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martedì 11 ottobre 2016

Parte di me


Con un cane è diverso, vedrai.
Me lo avevano detto tutti.

E infatti: sono nata e morirò con un gatto sul letto, li ho amati tutti da morire, ma questo, questo di avere una parte di te che zampetta attaccata a un guinzaglio blu, questo di essere il sole la luna e tutte le stelle per qualcuno, si fa una sola volta nella vita.

Ma questo cane fa sempre così, anche a casa? mi chiese una volta mio padre.
Così cosa?
Di non staccarsi mai da te.
Sì, sempre.

E risento le tue unghiette sul pavimento quando arrivavi correndo e trascinando il cuscino in bocca per sistemarti vicino a me.

Sei stata straordinaria fino alla fine, hai fatto innamorare tutti, hai voluto un bene infinito a tutti. Ti interessava tutto, eri curiosa, capace di ricordare, di capire, testarda come una spina in un dito e paziente come un monaco zen.

L'ultima cosa incredibile di te era che in clinica accudivi i cani malati stando vicino a loro quando dovevano svegliarsi dall'anestesia. Me lo hanno detto, ma solo quando l'ho visto coi miei occhi ho pensato che non mi meritavo neanche di averti. Cazzo, se non ti reincarni tu in qualcosa di migliore, proprio non so chi (il gatto lo lascio fuori dal discorso, solo perché era già un bodhisattva che si cammuffava sotto una pelliccetta grigia).

Sei stata una piccola, instancabile guerriera. Ci hai insegnato cose. Ci hai lasciato un guinzaglio blu, molti cappottini, un cuscino distrutto, e un prato dove correvi e scavavi dissotterrando conchiglie preistoriche. Andrò lì quando vorrò stare un po' con te, piccolo chien, disgraziata, che cazzo di strazio atroce che è non poterti più accarezzare, avanzo di canile. Ti ho amata tanto.





giovedì 6 ottobre 2016

Come d'autunno sugli alberi le foglie

Uomo a Genova, figlia con capricci misti, cane rientrato ieri da clinica abbastanza malconcio.

No ma va tutto bene, l'Uomo lo vedo oggi a pranzo, la figlia si lamenta e aggredisce continuamente ma alla fin fine fa quel che deve fare, il cane ieri era disappetente e col cagotto ma oggi se la tengo a digiuno sicuramente poi riesco a darle una siringata di sciroppo e 4 diverse frazioni di pastiglia senza che faccia storie.

E non è una tragedia nemmeno che Cavallino mi abbia inserito nel gruppo WhatsApp delle superiori con cui si cerca di organizzare un'assai improbabile rimpatriata. Tanto non ce la faremo mai.

Stamattina primo attacco di panico sotto la doccia, secondo davanti al caffè. Ora sveglio la belva (bipede: le due quadrupedi sono già in giro da oltre un'ora) e poi con la scusa che ho scuola, da correre alla farmacia veterinaria, un impegno in una superiore e un'altra riunione a Scuolina Rosa, e stasera abbiamo una bicchierata di addio al nubilato trasversale (madri e figlie insieme), penso che fino a domani la sfangherò senza litigi.

Sì beh a meno che non ci piombino addosso i servizi sociali a scuola, ecco. O meglio, la madre a causa della quale li abbiamo allertati.

Cosa fai nella vita? L'acrobata.

giovedì 29 settembre 2016

Quando una donna si taglia i capelli...

Ecco beh.

Sto per farlo.

Tra l'altro da stamattina, esattamente da 8 minuti, posseggo una connessione Internet tutta mia, non sullo schermino del tablet, non condivisa in wifi e non dipendente dalle buone grazie di Mamma, il server della scuola, che più che Mamma bisognerebbe chiamare Trisavola dato che viaggia a 2 MB e ci fa disperare tutti.

