Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers
Visualizzazione post con etichetta non ve ne potrà fregar di meno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta non ve ne potrà fregar di meno. Mostra tutti i post

lunedì 25 agosto 2014

Diario di una riscoperta: Via del Golf 13

Gli incubi mi stanno uccidendo. Di giorno invece va tutto bene, perché mi sfondo di fatica a forza di lavori in casa, inviti a pranzo e cena, ristrutturazioni e cambi guardaroba. L'unica paura è che tutta questa fatica vada esaurendosi. E quindi per non perdere il ritmo ho deciso di tentare un'avventura. Riaprire la casa dei miei nelle campagne liguri che è chiusa da tre anni.

E niente, mia madre la casa voleva venderla. Perchè era il suo nido del weekend con papà. E quindi chiaramente. Poi non è comoda perchè sta a meno di 100 km da Genova, però è un'autostrada di merda con troppi camion e le code nel weekend.

Io mi sono opposta. Okay, erano anni che non ci andavo. Ma era casa. E poi svuotarla sarebbe stato al di sopra delle nostre forze. Togliere i quadri, l'arazzo con la scena di caccia, il baule di legno, il tavolino con le piastrelle. La poltroncina a dondolo di mio padre. La credenzina coi vetri colorati. Il mio scrittoio, dove ho sudato su Sallustio e Tacito, e su Kant e Hegel. Impossibile immaginarsi di vederla senza mobili, questa casa.

Le ho detto: facci almeno provare a usarla una volta, come base per il mare. Ha acconsentito. Così ho preso accordi con tutta la famiglia (“io sto a casa e riorganizzo, non rompetemi le palle con il mare e con i bagni, andate voi”) e scelto una settimana, questa, per venire a riaprire casa. Che poi uno dice tienti impegnata così non ti fai seghe mentali. Sì, ma un attimo, se mi viene la sciatica a forza di lavare pavimenti poi devo stare immobile ed è controproducente.

Diario di bordo, adesso. Se state pensando "e 'sti cazzi?" non continuate. Perché sono effettivamente cosette da donnicciola. Se vi raccontassi gli incubi orrendi in technicolor, multisurround e 3D che sto facendo sarebbe più interessante, lo so. Ma ho i brividi solo a pensarci.

H. 11.45

Arrivo. Arriviamo, anzi. Io e i due gatti. Il gatto si ricorda benissimo tutto. Quel che non sa è che per usucapione il giardino è divenuto proprietà di una bellissima gatta a pelo lungo, che come lo vede arrivare gliele suona secche davanti alla finestra di casa. Il Cicciu batte in ritirata esterrefatto.

Sottofondo musicale: "Lara's Theme" dal Dottor Zivago, solo che qui non è tutto ricoperto di ghiaccio, è tutto ricoperto di polvere.
Fa un umido da morire.
La casa ha l'edera sul muro, how british, che si è infilata dentro la persiana della camera da letto. Foglie morte sotto ogni porta finestra, a chili. Tra ogni persiana e ogni vetro ci sono cadaveri di insetti probabilmente non classificati dagli zoologi. E qualche favo. Arrivo fino al primo nido di ragni tra il cassettone e il muro e poi mi prende lo scoraggiamento. Perchè io odio i ragni. Mi fanno più schifo i topi, che per fortuna non mi pare ci siano. E i pipistrelli (e non ho ancora controllato il locale caldaia: né ho intenzione di controllarlo, a meno che non mi diano una tuta con il casco di quelle da rischio biologico. E un fucile). Ma subito dopo i topi e i pipistrelli, e prima dei ragni, nella scala dello schifo ci stanno i ragni PICCOLI: quelli che tu muovi la ragnatela convinto di aver visto dei piccoli accumuli di lanugine, e invece ogni lanugine sono venti ragnetti neonati, trasparenti e velocissimi, che partono in tutte le direzioni. Ecco. Io lì grido.

Chiamo l'Uomo, e ho effettivamente il pianto nella voce. Ma capisco di avere anche fame e una certa stanchezza dovuta al caldo. E alle due ore di macchina con gatti ululanti.

Decido, conoscendomi, che quel che mi serve è un buon caffè con qualcosa di dolce. Allora vado fino a Paesino Incantevole e mi faccio servire in un baretto, dove invece di “una brioche” mangio una sfogliatina marmellata e noci che è qualcosa di notevole, e anche il caffè è splendido, cremoso e profumato. Posso farcela, intuisco.

H. 12,45

Vado al supermercato di Paesino Verde. Mi servono in modo amichevole e affettuoso come se fossi cliente da sempre. Poi arrivo a casa e dal piano di sopra si affaccia Vicino Baffuto. Che è gentile e conosce i miei e i loro gatti; mi presenta anche la signora e tutti e due mi fanno una bella accoglienza.

Decido che posso proprio farcela.

Venticinque secondi dopo la gradevole chiacchierata, con il cavalletto della mia povera vecchia mountain bike dalle ruote sgonfie, mi pinzo la pelle del polpastrello del pollice sinistro strappandomene via di netto una generosa porzione. Fontana di sangue, e in casa non c'è niente: né garze né cerotti. Momento di disperazione: vado dai vicini? Svengo? Piango? Guido sanguinando fino alla farmacia? Poi trovo del disinfettante (scaduto nel 2003, si capirà dopo) e, com'è come non è, mi faccio una fasciatura con dei fazzoletti e del nastro adesivo. E il tetano? Bah. Papà avrebbe fatto così. Amen.

H. 14.00

Ho lavato la cucina e mi sento leggermente meno afflitta, anche se devo tenere il pollice su come Fonzie e se ho i vestiti appiccicati addosso dall'umidità.

Decido di passare la giornata qui da sola e di far arrivare Uomo e Princi domani, in modo da avere il tempo di fare un bel po' di lavori. Intanto potrei sentire il tecnico della calderina, dato che non dà segno di vita.

Frattanto il gatto ha risolto il conflitto con la micia locale, perchè io sono intervenuta sul modello dei caschi blu, dando abbondantemente da mangiare a entrambi in due punti diversi del giardino. La mia gatta invece ha deciso che il giardino è molto rischioso ed è più bello rotolarsi sul tappeto in casa.

Mi chiedo come finirà questo esperimento. Per ora, anche a causa del fatto che posso fare le cose con una mano sola, mi vedo un po' vulnerabile. Speriamo.

H. 16.00

Ho “pranzato” in giardino (crackers e formaggino), circondata dai miei gatti che si fingevano padroni della situazione. Prima il Cicciu è andato con passo dinoccolato dalla gatta locale (che verrà battezzata Alice, in quanto Resident Evil) e le ha detto, con calma: “No senti, ma volevo dirti: ffffffth, ffthh.” La gatta ha risposto una cosa da far arrossire i camalli del Molo Giano. Allora Bontcho si è girato su se stesso e ha mormorato “Sì, va beh, poi ne parliamo, ora devo rientrare che mi squilla il cellulare”. Molto carino.

Dopo “pranzo” ho ribaltato il bagno, rimuovendo ragni morti, ragni catatonici, ragni che si fingevano morti per non essere rimossi, e sbriciolando qualsiasi karma decente avessi mai accumulato negli ultimi vent'anni. E: voi l'avevate mai vista la muffa su una saponetta? Io no. Del resto, le caffettiere qua sono ossidate come le posate tenute in barca.

Ora il bagno è abitabile, peccato non avere l'acqua calda. Ho deciso che mi merito un disinfettante non scaduto e delle garze per il dito. Vado alla ricerca di una farmacia, e già che ci siamo di un caffè.

H. 18,38

Ma se una muffa del legno va via con lo sgrassatore, non potrà essere proprio una biotossina, vero? Vero?

Boh. Io comunque ho lavato le porte degli armadi di ebano facendomi un culo negerrimo.
(Sarà ebano, poi? Non lo so, ma è un legno molto scuro e mio padre nei suoi anni d'oro non ha mai badato a spese sull'arredamento, men che meno in questa casa, dove ha dato sfogo al suo lato da aristocratico della campagna inglese, ovviamente del periodo coloniale: una cosa tipo cottage nello Yorkshire, shabbychiccosissimo, con il baule dell'antenato che aveva un castello nel Leicestershire, le maschere di legno portate dallo zio che ha esplorato l'Africa e i dipinti su stoffa arrivati via piroscafo dall'India: sì, però immaginate tutto questo coperto di polvere).
 
L'unico ragno che è sfuggito al mio controllo era ovviamente il più grosso di tutti, e chiaramente ha scelto l'attimo in cui io mi voltavo disgustata per scomparire. Tornerà. Me lo sento. 

Intanto sono andata a medicarmi decentemente il dito e sì, confermo, il disinfettante scaduto non disinfetta affatto, invece l'acqua ossigenata nuova sì, eccome. Penso che il mio ululato di dolore si sia sentito per tutto il quartiere. In ogni caso, poco dopo s'è fatto vivo il Vicino Whisky. Che mi ha trascinato nel di lui antro dove vive solo, per mostrarmi una macchia di muffa, mentre io circospetta nominavo mio marito ogni tre parole in tutte le frasi. Probabilmente non aveva intenzioni illecite, fatto sta che dopo un po' che conversavamo ha ammesso di essere nonno di due bambine e ha simpatizzato con i miei gatti.

Sta scendendo una sera umida da far schifo e io devo ancora pulire la zona giorno. Ma sono molto fiera di avere reso abitabili le due stanze da letto. Resta il dubbio su dove dormirò. Nel mio letto di quand'ero ragazzina? Nel letto di mia madre, vicino alla finestra che è ricoperta d'edera e infestata di creature e non chiude bene? O nel letto di mio padre, vicino alla ragnatela di quello veramente grosso? Bah. Le lenzuola comunque saranno umide, e mi sono scordata il pigiama.

H.19,47

Ho già detto che è umido? Ma non sapete QUANTO è umido, finchè non vi dico che ho lavato il pavimento un'ora fa e deve ancora asciugare. Ho reso l'idea?

Domani viene il tecnico della calderina. Potrei mettere il riscaldamento a 80 gradi e vedere se un po' di tutto questo bagnato evapora.

Mi sto preparando l'Allegra Busta di Risotto delle Serate di Sfiga. Che probabilmente non mangerò, perchè sarò colta da orrenda fobia di intossicarmi con muffe invisibili che non sarò riuscita a lavare dalla pentola o dalle posate. Beh, ho un tubo di Ringo, però. Mal che vada vivo con quelli.
 
