A volte mi alzo al mattino con la netta sensazione di stupore di chi è stato sbalzato via dalla sua vita e proiettato in quella di un altro.
Deve essere questo che succede a chi viene messo nel programma protezione testimoni. Via da tutto, una nuova biografia da imparare a memoria. Un ambiente diverso. Il passato dietro, per sempre. Il vuoto davanti. Libertà. Paura.
Guardo la mia vita e non mi sembra abbia nulla a che fare con la me di tre anni fa. Certo mi sono scelta io queste persone, questo lavoro, questa città, questi animali, questi amici. Ma.
La giornata comincia con un fortissimo rumore di fusa, ma non è più un magro piccolo mahatma grigio che viene in bagno con me, è una fochetta cicciottella prevalentemente color panna.
In cucina c'è ancora la tigrotta a righe rosse che miagola, ma nessun piccolo coyote puzzolente esce più stiracchiandosi e mugolando dall'angolo dietro la porta.
Niente guinzaglio da prendere. Come sempre faccio colazione da sola, spesso in chat con Agatha nel gelido nord(*1). O con il Grande Pagliaccio che a quell'ora sta uscendo per andare al capolinea del bus in una Genova sempre più umida e ventosa (*2).
Sveglio la Princi, la porto a scuola. Arrivo in sala prof e mi trucco seduta al mio posto d'angolo. Faccio lezione. Molti, troppi giorni ho da fare a scuola anche al pomeriggio, ma spesso invece di mangiare al baretto rientro, cucino, lascio tutto pronto alla truppa, poi corro via mentre la Princi e l'Uomo riconvergono verso casa. Scuolina Rosa risputa fuori quel che resta di me alle 17,10, o alle 19,00, o a volte anche dopo.
C'è la spesa, ci sono da lavare i capelli, ci sono tre o quattro mail o telefonate obbligatorie. C'è lo yoga. Tanto, e sempre più avanzato. C'è da decidere chi cena dove. La Princi spesso fuori col Tipello. Io e l'Uomo a casa, o al giap, o in pizzeria. O io sola sul divano.
Ci sono ore e ore di serie tv da vedere sul divano. A volte mano nella mano. A volte no. Ci sono le ore di buio. Io amo le ore di buio con lui.
La mia nuova famiglia conta la perdita di un padre (*3), un gatto, un cane, una sorella(*4), una strega (*5), un ex fidanzato di cui non mi sento più di fidarmi, quasi totalmente della Zia Buona che non parla praticamente più(*6), e l'aggiunta di una vice madre, di una Fraulein(*7), di un'amica nordica, un genero, una gattina, un gemello misterioso che a giugno tornerà nel limbo dei colleghi precari dopo avere per otto mesi affiancato il mio lavoro e il mio umore come un riflesso nell'acqua (*8), di Guru Cri (*9), delle Ananda Amiche, dei Maestri Guru del corso istruttori, del gruppo whatsappico e di cenette formato da colleghe o ex tali, Caramella - Pallida - Bottadicoca.
Poi le cose, e le persone, che non si mettono in discussione. Some things you just don't question. Madre. Cugino. Marito. Figlia. Amiche storiche intoccabili. Gatta. Gigante. Classi. Campanile di Paesino di Sogno. Psicofata. Stradina nel bosco. Silenzio.
Ma così tutto diverso e lontano, perché diversa e lontana sono io.
Per ritrovarmi devo andare a Via del Golf 13, a Misselthwaite Manor, o in cima a qualche collina del Monferrato. E quando arrivo, non mi ci trovo.
Perché metà di me non è con me. E un altro quarto è sparpagliato sulla statale.
Il quarto restante si alza e battaglia. Alla sera si raggomitola, fa il criceto, e dorme. Tornano gli altri tre quarti, allora. Nei sogni.(*10)
(*1) "Caffè."
(*2) "Non ti farei mai del male"
(*3) "È faticoso" - "Sì"
(*4) senza commento
(*5) anche su questa eviterei chiose
(*6) "Non è giusto"
(*7) "Stiamo ai primi danni"
(*8) "Ma come stai, tu?"