Ritornare a auleintempesta è solo una delle molte cose che devo fare quest'autunno. Ed è come tornare a trovare dei parenti che non vedevi da tempo: dolce, emozionante, fastidioso, doloroso. Doloroso per le spiegazioni che bisogna in qualche modo dare. Fastidioso perché le abitudini si perdono e riacquisirle a volte costa sforzo. Ma era una buona abitudine usare il tempo libero qui. E, come ha detto ieri la Bottadicoca: "Vedo che la guerra è cominciata". Vi avevo promesso il diario di bordo dell'attacco di HMS Castagna contro la fregata avversaria Troll. E al crepuscolo degli dei, al tramonto si pensa definitivo della sezione C, Castagna, che vuole morire in una fiammata di gloria, intende lottare. E vincere.
A costo di essere seppellita nel legno della cattedra come Nelson nell'albero maestro.

Posso cominciare dicendovi intanto due o tre cose carine.

Le prime sono senz'altro due uscite dei ragazzi.

In terza Nosferatu (già autore della bellissima analisi "modo indicativo, tempo soleggiato" che fino a qualche mese fa campeggiava in una scritta colorata sull'esterno della nostra classe (sì, sull'esterno, perché NOI, a scuola, ci divertiamo anche):
- Nosferatu, come al solito, se mi fai il dettato e io ti devo correggere l'ortografia, si deve poter distinguere nella tua scrittura se questo è un accento o un apostrofo...
- E' un acciostrofo, prof.

In seconda Satana (che è di nuovo in seconda!!! e l'ho di nuovo bocciato io!!!) spiega a un compagno:
- Perché Cassandra vedeva il futuro ma nessuno le credeva mai?
- Perché aveva friendzonato tipo un po' di volte il dio Apollo.

Ho l'aula con quattro finestre sull'angolo nordest  della scuola. Enorme e luminosissima. Dentro, nelle mie ore, ci siamo io, la Pianista o il Magnifico di sostegno, ventisette ragazzini, una famiglia di ragni che figlia continuamente, e svariate dozzine di pidocchi.

Nel corridoio ovest c'è la mia terza. Dove sono ventitré, di cui uno totalmente disabile, uno che è arrivato dall'Albania il 16 agosto e non parla italiano, due della comunità psichiatrica, due scappati dalla sezione A perché non avevano voglia di lavorare, e gli altri, quelli che non abbiamo segato cioè.

"Fa caldo, prof" ansima l'Albarino che ha la botta ormonale.

Io trovo che, da quando se ne sono andate la Baciapile di Tecnica, la Stronza di Arte, un prof di sostegno innominabile per incompetenza, sporcizia e problemi psichiatrici misti, la Generala, la Stepford Wife e soprattutto la preside C., si stia veramente a una temperatura ottimale. Per la maturazione delle Castagne e l'avvizzimento dei Troll, quantomeno.

Poi ci sono tutte le cose da raccontare che stanno al di qua. In casa. Per ora vi dico solo che la Piccola De è in clinica da ventidue giorni e che, anche in questa cosa della sua malattia, c'è stato un bivio:

Signora veda lei il cane è suo, ma sta molto male

Contro

Ci sarebbe come ultima spiaggia la possibilità di fare una risonanza 

...Castagna crede nei miracoli. Il gatto dopo tutto ha convissuto con un carcinoma per due anni, ed è morto prima il tumore, solo dopo il gatto, di vecchiaia. Ma andando in giro per centri di ricerca, con la triste sensazione di usare il suo cane per aiutare la scienza e basta, Castagna ha scoperto che il suo cane ci crede molto più di lei, ai miracoli. E comunque la piccola randagina con un tumore di tre centimetri per due nel cervello è capace di farci passare in venti giorni da "senta io sono a 3 ore di macchina da qua, se soffre troppo chiamatemi ma non aspettatemi per fare quello che dovete" a "il suo cane è uno spettacolo. È troppo intelligente, e poi è simpatica. Ma lo sa che la usiamo per tenere compagnia agli altri cani quando si svegliano dall'anestesia? E poi ormai va da sola a cercarsi il dottore e entra nelle macchine, basta dirle che tocca a lei".
Che poi noi qui non swagghiamo e non bragghiamo troppo quando fanno dei complimenti al qi: "se è intelligente con il cervello schiacciato dal tumore, pensi cosa può essere senza", ha risposto mamma Castagna vibrando d'orgoglio, e poi si è chiesta se poteva sposare il veterinario cui si deve la resurrezione.

