Hanno messo il mio cane in una busta con il disegnino del rischio biologico. Una busta bianco crema. Con la cerniera. E giù nella terra. E poi ha piovuto e io ho pensato alla terra bagnata che si assestava intorno alla busta. E alla mia piccola povera mummietta di cane tutta fasciata nelle traversine bianche. Piccolo chien. Che è morto lontano da casa, e io mi sveglio di notte e non mi perdono perché non c'ero.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.
I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.
Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.
La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.
Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.
La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.
Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.
La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.
I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.
Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
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martedì 18 ottobre 2016
lunedì 22 settembre 2014
Set me free
Oggi guidavo con la Princi al mio
fianco, verso casa, dopo un weekend di molti chilometri, molto verde,
molti ricordi della mia famiglia.
Siamo tornati a Via del Golf, a fare
colazione a Paesino Incantevole, a fare la spesa a Paesino Verde,
seppellito nell'umidità peggio ancora dell'ultima volta. Stavolta
niente passeggiate alle sette di mattina, né bagni di sole sulla
sdraietta in giardino, ma nemmeno un mazzo così a pulire, stavolta
avevo i compiti delle vacanze delle classi da visionare, avevo i
compiti di mate della Princi da seguire, avevo i tagli profondi di un
altro, forse di un ultimo, sterile e doloroso scambio di messaggi da
sanare.
Il mio atteggiamento nei confronti
della vita campestre è stato molto meno aggressivo della volta
scorsa. Stamattina ho fatto la doccia con un ragno, e senza fare
tante storie: “Oh, ciao. Spero che tu sappia nuotare.” Ho
battezzato Natasha la biscetta marrone che vive in giardino, e ogni
tanto guizza sulle scale. Di solito, dopo che sono passati l'Uomo e
la Princi, e prima che passi io in fila indiana dietro di loro. Forse
sa che i serpenti a me piacciono. In ogni caso è innocua. E poi non
saprei come fare a liberarmene.
Poi appunto, rientrando, ascoltavo la
musica con la Princi, un auricolare lei, uno io. E nel cielo ho visto
alzarsi uno stormo in migrazione. E ho pensato che è autunno, ormai.
E' l'autunno dell'unica estate che non
avrei voluto che finisse. E' autunno e l'aria la sera è fresca, e
viene buio alle otto, e adesso tutto quel che resta è andare avanti
piano, piano piano, fino al cuore dell'inverno, fino alla mattina in
cui non mi sveglierò più con sollievo perchè ho superato, un'altra
volta, l'incubo delle ore di buio, e perchè mancano per fortuna
molte ore al momento di chiudere di nuovo gli occhi e sognarlo,
sognarlo fino ad aver paura di dire il suo nome ad alta voce nel
sonno, sognarlo seduto vicino al mio letto che sorride con quella sua
espressione, attenta e stranamente dolce nel suo essere non
coinvolta. Quella mattina arriverà. Ci vorrà tempo, ma arriverà.
Per il momento l'unica cosa che ho
pensato, però, è che ormai è autunno e non si sa come io possa
essere rimasta ferma a quel giorno di primavera, con l'aria ancora
fredda che mi accapponava la pelle sulle braccia nude, anche se c'era
il sole, mentre lo ascoltavo parlare.
Devo muovermi, devo andare avanti.
Finora ho puntato a sopravvivere. Ma intorno a me non è cambiata
solo la stagione. E' cambiata la Princi, è cambiato l'Uomo, sono
cambiati alcuni presupposti. Solo io sto ancora lì nel brivido del
vento di primavera, con in mano lo stesso caffè che non riesco a bere.
Devo togliermi da lì. Io non ho mai
potuto né voluto imprigionarlo e adesso non posso stare a
guardare le sue ombre cinesi sulle chat di notte, né il suo riflesso
nell'aria di giorno. Perciò prenderò quello di cui
dispongo, fosse anche solo una lima per unghie, e inizierò a segare
le catene che mi tengono ancorata al rettangolo di terra su cui poggiavano i nostri piedi quel pomeriggio. Ci metterò il tempo che ci
devo mettere. Sarebbe più facile se sapessi dove vado, certo. Comunque non resterò lì.
