavi della macchina e la De già imbragata con il guinzaglio, per scappare al primo sintomo di possibile tensione con mia madre. Ma sono sicura che, se vado, al mio ritorno avrò da scrivere parecchio.

martedì 13 luglio 2010

Mi sciolgo ma non mi piego

Forse all'alba ce la faccio.

Per alba intendo le nove, e non c'è niente da ridere o da ridire, dato che prima che riuscissi a sdraiarmi (non ho detto a dormire, ho detto a sdraiarmi) erano le quattro, stanotte.

Avevo fatto un magro tentativo di dormire sul lettino da spiaggia, in terrazzo, dove muoveva un rigenerante filino d'aria.
Mentre mi addormentavo sono stata svegliata da un lampo, poi da un altro.
Come già da diverse notti a Asti, tuonava e lampeggiava, ma senza piovere (grazie, eh? far vedere l'acqua fresca a un morto di sete e non dargliela!).
Ho avuto una fugace visione di me arrostita da un fulmine sulla struttura in metallo del lettino prendisole. E sono tornata ad avere nausea dal caldo in salotto.

Comunque, scrivo solo perchè intenerita dalla fedeltà di Minerva, e di scuola, purtroppo, non ho niente da dire perchè non sta succedendo niente, o meglio sì: i sindacati oggi parlano con il governo delle assegnazioni e degli utilizzi del 2010. La Gelmini parla con gli astronauti dei progetti spaziali italiani. E hanno pubblicato un regolamento sulle nuove scuole superiori che, lo ammetto, non ho avuto la forza di leggere.

Di politica, però, una cosa la posso dire.
"In democrazia non esistono diritti assoluti."
Prima reazione: ah no? Nemmeno quello alla vita? Andiamo bene...
Seconda reazione: ah perchè, siamo in democrazia, qua?
Terza reazione: su, dai, basta essere faziosi, prendere tutto male, avere il dente avvelenato. L'Uomo che Sorride voleva solo dire che, in democrazia, il mio diritto finisce dove comincia il tuo, il che è ragionevole e vero.

Detto da lui, poi.

lunedì 12 luglio 2010

Cecidere manus

Fa un caldo che NON CI SI CREDE.
Detto questo, basta parlare del clima che pensarci fa peggio.

Basta anche parlare delle vacanze.
C'è ovviamente chi sta peggio, ma non è che siano partite proprio col piede allegro, quest'anno.

E magari basta parlare, cioè scrivere, che sudo solo a schiacciare i tasti.

Auleintempesta riaprirà con orari notturni o forse quando troveremo un tecnico disposto a installarci un condizionatore.
O forse con l'inverno.

martedì 6 luglio 2010

Premonizioni tibetane e avvisi per la navigazione

Usciamo abbracciati per una colazione al bar, col cane al guinzaglio.
Tempo dieci minuti siamo al bar, io con il ghiaccio su un piede e le lacrime agli occhi.

Niente, è solo che il cane ha inchiodato in mezzo a un attraversamento, rischiando di farsi investire, io mi sono girata mentre la tiravo via e mi sono spezzata l'unghia dell'alluce dando un calcio secco al marciapiede.

Ho visto la Madonna, Nosso Senhor do Bonfim e il Dalai Lama che mi ballavano davanti una specie di tarantella. Menomale che c'era l'Uomo perchè praticamente ho smesso di respirare per qualche secondo.
Poi mentre, lacrimando e tenendo il piede sotto un sacchetto pieno di ghiaccio, mangiavo la mia brioche, ho guardato il mio calendarietto tibetano. Giorno di fuoco e acqua, sfavorevole, attenzione alla salute.
Ma vaff...

Un paio di avvisi.
Oggi è il settantacinquesimo compleanno del Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Ghyatso.

Noi andiamo in montagna quattro o cinque giorni. Non ci portiamo il pc stavolta, quindi auleintempesta è momentaneamente sospeso per sopraggiunte (e tanto agognate) ferie.

Vi ricordo che, conformi ai dettami di Sua Maestà il Sovrano di Grande Inverno (Sanguedelmiosangue, che impartisce ordini dal suo blog), DOVETE DIMAGRIRE, CHIATTONI. Scusate, niente di offensivo, è solo che il prossimo arrivo in montagna mi porta a ribadire l'imperativo del 2010, che Sanguedelmiosangue ha messo come unica regola del suo entourage (che poi siamo sostanzialmente io e la Diavolessa) - unica, a parte quella di venerarlo e offrirgli continui olocausti di mazzancolle impanate e maschere di bellezza allo yogurt.
Io vado a camminare come una pazza in giro per i monti e stanotte (scusate ma lo devo scrivere) DORMO CON LA COPERTA... Goduria...