E poi si chiede quotidianamente molte altre cose, ma se vale la pena non se lo chiede più, non ne ha più tempo, è troppo in tempesta il mare per discutere la rotta.

Deve tagliarsi i capelli. Ecco cosa.

























sabato 20 agosto 2016

Il qui e ora

Agosto duemilasedici è varie cose.

Per esempio, piombare in cortile nel sole di mezzogiorno con la maglietta in mano, una delle due mani con cui reggo il cane che sta avendo una crisi epilettica e mi sta mordendo, e finire di vestirmi quando sono già al volante.

Per esempio, aspettare quattro ore per l'antitetanica in un'astanteria, a pochi metri dalla persona che mi ha quasi distrutto la vita, e non scrivergli nessun sms, non chiedere né a lui né all'Uomo né alla Princi di raggiungermi, ma stare lì buona e tranquilla in mezzo agli sconosciuti, a chiedermi placida che cazzo, che cazzo mai ne sto facendo di me stessa qui e ora, che cos'è, come si chiama una fase come questa, che vita è.

Per esempio, yoga da sola in mezzo agli abeti che cantano al vento.

Per esempio, una panchina in centro in piena notte, chiedere alla Fraulein che parla del suo unico grande amore andato via: "Non hai pensato che saresti morta?". E sentirsi rispondere: "Ma si muore. Qualcosa muore."

Per esempio, una camerata coi letti a castello, sentire il peso leggerissimo di Grace che si muove appena sul materasso sopra il mio, il parlottare di Bunny che non cambia mai posizione tutta la notte, e il rigirarsi penoso, identico al mio, della Folletta che prende sonno solo verso l'alba. Cioè quando io decido di rinunciarci.

Per esempio, la mia mano tra i capelli dell'Uomo, la sera che disperata gli dico: "È tutto il giorno che non so dove mettermi, dimmi cosa devo fare, dove devo nascondermi, fai quello che devi ma io devo fare spazio!". Subito fraintende: "Ma io non ho bisogno di spazio!" "No, IO, io ho bisogno di spazio!!!" E allora capisce e mi abbraccia. La mia mano passa tra i suoi ricci e ci sono le due battute che da due anni io spero di sentire esattamente così: io che dico "adesso te ne vai via?" e lui che risponde "ma no che non vado via, sto qua".
Poi se ne andrà, non quella sera, ma se ne andrà. Lasciandomi a pensare che con cinque frasi come queste avremmo potuto risolvere tutto, due anni fa.

Per esempio, il prato a Paesino col Castello Distrutto, con tutte quelle nuvole sopra che cambiano colore e i lampi laggiù in fondo. Diversi uomini single che baccagliano diverse donne in varia misura sposate, ma le baccagliano in modo educato e simpatico, e pensare: ero stata altrettanto bene la sera prima solo con le Ananda Amiche, senza baccagli, e guarda guarda che stile Grace, la bellissima, che diventa la Regina dei Ghiacci senza perdere un filo di eleganza. Prendere nota, che può servire. Persino a me, pare.

Per esempio, il vestitino nero scollato coi fiorellini fucsia e rosa. Le espadrillas color corda. Il nuovo taglio che si arriccia da solo con la pioggia o l'acqua delle terme, e sentire lui che dice che gli piace.

Per esempio, la vasca idromassaggio all'aperto solo per noi due.

Per esempio, stamattina che ci siamo riaddormentati e poi svegliati che pioveva sul tetto in lamiera della casa in montagna, e avere la sensazione che anche a lui dispiacesse andare via.

Per esempio, la nazionale maschile di pallavolo che batte i campioni del mondo, e ci spiace tanto per quel grandissimo pezzo di gnocco, da sala centrale del Museo dei Bonazzi, che è Matt Anderson, ma è stata una partita da infarto e siamo troppo contenti.

Per esempio, sentirsi dire che non siamo riusciti ad andare ad Annecy perché il cane non sta bene, ma ci andremo tra quindici giorni, e che abbiamo perso la mostra di Salgado a Genova e a Lubiana ma potremmo andarla a vedere a Girona, e che è saltata la serata di yoga più aperitivo a bordo piscina ma "stiamo a casa e ci scassiamo di serie tv".