(*9) "Come va?" "Ah, io ho dormito"
(*10) "Stanotte russicchiavi." "Ma scusa, scuotimi, svegliami, io mi giro e smetto." "No." "Perché no?" "No, tu devi dormire."
giovedì 23 febbraio 2017
domenica 5 febbraio 2017
La biblioteca
Sognò di svegliarsi e uscire dalla camera buia senza aprire le imposte. Non riusciva a capire dalla luce esterna che ora fosse del giorno, ma sembrava tardi. Pomeriggio, forse. Le persiane della sala erano in parte rotte e lasciavano filtrare una luce dorata, calda, in cui danzava la polvere.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
sabato 28 gennaio 2017
Chi si ferma è perduto
Dopo aver imparato a vincere le resistenze del corpo, il dolore, la fatica, dopo aver perso peso, migliorato la prestazione, perfezionato la tecnica, per ogni atleta viene il momento difficile. Il mantenimento.
Quando nevischia ma devi uscire a correre lo stesso. Quando il ciclo non ti dà tregua ma la pista è lì davanti.
Quando il naso, le tempie e le orecchie ti pulsano pieni di orrendi fluidi e le spalle sono dolenti, ma il tappetino da yoga è steso a terra ed ora è il momento di chaturanga dandasana.
O semplicemente quando è sabato mattina e a letto si sta così bene.
Ecco, io adesso non devo sedermi. Nemmeno se questo inverno è lunghissimo e se qualcosa, all'alba del mio 42esimo anno di vita, mi ricorda che ogni 7 anni il nostro metabolismo fa dei salti evolutivi.
Nemmeno se lo stato di malessere da influenza dell'Uomo sta durando tre settimane e il mio è durato altrettanto.
Nemmeno se andare a camminare senza prendere il guinzaglio e senza sentire le unghiette del piccolo chien sull'asfalto vicino a me è triste.
Nemmeno se a volte mi perdo a fantasticare di altre vite che, già lo sappiamo perché ci siamo passati attraverso, non sono la mia.
Ieri sera Guru Cri ci ha fatto estrarre una carta con un intento. A me è uscito "comprensione" e ho detto: mi sembrava di essere stata sufficientemente comprensiva negli ultimi due anni. E lei: comprensione per te stessa, forse. E io: ma dai, mi voglio abbastanza bene io, ormai.
Però alla fine della lezione, una lezione con molte e molte fantasie che mi attraversavano la mente, ci ho ripensato. È vero che devo capirmi.
Forse (e ho detto FORSE) sono arrivata a qualcosa di quello che tanto desideravo, per cui ho tanto lottato. Ma ora devo capire come starci dentro. Tutta. Io, i miei ormoni che talvolta vengono speronati di lato e sbandano, il mio corpo che comprende di dover di nuovo cambiare, il mio modo di lavorare, i miei progetti nuovi ma costantemente simili a se stessi.
Ho cominciato quattro nuovi corsi. Due post formazione yoga, uno di riflessologia plantare, uno di ashtanga vinyasa. Le classi sono in un momento di grazia in cui non si può assolutamente abbassare la guardia, e tra 10 giorni iniziano latino ed il potenziamento. La figlia inizia lo stage. Devo tenere dietro a cinque diversi lavori di ristrutturazione nelle proprietà di famiglia, di cui tre piccoli ma rognosi e due veramente grossi. Chiudo una causa con un bastardo che é iniziata sei anni fa. E devo davvero decidermi ad andare dal dentista e iniziare un altro anno e mezzo di lavori.
E poi c'è lui. La mia nuova vita con lui. Di cui non so assolutamente cosa pensare, che non so come gestire, ma che a volte mi fa pensare che sedici anni siano spariti dietro di noi, e queste siano le prime settimane di cauta ed incerta gioia nel vedersi.
Non è il momento di sedersi. No no.
Quando nevischia ma devi uscire a correre lo stesso. Quando il ciclo non ti dà tregua ma la pista è lì davanti.
Quando il naso, le tempie e le orecchie ti pulsano pieni di orrendi fluidi e le spalle sono dolenti, ma il tappetino da yoga è steso a terra ed ora è il momento di chaturanga dandasana.