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back to the shire,
cerco l'antidoto,
Dio che male,
staring at the sun
lunedì 25 agosto 2014
Diario di una riscoperta: Via del Golf 13
Gli incubi mi stanno uccidendo. Di giorno invece va tutto bene, perché mi sfondo di fatica a forza di lavori in casa, inviti a pranzo e cena, ristrutturazioni e cambi guardaroba. L'unica paura è che tutta questa fatica vada esaurendosi. E quindi per non perdere il ritmo ho deciso di tentare un'avventura. Riaprire la casa dei miei nelle campagne liguri che è chiusa da tre anni.
Sottofondo musicale: "Lara's Theme" dal Dottor Zivago, solo che qui non è tutto ricoperto di ghiaccio, è tutto ricoperto di polvere.
Ho già detto che è umido? Ma non sapete QUANTO è umido, finchè non vi dico che ho lavato il pavimento un'ora fa e deve ancora asciugare. Ho reso l'idea?
E niente, mia madre la casa voleva
venderla. Perchè era il suo nido del weekend con papà. E quindi
chiaramente. Poi non è comoda perchè sta a meno di 100 km da
Genova, però è un'autostrada di merda con troppi camion e le code
nel weekend.
Io mi sono opposta. Okay, erano anni
che non ci andavo. Ma era casa. E poi svuotarla sarebbe stato al di
sopra delle nostre forze. Togliere i quadri, l'arazzo con la scena di
caccia, il baule di legno, il tavolino con le piastrelle. La
poltroncina a dondolo di mio padre. La credenzina coi vetri colorati.
Il mio scrittoio, dove ho sudato su Sallustio e Tacito, e su Kant e
Hegel. Impossibile immaginarsi di vederla senza mobili, questa casa.
Le ho detto: facci almeno provare a
usarla una volta, come base per il mare. Ha acconsentito. Così ho
preso accordi con tutta la famiglia (“io sto a casa e riorganizzo,
non rompetemi le palle con il mare e con i bagni, andate voi”) e
scelto una settimana, questa, per venire a riaprire casa. Che poi uno dice tienti impegnata così non ti fai seghe mentali. Sì, ma un attimo, se mi viene la sciatica a forza di lavare pavimenti poi devo stare immobile ed è controproducente.
Diario di bordo, adesso. Se state pensando "e 'sti cazzi?" non continuate. Perché sono effettivamente cosette da donnicciola. Se vi raccontassi gli incubi orrendi in technicolor, multisurround e 3D che sto facendo sarebbe più interessante, lo so. Ma ho i brividi solo a pensarci.
H. 11.45
Arrivo. Arriviamo, anzi. Io e i due
gatti. Il gatto si ricorda benissimo tutto. Quel che non sa è che
per usucapione il giardino è divenuto proprietà di una bellissima
gatta a pelo lungo, che come lo vede arrivare gliele suona secche
davanti alla finestra di casa. Il Cicciu batte in ritirata
esterrefatto.
Sottofondo musicale: "Lara's Theme" dal Dottor Zivago, solo che qui non è tutto ricoperto di ghiaccio, è tutto ricoperto di polvere.
Fa un umido da morire.
La casa ha
l'edera sul muro, how british, che si è infilata dentro la persiana della camera da letto.
Foglie morte sotto ogni porta finestra, a chili. Tra ogni persiana e
ogni vetro ci sono cadaveri di insetti probabilmente non classificati
dagli zoologi. E qualche favo. Arrivo fino al primo nido di ragni tra
il cassettone e il muro e poi mi prende lo scoraggiamento. Perchè io
odio i ragni. Mi fanno più schifo i topi, che per fortuna non mi
pare ci siano. E i pipistrelli (e non ho ancora controllato il locale
caldaia: né ho intenzione di controllarlo, a meno che non mi diano
una tuta con il casco di quelle da rischio biologico. E un fucile).