Passatevela bene.
A presto, disse, mentre si allontanava zoppicando vistosamente.

lunedì 5 luglio 2010

Riflessione buddhista a bocce ferme

Sono state giornate difficili.
C'è tanto, tanto ancora da sistemare.
Però, per il momento, la situazione di allerta è rientrata e oggi mio padre sorrideva di nuovo.
Soprattutto, fare le cose a freddo tipo trattato militare consente a me e a mia madre di essere obiettive, pratiche e collaborative; il che ci riesce, solitamente, non essendo nessuna delle due stupida o superficiale.
Dovranno cambiare alcune cose: bene, se ne è preso atto.
Ora avanti col resto.

Mi è chiaro come il sole che, per quanti problemi possiamo avere io e l'Uomo come coppia, la sua sola presenza ha il potere di ristabilire il mio umore. Ieri abbiamo passato insieme quasi tutto il pomeriggio e, considerato che era da lunedì scorso che non stavamo un po' io e lui da soli, ho capito che molta della mia tremenda sensazione di impotenza di questi giorni derivava anche dal fatto di non essere stata con lui.

Poi ieri ho finalmente riaperto il mio quaderno degli studi tibetani, dedicandomi allo studio di un testo che ora vi riassumo in poche righe:

L'illuminazione è ostacolata da tre fattori: l'ignoranza, l'attaccamento e l'avversione.
Rimuovendo man mano questi tre impedimenti, l'anima che va verso l'illuminazione porta a compimento i sette fattori del risveglio:
- la consapevolezza
- l'energia (grazie allo sforzo di mantenersi consapevoli)
- l'indagine dei fenomeni
- la gioia
- la concentrazione
- la tranquillità
- l'equanimità.

Più tardi, sul forum dei buddhisti italiani, mi son messa a sproloquiare a proposito della gioia.
Perchè è vero: man mano che ci si addentra nella mentalità buddhista, che si imparano tecniche di meditazione e concetti filosofici come nuovi punti di vista sulla realtà, la gioia arriva. Arriva proprio. E non da fuori.

E' come se lo spirito agganciasse all'improvviso un concetto di gioia che non conosceva prima, una gioia non determinata da cause esterne.
Una gioia non emotiva, stabile.

Non è la gioia del bambino di fronte a un regalo o di una persona felice con il proprio partner o di una soddisfazione lavorativa, non è l'allegria di stare con gli amici o di godersi qualcosa di bello.
E' più che altro la sensazione che ci sia, davanti, un panorama sconfinato. Che per quanto nel mio angolo le cose vadano storte, quando alzerò la testa vedrò un orizzonte sereno.

Intendiamoci. Si soffre lo stesso, si grida lo stesso, si piange lo stesso, e poi si rialza la testa, cosa che già prima sapevo fare, ma c'è modo e modo di rialzarla, la testa. Ora il dolore e la rabbia non occupano più la visuale del tutto. Anzi lasciano sempre più posto a questa immagine che, nel contempo, descrive qualcosa di più grande delle mie umili grane e qualcosa di infinitamente pacifico che sta mettendo radici in me.

Questi giorni particolarmente tesi ne sono una prova.
Perchè stavolta ho potuto chiaramente distinguere questa gioia di sottofondo da quella provata quando, finalmente, mi sono potuta rannicchiare tra le braccia dell'Uomo sul divano.

Direi che è una scoperta incoraggiante. Chissà se, alla lunga, si riesce a subire gli inevitabili colpi della vita mantenendo negli occhi quella visione di pace, senza che essa si offuschi.
Io sono ben lontana da ciò, ma già così mi sento un'altra.
Speriamo.

domenica 4 luglio 2010

Nella tela del ragno

Hitchcock, lo giuro, non sarebbe capace di descrivere la situazione in cui sono venuta a trovarmi in questi tre giorni.