O semplicemente quando è sabato mattina e a letto si sta così bene.
Ecco, io adesso non devo sedermi. Nemmeno se questo inverno è lunghissimo e se qualcosa, all'alba del mio 42esimo anno di vita, mi ricorda che ogni 7 anni il nostro metabolismo fa dei salti evolutivi.
Nemmeno se lo stato di malessere da influenza dell'Uomo sta durando tre settimane e il mio è durato altrettanto.
Nemmeno se andare a camminare senza prendere il guinzaglio e senza sentire le unghiette del piccolo chien sull'asfalto vicino a me è triste.
Nemmeno se a volte mi perdo a fantasticare di altre vite che, già lo sappiamo perché ci siamo passati attraverso, non sono la mia.
Ieri sera Guru Cri ci ha fatto estrarre una carta con un intento. A me è uscito "comprensione" e ho detto: mi sembrava di essere stata sufficientemente comprensiva negli ultimi due anni. E lei: comprensione per te stessa, forse. E io: ma dai, mi voglio abbastanza bene io, ormai.
Però alla fine della lezione, una lezione con molte e molte fantasie che mi attraversavano la mente, ci ho ripensato. È vero che devo capirmi.
Forse (e ho detto FORSE) sono arrivata a qualcosa di quello che tanto desideravo, per cui ho tanto lottato. Ma ora devo capire come starci dentro. Tutta. Io, i miei ormoni che talvolta vengono speronati di lato e sbandano, il mio corpo che comprende di dover di nuovo cambiare, il mio modo di lavorare, i miei progetti nuovi ma costantemente simili a se stessi.
Ho cominciato quattro nuovi corsi. Due post formazione yoga, uno di riflessologia plantare, uno di ashtanga vinyasa. Le classi sono in un momento di grazia in cui non si può assolutamente abbassare la guardia, e tra 10 giorni iniziano latino ed il potenziamento. La figlia inizia lo stage. Devo tenere dietro a cinque diversi lavori di ristrutturazione nelle proprietà di famiglia, di cui tre piccoli ma rognosi e due veramente grossi. Chiudo una causa con un bastardo che é iniziata sei anni fa. E devo davvero decidermi ad andare dal dentista e iniziare un altro anno e mezzo di lavori.
E poi c'è lui. La mia nuova vita con lui. Di cui non so assolutamente cosa pensare, che non so come gestire, ma che a volte mi fa pensare che sedici anni siano spariti dietro di noi, e queste siano le prime settimane di cauta ed incerta gioia nel vedersi.
Non è il momento di sedersi. No no.
lunedì 9 gennaio 2017
Un senso di squilibrio, e poi boh
Anche quest'anno abbiamo quindi concluso le vacanze di Natale, e direi menomale, perché ci sono stati molti alti e molti bassi, parecchie paturnie e qualche sclero.
Io in particolare sono stata malata a lungo, non avevo voglia di far niente fuorché dormire, anzi l'espressione esatta è stata: la mattina dormirei perché si sta bene a letto, al pomeriggio dormirei perché non ho niente da fare, alla sera dormirei perché ho freddo...
Ma soprattutto c'era questo senso che qualcosa fosse profondamente squilibrato. Dei molti programmi che avevo, tra cui ristrutturare dei pezzi di casa, comprare il divano nuovo la lampada per il salotto i mobili per la camera da letto, nulla fu. Terme no. Montagna no. Viaggi no. Cinema una volta sola.
In realtà riemergo dall'altra parte delle ferie con un mobiletto per la cucina, che comunque mi sono montata da sola con grande gioia, osservata attentamente dalla piccola Daphne, e pensando che la brugola dell'Ikea è stata uno dei peggiori colpi assestati dall'emancipazione femminile all'autorità maschile.
Poi ho preso soltanto qualche accessorio che serviva in casa, e certo, io con il mio sguardo lungimirante so che avere preso due cuscini per il divano prelude ad un cambio totale di immagine del salotto, comunque sia stasera quando ha telefonato l'elettricista mi sono data per dispersa, ho conigliato e gli ho detto che ne parliamo dopo il mio compleanno di rifare tutto l'impianto elettrico.