H. 21,00
Dio esiste. Ho fatto la doccia (fredda) e mangiato davanti alla tv. Stavo per cedere al sonno, e cosa ti trovo? la connessione wifi senza protezione di qualcuno, o del comprensorio, non saprei. Comunque sprotetta. Quindi accessibile. Molto bene.


sabato 14 gennaio 2012

Sentirsi bella

Leggere questo bel post mi ha fatto ricordare una piacevole conversazione con la figlia di un'amica, oggi promettente studentessa di medicina, che una volta, gironzolando in macchina per le stradine di campagna nel fiore della primavera, valutava con me i pro e i contro di non essere bellissima.

In effetti ho conosciuto molte ragazze e donne che non restavano mai un attimo sole con se stesse, perchè c'era la fila fuori dalla loro porta, e non riuscivano a concepirsi se non in funzione di con chi stavano, e anche da ragazzina ho sempre preferito la mia posizione defilata, che mi dava il tempo di valutare me stessa, gli altri, le altre, le situazioni.
(Poi io alla fine sono proprio quella che si definisce "quella gran culo di Cenerentola" (cit.) perchè, a me, il bellissimo della situazione mi ha notata lo stesso, e, il fatto che fosse bellissimo non essendo, per fortuna, inversamente proporzionale al fatto di essere intelligente, sensibile e in gamba, è allo stato attuale delle cose mio marito. Il che, sia detto per inciso, non mi risparmia niente di quello che viene normalmente inflitto a una donna dalla vita coniugale, in più io vivo anche nel terrore che qualcuna gli zompi addosso appena mi giro. E ho le prove che a volte non è nemmeno necessario che io mi giri perchè qualcuna si senta autorizzata.)

Ma, come appunto dice Soleil, nella vita grazie al mio aspetto non appariscente le persone che mi si sono avvicinate erano gente attratta e non spaventata da una donna che avesse un cervello, e questo fa già una bella selezione; e poi è una gran cosa avere degli amici maschi che non vogliono portarti a letto, e anche sapere che alcuni di loro ti porterebbero a letto volentieri, ma non considerano in ogni caso tempo sprecato quello passato a parlare con te.

Però la cosa che mi ha colpito di più in questo post è: "nei miei quattro panni fuorimoda mi sento molto più a mio agio di quando ero ventenne tagliaquarantadue modaiola, dal trucco impeccabile e con i capelli di tutti i colori. E ciò mi piace."
Ecco, io a vent'anni ero taglia quarantadue a mia volta, ma non ero modaiola e non avevo colori strani nei capelli, al massimo, rispetto ad adesso, facevo un uso molto più aggressivo del mio punto di forza, le gambe, con shorts e minigonne che sono entrati nella storia. Adesso faccio più caso ai vestiti, un po' perchè sono ingrassata, e un po' perchè comincio a essere fedele al principio "passati i quaranta SEI QUELLO CHE TI METTI ADDOSSO" (la frase è mia e soltanto mia, da citarsi col copyright, grazie; ovviamente riguarda solo l'aspetto fisico). Ma, siccome i quaranta non sono proprio dietro l'angolo, lavoro in jeans e faccio ampie concessioni alla comodità, per ora.

Però questa storia di aver passato i trentacinque mi piace, mi piace e mi piace. Mi sento bene, mi sento bella, mi considero criticamente e per la prima volta, a parte i necessari lavori dentistici, non ho voglia di essere diversa da come sono, pur sentendomi aperta al cambiamento. Cioè, lo vedo che starei meglio con dieci chili di meno. E ci lavoro, ma senza correre, mettendo al primo posto il benessere. Lo vedo che non ho ancora trovato il colore e la pettinatura definitivi, ma questi mi piacciono lo stesso. Poi faccio delle prove:

"Senti, Uomo, ora che andiamo all'udienza per l'adozione, quando ne usciamo voglio fare qualcosa che segni l'inizio di una nuova era. Come me li faccio i capelli?"
L'Uomo, al quale tenevo ieri sera questa proposizione, mi ha guardato con l'aria sarcastica, pensando che scherzassi. Non si è mica reso conto che ogni taglio di capelli nella mia vita è un evento di proporzioni cosmiche e segna la fine di qualcosa e l'inizio di qualcos'altro (infatti il parrucchiere mi vede una volta ogni due anni).
"Ma a me piacciono, così, lunghi."
"Cambio colore?"
"No."
Pausa. Menomale, perchè a me così piacciono. Cioè, se cambiassi di testa mia sarebbe solo per farli cortissimi e so che lui non vuole.
"Va bene. Allora ho deciso, mi rifaccio il seno."
"COSA? NO!!!"

Un altro punto a favore di quelle che proprio bellissime non sono state mai. Gli uomini che le sposano, di regola, accettano abbastanza l'idea che il tempo passi e che persino le tette cambino.

mercoledì 30 novembre 2011

Lavori del cuore

(per questo post si ringraziano: Fabio Salmoirago - di cui ora mi leggerò i nuovi blog - per gli aggiustamenti delle foto, la Frenci perchè il pomeriggio passato a truccarla e acconciarla con Donna Popcorn è un ricordo tra i più belli della nostra amicizia, e Noisette per la telefonata in cui si è chiarito che no, non stava scherzando)

Da piccola, dicevo spesso che mi sarebbe piaciuto da matti lavorare in una cartoleria (per il profumo di matite, i colori e la sensazione della carta sotto le dita) o in una torrefazione (per i cioccolatini, l'aroma di caffè e i pacchetti da confezionare).

Attualmente, assodato che io faccio il mestiere più bello del mondo, se un giorno per qualsiasi motivo dovessi cambiare e potessi scegliere, avrei altri due mestieri che mi riempirebbero di benessere.

Uno, come dicevo a Noisette ultimamente, mi entusiasmerebbe, ed è fare la wedding planner. Sostanzialmente perchè io ai matrimoni, alle cerimonie, etc ci vado abbastanza malvolentieri, ma in realtà quando poi ci sono osservo tutti e tutto nei minimi dettagli e potrei farvi la recensione precisa di ogni pregio, difetto, tocco di classe o sbaffo di kitsch che ho visto da quando ho l'età di ragione. Poi ho seguito da vicino i matrimoni di abbastanza amiche per sapere di che cosa hanno bisogno la sposa, lo sposo, i parenti e gli ospiti per stare a loro agio.
Il mio matrimonio naturalmente mi ha visto un po' sopraffatta, ma non è stato poi male, alla fine. In compenso, di lì a poco ho visto il dietro le quinte del matrimonio della Frenci. E voi dovete capire che io e la Frenci, ambedue, eravamo convinte che mai, MAI, ci saremmo convinte a sposare chicchessia: io sono mia, era il messaggio che si leggeva chiaramente in sovraimpressione a tutti i nostri grandi discorsi. Poi va beh, da una parte il messaggio in bottiglia sullo zerbino, dall'altra mille appostamenti nei recessi della facoltà di Lettere e altrettanti passaggi in macchina con la musica di Lezioni di Piano, insomma ci hanno fregate, tutte e due. Solo che lei, quando è toccato a lei, aveva chiari due o tre punti fondamentali e basta, e invece io ho cominciato:
"Umm sì bene però... e al trucco hai pensato? Alle partecipazioni? Alle bomboniere? E i parenti di una certa età dove li metti? Viene gente con bambini piccoli? Ma addobbi le panche della chiesa o solo l'altare? E il bouquet? E il fiore all'occhiello di A.?"
E così nel corso di una passeggiata sull'Aurelia abbiamo messo a punto tanti particolari, poi a me è stata affidata la sezione make up, con tanto di prove tecniche, documentate da bellissime foto di Donna Popcorn in cui io sembro professionalissima e la Frenci, che bisogna dirlo quando s'è sposata era al massimo della forma, sembra un'attrice francese di quelle fini, semplici e intense alla Juliette Binoche (ma lei sembra sempre fine, semplice e intensa alla Juliette Binoche, con quegli zigomi, e quando è stanca al massimo somiglia a Margherita Buy: alzino la mano quelle che non vorrebbero somigliare a Margherita Buy, anche stanca).
Quanto mi sono divertita!!!

Ma se vogliamo essere sinceri fare la wedding planner è solo un'estensione di un lavoro che veramente sarebbe una passione mai sazia, per me: fare la fiorista.

Passione che è cominciata quando ero piccola e mia madre, grande appassionata di piante, faceva code interminabili al negozio (caro come il sangue) del vivaista vicino casa per comprare piante o ordinare mazzi di fiori. Io mi annoiavo e gironzolavo lungo una serra che mi ricordo umida, spesso anche un po' buia e un po' incasinata. E aspiravo con tutte le mie forze l'odore della terra bagnata che mi faceva un po' schifo e un po' piacere. A tutt'oggi entro nei vivai come se varcassi la soglia di una chiesa, e starci dieci minuti mi rigenera.

Ma il vero amore è esploso, come capita per molti mestieri, perchè ho incontrato un'artista geniale che mi ha aperto gli orizzonti della creatività, e cioè la signora bionda ed elegante che si è occupata dei fiori per il mio matrimonio. Io mi sposavo a ottobre e volevo che le decorazioni fossero qualcosa di luminoso ma che non facesse a pugni con la stagione (che io adoro, mica mi chiamo Castagna per caso).
Quella creatura celeste ha capito in dieci secondi il genere di persona che sono e in pochi minuti ha detto le parole magiche: bacche, foglie, frutti.

Questo è il bouquet a tirso con cui mi sono presentata:



e questo stava all'occhiello di mio papà quando mi ha accompagnata:



Ma non solo. La donna geniale aveva pensato di mettere frutti di stagione dappertutto e così avevamo bacche anche nella composizione sul lunotto posteriore dell'auto e mele Fuji nei centrotavola.

Lì mi si è aperto un universo. Adesso, quando vado a farmi fare un mazzo di fiori per un'attrice o una regista, o devo scegliere una pianta o una composizione da regalare, mi prendo tempo come se andassi a farmi fare un abito su misura o dovessi scegliere la parure della mia vita da Tiffany. E me la godo molto di più.

E con questo punto di rosa pallido il verde deve essere scuro ma non lucido, e qui ci vedo bene una calla, e volevo un mazzo molto yin e uno decisamente più yang, e senta ma mettiamoci magari anche un po' di quelle foglie sottili che ricadono giù come fossero ciglia, sa, ai lati, e per questa persona ci vuole un messaggio forte, ce l'ha un girasole?, vorrei due spighe - un mazzolino di bacche e una foglia gialla - un ramo di ciliegio nudo dietro a una nuvola di fiorellini bianchi e rosa, ma disposti in diagonale...

Ora, di solito faccio cose che hanno discreto successo. Ma soprattutto, potrebbe sembrare che un negoziante si senta anche un po' sfracellare i coglioni da una che arriva già tutta con la sua idea e poi ci ragiona ancora mezz'ora a voce alta.