Fate conto che qualunque cosa dicessi o facessi è risultata del tutto insufficiente a far fronte alle richieste, da qualsiasi lato la si prendesse, oppure è stata rifiutata, oppure messa in dubbio in quanto proveniente da me, e avrete un piccolo sospetto di quel che può, in certe occasioni, diventare il rapporto tra una figlia adulta e due genitori.

Sono sotto scacco e non ho più mosse.
Qualunque tentativo di modificare lo status quo mi si ritorce addosso, quindi sono immobile, ma non per questo ferma, scollegata, ma non per questo libera.

In pratica, quel che faccio io, se lo faccio per me non va bene, se lo faccio per loro non va bene, se lo faccio per mio marito non esiste, se lo faccio per senso del dovere non me l'ha chiesto nessuno, se lo faccio per scelta è egoista, se lo faccio per obbedienza è inutile, se non lo faccio ovviamente lo si sapeva che su di me non si poteva contare, se lo faccio ma a modo mio non va bene perchè non si viene a comandare in casa d'altri, se lo faccio dando delle motivazioni le mie motivazioni non sono, non dico capite, ma nemmeno ascoltate perchè si sa già come sono fatta, se lo faccio fare a qualcun altro poverino il qualcun altro, perchè non è giusto, se lo faccio piangendo sono depressa, se lo faccio ridendo sono insensibile, se lo faccio brontolando sono cattiva, etc etc etc.

Ma tutto questo, per quanto mi cadano le braccia, andrebbe anche bene. Solo che non so cosa devo fare!!! Perchè in tutta questa ragnatela non si capisce cosa devo fare, cosa non devo fare, cosa si aspettano dandolo per scontato...

E soprattutto restando tre giorni con mio padre e in contatto (o forse dovrei dire conflitto) telefonico con mia madre si è chiarito quanto sono profondamente disfunzionali certe dinamiche.
Che io dall'esterno riesco appena ad intuire, ma se anche le vedessi chiaramente non potrei certo farci niente. Loro sono due e io una, loro adorano essere disfunzionali e io resto prigioniera di un gioco di specchi, come in una ahimè famosa situazione di due anni fa, in cui uno mi diceva "io lo farei ma la mamma non si sente" e l'altra mi diceva "guarda, io verrei anche domani ma è papà che non vuole", finchè io li ho messi nella stessa stanza (e c'è voluto quasi un mitra per tenerceli) e ho sperato che uno di fronte all'altra si pietrificassero a vicenda col loro sguardo da Medusa. Invece tutti e due, senza nemmeno avere il tempo di mettersi d'accordo, si sono girati e hanno pietrificato me.

Okay.

Questa in realtà è storia vecchia.
Di nuovo c'è che per mio padre gli anni passano, e che alcune cose che prima non chiedeva ora le vuole.
Di nuovo c'è che nessuno contraddice più mia madre perchè è tempo perso.
Di nuovo c'è che io non ce la faccio più a fare quella che, tanto, è paranoica e probabilmente anche scema, quindi per definizione hanno ragione gli altri tutte le singole volte.
Di nuovo ci sono due anni e mezzo di psicoterapia al termine dei quali si è chiarito PERCHE' io sono disfunzionale e quindi si è scoperto che ogni tentativo di cambiare i miei ragionamenti strani o malati fino ad ora era andato nella direzione sbagliata.
Di nuovo c'è l'Uomo che non è più l'allegro ragazzo egoista che ho sposato, è un uomo vero, adesso, con delle responsabilità che si prende, e con tanta stanchezza addosso a volte.
Di nuovo c'è che, anche volendo, io non riesco più a fare l'amabile percorsino portata in faccia - ritirata in camera da letto - pianto disperato sul letto - autolesionismo sotto forma di disturbi del comportamento. Si è spezzata questa catena e solo allora ho visto quanto era COMODO per gli altri che andasse a finire sempre più o meno così.

Immagine di serenità immotivata che all'improvviso mi attraversa il cervello. Me che leggo la vita del Che Guevara, sdraiata su un letto bianco vicino all'Uomo che legge a sua volta, in una stanza fresca con la vista verso il mare, senza un pensiero al mondo.
Credo che questo flash (tratto di peso dalla vacanza dell'anno scorso) voglia dire che io, di mio, saprei eccome essere felice. Quindi anche se a casa dei miei genitori faccio sempre la parte del Cavaliere dalla Trista Figura forse non sono, non voglio essere, non ho mai voluto essere una vittima e tutta la rabbia che ha distorto il mio comportamento per decenni era il tentativo di gridarlo al mondo: Castagna non vuole stare così. Non vuole.

