Terza parte - I buddhisti e l’altra guancia
Dopo le tre e mezza ricomincia la lezione, nel frattempo è arrivata altra gente, presto però facciamo una pausa e ci ritroviamo in cucina a farci il terzo o quarto tè della giornata e a mangiare i resti della pantagruelica torta portata da una delle signore. Parlando, emerge che cinque delle persone presenti tra cui io sono insegnanti, e quel che si dice della Gelmini è assai poco buddhista. C’è una bionda di mezza età che è inferocita col governo e i tagli, c’è un ragazzo di Cuneo che insegna alle superiori e mi fa una miniinterrogazione sulle rivoluzione agricola dell’anno Mille (cazzo è, vuoi vedere se la so? Eccoti servito), c’è una ex prof di Arte (quella che ha fatto la torta) e una ex prof di Tecnica (che prendeva appunti ordinatissimi accucciata sul tappetino vicino al mio, tanto che avevo quasi indovinato, ma credevo insegnasse Matematica).
Quando andiamo di nuovo nel gompa e il lama spiega la terza perfezione, la pazienza, sul fatto che dobbiamo avere amore e compassione per chi ci mette in difficoltà, perché ci fornisce l’occasione di esercitare la pazienza, c’è uno sbuffo di risate trattenute, dopo ci confessiamo che, almeno noi insegnanti, abbiamo pensato tutti in coro a Berlusconi.
Peraltro alla fine della lezione, nello spazio per le domande, si parla di rispondere con la pace all’oppressione e alla violenza e vengono trattati i seguenti temi:
- Porgere l’altra guancia sempre? Ma no dai, e se devo difendere qualcuno? Se devo salvare un bambino? Se mi attaccano? Esiste la legittima difesa per i buddhisti? - chiedono un uomo e la prof di Tecnica.
- Ma allora se uno fosse un macellaio, o un poliziotto? Potrebbe usare le armi? Qualcuno che fa il lavoro sporco, per esempio appunto macellare gli animali, ci deve essere? E come si concilia con il portare tutte le anime alla liberazione? - chiede un altro uomo, seguito a ruota da una donna.
- ma come si fa a subire sempre? Essere buddhisti vuol dire accettare qualunque cosa? E certo che noi possiamo dirlo perché viviamo in (uno straccio di/quel che resta di una) democrazia, ma se avessimo una dittatura? - si accalora la prof di Lettere bionda.
- E no, ma io sono un’attivista Greenpeace, per me, quando facciamo le azioni per fermare chi ammazza gli animali, l’altro è il Nemico!!! - imperversa un’altra, ex bellissima di mezz’età coi capelli sciolti.
Io, stranamente, di fronte a tanto fervore mi mantengo sul calmo, e ricordo che esistono forme di protesta non violenta (hasta siempre, Mahatma Gandhi) e che votare, fare politica, insegnare dei valori e parlare con gli altri sono già mezzi per cambiare le cose. Poi, odiare un pochino Berlusconi non credo danneggi il mio karma, mi sembra normale… I praticanti rimasti in sala, un gruppetto di facinorosi, annuiscono vigorosamente.
Ma soprattutto prendo nota che per la prima volta, direi da sempre, sento della gente che parla non solo di avanzi di democrazia, non solo di potenziale dittatura, non solo di resistenza (parola che nell‘ambiente degli educatori si sente sempre più spesso, in questi tempi di diseducazione massiva), ma addirittura di rivoluzione, nel più marxista, castrista, guevarista e sessantottino senso del termine.
Torno a casa, lo racconto e penso: minchia! E pensare che alcuni miei amici parenti e conoscenti pensano che sia IO quella di sinistra, quella arrabbiata, quella trinariciuta che mangia i bambini!!!
Però mi viene un brivido al pensiero che, di questo passo, è già tanto che una minoranza religiosa sopravviva nel Paese di Eminenz e degli altri baciapile, se scoprono che in un tranquillo paesino di quasi montagna siamo partiti dalla pazienza del bodhisattva per arrivare a questo genere di discorsi, come minimo ci epurano domani all’alba.
Conosco gente che, dopo aver letto questo post tutte le volte che dirò “Tibet” o “buddhisti”, capirà “comunisti”, “anarchici” e “fanatici rivoluzionari” e alzerà un chiarissimo sopracciglio. Va beh, a questi applicherò la pazienza del bodhisattva, se mi riesce. Ma non è chiamare le cose col loro nome.
Che invece riuscire a vincere senza violenza sia rivoluzionario, questo secondo il mio parere è chiamare le cose col nome giusto, ma non è certo Gautama Siddharta che se l’è inventato, è semplicemente vero, l’ha detto anche Gesù e Dio solo sa quanti mercanti, oggi, caccerebbe dal tempio perché non se lo ricordano.
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2 commenti:
Il discorso sulla violenza e sull'accettare le cose come vengono è sempre difficile da affrontare. Spesso violenza e reazione vengono percepiti come un'unica cosa, come se per reagire alle cose la violenza sia l'unico mezzo. Schivare un pugno è un modo di reagire non violento, salva il mio karma e riduce i danni al karma del mio aggressore, eppure la maggioranza percepisce come vera reazione il tirare a propria volta un pugno all'aggressore.
Accettare le cose viene visto come un atteggiamento passivo, un modo per restare indifferenti a quello che succede invece è un modo per affrontarle. Se mi succede un incidente io posso accettare la cosa e usare le mie forze per limitare i danni oppure posso non accettare la cosa e buttare una parte delle mie energie in lamentele inutili. Purtroppo se non ti strappi i capelli sembri sempre un insensibile disinteressato a quello che succede.
E' triste ma è così, dobbiamo solo accettare la cosa per poterla cambiare.
Lascia stare! Nel mio mestiere almeno sei volte l'anno devo spiegare che se il compagno di classe ti provoca tu puoi reagire male o invece a) fregartene e ignorarlo b) parlargli c) dirlo agli insegnanti d) andare un po' più in là e) metterla in ridere...
Ci sono sempre molte alternative, ma i più giovani e spesso anche gli adulti non le considerano nemmeno! Io sono una piuttosto istintiva e quando mi incazzo sono molto aggressiva, ma di solito mi incazzo solo dopo diversi attacchi e a ragion veduta, e con gli anni sto imparando a farlo il meno possibile... Ma non è facile neppure per me.
Comunque da bambina sentivo le donne della mia famiglia cantare ai cuginetti piccoli (e prima avevano cantato anche a me) "Ninna oh, ninna oh, che pazienza che ce vo'..." Non male come mantra, eh?
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