Dovete però immaginarvi la vita di una fiorista dall'animo gentile, che vede entrare ogni giorno gente tipo l'uomo medio:
"Ah uhm volevo... un mazzo di fiori."
"A chi deve regalarlo?"
"A una donna."
"Eh. Sì. Ha delle preferenze?"
"Euhm... boh... rose?"
E lì già io gli rovescerei il bancone in testa. Come, rose? Che rose? ma chi è costei, tua madre che fa gli anni, tua figlia che si laurea, tua moglie, la tua collega ricoverata, è una che ti scopi, che vorresti scoparti, che deve perdonarti qualcosa (oltre al fatto di essere ignorante in fatto di fiori, e di donne, evidentemente), che ha avuto un figlio, che è morta??? Guarda che fa differenza!!!

Poi invece arrivano persone come me o mia madre. E entrano dicendo: "Devo fare un mazzo per una donna di una trentina d'anni, molto bruna, un tipo con molta energia, volevo un giallo acceso, un arancio pallido e forse un punto di rosso qua e là, ma deve essere una composizione che sia comoda da portare in treno, elegante da reggere in mano facendo una foto sul palco, e assolutamente non banale". Oppure, come stasera: "Questa ragazza... beh, guardi, è la figlia di Laura Morante, ha presente? Ecco, però guardi che è piuttosto diversa come colori da sua madre, non è così scura." E la fiorista, entusiasta: "Ho capito!"

E insomma, quando arrivo io, le due o tre fioriste da cui mi servo mi accolgono con il sorriso, perchè le volte precedenti si sono esaltate a cercare di soddisfare le mie aspettative, e tutte rincuorate nel sentire che chiamo i fiori con il nome giusto e nel vedere come mi entusiasmo quando scopro un abbinamento audace e innovativo. Finalmente si sentono apprezzate come artiste, e vedono gioia pura negli occhi di un pubblico competente. Alla fine, mi fanno anche lo sconto e io vado via con un'espressione così trionfante, col mio mazzo magnifico tra le braccia, che spesso qualche uomo mi fa i complimenti per strada.

Credo che se fossi io la fiorista e dovessi, poniamo, preparare gli addobbi per una chiesa dove si devono sposare due tizi, sarebbe peggio che avere a che fare con un regista di quelli tosti: di certo vorrei vedere la location con tutte le luci delle varie ore del giorno e conoscere gli sposi e le loro famiglie fino al quarto grado. Ma come sarei felice.

domenica 7 agosto 2011

Oh... mio... Dio...

No, io l'Uomo lo amo proprio. Non è che, che ne so, gli voglio bene, gli sono affezionata, sono abituata a conviverci.

Ma, sarà perchè sono mesi che non ho una mia identità professionale, sarà perchè stiamo troppo insieme visto che è estate, sarà che ormai sono dieci giorni che lui c'ha le sue cose (nel senso proprio di sindrome premestruale, ormai sto per pubblicare uno studio scientifico che dimostra che ce l'hanno anche i maschi, tipo tre volte l'anno, e dura dai quattro ai quindici giorni), ultimamente mi critica di continuo con una voce paternalistica e tollerante che mi manda fuori dalla grazia di Dio.

E siccome non si può sempre dargli contro, ogni tanto per quieto vivere sto zitta e faccio come dice lui. Solo, vorrei tanto non avergli dato retta sul fatto che potevo sicuramente fare un tentativo di rimettermi a mangiare la roba condita con la salsa di pomodoro, perchè oggi passerò una giornata d'inferno e posso ringraziare solo me stessa: l'intollerante alla tiramina sono io, mica lui, sai dove avrei dovuto mettergliela la salsa di pomodoro???

Buaaaagh. Scusate. Chiudo per nausea.

A fra trenta ore, quando avrò smaltito la tiramina.

mercoledì 25 maggio 2011

Buddhist stuff this way

Ciao gente,
una comunicazione di servizio dal mio divano di dolore (lasciamo perdere: non vedo l'ora di tornare a lavorare, da malata chiusa in casa ho fatto quattro miliardi di cose, mi sa che mi riposo di più a scuola).

Visto che stavo sviluppando l'insana abitudine non solo di cianciare di tutto e di più, ma anche di rompervi anche le palle col buddhismo, e visto che qui ormai con le faccende buddhiste si è proprio presissimi e quest'estate sarà pure peggio, vi segnalo una nuova creatura (HA! si sente la Frenci esclamare in sottofondo):

passisullaghiaia.blogspot.com

così almeno di qua restiamo sullo scolastico amichevole e di là approfondiamo, se a qualcuno fa piacere, senza fare strane mescolanze.

Se passate siete i benvenuti, ma, come ho detto, trattasi di blog fortemente tematico, se non interessa è una perdita di tempo.

Per chi si fosse affezionato alle Lune di Castagna e ai consigli lunatico-tibetani, nel nuovo blog ci sarà il link al calendario dell'FPMT.

E dalla redazione di auleintempesta è tutto.
Vado a spararmi dell'altra acqua puzzolente delle terme su per il naso, che è la cosa che ha funzionato di più per guarire.

Besos

martedì 28 dicembre 2010

Strano Natal

Mah. E' stato un Natale sperimentale.
Invece del solito giro di giostra, quest'anno ci siamo così suddivisi gli impegni:
24 io dagli Psicozii e dai miei
25 io e l'Uomo soli e a Asti, poi a Genova per un salto dalla Zia Buona e dai miei prima di cena
26 pranzo di compleanno dell'Uomo nel solito fidato ristorante di Arenzano, con la sua famiglia lato materno al completo
27 l'Uomo a trovare la Zia Soprano e la Nonna Superna

Ed è stato proprio interessante, in quanto molto diverso dal solito, sebbene con alcuni aspetti antropologicamente immutabili.

Cose che ci siamo risparmiati questo Natale

1. la corsa contro il tempo per far stare tre famiglie, spezzettate in sei luoghi diversi, in un lasso di tempo di quaranta ore

2. scendere dal letto alle otto la mattina di Natale e fiondarsi fuori prima delle nove

3. almeno tre tra pranzi e cene pantagruelici

4. la crisi di nervi della Nonna Infera quando, alle tre e mezza, dopo aver gestito la pulizia della casa e la preparazione del pranzo come fossero un'emergenza nazionale, manda tutti a fare in culo e si mette a litigare con qualsiasi pretesto

5. il viaggetto in macchina con la prozia Fantasma (quella che convive con due suoi zii morti 25 anni fa e si incazza perchè non mangiano niente a colazione... brrr che paura...)

6. la corsa a prendere e riportare zie nonne sorelle cugine tutte rigorosamente prive di macchina e/o patente

7. l'interminabile lavaggio piatti e bicchieri tra sole donne mentre i maschi stanno a tavola a giocare a carte (la mia parte femminista ha sempre un momento di feroce emicrania di fronte a questa scena che, secondo me, oggi sarebbe anacronistica anche in un paesino cattolico di venti anime sugli altopiani del Messico)

8. il classico momento cosmico della Zia Pazza che a metà pomeriggio, completamente ubriaca, diventa filosofico-molesta

9. il classico momento critico in cui il Biosuocero, superato il quinto bicchiere, fedele al principio in vino veritas, mi fa notare che sono grassa o brutta o coi capelli in disordine, e a volte altre cose simpatiche, svelando così il suo vero atteggiamento nei miei confronti, di solito cammuffato dalla massima cortesia. (Devo dire che lo preferisco così, diretto e sgarbato, almeno so da che parte sono girata quando gli parlo, visto che in comune io e lui non abbiamo assolutamente niente a parte voler bene all'Uomo, cosa in cui comunque io lo batto di parecchie lunghezze, e dopo dieci anni finalmente lo sa anche l'Uomo)

10. la Nonna Superna che il 27 ci invita a pranzo o a cena a mangiare gli avanzi del 22 dicembre, cioè, della roba che ha cucinato il 22 dicembre, prima di andar via quattro giorni in Piemonte da sua figlia, e che, quindi, aveva comprato un giorno imprecisato dopo l'Immacolata (brrr... che spavento...)

Cose che nostro malgrado nemmeno quest'anno siamo riusciti a eliminare o modificare

1. lo spettacolo abominevole della zia Fantasma che si ingozza come una vacca bulimica, dopo aver dichiarato che purtroppo non si sente tanto bene di stomaco e quindi deve stare leggera leggera se no patisce. Quella donna, che peserà ventisei chili ed è trasparente, parla con un filino di voce e si muove come un ectoplasma, mangia come se dovesse morire per sfondamento della parete gastrica. E va bene. Però potrebbe evitare di menarla tutte le sante volte dall'inizio alla fine della giornata col fatto che lei è tanto delicata di stomaco. Anche perchè si eviterebbe l'effetto al lupo al lupo che si è prodotto quest'anno. Cioè che è arrivata al pranzo lamentando di aver sofferto la macchina e di non sentirsi tanto bene, le hanno lo stesso dato antipasto, primo, secondo, assaggio di un altro secondo, insalata e torta, lei naturalmente ha spazzolato via tutto con l'abituale aria moribonda e schifata, però effettivamente stavolta bene non stava e ha clamorosamente sboccato tutto quanto in macchina mentre il Cugino Mandrogno la riportava a casa.
(Pausa di un minuto per elevare una colpevole laude gioiosa agli dei: di solito prendere e riportare la zia Fantasma è il mio compito, in occasione delle mangiate fuori, stavolta un angelo mi ha protetto spedendomi a visitare la casa nuova dei suoceri a Arenzano... altrimenti a quest'ora stavo ancora pulendo i tappetini...)

2. percorrere avanti e indietro il Ponente genovese

3. recarci in cinque diversi luoghi a portare regali

4. ascoltare le lamentele di mia madre alla quale il Natale fa ogni anno un effetto peggiore, e non sarò certo io quella che la biasima

5. subire un attacco di carattere vagamente sessuale dal Gervaso, il fratello ventenne del Cugino Mandrogno che, poverino, è un po'... Gervaso, come quello dei Promessi Sposi, e (caro ragazzo) trova che io sia ancora un oggetto di desiderio. Quest'anno però è stato meno insistente e tutto sommato molto più incline alla chiacchierata, sui tre argomenti che interessano a lui, però rispondendo a tono, per fortuna.