Ma subito dopo i topi e i pipistrelli, e prima dei ragni, nella scala
dello schifo ci stanno i ragni PICCOLI: quelli che tu muovi la
ragnatela convinto di aver visto dei piccoli accumuli di lanugine, e
invece ogni lanugine sono venti ragnetti neonati, trasparenti e
velocissimi, che partono in tutte le direzioni. Ecco. Io lì grido.
Chiamo l'Uomo, e ho effettivamente il
pianto nella voce. Ma capisco di avere anche fame e una certa
stanchezza dovuta al caldo. E alle due ore di macchina con gatti ululanti.
Decido, conoscendomi, che quel che mi
serve è un buon caffè con qualcosa di dolce. Allora vado fino a
Paesino Incantevole e mi faccio servire in un baretto, dove invece di
“una brioche” mangio una sfogliatina marmellata e noci che è
qualcosa di notevole, e anche il caffè è splendido, cremoso e
profumato. Posso farcela, intuisco.
H. 12,45
Vado al supermercato di Paesino Verde.
Mi servono in modo amichevole e affettuoso come se fossi cliente da
sempre. Poi arrivo a casa e dal piano di sopra si affaccia Vicino
Baffuto. Che è gentile e conosce i miei e i loro gatti; mi presenta
anche la signora e tutti e due mi fanno una bella accoglienza.
Decido che posso proprio farcela.
Venticinque secondi dopo la gradevole
chiacchierata, con il cavalletto della mia povera vecchia mountain
bike dalle ruote sgonfie, mi pinzo la pelle del polpastrello del
pollice sinistro strappandomene via di netto una generosa porzione. Fontana di sangue, e in
casa non c'è niente: né garze né cerotti. Momento di disperazione:
vado dai vicini? Svengo? Piango? Guido sanguinando fino alla
farmacia? Poi trovo del disinfettante (scaduto nel 2003, si capirà
dopo) e, com'è come non è, mi faccio una fasciatura con dei
fazzoletti e del nastro adesivo. E il tetano? Bah. Papà avrebbe
fatto così. Amen.
H. 14.00
Ho lavato la cucina e mi sento
leggermente meno afflitta, anche se devo tenere il pollice su come
Fonzie e se ho i vestiti appiccicati addosso dall'umidità.
Decido di passare la giornata qui da
sola e di far arrivare Uomo e Princi domani, in modo da avere il
tempo di fare un bel po' di lavori. Intanto potrei sentire il tecnico
della calderina, dato che non dà segno di vita.
Frattanto il gatto ha risolto il
conflitto con la micia locale, perchè io sono intervenuta sul
modello dei caschi blu, dando abbondantemente da mangiare a entrambi
in due punti diversi del giardino. La mia gatta invece ha deciso che
il giardino è molto rischioso ed è più bello rotolarsi sul tappeto
in casa.
Mi chiedo come finirà questo
esperimento. Per ora, anche a causa del fatto che posso fare le cose
con una mano sola, mi vedo un po' vulnerabile. Speriamo.
H. 16.00
Ho “pranzato” in giardino (crackers
e formaggino), circondata dai miei gatti che si fingevano padroni
della situazione. Prima il Cicciu è andato con passo dinoccolato
dalla gatta locale (che verrà battezzata Alice, in quanto Resident
Evil) e le ha detto, con calma: “No senti, ma volevo dirti: ffffffth, ffthh.” La gatta ha
risposto una cosa da far arrossire i camalli del Molo Giano. Allora
Bontcho si è girato su se stesso e ha mormorato “Sì, va beh, poi
ne parliamo, ora devo rientrare che mi squilla il cellulare”. Molto
carino.
