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domenica 11 aprile 2010

Un giorno e mezzo in Tibet

Parte prima - The Buddha Expedition

Arriva finalmente il tanto atteso sabato del corso al centro Milarepa.
Ho incentrato tutte le mie relazioni sociali delle ultime due e delle prossime due settimane sul lasciare libero questo weekend e non vedo l’ora di partire!
Per una serie di contingenze karmiche di cui non sto a dire, butto lì alla Diavolessa il mio orario di partenza e lei, che da alcuni giorni è impegnata in una missione SAMDSA (Soccorso Amica Mollata Dopo Sette Anni) di particolare delicatezza, telefona per sapere se sulla mia carovana tibetana posso portare anche loro due. E io me le metto in macchina.
L’amica, poverina, sta uno schifo, a poco valgono i coraggiosi tentativi della Diavolessa di farla ridere, alla fine ripieghiamo sul parlare di yoga, psicologi e terapie alternative. La Diavolessa invece è nel fiore della sua vitalità e, dopo avermi invaso la macchina di suoni di cornamuse di un gruppo fichissimo che ha scoperto alla festa elfica di Belgioioso, passa la giornata a sbraitare: “Guarda che figo quello lì!!!” e “Si levasse da in mezzo alla strada, ’sto cesso inchiavabile”, e altre frasi pudiche e compassionevoli, sempre col finestrino aperto.

Avigliana bassa è una tristezza cosmica, la parte vecchia invece è bellissima. Il centro è una casetta rustica con delle bandiere tibetane sfilacciate sulla porta, dentro c’è un piccolo gompa, la lezione è in tibetano, tenuta da un lama di età indefinibile ma piuttosto giovane e tradotta da una signora dalla voce dolce, il tè della merenda è acqua sporca, invece i dolcetti sono deliziosi. La gente ha l’aria serena e ospitale, siamo in pochi, Diavolessa e l’amica dopo la pausa tè decidono di farsi un giro con la mia macchina e ci rivediamo all’uscita.
Finiamo col prendere un sontuoso aperitivo nel bar più di sinistra di Asti. Ma né la giornata primaverile con le montagne innevate, né le parole di saggezza del lama, né la pace dei laghetti di Avigliana, né l’aperitivo e tanto appoggio da parte nostra ridanno il sorriso alla povera amica della Diavolessa. Non posso che provare empatia, ci sono passata da una sberla del genere, non c’è Tibet che funzioni.

Seconda parte - Minoranze

Seconda giornata di corso. Parto sotto la pioggia, sola con la De, molto contenta di andare, ma un po’ preoccupata al pensiero della durata della lezione di oggi: se ieri stare tre ore per terra, a scrivere china su un panchetto nella posizione del mezzo loto, mi ha portato a desiderare di amputarmi una gamba con una sega da falegname, non voglio sapere che sarà di me dopo una giornata intera.
La lezione è molto bella. Ieri abbiamo parlato di generosità, stamattina si parla di disciplina. Uno dei responsabili del centro si porta nel gompa una cagnolina, Jack Russell taglia mini, di nome Penelope detta Penny, che passa tutta la lezione a girare da un tappetino all’altro facendosi fare le coccole da tutti i praticanti e producendo un allegro tiktiktik con le unghiette sul pavimento. Chiacchierando scopro che praticamente tutti abbiamo animali, e che i gatti di tutti i praticanti, quando siamo seduti per terra a meditare, o vengono a sedersi in braccio, o stanno intorno a fare le fusa fortissimo. Deduciamo che i gatti sono buddhisti, o almeno favorevoli al fatto che buddhisti ci diventino gli altri.