Ma so che l'equilibrio, come se ne è andato, può tornare. Ci sono alcuni oggetti simbolici in casa: l'alzata per le torte che mi ha regalato l'Uomo, due calendari, uno con i panda che ho regalato io a lui e l'altro del Piccolo Principe che ha regalato lui a me, appesi uno da una parte e uno dall'altra dello specchio nell'ingresso. Ci sono altri piccoli dettagli che mi fanno pensare che il 2017 farà un po' meno vomitare del 2016, anche se non so su cosa si basi questa sensazione, perché purtroppo non ho prove oggettive che le cose vadano effettivamente meglio. Tranne forse una. Comunque uno dei dettagli che me lo fa pensare è che il nuovo gatto ha dei comportamenti molto simili a quelli del precedente. La piccola superstar per esempio si affaccia alla finestra e guarda quando qualcuno di noi scende a portare la spazzatura. Non è infrequente arrivare a casa e vedere le sue orecchie, puntute e col ciuffetto di pelo nero come quelle delle linci, mentre ci aspetta seduta sul davanzale. Allarga il cuore. Nel dubbio comunque ho cambiato da castano marron glacé a rosso mogano la tinta dei capelli. Rosso mogano prelude ad una fase in cui io mi sento molto io, e considerato che non mi sono più sentita nessuno per tanti mesi, forse è un buon segno anche questo.
Io in particolare sono stata malata a lungo, non avevo voglia di far niente fuorché dormire, anzi l'espressione esatta è stata: la mattina dormirei perché si sta bene a letto, al pomeriggio dormirei perché non ho niente da fare, alla sera dormirei perché ho freddo...
Ma soprattutto c'era questo senso che qualcosa fosse profondamente squilibrato. Dei molti programmi che avevo, tra cui ristrutturare dei pezzi di casa, comprare il divano nuovo la lampada per il salotto i mobili per la camera da letto, nulla fu. Terme no. Montagna no. Viaggi no. Cinema una volta sola.
In realtà riemergo dall'altra parte delle ferie con un mobiletto per la cucina, che comunque mi sono montata da sola con grande gioia, osservata attentamente dalla piccola Daphne, e pensando che la brugola dell'Ikea è stata uno dei peggiori colpi assestati dall'emancipazione femminile all'autorità maschile.
Poi ho preso soltanto qualche accessorio che serviva in casa, e certo, io con il mio sguardo lungimirante so che avere preso due cuscini per il divano prelude ad un cambio totale di immagine del salotto, comunque sia stasera quando ha telefonato l'elettricista mi sono data per dispersa, ho conigliato e gli ho detto che ne parliamo dopo il mio compleanno di rifare tutto l'impianto elettrico.
Ma so che l'equilibrio, come se ne è andato, può tornare. Ci sono alcuni oggetti simbolici in casa: l'alzata per le torte che mi ha regalato l'Uomo, due calendari, uno con i panda che ho regalato io a lui e l'altro del Piccolo Principe che ha regalato lui a me, appesi uno da una parte e uno dall'altra dello specchio nell'ingresso. Ci sono altri piccoli dettagli che mi fanno pensare che il 2017 farà un po' meno vomitare del 2016, anche se non so su cosa si basi questa sensazione, perché purtroppo non ho prove oggettive che le cose vadano effettivamente meglio. Tranne forse una. Comunque uno dei dettagli che me lo fa pensare è che il nuovo gatto ha dei comportamenti molto simili a quelli del precedente. La piccola superstar per esempio si affaccia alla finestra e guarda quando qualcuno di noi scende a portare la spazzatura. Non è infrequente arrivare a casa e vedere le sue orecchie, puntute e col ciuffetto di pelo nero come quelle delle linci, mentre ci aspetta seduta sul davanzale. Allarga il cuore. Nel dubbio comunque ho cambiato da castano marron glacé a rosso mogano la tinta dei capelli. Rosso mogano prelude ad una fase in cui io mi sento molto io, e considerato che non mi sono più sentita nessuno per tanti mesi, forse è un buon segno anche questo.
mercoledì 28 dicembre 2016
Lost on you
Oggi il sole era caldo e dolce.