6. la pioggia (perchè per definizione a Genova a Natale piove e tira vento. Ogni santo Natale)

Cose che per fortuna quest'anno c'erano comunque


1. il compleanno di Sanguedelmiosangue, che grazie ai regali ricevuti ha ampliato sensibilmente la sua collezione di calzini, mutande e sciarpe (mio cugino vivrebbe benissimo su un pianeta nel quale il clima permettesse di girare scalzi, con mutande parigamba a righe, a fiorelloni o comunque coloratissime e dalle scritte inquietanti, calzerotti spessi e sciarpe di lana con frange. Niente pantaloni camicie magliette felpe. Praticamente non indosserebbe mai altro, se si eccettuano la sua meravigliosa giacca alla Edward Cullen e i suoi numerosissimi piercing).

2. aprire i regali in salotto con i miei, noi tre da soli

3. l'Uomo che mi riempie di pacchetti quando sono a letto la mattina, a cominciare dal primo giorno di ferie

4. i Ferrero Rocher della Zia Buona (quelli però ci sono tutto l'anno)


Cose che sono state diverse, veramente tanto diverse dagli altri anni

1. La totale assenza di riferimenti religiosi, corroborata dal fatto che quest'anno nemmeno la Psicozia, nota fondamentalista francescana, ha fatto il presepe vivente con la parrocchia, nè, se non ho visto male, quello finto a casa sua

2. Prepararci il pranzetto di Natale io e l'Uomo soli soletti nella nostra casa di Asti

3. Restarsene in pigiama fino alle tre di pomeriggio

4. Non vedere la famiglia di Milano (e mi ha fatto un po' specie, a dire la verità)

5. Parlare di bomboniere, confetti e abiti da sposa per tutto un pranzo, perchè a maggio si sposeranno prima la Biosuocera e il Suocero Aggiunto (ed era l'ora, dopo 27 anni insieme) e poi il Cugino Mandrogno e la Mela Pausina.

6. Non avere neanche una volta lo stomaco troppo pieno o la nausea da eccesso di dolci e non sentire nessuno, mai, insistere perchè mangiassi assaggiassi o bevessi qualcosa (il che per me somiglia in modo impressionante al paradiso in terra... vuoi vedere che dopo 10 anni di lotta senza quartiere ci sono arrivati anche i parenti dell'Uomo a lasciarmi in pace???)

7. Vedere le foto delle scorse vacanze sul televisore a schermo piatto del Suocero Aggiunto, insieme alla Biosuocera, alla Nonna Infera e a Gigantesco Mostro Bavoso n.3, in un clima sereno e silenzioso, in cui la Biosuocera non cercava di alimentarmi col sondino, il Suocero Aggiunto non fumava, la Nonna Infera non rompeva i coglioni, e anche il Mostro ha deciso che io e lui siamo molto amici e che non deve per forza leccarmi in faccia, se a me non piace, ma può limitarsi a strofinarmi il naso bagnato lungo tutta la gamba destra, inumidendomi i collants e guardandomi con aria adorante.

lunedì 30 agosto 2010

Lubido maxuma...

LGO, che a scuola doveva essere una secchionaccia come me (una cosa del genere: la prof ha dato da studiare alcuni versi significativi dei "Sepolcri" e io e la Frenci abbiam fatto a gara a chi li imparava prima tutti e 297, i versi, cioè l'intero carme. Idem con il XXVI canto dell'Inferno), sapendo della mia fissa per i nomi dei colori mi ha stracciato linkandomi questo.

Ho così scoperto, per la gioia di Sanguedelmiosangue che mi sfotte persino coi suoi amici gay su quanto sono fissata con il pervinca, il becco d'oca, il rosa salmone etc., l'esistenza di nomi come:

Chartreuse (credo dal nome del famigerato liquore d'erbe dei frati...)

Lavenderblush (rossore di lavanda? non so, è intraducibile ma fa tanto wild windy moors, wuthering heights e altre cose che c'entrano con la brughiera inglese)

Mintcream (buona!!!)

Papayawhip (yummm)

Perù (che è una sfumatura di arancio rosato che io adoro)

Peachpuff (questo fa pensare a una bambina piccola paffutella, nuda e imborotalcata)

e, oh che libidine, Misty Rose (rosa foschia?!?)

Ciò ha prodotto in me una goduria assoluta e mi ha spinto a andare a prendere tutti e 5 i nuovi reggiseni (incluso quello che avevo addosso) per dirvi esattamente di che colore sono.

Quindi per soli novantaquattro euro indosserò le seguenti sfumature:

panna con bordini canna di fucile (eh? mai che io dica banalmente grigio scuro)
navajowhite
plum
puntini microscopici alternati, due file burlywood e una palevioletred

...ma non trovo il tipo di lilla che ho preso...

LGO, non posso fare il concorso "Nomi pazzeschi di sfumature incredibili" perchè praticamente hai già vinto...

sabato 28 agosto 2010

Una giornata lenta lenta



AAAAAAH



ragazzi.

Un sabato così non so quando poi mi ricapita.

Mi sveglio sulla spalla di Brian Kinney, col quale stavo (giuro, lo so che è strano, ma è vero) solo parlando, sdraiata a letto, dei massimi sistemi. Poi il fatto che non fosse la spalla di Brian, ma l’essere sprofondata nel buco tra i due materassi, che mi faceva sentire come fossi appoggiata con il fianco ad un solido corpo maschile, non mi ha dato nemmeno particolare fastidio, anzi, mi son messa a ridere ed è un bel modo di svegliarsi, ridere.

Poi cane, breve spesa, colazione assolutamente NON dietetica e doppia tazza di caffè.

Poi Internet. Poi acquisti di biancheria intima al centro commerciale: 5 completini 94 euro, tutto sommato non è una spesa assurda, tra l’altro ho trovato un colore scicchissimo che non è né grigio né lilla, e mi dannerò l’anima per trovargli un nome.

Pomeriggio llllllleeeeeeeeeennnnttttttooooo: internet, puntate di Queer as folk a nastro, due passi col cane, sigaretta (lo so lo so lo so ma non ce l’ho fatta… l’ennesima trasferta in montagna mi è stata fatale, è colpa di Billy, il fratello di Musica) e Facebook.

Su FB vado a cercare amici e amiche delle lontane estati di Via del Golf 13.
Scoprendo che i quattro fratelli P**** sono tutti e quattro ancora decisamente belli e Ema, il secondo dei quattro, che mi piaceva parecchio, è senza dubbio quello che all’alba dei quaranta se li porta meglio, mentre Riccardo, il terzo fratello per età, quello che faceva il filo a una lontana me dodicenne, (se era lui, perché non ne sono certa: accidenti alle foto troppo piccole), si è imbolsito e ha perso un bel po’ dei suoi bei capelli castani. Nessuna traccia dello spettacolare campione di golf definito dalla Frenci e dalle altre amiche Happy Joe, né delle amiche Babi e Cate, in compenso sono riemersi altri volti dell’epoca dei tuffi in piscina e delle sere alla clebàus, gente più giovane di me, sorelline di amici che all’epoca portavano solo la parte di sotto del costume e ora sono sposate, insomma, quegli scherzi del tempo che uno scopre sfogliando Facebook.

Non ho fatto nessuna operazione di declutter, ma, se proprio volete trovare alla mia giornata una qualche utilità, sappiate che ho lavato Matilda (perché Matilda, a differenza del 99,9 % dei gatti, non si lava molto, si dà qualche leccatina distratta ogni tanto, mica come Bontcho che è capace di andare avanti tre quarti d’ora a ripassare ogni singolo pelo diverse volte).

Domanda: dov’è l’Uomo in tutto ciò? In montagna, con Impostato e famiglia, e la bimba Morgana lo sta tiranneggiando e seducendo senza pietà dall’alto dei suoi 2 anni e pochi mesi di minuscola personalità energica e inarrestabile parlantina.
Non credo di potermi ingelosire di un affarino di 28 mesi, ma sto innalzando un inno di ringraziamento per non essere lì con loro: mi è bastato vederlo attraversare il paese per mano al figlio di Musica e Begliocchi per sballarmi il ciclo ormonale. Oggi pare che Morgana sia rientrata dalla polentata al rifugio sulle spalle dell’Uomo, e non credo che avrei potuto vedere tale scena senza accusare un picco di prolattina.

giovedì 15 luglio 2010

Per la serie "Lagna senza fine", ecco a voi...

Bilancio parziale desunto dalla mia ultima puntata in Liguria.

Mia madre ha disperatamente bisogno di ferie.
Mio padre deve levarsi dal caldo.
Io e l'Uomo siamo due zombi assetati di morte finchè non entriamo in un locale con l'aria condizionata, sia esso un supermarket o il ristorante del Blago. Allora riacquisiamo la capacità di sorridere.
Il cane ha la lingua fuori.
I gatti sono astracchinati (spalmati come stracchino) sul pavimento, con gli occhi a fessura.

Alla fine, quindi, andremo in montagna, tutti. Sì, anche mio padre. Perchè l'altitudine non gli darà fastidio, rinunciare ai posti che ama invece gli fa visibilmente male.

Ma non subito e non tutti contemporaneamente. Il che significa che io (tornata da Genova ieri notte) oggi devo attrezzare la casa qui per sopravvivere due giorni: noi, il cane, i gatti. Mangiando, perchè d'aria non si vive. Ma mangiando poco, freddo e leggero, perchè fa caldo.
Poi mi devo spostare su per attrezzare la casa dei miei e la nostra. E fare una spesa che copra due case (dal sale alla cartaigienica, perchè dopo un anno di affitto non c'è più niente).
Poi arriva l'Uomo.
Poi forse arriva un amico di Asti (col cane e il computer per scrivere la tesi).
Poi arrivano i miei.
Poi riparte l'Uomo.
Poi ritorna l'Uomo.
Poi spero venga su mio cugino (coi libri di storia medievale).
Poi forse riescono a passare uno o due giorni con noi altri amici (con bambini).
Nel frattempo l'Uomo fa due giorni su, due giorni giù, tre giorni su, in giorno giù.
La Zia Buona è a Genova da sola e quindi bisogna che ogni tanto io scenda a trovarla.
Mio padre non cammina e propone pranzi insieme.
Mia madre cammina e propone camminate.
L'Uomo cammina poco, mangia moltissimo dato il bel climino di montagna, e propone di starcene io e lui, dormire fino a tardi e fare l'amore all'ora che ci pare.
Una vocina dentro di me mi supplica di dare retta all'Uomo su alcune delle sue proposte (indovinate voi quali), ma non su tutte: anche perchè, se lo seguissi nei suoi ritmi, ogni giorno dormirei undici ore, camminerei undici minuti e mangerei undici etti di polenta con lo spezzatino, e al mio ritorno peserei novantasette chili.
Altre vocine strillano che questi giorni di montagna sono una buona occasione per stare con mio padre, altre sottolineano che anche con mia madre è tanto che non ci parlo con calma, altre ancora chiariscono che la Zia Buona, quando la lasciamo sola a Genova, è in ansia.
In sottofondo un'altra vocina mi dice che dovrei farcela a vedere qualche amica, ora che ho tempo...
Ma perchè, vi sembro una che ha tempo?