Per esempio, sentirgli usare il plurale. E il futuro.

Per esempio, succhiare ogni istante di bello, ogni molecola di profumo, ogni millimetro di strada. E far durare un mese cinque giorni e mezzo di montagna. Sapendo che tutto potrebbe scoppiare in un attimo come una bolla di sapone, o essere un sogno, o non voler dire niente. O, comunque, finire. Ma essere lì. Esserci. Sentire le cellule pulsare. Non so chi sono, non so chi sarò domani, è meglio se non penso a tutto quello che sono stata e ancora meglio se non cerco di ricordare quello che credevo che sarei diventata, ma sto bene, qui. Ora. Con te.









domenica 7 agosto 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Inferni, mani e raggi di luce

Quando è morto mio padre in realtà non era così buio. Sì, era dicembre e stavamo tutto il giorno in quella stanzina piccola con la luce del letto d'ospedale e le persiane chiuse, ma io non ricordo un buio interiore.
Ricordo le sue mani calde, ricordo il silenzio, i grani della mala che mi scorrevano tra le dita. Ricordo che spesso guardavo oltre le antine sollevate per metà e vedevo la collina verde, i giardini e gli orticelli terrazzati alla genovese, dei gatti. Era l'attesa di qualcosa di doloroso, ma anche il tempo necessario per permettere il passaggio da una zona d'ombra ad una di luce, ad una di pace.

Anche quando è morta la Compagna Collega c'era luce. Per un motivo misterioso erano i primi di aprile ma erano già fioriti i papaveri, e c'era un bellissimo sole caldo anche al suo funerale, con la piazza del paese ammutolita dallo choc.

C'era luce, una luce argentata, anche quell'altro giorno sulla stessa piazza, sotto una pioggerella leggera, quel pomeriggio famoso in cui non avrei mai dovuto voltarmi, ma l'ho fatto.

Ecco, per un po' nella primavera del 2014 ho creduto di aver trovato della luce, e invece stavo perdendo la vista. Certo c'era un raggio splendente di vita nei suoi occhi scuri, c'era la luce arruffata di una corsa tra i rami del bosco nelle onde dei miei capelli sciolti. Ma intanto l'ombra si addensava sempre più scura, nelle liti furibonde e negli occhi tormentati dell'Uomo.

Di lì a poco l'ombra aveva iniziato a mangiare tutto: le notti passate a rigirarsi sul divano, le camminate in montagna, le molte lavatrici stese al vento della valle, e poi soprattutto il ritorno a casa. L'ombra si è mangiata il Natale, si è mangiata il compleanno dell'Uomo, si è mangiata la casa in montagna, la casa in campagna, il divano del salotto su cui tutti e tre ci avvinghiavamo per vedere la tv. Si è mangiata i pranzi, le cene, i percorsi in macchina. Si è mangiata le domeniche mattina.  E ha iniziato a mangiare i lunedì, i mercoledì e i venerdì, le molte ore senza accessi su WhatsApp.

Poi l'ombra si è mangiata il resto del 2015 in un colpo solo, e intanto si estendeva. La salute iniziava a fare cilecca, il lavoro ha cominciato a ritorcersi contro, le notti erano sempre più lunghe e i pentolini messi a scaldare sul fornelletto elettrico dell'ufficio aumentavano. Scomparivano le lacrime, ormai, asciugate dal terrore. Il buco al centro del petto marciva in silenzio senza più nemmeno sanguinare.

Il terrore era nero, era nero come l'inferno. L'inferno non ha il fuoco: l'inferno non è un posto con i diavoli, nell'inferno non ci sono urla.

L'unico  rumore che si sente nell'inferno è quello del cucchiaino posato sul piattino della tazza da caffè al mattino da sola. Le uniche luci dell'inferno sono vetrine natalizie. L'unico fuoco dell'inferno è quello che rompe le ossa dal di dentro, carbonizzandone il midollo, alle due e mezza di notte quando non c'è nessuno. L'unico colore dell'inferno è quello dello sfondo di WhatsApp.