Avendo io cominciato a gridare "Castagna non vuole!!!" a trentadue anni, sospetto ce ne vorranno almeno sei o sette perchè le incrostazioni coralline che cementano i comportamenti assunti dal mio nucleo familiare vengano minimamente scalfite.

E se lo saranno, loro due probabilmente penseranno che io mi accanisca perchè devo vincere, perchè voglio che loro ammettano dei torti. Non li sfiorerà il pensiero che a me, di ciò, non freghi un cazzo, che voglia solo la mia vita.

Bisognerà che mi ricordi, quando avrò dei figli, di stringere loro la mano la prima volta che alzeranno la voce con me per difendere il loro diritto a scegliersi una felicità.

sabato 3 luglio 2010

Sono momenti

ET telefono casa... telefono... casa...
Casa? Mi sentite?
Ehm... ecco... scusi? E' casa?

Perchè voi siete casa, giusto?

Come dice?
Pronto?
Ma... ho sbagliato numero?
Pronto?

L'utente da lei chiamato non solo non è disponibile, ma la prega di smetterla di insistere.

Ho discusso trent'anni con gente che credevo parlasse la mia lingua.
Mi chiedo da dove sono piovuta.
O dove siamo finiti.
In un romanzo di Kafka, forse?

Cristo.
Come mi sento sola.

Poi dice che sono sempre nervosa

Bene, abbiamo assodato alcuni punti.
Primo, che l'Uomo lavorerà a Autogrill, se non trova un'assegnazione provvisoria sulle superiori.

Dicesi Autogrill una scuola media di un paesino vicinissimo a Asti, che ha il difetto di sorgere attaccata all'autostrada per Torino. Dice il vicepreside che quando un TIR frena rumorosamente si voltano tutti verso la finestra, nel dubbio di vederselo arrivare in classe.
Spero sia una battuta.

Comunque potrebbe andare peggio, il paesino è comodo da raggiungere e il preside è lo stesso che l'Uomo aveva già, conosciamo anche diversi colleghi.
E poi ci sono le assegnazioni, con le quali l'Uomo potrebbe giungere alle superiori, cosa che lo renderebbe felice.

Quanto a me, per il momento l'unica notizia di rilievo è che la collega di cui occupavo provvisoriamente il posto è stata definitivamente trasferita a Finale Ligure (brutto eh, fare la prof in riviera?), quindi a questo punto l'unica persona in grado di vantare una precedenza sulle cattedre di lettere in ruolo a Scuolina Rosa sono io, Castagna.
Peccato che quest'anno ci sarà, a essere ottimisti, solo una cattedra a supplenza annuale. Che quindi non conta per il ruolo.
Bene, intanto aspettiamo le assegnazioni provvisorie, poi vedremo.
Costigliole sappiamo dov'è, nel caso serva.

Parentesi poetica.
La madre or sol, suo dì frenetico traendo con gli enigmisti in quel di Ceresole Reale, mantiene il silenzio radio.
Il caldo infuria, il pan ci manca (nel senso che cucino io, quindi passa la fame a tutti) e mio padre non dorme, anche se gli ho fatto il letto nella stanza con l'aria condizionata.
Nè più mai toccheremo le sacre sponde di Santo Stefano al Mare. O meglio, le toccheremo in agosto, visto che quelli del residence sono stati tanto gentili e tanto onesti da proporci un cambio di settimana.

Se non altro, finalmente io e l'Uomo ieri sera tardi ci siamo ricongiunti nella casa di Genova. Per modo di dire, ricongiunti.
Nella pratica lui è sceso dalla macchina alle undici passate e mi ha allungato un trasportino puzzolente con dentro una gattina rossa tutta inzuppata di pipì.
Quindi è seguita una scena in cui Matilda è stata insaponata e sciacquata nel bidet come un infante (e per fortuna come un infante si è lasciata lavare, senza usare le unghie), poi io ho girato casa con stracci e ammoniaca, la maglietta bagnata e un braccio occupato da un fagotto di asciugamani umidi dal cui interno proveniva la seguente cantilena:
"Meeeeeeaaaaaau meeeeau miauuauu miauauauauauau meeeaaao meeeeaooo meouau mmeaooauauau meeeau mmmeeeaaaaaaauuuuuuuu"
Con delizia dei vicini, visto che ormai era mezzanotte e Matilda ha dei polmoni che potrebbe fare la professoressa alle medie.

venerdì 2 luglio 2010

COINCIDENZE

Io ero convinta che i trasferimenti uscissero il 19 luglio (così mi era stato detto in provveditorato).
Invece oggi Supernadia, la segretaria che tutti vorremmo, ha notificato all'Uomo che i trasferimenti escono DOMANI.