Di solito finisce che io cerco di dare retta a tutto e tutti contemporaneamente e mi dimentico che, per me, montagna vuol dire camminare, mangiare, stare in compagnia, fare l'amore, ma anche qualche ora di totale silenzio, di lettura sotto un plaid, di lavoro a maglia, di cazzi miei, insomma. Poi me la prendo con gli altri, grido e passo per la cattiva di famiglia.

Capito perchè ci tenevo tanto a quell'unica settimana di mare a San Lorenzo?

venerdì 4 giugno 2010

Day 4

Per me, le vacanze da sempre sono state l'apertura di nuovi programmi e progetti.
Tendo a darmi obiettivi giganteschi, trascurando l'evidente fatto che in vacanza gli orari si sbiellano, al mattino si cominciano tardi molte cose, in certe ore fa troppo caldo per farne altre, etc.

Quest'anno comunque ho due o tre cose veramente importanti da fare, e stranamente, visto che quelli come me che fanno mille progetti di solito li cominciano in ritardo (o non li cominciano proprio), il mio programmino di raggiungimento obiettivi partiva il primo giugno e io l'ho cominciato il trenta maggio. Ma forse dovrei considerare ancora più stupefacente il fatto che lo sto ancora seguendo dopo BEN sei giorni.

In realtà, nella mia vita alla Zeno, il fatto davvero risolutivo non è e non sarà mai il rispetto dei programmi, come ho già detto, ma piuttosto l'acquisizione di comportamenti, abitudini e (raramente) virtù, che è un processo lungo e tortuoso, mal conciliabile col calendario.

Comunque il mio programmino dura 92 giorni e prevede il rispetto di 22 (!) linee di sviluppo, in parte tra loro collegate, di cui dirò a cose già avviate da un po'.

Anticipo solo che uno dei traguardi da raggiungere sarebbe rieducarmi a cucinare qualcosa di diverso dal menù fisso di casa nostra, che da mesi non prevede nulla più che il rigoroso alternarsi di pasta in bianco - pasta allo zafferano e zucchine - pasta panna e pancetta - verdure - uova strapazzate - panino al prosciutto - panino al formaggio - cibo cinese - bresaola con rucola - pollo alle erbe - arrosto di manzo - patate e stracchino e pochissime altre alternative. Una tristezza che neanche in ospedale, salvo forse che la qualità della materia prima è molto buona (anche nel caso del cibo cinese, sì, altrimenti una con tremila fobie come me col cavolo che mangerebbe roba cinese).

Naturalmente un altro dei traguardi, come tutte le estati, sarebbe la forma fisica: alzare le mie chiappe e le mie tette di centimetri sette dall'altitudine slm alla quale sono situate ora, abolire un certo numero di centimetri dal girovita (fedele alla mia appartenenza alla setta DDC - DEVI DIMAGRIRE CHIATTONA, fondata da Sanguedelmiosangue, di cui tanto io che la Diavolessa siamo ferventi adepte), rassodare cosce braccia etc e soprattutto far sparire le occhiaie, le stramaledette occhiaie che mi perseguitano da ottobre 2009.

Ma ci sono anche cose di ben altro spessore in ballo. In parte le condividerò, altri sono obiettivi miei, profondi, difficili, che forse saranno riassumibili solo a cose fatte.

Comunque, siamo già al day 4 ( + 2 di maggio, anticipati).
Le premesse sarebbero anche positive. Le ferie già decise, per una volta senza litigare o scontentare nessuno. Il centro buddhista all'incirca equidistante da qui e dalla casa in montagna. Nessun matrimonio in località assurde da raggiungere con un viaggio di durata da tre a dodici ore, come negli ultimi anni (l'ultimo era su una spiaggia nel sud dell'Irlanda, c'è andato l'Uomo da solo, ci volevano tre aerei all'andata e tre al ritorno e io mi sono rifiutata). I mondiali di calcio che terranno l'Uomo fermo e zitto (salvo urlo sguaiato in caso di goal nostro o gemito straziante in caso di goal avversario) per varie ore al giorno, eliminando così il solito tira e molla delle estati genovesi:
- Andiamo al mare
- Sì ma andiamoci al mattino presto
- Ma io al mattino voglio dormire
- Ma io non voglio stare al mare all'ora di pranzo, a cuocere
- Ma tanto se andiamo fuori città ci stiamo per forza, fuori all'ora di pranzo
- E allora non andiamo lontano
- Ma il mare di Genova a me fa schifo
- E allora andiamo fuori Genova, ma voglio uno stabilimento, per stare all'ombra nell'ora di pranzo, non la spiaggia libera
- Ma se andiamo tardi non vale la pena pagare lo stabilimento
- E allora andiamo presto
- Ma io la mattina voglio dormire

... avete capito perchè io preferisco la montagna? E questo è niente, perchè l'Uomo ha la pelle chiara e delicatissima, quindi più di tanto, a sua volta, non resiste al sole; il fidanzato Ingegnere, di origine sicula, diventava scuro come un maghrebino nel giro di mezza giornata e non pativa il caldo...

Ecco, avere la tivù accesa sul pallone giorno e notte mi disturberebbe, senza la meditazione buddhista, ma ormai sono superiore a queste cose. E poi dal 2008, cioè dall'estate in cui avevo litigato coi miei e ho visto tutte le Olimpiadi di Pechino masticando fiele, sonnecchiando, lavorando a maglia e appassionandomi ai successi di Usain Bolt, posso reggere molte cose.
Del calcio, in realtà, mi danno fastidio quei monotonissimi commentatori, li detesto. Comprerò dei solidi tappi di cera, mediterò fino a isolarmi dal mondo, e soprattutto cercherò di fuggire in ufficio diverse ore al giorno.

Sono pronta, credo.
Forse dovrei dire credevo: fino a questo pomeriggio, quando alle tre il termometro faceva 31 gradi. Ora ho molti, e giustificati, dubbi sui risultati che potrò raggiungere.

venerdì 7 maggio 2010

Lo spazio bianco?

L’interminabile interminato intermedio interessante interrotto...

Son qui che penso a questo post di Silvietta. Da diversi giorni. Penso al non finito, al pressappochismo, al compromesso, o meglio al farsi uno sconto.

Io vivevo in una famiglia dove:
- si finiva quel che c’era nel piatto
- si facevano i compiti
- si aveva una scaletta per tutta la vacanza in montagna: il 10 agosto gita al rifugio, l’11 visita guidata, il 12 camminata in quota, il 13 diapositive naturalistiche…

Si facevano le cose, insomma: tutte, seriamente e bene. E ovviamente fino in fondo. Al concorso (sempre di tipo culturale, che fosse il concorso tra bambini delle elementari per la favola o la poesia più bella, o quello per il posto da primario ospedaliero) non si partecipava: si vinceva.

Io ero:
- una bambina senza grilli per la testa
- una dodicenne sfigata
- una sedicenne prudente
- una diciottenne sensata.
Poi grazie a Dio sono uscita da quella specie di pentola a pressione senza valvola che è il liceo classico e sono andata a Lettere.

Lettere!!! Ritmi giamaicani nel dare gli esami, grande spazio per approfondire, deviare dal programma e sognare, molti stimoli e nessuna costrizione.
Bellissimo. E pericolosamente vicino al non finito cronico, solo che io studiavo volentieri e sul serio, quindi ho fatto tante cose, e bene. Ma a modo mio, coi miei tempi, senza ridurmi una palla d’odio verso la vita come al liceo, anzi aprendomi, divertendomi, respirando.

Ovviamente siamo entrati in conflitto, io e i due progenitori, su questo modo di vivere. Ho vinto io. Sono andata a stare da sola poco dopo la laurea, e se lavorativamente continuavo a piazzarmi bene in tutte le competizioni e a fare le cose fino in fondo, a livello personale la mia vita si è prima rallentata, poi sfilacciata e sciolta, man mano.

Certo, quando ho cominciato la convivenza con l’Uomo ero ancora convintissima che le scalette, gli schemini e le agende mi avrebbero salvato la vita.
Ma poi ho scoperto che vivevo e lavoravo anche senza rispettare le agende.
E poi sono andata via da Genova e improvvisamente non c’è stato più nessuno con cui fare bella figura o mettersi in competizione.

Ecco, diciamo che sconti me ne sono fatti, e ancora me ne faccio, che strutture ne ho perse, che scalette ne ho rispettate poche o nessuna.

Il che ha fatto della mia vita, della mia casa e (meno, molto meno) del mio lavoro qualcosa di:
- disordinato
- creativo
- soft
- accogliente
- pigro
- lento
- fluido
- caotico
- dispersivo
- rilassato
- disorganizzato
- poco prevedibile
- molto spaesato.
Un insieme di caratteristiche che ha avuto su di me a volte un effetto rasserenante, a volte assurdamente ansiogeno.

Ormai sono anche passata oltre questa specie di vendetta contro i primi venticinque anni della mia educazione e posso darmi di nuovo degli obiettivi, ma ai miei occhi è diventato assolutamente ridicolo prevedere le cose in termini di ore o giorni.

Scendo dal letto la mattina e sono una freccia con la punta che mira secca verso la mia cattedra, lavoro in modo organizzato e coerente fino alle tredici e trenta, poi vengo a casa e mi sbraco.
Nel pomeriggio, se sto in casa, spesso noto:

- il lavoro a maglia cominciato
- i compiti da archiviare
- i manuali da finire
- il mobile da riordinare
- la polvere che si accumula sui testi di psicologia mentre decido che fare del mio futuro universitario
- le mille altre cose che dovrei finire.

Vado un po’ in ansia. E a volte molto in ansia.

Però, da qualche anno a questa parte, i tentativi di imporre a me stessa quella disciplina prussiana che mio padre dovrebbe avermi trasmesso nel DNA, o quel sadomasochismo cattolico tipico di mia madre, che dovrebbe andare una volta a settimana all’Anonima Autolesionisti, falliscono miseramente, prima ancora che io metta mano a una biro per fare una lista o mi alzi dal divano per iniziare un lavoro.

Perciò mi stupisce e stravolge leggere, oggi, un vecchio file, creato nel febbraio 2008 e modificato l’ultima volta nel gennaio 2009, dal titolo “Finisci quel che hai iniziato!!!”