Nella pausa pranzo vado a Torino, mangio una fetta di focaccia, dò una scatoletta alla De e mi faccio un giro per Le Gru, tutto sempre sotto la pioggia.
Mentre guido penso a fare un salto da Feltrinelli a cercare testi sul Tibet e sul buddhismo, ma soprattutto mi faccio due conti su quanto costano le bandiere di preghiera, le tangka da appendere al muro, le mala e le statuine del Buddha, visto che li troverò solamente lì al centro, perché in giro non saprei dove cercarli.
Penso anche al fatto che praticare in gruppo ha sicuramente molto più senso che farlo da sola, soprattutto per chi deve ancora imparare tutto, ma improvvisamente mi rendo conto che non sarà mai come essere cattolici: non ci sarà un luogo di culto all’angolo di ogni strada, per vedere gli altri dovrò aspettare come minimo due settimane o sobbarcarmi degli spostamenti faticosi la sera, sottraendo tempo alla mia vita normale, e come ho visto sul forum “Buddhismo in Italia” non sarà nemmeno tanto semplice far capire alla famiglia, agli amici (e figuriamoci sul lavoro, ma quello è un capitolo ancora diverso con altri problemi, visto il mio mestiere) i perché e soprattutto i come di un cambiamento di questa portata: molti di quelli che scrivono sul forum raccontano che non stanno nemmeno a parlarne, per non dover fronteggiare critiche, chiusure, banalità… Metto insieme a questi pensieri quelli che ho fatto in mattinata guardando il lama che spiegava, e chiedendomi cosa vorrà dire per lui e per i suoi due confratelli essere qui, in un paese tanto diverso da quello di cui sono originari, parlare una lingua stranissima e biascicare appena due parole di italiano in un paesino della val di Susa, dove è già tanto se parlano piemontese e non patois, dipendere interamente da tre o quattro volenterosi praticanti per districarsi nelle questioni di tutti i giorni e tenere insieme un gruppo, e magari essere additati dalla gente quando escono a camminare per i boschi e i prati nelle loro tonache rosso scuro, con una spalla di fuori.
Ho pensato ai bambini stranieri che vengono messi fuori dalle aule nell’ora di religione cattolica, per i quali con la miglior buona volontà non si riescono ad organizzare attività alternative. Ho pensato a quel che scrivono sul forum buddhista i genitori che si vedono psicologicamente costretti dalle famiglie a battezzare i figli, anche se loro non sono d’accordo.
Insomma, ho capito che il mio sfiorare questo mondo pensando di immergermici, tra le molte cose che significa, vuole anche dire guardare per la prima volta il mio Paese e la mia gente dal punto di vista di una minoranza. Non ho dubbi che voglia dire imparare moltissimo, per una che insegna poi direi che è d‘obbligo. Ma mi sentivo abbastanza spaurita, mentre seguivo questo filo di pensieri sulla tangenziale di Torino.
Che poi, se c’è un posto dove a pensare di far diverso dagli altri ti senti veramente a disagio come se fossi nudo in mezzo a una piazza, quello è Torino. Sono sicura che se vivessi ancora a Genova non la vivrei così: noi siamo un porto, e ciò che è straniero, diverso, venuto da lontano ci è sempre stato naturale vederlo. Qui in Piemonte a volte ci guardano sospettosi solo perché veniamo dall’altro lato dell’Appennino. “In quest’immobile campagna, con la pioggia che ci bagna, i gamberoni rossi sono un sogno…” canta Paolo Conte, dichiarando il disagio dell’astigiano di fronte al mare “che si muove anche di notte e non sta fermo mai”. Ecco, io avevo lo stesso disagio ma al contrario, sotto il cielo plumbeo di Torino.


A domani con la
Terza parte - I buddhisti e l’altra guancia

6 commenti:

Vianne ha detto...

Fino a ieri avevo sempre creduto che Bodhidharma fosse un surfista figo che rapinava le banche con su una maschera di un presidente americano e che Bodhisatvah e Satodharma casomai fossero i suoi gnocchissimi complici… Ebbene no… Sono proprio una TZAMBOPAH …..Ehi non è una parolaccia… (i buddisti non le dicono)…
Il resto delle mirabolanti avventure karmiche di Diavolessa e Castagna sul blog di quella certa Vianne!!!

Anonimo ha detto...

adesso che ho letto il resoconto...VI ODIO!!! anche io voglio fare pseudoviaggio in tibet :(
me triste...

Anonimo ha detto...

da segnalare che per postare un commento sul blog è necessario scrivere una specie di password generata casualmente...
per il commento di prima era DILDO
...ho paura...

Castagna ha detto...

AHAHAHAHAAHAHAHAHAAHAAHAHAAHHAHAAHAAAAAAAAHH
SOLO A TE!!!!!!!!!!!!

Anonimo ha detto...

Sì sì...questa Diavolessa vorrei proprio conoscerla!!!!!!!!mi è già molto simpatica!!!!!Cavallino

Castagna ha detto...

Beh basta che tu venga a trovare me qui o che lei venga su alle Gru a shoppingare selvaggiamente con noi...
Il pensiero di voi due nella stessa stanza mi esilara... diventereste un sisma di magnitudo 9 nel giro di venti secondi!!!