Dopo “pranzo” ho ribaltato il
bagno, rimuovendo ragni morti, ragni catatonici, ragni che si
fingevano morti per non essere rimossi, e sbriciolando qualsiasi
karma decente avessi mai accumulato negli ultimi vent'anni. E: voi
l'avevate mai vista la muffa su una saponetta? Io no. Del resto, le
caffettiere qua sono ossidate come le posate tenute in barca.
Ora il bagno è abitabile, peccato non
avere l'acqua calda. Ho deciso che mi merito un disinfettante non
scaduto e delle garze per il dito. Vado alla ricerca di una farmacia,
e già che ci siamo di un caffè.
H. 18,38
Ma se una muffa del legno va via con lo
sgrassatore, non potrà essere proprio una biotossina, vero? Vero?
Boh. Io comunque ho lavato le porte
degli armadi di ebano facendomi un culo negerrimo.
(Sarà ebano, poi? Non lo so, ma è un legno molto
scuro e mio padre nei suoi anni d'oro non ha mai badato a spese sull'arredamento, men che
meno in questa casa, dove ha dato sfogo al suo lato da aristocratico della campagna inglese, ovviamente del periodo coloniale: una cosa tipo cottage nello Yorkshire, shabbychiccosissimo, con il baule dell'antenato che aveva un castello nel Leicestershire, le maschere di legno portate dallo zio che ha esplorato l'Africa e i dipinti su stoffa arrivati via piroscafo dall'India: sì, però immaginate tutto questo coperto di polvere).
L'unico ragno che è
sfuggito al mio controllo era ovviamente il più grosso di tutti, e
chiaramente ha scelto l'attimo in cui io mi voltavo disgustata per
scomparire. Tornerà. Me lo sento.
Intanto sono andata a medicarmi
decentemente il dito e sì, confermo, il disinfettante scaduto non
disinfetta affatto, invece l'acqua ossigenata nuova sì, eccome.
Penso che il mio ululato di dolore si sia sentito per tutto il
quartiere. In ogni caso, poco dopo s'è fatto vivo il Vicino Whisky.
Che mi ha trascinato nel di lui antro dove vive solo, per mostrarmi
una macchia di muffa, mentre io circospetta nominavo mio marito ogni
tre parole in tutte le frasi. Probabilmente non aveva
intenzioni illecite, fatto sta che dopo un po' che conversavamo ha
ammesso di essere nonno di due bambine e ha simpatizzato con i miei
gatti.
Sta scendendo una sera umida da far
schifo e io devo ancora pulire la zona giorno. Ma sono molto fiera di
avere reso abitabili le due stanze da letto. Resta il dubbio su dove
dormirò. Nel mio letto di quand'ero ragazzina? Nel letto di mia
madre, vicino alla finestra che è ricoperta d'edera e infestata di
creature e non chiude bene? O nel letto di mio padre, vicino alla
ragnatela di quello veramente grosso? Bah. Le lenzuola comunque
saranno umide, e mi sono scordata il pigiama.
H.19,47
Ho già detto che è umido? Ma non sapete QUANTO è umido, finchè non vi dico che ho lavato il pavimento un'ora fa e deve ancora asciugare. Ho reso l'idea?
Domani viene il tecnico della
calderina. Potrei mettere il riscaldamento a 80 gradi e vedere se un
po' di tutto questo bagnato evapora.
Mi sto preparando l'Allegra Busta di
Risotto delle Serate di Sfiga. Che probabilmente non mangerò, perchè
sarò colta da orrenda fobia di intossicarmi con muffe invisibili che
non sarò riuscita a lavare dalla pentola o dalle posate. Beh, ho un
tubo di Ringo, però. Mal che vada vivo con quelli.
H. 21,00
Dio esiste. Ho fatto la doccia (fredda) e mangiato davanti alla tv. Stavo per cedere al sonno, e cosa ti trovo? la connessione wifi senza protezione di qualcuno, o del comprensorio, non saprei. Comunque sprotetta. Quindi accessibile. Molto bene.
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