Scopro così, come se leggessi di un’altra persona, di un’altra vita, che all’incirca due anni fa:
- io e l’Uomo stavamo facendo le pratiche per sposarci in chiesa (peccato che il corso
prematrimoniale sia stato, ad oggi, l’ultima occasione in cui io ho voluto sentir parlare di cattolicesimo)
- davo ripetizioni (che incubo doloroso, menomale che ho smesso…)
- non avevo accantonato l’idea di studiare canto
- imparavo a fare la maglia (questo sono proprio contenta di averlo fatto e mi è rimasto, per fortuna, anche se faccio delle “piccole“ pause di quattro mesi)
- camminavo da 1 a 2 ore al giorno col cane (ahimè, abitudine sana oggi fiaccata dal maltempo e dalla pigrizia)
- riflettevo se andare da un terapeuta
- avevo fatto il corso per l’AVO
- andavo a yoga
- avevo intenzione di studiare il buddhismo, lo zen e il tantra (e non sapevo per un belino di cosa stavo parlando)
- pensavo di trasferirmi a Genova e di passare alle superiori.

Insomma, ero già e non ero ancora io, la io di adesso, intendo.

Posso aggiungere tre o quattro cose che sulla lista non figurano:
- ero in crisi con l’Uomo
- ero ancora con la testa in palla dietro all’Amore Sbagliato
- ero convinta di voler prendere una cascina in campagna e avere il frutteto e il prato
- cucinavo ancora decentemente, a volte
- la casa era un immondezzaio disordinato
- avevamo solo Bontcho e la Daisy, quindi non era ancora cominciata la delirante Era del Disastro inaugurata un anno fa dall’arrivo di Matilda
- non avevo ancora litigato a morte con mio padre.

Come scenario collaterale, Cognatina stava ancora con quello che io avrei voluto poter nominare a vita come lo Zio dei Miei Bambini, la Biosuocera non aveva ancora preso l’ennesimo cane enorme, bavoso e viziato, la Zia Buona non viveva ancora con la simpatica governante detta Frau Blucher, lavoravo su due scuole in un anfratto della provincia tanto coreografico quanto sperduto, con un preside d’oro e d’argento che adoravo, ricambiatissima, e dei colleghi umanamente gradevoli, e avevo ancora qualche amico a Genova.

Faccio queste riflessioni perché ultimamente, complice il nuovo modo di vedere le cose attraverso il filtro della filosofia tibetana, ho messo a fuoco che la mia vita, segnata negli ultimi dieci anni da continui traslochi, cambi di lavoro e di città, crisi familiari / coniugali, emergenze salute, etc etc, si è finalmente stabilizzata in una sua forma. E ora, da un lato, non c’è che da mantenere la rotta, dall’altro, c’è il rischio di sedersi, di ammuffire, di morire, o semplicemente di non avere più nemmeno una scadenza davanti a sé.

Certo, se riuscissi a restare incinta tutto ciò non avrebbe più senso. Ma dato che per ora il programma “Mi sconvolgo l’esistenza, possibilmente con due gemelli eterozigoti di sesso diverso” sembra rimandato a data da definirsi, torno a quel che dicevo mesi fa: che persona voglio essere io, indipendentemente dall’avere dei figli?

E leggendo il post di Silvietta penso:
- no, non voglio ricominciare con le agende e le liste
- no, non voglio tornare al caos
- no, non voglio continuare così, a fare le cose a botte di due mesi una, tre mesi l’altra, con pause senza progettualità, con settimane di mera sopravvivenza
- no, non voglio traslocare
- no, non voglio cambiare sede di lavoro
- no, non mi fa schifo la persona che sto diventando, anche se è tanto che non faccio una lista e se non ho più concorsi da vincere.

… eppure… qualcosa mi sfugge. Cosa voglio cambiare? Cos’è che nel profondo mi grida “Ehi! Ehi!!! Qui non hai finito! Qui hai da sistemare! Non ti faccio andare avanti finchè non mi sistemi!!!”
Perché sono sicura che è una cosa del passato, non del futuro. E mi sta tenendo ferma.

Ma cos’è?

martedì 9 marzo 2010

Un po' di chilometri

Niente di grave ieri, eh. E' che ognuno ha i suoi anniversari. Io alcuni li festeggio e in altri ci precipito come in un burrone, vero Diavolessa, neh, ci siam capite. E per pura concomitanza di fatti casuali l'Uomo mi ha un po' trascurato e fatto scoglionare proprio in una ricorrenza-burrone.

Oggi è stata una giornata tutta diversa.

Antefatto: per poter chiarire al Ministero, al provveditorato e al mondo che io NON VOGLIO mollare la mia cattedra, e che sì, VOGLIO portarmi in terza la mia seconda, devo fare la domanda di trasferimento. Per fare la domanda di trasferimento ci vuole l'accredito online. Per fare l'accredito online ci vogliono i documenti, il computer, il sindacato e la scuola di servizio. E poichè io sono assegnata provvisoriamente a Scuolina Rosa devo andare a fare il riconoscimento fisico (che fa pensare a impronte digitali e scansione elettronica della pupilla) nella mia scuola di servizio, la "Bellone" di Costigliole. Che dipende dalla "Gancia" di Canelli.

A questo punto, una persona sensata ricarica il telefonino, chiama Costigliole e dice più o meno queste parole: "Buongiorno sono Castagna, devo fare il riconoscimento per la registrazione online, la mia situazione è così e cosà, devo venire da voi o andare a Canelli?"
Io, no.

Io esco alle dieci da Scuolina Rosa, dopo una devastante ora di Storia in seconda finita con cazziatone generale dal titolo "Storia non si studia COSì" e una meno devastante ora di Storia in terza, e prendo la macchina per andare a Costigliole.

Arrivo a Costigliole e parlo con un bidello della stirpe dei troll boscaioli, che mi informa che la segreteria il martedì è chiusa.

A questo punto, una persona sensata ricarica il telefonino, chiama Canelli e dice più o meno queste parole: "Buongiorno sono Castagna, devo fare il riconoscimento per la registrazione online, la segreteria della "Bellone" è chiusa, devo venire da voi?"
Io, no.

Io prendo la macchina e proseguo per Canelli, tanto è presto e l'Uomo prima delle due non sarà seduto a tavola.
Bene. Per andare a Canelli ci sono due modi: la superstrada da Isola d'Asti e scollinare da Costigliole. Visto che sono a Costigliole, scollino. Attraverso un paesaggio da cui desumo
1) che a Canelli e dintorni la primavera (già generalmente tardiva) non solo non è mai arrivata, ma non è nemmeno vicina, come invece si avverte ad Asti da una decina di giorni, nonostante il freddo;
2) che più ti addentri verso le Langhe e più sulle colline c'è ancora la neve;
3) che di capannoni industriali e commerciali tra Isola e Nizza ne han costruiti veramente tanti;
4) come mai alla fine Pavese si è suicidato.

Arrivo a Canelli e, seguendo l'infallibile istinto del professore per la caccia alla scuola media, mi impantano in una zona dove fanno mercato e poi mi ritrovo a svoltare in una piazzetta dove, grazie appunto all'istinto, sentivo che avrei trovato uno scuolabus. Infatti sono davanti alle medie.
Non c'è parcheggio, lo trovo lungo il torrente molto più in là, il freddo mi taglia in due mentre cammino verso la piazza. Avvisto un Caffè Roma, ci entro e mangio la brioche più buona della storia (dopo quelle dell'hotel Nuovo Giardino di Livorno e quelle del Bar Cocchi di Asti), con dentro mezzo vasetto di marmellata di pesche, una roba che rimetterebbe al mondo i morti. Mi vado a ripulire in bagno dai due etti di marmellata che mi si sono sparsi sulle dita, mi ritocco il trucco per entrare alla "Gancia".
Dove vengo cordialmente informata che il segretario che si occupa dei docenti aveva un appuntamento dal dentista e ha preso permesso.
Non solo, ma mi sento anche dire che non sanno in quale delle due scuole mi devo registrare.
Telefonerò domani per saperlo.

Bene. Senza la brioche ipermarmellatosa penso che mi sarei inquietata un po', ma con tutto quel ben di Dio e un caffè caldo nella pancia posso prendere tutta la cosa come una gita.
Però è quasi un'ora che sono in macchina e mi rifiuto di scollinare di nuovo, per cui parto alla ricerca della superstrada che porta ad Asti.

E qui mi dilungo a spiegarvi una cosa del Piemonte. Tanto, tantissimo tempo fa c'era un diavolo. Nel senso di demone dell'inferno, sì, ma non uno di quelli che mettono paura, un povero diavolo burocrate che doveva mandare le anime dei peccatori ai gironi corrispondenti.
Aveva un modesto tavolino di legno con sopra degli elenchi di peccati, e le anime si fermavano davanti al tavolino, lui le indirizzava al girone e loro andavano.
Solo che era un diavolo un po' coglione e sbagliava sempre: i lussuriosi finivano a fare la lotta nudi nel fango nella palude Stigia, che a loro piaceva tantissimo, i traditori a scaldarsi al tepore delle fiamme di Malebolge invece che conficcati nel ghiaccio, i consiglieri fraudolenti e i seminatori di discordia a bisbigliare falsità ai violenti che si imbizzarrivano. Al quarto sodomita mandato per sbaglio nel Limbo a insidiare i bambini morti senza battesimo, l'Onnipotente si infuriò:
"Tu! Diavolo incapace! Sei licenziato! Vai sulla terra e metti i cartelli stradali in Piemonte!"
Ed è per questo che, se per uscire da una cittadina del Piemonte ci sono sette rotonde, nelle prime cinque ci sono i rispettivi cartelli che indicano "per l'autostrada avanti diritto", nella sesta e nella settima non c'è niente. Peccato che fosse proprio la sesta quella dove bisognava svoltare a sinistra per l'autostrada.
Ma tu dopo cinque indicazioni di andare diritto sei convinto che sprecheranno anche un cartello per dirti di svoltare e che, se non c'è, sia il caso di tirare dritto come alle rotonde precedenti.

Insomma, giro per un po' intorno a Canelli e intanto, sapete che succede? Si mette a nevicare.

Comincio a prendere sul serio quell'elenco di giorni favorevoli e infausti che ho letto studiando il calendario tibetano. Se ora viene anche fuori che la brioche era avvelenata, direi che stacco dal muro il calendario occidentale e lo sostituisco con uno che dice "decimo giorno del primo mese del 2137, anno della Tigre di Metallo, giorno sfavorevole terra-acqua, vietato appendere bandierine di preghiera".

