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martedì 12 marzo 2013

A river runs through it

Stasera, tornando dopo 8 ore 8 di scuola, percepisco un profumo di erba fresca, un chiarore nell’aria, un tepore che lasciano presagire l’ormai definitiva conclusione dell’inverno (se vogliamo escludere la tipica botta di gelo marzolino da farsi cadere i denti, che qui spesso si verifica quando ormai nessuno ci crede più, e fa disfare il lavoro degli armadi a chi lo aveva già iniziato).

Solitamente non amo la primavera. Quando ero giovane, mi rendeva semplicemente più stanca e nervosa. Adesso, che vecchia certo non sono ma giovane nemmeno, e che vivo in Piemonte in mezzo alle campagne, la primavera significa soprattutto tanto, tanto, tanto lavoro, botte di allergia devastanti e, all’incirca per una quarantina di giorni, uno sforzo pazzesco all’ora di scendere dal letto, persino per me che sono mattiniera. Poi marzo è, per definizione, il mese in cui mi innamoro, prendo cotte, sbandate e dentate nel cemento. E quindi contiene il mio anniversario (il dodicesimo: vi rendete conto???) con l’Uomo, ma anche una tendenza a vagolare in macchina per le colline sfumacchiando nervosamente e rimestando nel torbido a proposito di alcuni ricordi, di persone e di situazioni del passato, e in generale a essere isterica, o semplicemente bimbaminkia. Tipo che io a marzo dovrei stare perennemente sdraiata a pancia in giù sul letto a disegnare cuoricini con la musica nelle orecchie, oppure ci sarebbe l’alternativa, più adulta, di rotolarmi tra le lenzuola tutto il santo giorno in degna compagnia. Alla mia età e con la vita che faccio, non mi posso permettere nessuna delle due cose, almeno nella misura che vorrei… Ma lasciamo stare.

Quest’anno l’inizio della primavera io lo vedo come una riva, la riva di un fiume turbolento e fangoso, ma anche imponente, maestoso, come il Rodano quando l’ho visto, in primavera appunto, nella ricchezza del disgelo.

Attraverso questo fiume, con una barca che talvolta faceva acqua, talvolta minacciava di impennarsi o rovesciarsi, talvolta dominava orgogliosamente le onde tenendo pervicacemente la rotta, io mi sento, nel corso dell’inverno, di aver traghettato me stessa, la mia famiglia, i miei doveri, le mie classi, i miei progetti, case, cose, persone, questioni. Ho immagini di creste schiumose scavalcate con un balzo, di gorghi, di risucchi, di muscoli brucianti a forza di pagaiare, del variegato popolo che abitava l’imbarcazione con me, spesso recalcitrante e poco collaborativo, talvolta addirittura sul punto di ammutinarsi, e di rado disposto a fare i turni per remare. Nel fiume c’erano meravigliose creature acquatiche semidivine con cui non ho avuto il tempo di parlare, e spaventosi rettili che ho evitato, pur non potendo esimermi dal beccare qualche sanguisuga (al mio ex avvocato, a diversi consulenti e a qualche inquilino o amministratore stanno, spero, fischiando le orecchie molto forte).

Vedo la riva, certo non ci sono ancora arrivata. Ma l’inverno è passato. La corrente è molto forte, ma sulle sponde vedo germogliare i salici. Speriamo di attraccare prima o poi.



IO PRIMA DI MORIRE DEVO TROVARE IL CORAGGIO DI SALIRE DI NUOVO SU UN AEREO, PERCHE' NON VOGLIO MORIRE SENZA AVER VISTO QUATTRO COSE: LE CASCATE DELL'IGUAZU, LE COLLINE NGONG IN KENYA, I L CILE E IL RIO DELLE AMAZZONI, PIU' PRECISAMENTE, LA SUA CONFLUENZA CON IL RIO NEGRO.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Io avanzo Mangareva e Fatuh Hiva da quando alle elementari leggevo e sognavo dei Mari del Sud.
E non per le fanciulle con le zinne di fuori...
Con la liquidazione, vero Castagna ?

Anonimo SQ