E c'erano neve e ghiaccio per terra.
Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.
La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.
Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.
Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh
Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.
E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.
"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."
"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."
"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."
"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."
Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?
Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.
Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.
E c'erano neve e ghiaccio per terra.
Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.
La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.
Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.
Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh
Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.
E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.
"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."
"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."
"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."
"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."
Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?
Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.
Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.
giovedì 22 dicembre 2016
L'arte del riassunto
Fare
il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza
di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da
insegnare, tra l'altro.
Io
a riassumere sono bravissima.
Per
esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e
a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe.
Contemporaneamente, per risparmiare tempo.
Per
esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e,
invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è
stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto /
costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi,
mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un
orale d'esame. Sì.
Per
esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci
ritroviamo con:
- una figlia che vuole un gattino,
- io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
- un marito che dice di non volere niente e nessuno,
- io che però trovo la casa troppo vuota,
- la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
- lui che non può sostituire il suo gatto,
- lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
- io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
- lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
- la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure......col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.
Ed
essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in
detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un
marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse
statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata
tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale
quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo
pelo adesso che dorme in casa.
Notare
che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta
nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per
omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di
Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore,
come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D.
E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche
modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi
qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato
bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è
chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci.
Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato
adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il
nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la
seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi.
La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.
Altre
cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si
dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua
faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la
terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente
tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza
dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna
subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta
dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi
di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche
io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida,
somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante
di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e
mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si
torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo
nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo
è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco,
era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la
Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a
qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna
sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in
un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e
ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo
vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non
gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti
gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia
nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo
straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi
lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare,
le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce,
come tutti gli altri qui.
Sempre
a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche
settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada
nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla
conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo
avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane,
più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti
ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè
c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le
terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola,
uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava
volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà
pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E
poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da
Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi,
tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in
ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che
dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà
chiuso la porta.
Ultimo
esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con
una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue
religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica
era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un
pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale
tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non
ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con
mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di
statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono
tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica
dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza
matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè
quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo,
festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il
fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non
avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in
casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette.
Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio
d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a
Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi
non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che
ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli
nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici
perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a
Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto
dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno
del solstizio.
martedì 6 dicembre 2016
Acqua
"Ma lei è sempre a lavorare?" disse la bidella aprendo la porta.
"È che quest'anno si sta bene qui" rispose la Castagna.
La quale è andata a lavorare mille pomeriggi al mese anche quando si stava di merda, per la verità. Anche quando si stava male a casa, a scuola, in autostrada, sulla piazza del paese. Perché coi ragazzi si sta quasi sempre bene.
Anche quando i colleghi sono infidi, la preside innominabile, e il ministero bastardo. Anche quando il marito va via troppo spesso. Anche quando arrivano gli alieni. Anche quando muoiono le persone.
Comunque, se le cose andassero sempre come quest'anno, non si starebbe solo bene. Di più.
Dei colleghi poi vi dirò.
Parliamo dei bambini.
La seconda si è civilizzata. Con grandissimo dispendio di energie soprattutto mio, e del Magnifico, ma anche con contributi importanti di Genuino, Secca, Spessa e Pallida. E di Preside Chic. Che li ha voluti conoscere uno per uno, quelli terribili. Piegandone parecchi.
Sono meravigliosi alle prime ore del mattino, quando ascoltano tutto e stanno seri. Dante, il predicato nominale, i test di comprensione, fanno tutto con impegno. Poi gli dai da mangiare dopo la mezzanotte, o semplicemente provi a fargli fare una materia dopo le undici di mattina, e ti ritrovi Salvatore (nel senso del personaggio di Eco: "poenitentiagite! No sabe!"), Belzebù, Mr. Bean, l'Orientale satanista e il suo famiglio, Quantoso'figo e altri che perdono totalmente il controllo, e numerosi che vanno di conseguenza.