Ora. Il resto della giornata prevede che si faccia vivo un tale dell'assistenza Italgas a fare il controllo gratuito della calderina. L'ultima volta mi hanno mandato un ventenne dall'aria vagamente fumata, che mi ha fissato tutto il tempo le tette, con tanta insistenza da farmi quasi trovare paura, dato che ero sola in casa. Sento che incatenerò l'Uomo al tavolo di cucina e gli ingiungerò di occuparsi lui del controllo dei fumi, tanto è improbabile che gli mandino un tecnico ventenne di sesso femminile che gli fissi instancabilmente il pacco.

domenica 7 marzo 2010

Spazi e fantasmi 1

Figlia unica, con casa grande prima, casa grandissima dopo.
Una camera tutta mia, ovviamente.

Eppure nella prima casa in cui ho vissuto condividevo già la camera con qualcuno. Mio padre.
Particolare, no? Ma c'erano solo due camere da letto e i miei, per definizione, hanno sempre dormito separati: in letti separati in campagna e montagna, e ognuno nella sua camera in città.
Perchè?
Forse perchè quando sei stato l'unico figlio maschio della famiglia e sei rimasto scapolo per 53 anni non ce la fai a non avere uno spazio tuo.
Io sono passata dalla culla, che non ricordo dove fosse, ad un letto singolo in camera di mio padre. Tanto era sempre stato lui quello che si occupava di me se mi svegliavo di notte, fin dai primi pannolini. Mi addormentavo guardandolo e parlandogli dal mio lettino basso, lui era altissimo e molto, molto rassicurante. Poi dici il complesso di Elettra.

Quando ci siamo trasferiti ho avuto una stanza mia, con la moquette rosa antico e una tappezzeria a roselline moooolto fine, e me la ricordo sempre con la porta aperta. Finchè a tredici anni non sono approdata all'ultimo appartamento, quello dove i miei vivono ancora adesso: e lì non solo blindavo la porta, ma a volte andavo al liceo con la chiave di camera mia nella tasca dei jeans.

Ho, come dire, avuto un'adolescenza assai serena. Avrei voluto che tra me e il corridoio ci fossero nell'ordine le Erinni, Cerbero, Alien, Leatherface con la sega elettrica, un campo minato e il muro di Berlino coi cecchini in cima, e invece c'era solo quella cazzo di porta di legno dipinta di bianco, mai abbastanza chiusa per i miei gusti.
Supplivo riducendo la mia camera a un tale cesso che la gente aveva paura di entrare. Nel mio casino trovavo tutto e mai perdevo un libro o un quaderno, ma c'era più roba per terra che negli armadi. Le litigate su come tenevo la mia stanza erano quotidiane con mio padre, mia madre ci ha rinunciato presto, invece.
Oltre un enorme cumulo di casino eretto a difesa del mio territorio, c'ero io che leggevo, trapiantavo gentilmente una primula sul mio terrazzo o dormivo, praticamente fusa in una cosa unica con la mia gatta e rannicchiata in più o meno cinquanta centimetri di letto rimasto libero da altri oggetti (addestramento che mi permette, ancora oggi, di fare una palla di me stessa e dormire su qualunque tipo di superficie, a qualunque angolo di inclinazione rispetto alla crosta terrestre).
Le mie amiche studiavano con me immerse nel mio caos, la gatta si è fatta cinque anni di liceo classico a distanza, ascoltandomi ripetere greco latino storia filosofia biologia e chi più ne ha più ne metta, mentre sul mio letto si lavava accuratamente, millimetro quadrato per millimetro quadrato, la pelliccia pezzata. Oppure faceva ronron sommessamente, posizionata a pacchetto rettangolare sul mio quadernone, sotto la lampada a braccio della scrivania.
In quella stanza ho curato animali malati, studiato, fatto ore, giorni, mesi di telefonate, pregato, cantato, litigato, parlato, ballato, pianto (tantissimo), letto alcuni dei più bei libri della mia vita, fatto l'amore per la prima volta, sognato infiniti possibili futuri, ascoltato i Queen, i Guns, Bon Jovi, Bryan Adams e soprattutto gli U2, in particolare "The Joshua Tree" fino a ridurre il nastro dell'audiocassetta in cenere, scritto romanzi mai finiti e tante lettere e poesie.

Poi un giorno, appena consegnata la tesi di laurea, l'ho svuotata tutta per ridipingerla e far rifare il parquet, e mentre mettevo via le mie cose negli scatoloni mi son resa conto che me ne stavo andando, che stavo eliminando quel che non mi sarei portata dietro e organizzando il resto.

Pochi mesi dopo vivevo in una camera molto simile, letto scrivania libri armadio telefono, in un appartamentino sfigato con altre quattro ragazze sconosciute, o meglio, tre universitarie e una dottoressa che aveva bisogno di un posto dove dormire una volta o due a settimana. Io ero un ibrido tra studentessa e lavoratrice perchè facevo la specializzazione e lavoravo, e quell'angolo di casa vista parcheggio era per me l'ombelico del mondo, il sacro monte Meru, l'origine dell'universo, il centro dell'energia cosmica.
In effetti, se calcolo quante e quali cose sono accadute nella mia vita nei pochi mesi in cui ho abitato in quel microscopico paradiso, non posso che essere convinta di aver scelto come mia tana un punto di intersecazione delle forze elettromagnetiche, spaziali e magiche del mondo. Rimpiangerei a morte di esserci stata così poco, se non fosse che il letto successivo in cui ho dormito stabilmente era nella stanza dell'Uomo.

Oggi quando entro in casa dei miei e vado in camera avverto ancora distintamente la vibrazione negativa che ci ho lasciato: la voglia di andarsene era tanta ed è durata così a lungo che ha imbevuto le pareti.
Non torno più a vedere la finestra della stanza dove ho abitato da sola, come facevo a volte i primi tempi, perchè un po' mi dispiace rivedere nella mente quella bella ragazza di venticinque anni scendere le scale del palazzo con la gonna corta e i tacchi, sorridendo fra sè, e constatare che non sono più lei. A volte, con la coda dell'occhio, passando di lì mi sembra di vederla correre verso la fermata dell'autobus, coi capelli mossi dal vento e la borsa piena di libri. Lei è in pace lì dove me la ricordo, se i nostri sguardi si incrociassero ci sorrideremmo spavalde.
Invece, con la sedicenne che guardava il mare dalla finestra della sua stanza disordinata, non ci incontriamo mai. Lei non trova pace nemmeno adesso e non sa che è diventata la persona che io sono oggi, non mi riconoscerebbe se mi vedesse, o forse, vedendomi mentre faccio della mia vita quel che volevo davvero, mi accuserebbe di non esserla andata a salvare molto tempo fa.

sabato 13 febbraio 2010

L'amour toujours

Qua stiamo prendendo tutte un'inequivocabile piega sanvalentinesca: Mamma Cattiva parla di amore assoluto, io di amore sbagliato, M. di rose mai colte, e Minerva scrive di Paolo e Francesca, si vede che io e il suo tanto amato prof di Italiano siamo pari, col programma di Letteratura.

Pertanto decido di dedicare qui uno spazio a coloro i quali hanno, per tempi anche brevi, incrociato la loro vita con la mia. Non aspettatevi poi granchè: essendo la prof Castagna una ragazzina imbranata prima, una giovane idealista imbottita di morale poi, e una ragazza seria in seguito, gli uomini con cui s'è effettivamente incrociata la mia rotta sono da contarsi sulle dita di una mano e mezza. Inoltre alcuni tra questi non meritano menzione (grossi sbagli o cose durate veramente troppo poco e troppo da ragazzina). Per rimpolpare aggiungerò quindi alcuni personaggi ai quali ho dedicato sospiri e poesie, ma che non mi si sono mai filati neanche di striscio.

Poichè è bene partire dall'inizio, partiamo da te, Primo Amore, che non ho praticamente mai più rivisto dopo le superiori: tranne una mitica volta in cui tu uscivi da Giurisprudenza e io dalla specializzazione e abbiamo parlato un paio di minuti in mezzo al traffico di piazza della Nunziata, e chi avesse visto la mia aura si sarebbe accorto che dalla mia scorza di venticinquenne che chiacchierava tranquilla stava scaturendo in trasparenza lo spiritello di una me sedicenne, con gli occhi sgranati e il cuore in gola, come la sera che io e Cavallino abbiamo fatto a te e al Borghese Maledetto la festa di compleanno a sorpresa.
Dedico un amichevole pensiero a te, a quella tua moglie dall'aria sbarazzina e materna al tempo stesso e ai due maschietti uguali a te che avete prodotto. Innamorarsi di un compagno di classe coi ricci biondi e gli occhi verdi e colorare con queste due sfumature anni interi della propria vita di liceale non ha prezzo, sei un ricordo bellissimo anche se non mi hai mai considerato neanche per un attimo.

Poi veniamo al Vampiro (non pensate a Edward Cullen per carità, non c'entra niente con questo soprannome), ventun anni lui, sedici io, e mia madre credo non abbia mai chiuso occhio nè digerito un pasto per tutto il mese in cui siamo stati insieme. E ha fatto male, perchè il povero Vampiro era molto innamorato di me e si è dimostrato un ragazzo a postissimo e un vero gentiluomo. Io una vera stupida, immatura e incapace.
Ci si è sentiti di recente su Facebook, e anche lui ha un figlio che gli somiglia tantissimo.
Detiene la palma, tra i fidanzati precedenti la mia storia d'amore con l'Uomo, per i migliori baci.

Ommioddio, e Bon Jovi? Che bello che era, romanaccio, anche lui biondo, e poi io con questo vizio di conoscere i ragazzi in crociera, l'ho visto solo abbronzato e quasi sempre in costume da bagno. Una delizia per gli occhi, l'unica persona che sono arrivata a supplicare di uscire con me. Ricordo di aver guardato le luci di Istanbul nella notte dal ponte della nave, accoccolata tra le sue braccia, e soprattutto un bacio travolgente per i viali di Odessa, roba da film, io diciassette anni, lui diciotto, l'URSS appena disgregata, polvere e fiori ovunque. Ero completamente partita. Lui no.

Poi, beh. La mia vita si è stabilizzata presto. L'Ingegnere è stato un fedele compagno durante momenti belli e brutti. Ci siamo voluti un mondo di bene. Ci siamo fatti un sacco di male. Ci siamo tenuti per mano. Siamo cresciuti insieme.
Ma devo essere sincera, metà della nostra storia avremmo potuto, avremmo dovuto, risparmiarcela. Cioè da quando lui ha cominciato a lavorare e si è capito che vita voleva fare e che persona era in realtà. Una bella persona ASSOLUTAMENTE incompatibile con me. E a me fin dalla prima volta che ci siamo parlati al telefono da Genova a Milano, dove lui lavorava, qualcosa ha cominciato a suonare stonato. Però, come dice Mamma Cattiva, una resta al suo posto chiedendosi cosa le manca per essere felice e non dandosi risposte.