Ora, quando due ragazzi si conoscono alla SSIS, iniziano a convivere alla fine del primo anno di specializzazione e si sposano prima di passare in ruolo, una cosa è certa. Nel loro rapporto uno dei punti saldi è che, la notte prima delle chiamate per le supplenze, quella prima dei passaggi in ruolo e quella prima dei trasferimenti uno dei due si sveglia per la centoquattresima volta e sottovoce dice all'altro: "Dormi?"
E l'altro risponde: "Ma figurati. Accendi la luce, se vuoi"
E poi i due si abbracciano e aspettano l'alba vicini.

Ecco, con questo simpatico giochino d'anticipo, stanotte abbiamo un problema: io non dormo a centoventi chilometri da dove non dorme lui.
Merda.

Non può essere un caso che stanotte in tv diano "La sottile linea rossa".

giovedì 1 luglio 2010

Day 31 - Uau

Luglio, col bene che ti voglio, etc etc.

Day thirty-one di programmino per l'estate e day one per le vacanze.

O all'incirca.

Ieri mattina scendo dal letto, facendo colazione vado su Facebook, e trovo la seguente:

cara professoressa , sono stato molto deluso del mio voto finale , avete penalizzato chi ha sempre studiato e si è impegnato , mentre hanno ricevuto dei 7 a chi a malapena è stato ammesso all' esame , ad esempio 6 a Testa di Ricci, ma a Occhi Blu e a Visino Tondo 7 che nn hanno quasi mai fatto niente tt l anno. Questa nn è solo la mia opinione ma tutti i ragazzi penalizzati sono arrabbiati e delusi da tutti voi professori. Se ha occasione di dirlo a tutti i suoi colleghi dica che siamo molto amareggiati dello " schiaffo" che abbiamo ricevuto. è proprio vero che chi ci guadagna è sempre chi fa il minimo indispensabile!!!!!!!LA SALUTO DA PARTE DI TUTTI I MIEI COMPAGNI MI SPIACE MA CI TENEVO FARGLIELO SAPERE .

E' Tom Cruise, anzi... se fate gli insegnanti avete già indovinato, è LA MAMMA di Tom Cruise!
Ce lo aspettavamo, abbiamo già avuto rimostranze dalla mamma di Piccola Mela. Che essendo non solo una delle segretarie dell'istituto, ma anche quella addetta alla documentazione didattica, si è letta tutti i verbali d'esame facendo i confronti al telefono con le altre madri della sua ghenga.

Va bene. Stavo ancora sorseggiando il caffè e avevo già il sopracciglio in azione, ma va bene.

Poi faccio l'ennesima litigata estiva con mia madre. Perchè, da quando ci vediamo di meno, nella mia famiglia abbiamo trovato una soluzione fantastica: invece di litigacchiare giorno per giorno, facciamo scoppiare delle buridde giganti d'estate.

Argomento del giorno: la gestione familiare delle ferie, suddiviso nei seguenti capitoli: psicopatologia della figlia paranoica esaurita (in ferie, oltre a Castagna Uno e Castagna Due, esiste anche Castagna Tre, quella che odia andare al mare, fare le code sotto il sole e in generale patire il caldo e rugna come una bambina di sei anni), clinica e diagnostica della salute del padre di famiglia, esegesi dei diritti e dei doveri del marito della figlia, storia e filosofia dei sacrifici della maternità e della vita coniugale, scene di guerriglia degne delle alture del Kosovo per riuscire a recintare di paletti elettrificati quel che la figlia considera suo diritto elementare da salvaguardare tutto l'anno, e cioè non impazzire (del tutto) e non divorziare (affatto).
Essendo le mie ferie ancora da cominciare, mi girano abbastanza i coglioni a litigare per le vacanze.

O meglio, mi pare di ricordare che quello sia stato l'argomento scatenante ma non potrei giurarci, visto tutto quello che ci siam dette dopo.