Ma la Castagna ha trovato la pozione miracolosa. Se all'una sta parlando di delitti politici, crimini di guerra, operazioni militari, genocidi, dittature sanguinose, internamento di intellettuali in manicomio, e altre violazioni dei diritti umani, sono tutti così presi che si scordano di fare lo zaino. Si sente solo la voce della prof e il tic tac dell'orologio. No, un attimo. Dalla seconda fila si sente un rumore di... fusa? Oh, sì. È Mimosa, ve la ricordate Mimosa, il pallino batuffoloso di capelli biondi che aveva tutti i tic?
Ecco. È seduta sullo spigolo della sedia, rapita, sorridente, nei suoi occhi grigioazzurri c'è qualcosa che sfolgora, fierissimo. È la piccola Politkovskaja che è in lei che sta crescendo. Giornalismo politico d'assalto? Calarsi da un elicottero nella giungla per trovare i trafficanti di diamanti? Raccogliere acqua al cromo esavalente nei pozzi? Rischiare la vita per infiltrarsi in un carcere femminile sudamericano e scrivere un reportage da premio Pulitzer? Ce l'abbiamo. L'ho interrogata sulla Russia di Putin e cazzo sembrava che nel teatro Dubrovka ci fosse stata, dalla passione che ci metteva. Figlia mia prediletta. Peserà ventisei chili, se le levi gli scarponcini e soffi vola via nel corridoio, tanto è piccina. Ma è d'acciaio. Farà strada.
E in terza fanno il laboratorio teatrale sui Promessi sposi, il corso di latino, parlano in inglese con gli attori che hanno recitato per noi Dr. Jekyll and Mr. Hyde, si fanno interrogare di geografia e prendono solo voti tra otto e dieci, ci scassiamo dal ridere su qualunque cosa, poi di colpo uno di loro si impanica con le lacrime agli occhi e trema, sono tutti troppo alti e troppo magri, tutti innamorati, qualcuno ha scoperto il liceo e vuole andarci, qualcuno (Mickey) ha deciso di far mangiare la Cavallona che dal vegetarianesimo pencolava pericolosamente verso l'anoressia, qualcuno (Deboroh) ha rubato le merendine dal cassetto della Bestia Nera, qualcuno (l'Adorabile) ha avuto una crisi di adolescenza talmente spaventosa da sembrare posseduto, perso tutta la concentrazione la serietà la sincerità e il buon senso, ed è riemerso dall'altro lato con otto centimetri di statura in più e un bisogno insopportabile di essere felice, oltre a avere ucciso il bambino lentigginoso dal musino a punta che sedeva quieto in primo banco, ed averlo sostituito in venticinque giorni con un fratello maggiore che scoppia di vita, bello e inarrestabile come un angelo un po' sporco.
Non dico quasi più niente, li guardo, indico cosa devono fare, e loro vanno avanti da soli, telepatici, spesso più avanti di quanto sarebbe ragionevole sperare. Poi si voltano e io li sto guardando attenta, capiscono dall'occhiata che va bene, cenno d'intesa, e via. Oltre. Io ferma sulla riva a guardarli salpare, che cosa grandiosa.
Ah e sapete cosa è grandioso, anche?
Spiegare Dante a mia figlia. Cazzo. Un godimento nel piacere, ricoperto di felicità. Non avevo idea.
"È che quest'anno si sta bene qui" rispose la Castagna.
La quale è andata a lavorare mille pomeriggi al mese anche quando si stava di merda, per la verità. Anche quando si stava male a casa, a scuola, in autostrada, sulla piazza del paese. Perché coi ragazzi si sta quasi sempre bene.
Anche quando i colleghi sono infidi, la preside innominabile, e il ministero bastardo. Anche quando il marito va via troppo spesso. Anche quando arrivano gli alieni. Anche quando muoiono le persone.
Comunque, se le cose andassero sempre come quest'anno, non si starebbe solo bene. Di più.
Dei colleghi poi vi dirò.
Parliamo dei bambini.
La seconda si è civilizzata. Con grandissimo dispendio di energie soprattutto mio, e del Magnifico, ma anche con contributi importanti di Genuino, Secca, Spessa e Pallida. E di Preside Chic. Che li ha voluti conoscere uno per uno, quelli terribili. Piegandone parecchi.