In questi giorni in alta montagna con le Ragazze dello Yoga, anche dette le Ananda Amiche, ho fatto diversamente da quel che avrei creduto. Non volevo dire niente, volevo che il mio gruppo di studio dello yoga forse un posto nel quale non potevo sbroccare, non potevo cadere, non potevo lacerarmi. Ma il primo giorno a tavola è esplosa Folletta. Folletta che come me ha perso il padre due anni e mezzo fa.  Folletta che come me a 40 anni si è trovata di fronte a una vita da riscrivere da zero.
Eravamo arrivate da tre ore e già si era capito che sotto un cielo così pieno di stelle, in mezzo ai monti con i crinali così puliti, era inevitabile dirsi la verità. Quando sei sdraiato a pancia in giù tra le stelle alpine, sei talmente al di sopra della vita di ogni giorno che è come vederla sorvolando le montagne col deltaplano. E contemporaneamente lo zaino pesa così tanto di tutti i fardelli, i muscoli dolgono così tanto di tutta la fatica, che è inevitabile cercare di alleggerire il peso se sei con gente di cui ti fidi. E io delle Ragazze dello Yoga mi fido eccome.

Questa parte ve la dovevo raccontare, e forse riesco a raccontarvela proprio ora che ne ho parlato con loro. Ora che ho dormito in quota svegliandomi ogni mattina con un panorama più incredibile. Senza di lui ma, eccezionalmente, non senza me stessa.

La realtà è che quello che è successo non si può davvero raccontare, né a voi né a nessuno. Si può ricominciare a parlare adesso, ma soltanto perché il buio più nero ha lasciato spazio ad un'oscurità diversa. La paura di perdere la strada è ancora molto concreta. Ma intanto sono passati alcuni raggi: velocissime stelle cadenti, asteroidi infuocati di una luce fredda, tiepide comete. E in tutto questo  infinito silenzio ho visto comparire delle mani che pian piano stanno arrivando. Contro uno sfondo scuro ora vedo le mani di Bunny che accende un incenso in mezzo al prato, vedo le mie mani che piegano i vestiti da mettere via  per il viaggio più importante della mia vita. Ma sarei ancora completamente cieca se non sentissi nel buio anche le sue mani che si avvicinano nottetempo, mentre io immobile ne studio il tocco leggero, come se non lo conoscessi da così tanti anni.

E stamattina pensavo a mio padre in quella stanza dalle persiane abbassate, pensavo alla luce invisibile, alla corrente calda che scorreva tra quelle dita.

Ho capito che tutto questo lago buio ormai l'ho attraversato. Sull'altra sponda ho lasciato la presa salda di mio padre e quella delicata di un'entità venuta da troppo lontano, mentre l'Uomo, per tenermi, mi feriva. Mi sono lasciata colare giù nel profondo, dove non si vedeva niente. E adesso vedo di nuovo la superficie e sul bordo trovo queste mani. Di nuovo le mie, di nuovo le sue. Le mani che amo da sempre. Le mani di chi sa suonare tutte le mie corde.

Allora posso parlare, ora che dell'ossigeno entra di nuovo nei polmoni, bruciandone le pareti disabituate al respiro, avide di sangue fresco. Posso di nuovo dire che esisto.

mercoledì 27 luglio 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Intro

Stamattina mi sento di dirvi delle cose. Un po' si deve al fatto che ieri ne ho parlato con la mia psicologa, la Fata Bionda.
La Fata Bionda mi ha chiesto di cosa sono stufa, e io sono stufa delle zone d'ombra delle persone, o meglio, sono stufa di avere a che fare con persone che hanno zone d'ombra grandi come il Baden-Württemberg.
Poi in realtà questo post lo scrivo perché mi stavo alzando da letto, dopo aver letto le ultime di Zerocalcare, e pensavo che mi sarei messa a lavorare subito, perché il mio corso online alla Macquarie University ha una scadenza il primo agosto, e io già so che non riuscirò a rispettarla se non mi ci metto immediatamente. Ci sono 13 consegne da preparare. E domani finalmente rientra l'Uomo. A questo punto, ho pensato, adesso lo racconto ai miei blogamici che seguo questi corsi da due anni, tanto lo sanno già che sono una secchiona di merda, e allora mi sono resa conto che tutte le volte che leggo l'icona di Coursera sulla mia bacheca, sulla copertina del mio tablet o sul desktop del mio computer, penso sempre alla stessa scena e penso che quella scena, in qualche modo, sia l'origine del male che è successo in questi mesi nella mia vita. La piega quantica che ha risucchiato via la luce.