Intanto si cambiano giri, si studia con altra gente in altre biblioteche, e arriva il Pallavolista. Con altri due amici. Di cui uno inguardabile e uno malato di mente, come si sarebbe in seguito scoperto. Il Pallavolista invece ha un bel fisico e una bellissima fidanzata. Che lo molla clamorosamente per un altro, lasciandolo in lacrime tra le braccia delle amiche del momento, cioè io e la Piccolina che, tra di noi, siamo amiche da oltre dieci anni.
Io lo consolo e dopo un po' scopro che tutti questi abbracci di conforto mi stan facendo un brutto effetto. Poi Piccolina ammette che si sta innamorando di lui e si preoccupa, è certa che succederà un casino se ci piace lo stesso uomo. Io le dico: "ma no, cosa dici, lascia perdere, quello è l'uomo della tua vita, è il treno che non puoi perdere, siete fatti l'uno per l'altra, che c'entro io, con tutta la confusione che ho in testa dietro all'Ingegnere che non si decide a andare a convivere". Poi il Pallavolista dice a me che si sta prendendo una cotta per Piccolina e io dico a lui che forse è meglio che non ne parli con me. La profezia negativa si avvera, comincio a starci malissimo e con la Piccolina litighiamo. Loro due intanto si mettono insieme. Grosso dolore, più perdere lei che perdere lui.
Oggi il Pallavolista e la Piccolina sono sposati e sono, come previsto, una coppia bellissima. Siamo riusciti a recuperare degnamente i rapporti, perchè il Pallavolista è una bella persona e ha sempre fatto del suo meglio per riavvicinarci, e lui e l'Uomo si stanno simpatici. Abbiamo persino fatto le vacanze insieme. Il che ha del miracoloso, me ne rendo conto. Ma io e Piccolina non abbiamo mai più smesso di andarci coi piedi di piombo, da allora. A proposito di cose che non dovrebbero mai succedere e di cicatrici.

Si intromette il Pagliaccio, aspirante trombamico. Che non va niente bene, soprattutto perchè non è in senso tecnico un trombamico, cioè quello con cui ti scaldi nelle notti di gelo in cui sei tanto sola ma non vuoi niente di serio (dicono che questa figura esista, ma io non l'ho mai incontrata). Lui vorrebbe esserlo ma non lo è mai stato. In una fase di tira e molla con l'Ingegnere, comunque, il Pagliaccio mette in atto un corteggiamento in piena regola, anzi praticamente mi insegna tutto quel che c'è da sapere sul corteggiamento. Nel mezzo c'è il Pallavolista, c'è di nuovo l'Ingegnere, il Pagliaccio si incasina con altre, ma mi tiene d'occhio.
Ecco, Pagliaccio, a te invece ti mando un po' affettuosamente al diavolo, perchè son passati dieci anni e ancora non so se l'errore è stato tentare di cominciare una cosa con te o rimanere tua amica dopo, ma è chiaro che da qualche parte uno sbaglio lo devo aver fatto. Ora mi ritrovo con un fratello maggiore con mille casini, da accudire perchè non si devasti la vita, e da tenere a bada perchè una volta ogni due o tre anni ci riprova con me. Che nel frattempo mi sono anche un attimo sposata.

Poi c'è l'Uomo e di lui non si scrive per non intasare il web. Basta la maiuscola, bastano i nostri nove anni insieme, basta la voglia che abbiamo di fare progetti insieme per i prossimi cent'anni. Basta che io, clinicamente inadatta al ruolo di moglie, abbia un anello al dito e ne sia fiera, anche e soprattutto perchè metterlo, e tenerlo, non è stato precisamente una passeggiata. Ma per lui si fanno, queste cose.

Tra le rose che non colsi, citate da M., voglio ricordare solo Cuore Buono, il mio compagno di specializzazione. Lui mi ha trasmesso così tanto amore che resterà sempre una figura importante nella mia vita.
So che, lo avessi incontrato in un altro momento, lo avrei amato profondamente anche io. Ma è entrato nella mia esistenza esattamente lo stesso giorno dell'Uomo e questo, come poi si è capito, eliminava ogni possibilità per lui.
C'è stato un istante in cui erano al mio fianco (letteralmente, in una giornata ventosa, in riva al mare) tutti e due, l'Uomo e Cuore Buono, e io non avevo ancora chiaro che ne sarebbe stato di me, avevo ferite aperte che sanguinavano ancora, la testa confusa e più di un bivio davanti a me.
Quel giorno passeggiando ho visto una cosa triste e istintivamente ho cercato gli occhi dell'Uomo, che stavano cercando i miei. Cuore Buono non si è nemmeno accorto di quello scambio muto. In quel mentre ogni strada che portava via dall'Uomo è franata, e così Cuore Buono è rimasto chiuso fuori per sempre.

Che strano, che ricordi così dolci siano in realtà costruiti in così gran parte sul dolore di qualcuno, il mio di ragazzina non corrisposta o quello di altri. Questo completa, mi sa, la riflessione sull'amore sbagliato, che non esiste perchè ogni amore è meraviglioso. E quella sull'amore perfetto, che non esiste perchè ogni amore, probabilmente, è sbagliato.

domenica 24 gennaio 2010

I colori sono importanti


Prendo spunto da un commento che ho fatto a un post di LGO. Perchè in effetti ci penso spesso.
Come fa la gente a non sapere di che colore sono gli occhi delle persone che vede tutti i giorni? Come fanno a dire "azzurri" "scuri" "verdi" senza specificare?
Ora, io sono una talpa, poco fisionomista e abbastanza timida con i miei pari, per cui quando parlo non sempre guardo dritte in faccia le persone. Per la strada non riconosco gente che vedo spesso. Però sugli occhi ho una fissazione. Gli occhi sono importantissimi per me.
Nella mia famiglia i tre quarti delle persone hanno gli occhi chiari e non ci sono due sfumature di verde o di azzurro che si somiglino.
Mio padre ce li ha grigioverdi, Zia Buona di un grigioazzurro polveroso tipo cielo di marzo, Zia Bella ce li aveva scuri, di un marrone tipo cioccolata fondente. Mia madre ce li ha turchini, con screziature ghiaccio come Nonno Alpino, Zio Grande ce li aveva scuri di un bel castano profondo, la Vecchia Sibilla ce li aveva neri come la notte e Psicozia ce li ha azzurri, tendenti all'argento più che al ghiaccio, come Sanguedelmiosangue che ha un colore diverso a seconda di come si gira con la luce e che, nei momenti migliori, tocca una sfumatura pazzesca tra il cartazucchero e il grigio metallo. Mia cugina ce li ha altrettanto indescrivibili, più sul verde, comunque cangiantissimi, a sua volta. I miei sono verde oliva, più chiari o più scuri a seconda dei colori che indosso e con cui mi trucco. L'Uomo ce li ha diversi uno dall'altro, uno verde con una striatura marrone chiaro e uno verde acqua (quando me ne sono accorta, complice una giornata nuvolosa genovese con il riflesso della luce sul mare, mi stavo già innamorando di lui, ma questo particolare mi ha davvero spezzato le ginocchia): la striatura in un occhio è genetica nella sua famiglia e infatti è uscita fuori nella bimba di suo cugino. Vi risparmio le diverse sfumature di verde e azzurro dei parenti acquisiti, tra cui comunque predominano i colori chiari. Se Mendel non era un coglione, i nostri figli non potranno proprio farcela ad avere gli occhi scuri.

Esistono persone con gli occhi giallo oro, come la mia compagna di banco delle medie, o pervinca, come una mia alunna delle ripetizioni e l'uomo di Cavallino, che non possono passare inosservati. Ma io non trovo mai che un colore sia uguale a un altro, o banale, specialmente se si tratta di occhi. Sanguedelmiosangue mi prende per il culo, perchè non so dire arancio ma solo albicocca, pesca, becco d'oca, non dico mai grigio scuro ma canna di fucile, e una parola che dalla mia bocca non esce mai è bianco, perchè si possono usare crema, panna, ghiaccio, avorio... Dovevate vederci alla Bottega Verde, a scegliere un ombretto che stesse bene col mio nuovo colore di capelli. Sembrava un summit delle Nazioni Unite all'indomani di una crisi internazionale.

Sarà strano che io che di arte ne capisco poco più di una ceppa e disegno come una bambina di quattro anni abbia una passione per gli Impressionisti?

lunedì 18 gennaio 2010

E se chiedessi l'assegnazione alle superiori?

Ora. E' quasi mezzanotte e stasera ho cenato nel mio ristorante preferito (uno dei due dove mangio, per la verità) con l'Uomo, e poi ci siamo visti le prime 2 puntate di "24", una delle poche serie tv di successo che ci siamo persi in questi anni. E' stata una buona serata e domani sarà una giornata pesante.

Non è il momento per iniziare un'analisi approfondita, ma ci sono dei pro. E dei contro.
E devo trovare il tempo per analizzarli.

lunedì 11 gennaio 2010

La reazione del pubblico

"Ma, prof, ha i capelli viola?!?"

L'ultima volta che mi sono sentita così prima di entrare a scuola avevo 12 anni e per la prima volta indossavo gli occhiali.
La penultima avevo sette anni e per la prima volta entravo a scuola con l'apparecchio.

Va beh. E' solo una crema colorante, passerà. Ora il problema è convincere il marito che un sobrio castano è molto più naturale. Sembra che la donna susina sia interessante e originale e che la tizia castano rossa di prima fosse una noiosa e banale prof di lettere.

domenica 10 gennaio 2010

Precisiamo

...dal momento che ho generato una certa curiosità in Sanguedelmiosangue, che, dopo un paio di miei agitati sms, era arrivato a immaginarmi COSI':




La foto del post precedente era più che altro l'illustrazione di uno stato d'animo (la mia cattiva ideale: bianca, algida, rossa e con le unghie nere).

Nella realtà, i capelli sono venuti più o meno così:



Solo che io non ho la piega liscissima di questa ragazza della foto (parentesi, io ho usato il Movida Prugna, ma sul mio colore sono venuti Violino Profondo... misteri della chimica), bensì una quantità pazzesca di capelli mossi che si rifiutano di stare all'interno di qualsiasi fermaglio e anche di lasciarsi domare da gel, cere, lacche o spume. Quindi sembrerò poco meno di un demone, se azzecco i colori per truccarmi (perchè non credo vadano bene gli stessi che usavo quando mi fingevo irlandese, rossa occhi verdi).
Mi sa che domattina mi devo svegliare un po' prima per far qualche prova...
Però all'Uomo son piaciuti e, effettivamente, ringiovaniscono il viso. Sono solo un po' stranita... lo sapevo che non dovevo andare a scegliere la tinta con la Diavolessa, che in gioventù era una dark.