Sono meravigliosi alle prime ore del mattino, quando ascoltano tutto e stanno seri. Dante, il predicato nominale, i test di comprensione, fanno tutto con impegno. Poi gli dai da mangiare dopo la mezzanotte, o semplicemente provi a fargli fare una materia dopo le undici di mattina, e ti ritrovi Salvatore (nel senso del personaggio di Eco: "poenitentiagite! No sabe!"), Belzebù, Mr. Bean, l'Orientale satanista e il suo famiglio, Quantoso'figo e altri che perdono totalmente il controllo, e numerosi che vanno di conseguenza.
Ma la Castagna ha trovato la pozione miracolosa. Se all'una sta parlando di delitti politici, crimini di guerra, operazioni militari, genocidi, dittature sanguinose, internamento di intellettuali in manicomio, e altre violazioni dei diritti umani, sono tutti così presi che si scordano di fare lo zaino. Si sente solo la voce della prof e il tic tac dell'orologio. No, un attimo. Dalla seconda fila si sente un rumore di... fusa? Oh, sì. È Mimosa, ve la ricordate Mimosa, il pallino batuffoloso di capelli biondi che aveva tutti i tic?
Ecco. È seduta sullo spigolo della sedia, rapita, sorridente, nei suoi occhi grigioazzurri c'è qualcosa che sfolgora, fierissimo. È la piccola Politkovskaja che è in lei che sta crescendo. Giornalismo politico d'assalto? Calarsi da un elicottero nella giungla per trovare i trafficanti di diamanti? Raccogliere acqua al cromo esavalente nei pozzi? Rischiare la vita per infiltrarsi in un carcere femminile sudamericano e scrivere un reportage da premio Pulitzer? Ce l'abbiamo. L'ho interrogata sulla Russia di Putin e cazzo sembrava che nel teatro Dubrovka ci fosse stata, dalla passione che ci metteva. Figlia mia prediletta. Peserà ventisei chili, se le levi gli scarponcini e soffi vola via nel corridoio, tanto è piccina. Ma è d'acciaio. Farà strada.
E in terza fanno il laboratorio teatrale sui Promessi sposi, il corso di latino, parlano in inglese con gli attori che hanno recitato per noi Dr. Jekyll and Mr. Hyde, si fanno interrogare di geografia e prendono solo voti tra otto e dieci, ci scassiamo dal ridere su qualunque cosa, poi di colpo uno di loro si impanica con le lacrime agli occhi e trema, sono tutti troppo alti e troppo magri, tutti innamorati, qualcuno ha scoperto il liceo e vuole andarci, qualcuno (Mickey) ha deciso di far mangiare la Cavallona che dal vegetarianesimo pencolava pericolosamente verso l'anoressia, qualcuno (Deboroh) ha rubato le merendine dal cassetto della Bestia Nera, qualcuno (l'Adorabile) ha avuto una crisi di adolescenza talmente spaventosa da sembrare posseduto, perso tutta la concentrazione la serietà la sincerità e il buon senso, ed è riemerso dall'altro lato con otto centimetri di statura in più e un bisogno insopportabile di essere felice, oltre a avere ucciso il bambino lentigginoso dal musino a punta che sedeva quieto in primo banco, ed averlo sostituito in venticinque giorni con un fratello maggiore che scoppia di vita, bello e inarrestabile come un angelo un po' sporco.
Non dico quasi più niente, li guardo, indico cosa devono fare, e loro vanno avanti da soli, telepatici, spesso più avanti di quanto sarebbe ragionevole sperare. Poi si voltano e io li sto guardando attenta, capiscono dall'occhiata che va bene, cenno d'intesa, e via. Oltre. Io ferma sulla riva a guardarli salpare, che cosa grandiosa.
Ah e sapete cosa è grandioso, anche?
Spiegare Dante a mia figlia. Cazzo. Un godimento nel piacere, ricoperto di felicità. Non avevo idea.
sabato 3 dicembre 2016
Lo schiocco della frusta
Dicembre non è
eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e
dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io
ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola,
e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.
La mia meravigliosa,
agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di
fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.