Vantaggio mio: lei era in una saletta d'attesa dal parrucchiere e non poteva urlare.

Risultato.
Invece di finire le relazioni di fine anno, il conteggio assenze e il riordino prove, vado a scuola e poso il registro sulla pila dei registri terminati (non in cima ma sotto altri due, speriamo bene).

Invece di stare con Sanguedelmiosangue a ripetere Dante, chiudo baracca e burattini e parto con lui e il cane per Genova (l'Uomo rimane su a finire i festeggiamenti di fine anno con le sue classi e a fare il ragazzo padre di Bontcho e Matilda).

Invece di vedere mia madre e dircene quattro in faccia, vedo mio padre e valuto da me la sua salute e il suo tono d'umore (il che, pur costituendo valutazione da profana e non da medico, è l'unico sistema perchè io possa liberamente decidere cosa mi sento in coscienza di fare, come figlia, per lui).

Invece di preparare le valigie per il mare scendo a Genova con oggetti sparsi vari tra cui il computer, il cuscino per la meditazione, un solo paio di scarpe, una borsa di roba del lavoro che avrei potuto lasciare ad Asti, diversi libri di Terzani e numeri di Limes (senz'altro troppi per leggerli in una sola settimana) e neanche un maglioncino di cotone.
Mi sono ricordata i costumi da bagno ma non i teli da mare.
Mi sono ricordata le collane ma non una borsa decente per uscire a cena fuori.
Non so (non ho il coraggio di guardare) se a Genova nell'armadio ci sia della roba che a) sia adatta alle temperature b) sia abbinabile per colori e c) sia della mia attuale taglia.

Non ho la più vaga idea se alla fine partiremo o no. Propendo per il ni: tipo che partirà l'Uomo da solo con i bagagli e io arriverò in ritardo di due o anche tre giorni (che non sono pochissimi su una settimana di mare) con gli animali.
Questo presuppone che io parli con lui di tutta quanta l'organizzazione. Ma non ho potuto parlare con calma con mio marito ieri, nemmeno via cellulare, e non potrò farlo fino a oggi pomeriggio.

Bene: ho imparato un'altra legge della sopravvivenza, dopo aver imparato che a Capodanno bisogna dire a tutti che si è già impegnati, che a Pasqua bisogna fare un viaggio, che se si vuole passare un'intera domenica mattina a letto a farsi le coccole con il proprio legittimo consorte bisogna dire a tutti che si è in un centro buddhista in mezzo alle montagne a pregare (e attenzione: con il telefonino spento, senza batteria, caduto in un pozzo di settecento metri di profondità pieno di acido cloridrico), e che bisogna fare in modo di non coinvolgere nessuno nella propria organizzazione delle ferie se si vuole godersele, quindi che da qui all'eternità saremo costretti a scegliere solo alberghi e residence che accettino animali, mentre tutti gli altri useranno gli animali come scusa per non poterci venire a trovare e far spostare noi.

La nuova legge della sopravvivenza è: non fare mai più le ferie a cavallo delle ferie di chi si aspetta qualcosa da te.

Ora, voi penserete che io sia scocciata e infelice a causa di tutta questa situazione.
Sinceramente: no. A parte essere furibonda per come viene trattato mio marito che, lui sì, ha una personalità sola e quella personalità avrebbe tanto bisogno di starsene una settimana in pace al mare.
Io me lo aspettavo, il casino delle vacanze. Non so come gli altri possano cadere dal pero.
Io lo sapevo.
E mi diverte abbastanza questo fatto di dover fare le vacanze, se ci riuscirò, con due vestiti, un paio di scarpe e due bikini. Può risolversi in modo assolutamente orientale (farmi bastare quel che ho perchè l'essenziale è invisibile agli occhi) o estremamente occidentale (fare shopping a Santo Stefano al Mare perchè porca vacca, Ricky, siamo in un residence quattro stelle e non ho uno straccio da mettermi).

In realtà ho un problema solo che realmente mi disturba. Vorrei che le mie amiche non ci restassero male se non mi vedono mai.
Giuro che sono in contatto con un centro di ricerca biotecnologica di Palo Alto, dove stanno mettendo a punto un mio clone da mandare in giro a farci stare tutto quello che io così malamente gestisco da sola, mentre io mi siedo con loro a bere un tè e chiacchierare, senza un pensiero al mondo.