Stamattina scollinavo da
una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone,
alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri
sera con la Tipa.
E' un brutto guaio avere
sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che
avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei
pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun
altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi
manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi
mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di
condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non
trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può
scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non
servono più.
Alla fine ho chiamato solo
mia madre, per parlare del referendum.
Ma intanto avevo pensato.
Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse
avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto,
vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto
all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”.
L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche
tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora
dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto
l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi
manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te,
dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima
che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere
più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non
ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più
ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro.
Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia
nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di
non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me
frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.
Era avere l'anima di un
angelo, guardarti così. Volerti così.
Mi sento così sporca ora.
E così sola.
Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.
So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.
lunedì 28 novembre 2016
Tra terra e cielo
Fammi mettere la chiavetta nel lettore.
Il lettore non legge i file.
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.
Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.
E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."
---
Il lettore non legge i file.
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.
Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.
E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."
---
Facciamo
la posizione del ponte. Quella della stabilità tra terra e cielo.
Quella del collegamento tra una riva e l'altra. Quella dell'acqua che
scorre sotto. Tempestosa. Inarrestabile. A volte nera di fango. A
volte verde, come il Tanaro. A volte grigio chiaro e azzurro
ghiaccio, come la Dora.
E
io penso a quando, dodici o tredici mesi fa, mi sembrava impossibile
essere sdraiata su un tappetino, ad occuparmi di me, mentre si
sbriciolava tutto. Eppure il ponte aveva un suo senso. Solo l'estate
prima, mi alzavo dal tappetino dopo le posizioni a faccia in giù
lasciandomi sotto la chiazza di pianto, facevo i movimenti di
inarcamento della schiena e ogni volta che portavo il mento verso il
basso ruscellavano lacrime, se ero sdraiata in shavasana mi colavano
dritte nelle orecchie, in modo simmetrico. A ottobre invece il ponte
mi faceva per la prima volta sentire che davvero l'acqua passava
sotto e io ero sopra. Il dolore cadeva giù dal cuore nella gola,
dalla gola col respiro lo ributtavo su, verso l'ombelico. Poi tornava
su e ancora ritornava giù. Almeno non era come quel buco spaventoso
nel petto, quella trave d'acciaio nel cuore, sempre fissa, con gli
organi che le marcivano lentamente intorno. Almeno si muoveva.
Prendere
le prime lezioni di yoga con Guru Cri e paragonarle a quel seminario
fatto ad agosto, quando all'una e un quarto di notte ero sotto il
lucernario con gli occhi sbarrati a guardare il niente, e anche alle
due e mezza, e alle tre, e alle cinque, e dopo pranzo, e dopo cena,
io, nella stanzina bianca, sola, a dissanguarmi.
Prendere
quelle prime lezioni e paragonarle a quelle di novembre, quando
estraevo le carte degli angeli, i tarocchi, le rune, e uscivano
sempre: il ghiaccio. La pazienza. La forza. La pazienza. La pazienza.
La pazienza. L'adattamento. Lo stare fermi. Il ghiaccio. Il ghiaccio.
Il ghiaccio. Il ghiaccio. La runa del ghiaccio mi è uscita tante di
quelle volte che alla fine non la voltavo neanche più. Ferma. Stai
ferma. Stai ferma. Stai ferma. Mettici pazienza. Ancora. Ancora.
Ancora. E ancora. Dio. Mi sarei lanciata sotto un treno pur di non
rileggere la stessa richiesta.
---
"Sabato, quando do l'esame... alla fine mi vieni a prendere?"
"Certo!"
"Vorrei che ci fossi."
"Sì."
La luce che io ben conosco nei suoi occhi di due verdi diversi.
Che credevi, che non ti ci volessi?
Credevi davvero che tutte quelle ore fossero passate lontano da te?
"Avrei tanto voluto essere lì con te."
"Tu c'eri."
domenica 27 novembre 2016
Il guardiano del faro
Quello che si droga, quella che si taglia, quella incinta, abbiamo già visto, sì.
Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.
Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.
L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.
Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.
A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).
E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).
Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.
Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.
Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.
Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.
Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.
L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.
Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.
A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).
E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).
Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.
Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.
Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.
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