Per scrivere questo post devo parlare male di una persona, anzi di molte persone, e siccome sono tutte persone che hanno a che fare con me, alla fine devo parlare male di me stessa. Come sempre succede quando uno si espone su Internet a raccontare i cazzi suoi.

D'altra parte per parlare davvero male di qualcuno bisogna conoscerlo. E e si dà il caso che le persone di cui parlo qui siano tra le persone che io più amo, a cui più tengo sulla faccia della terra. E quando dico amo, non intendo ci sono stata bene in vacanza, ci ho scopato bene un paio di volte, sono stata contenta di farci un viaggio in treno insieme. Intendo sono stata al loro fianco per anni e anni, ho visto i loro momenti bui, condiviso tutte le loro fatiche. Sono stata lì anche a prezzo di grandi sacrifici, a costo di grandi litigi. Io c'ero e questo mi dà il diritto di dire quello che penso, così come loro hanno diritto di dire quello che pensano di me che mi sono a mia volta esposta.

Diciamo che nella mia concezione dell'amore questi sono quei rapporti in cui io metto veramente alla prova quello che sento per qualcuno e dopo, una volta che ne sono sicura, non posso più usare il passato, dire l'ho amato, siamo stati amici, ci siamo voluti bene.
Nel momento in cui il mio rapporto con qualcuno arriva a farmi conoscere i suoi punti bui i suoi difetti i suoi problemi e io resto, quello per me è l'Amore definitivo. Per gli altri invece un motivo per allontanarsi, forse. Ma non per quelli che mi scelgo io. Quelli restano, di solito. Perché ognuno, diceva Montale, riconosce i suoi. E qualcuno se ne è andato, lo stesso: ma a me non frega un cazzo. Io amo così, mi metto in gioco così. Io sono fatta così. E non dimentico.

Ma andiamo con ordine, perché questo è un post che fa soffrire. Ho perso l'abitudine a scrivere fluentemente e con belle parole su cazzate di cui alla fin fine non importa niente a nessuno.
Gli argomenti che sto affrontando nella mia vita sono talmente grossi che la maggior parte delle volte, qui, non ne riesco nemmeno a dire due parole. Perché il buio e il dolore creano confusione ed è nella confusione che io vivo (vivo è un po' eccessivo: diciamo respiro) da mesi.

La scena che si ripresenta alla mia mente ha una data precisa. Una luce precisa. E la voce della Frenci. La Frenci, sì. Mai più sentita nominare qui, giusto? Qualcuno di voi legge e commenta ancora i suoi articoli in rete. Qualcuno la vede e la frequenta. Io non più. Non è una scelta mia. E non era una blogamica. Era mia sorella. Gemella.
Dalle versioni di greco all'atrio di un pronto soccorso. Dal testo di linguistica al pentolino del Nescafè. Dal muretto di Vernazzola all'altare di un santuario.

Quel giorno la Frenci mi parla di Coursera. Siamo sedute allo spazio bimbi dell'Ikea di Torino. I suoi due giocano lì sotto. Noi sorseggiamo caffè. Uno dei milioni di caffè americani che le ho visto bere. E parliamo fitto fitto. Come abbiamo parlato sempre. Per VENTICINQUE anni.

Quel giorno lei mi apre per l'ennesima volta una strada. Come io a lei avevo aperto Lettere. Lei a me aveva aperto il commercio equo. Io a lei lo yoga. Mi racconta della piattaforma che offre corsi delle migliori università del mondo, con o senza attestazione di svolgimento, GRATIS.

Sorridiamo. Sento il suo odore di spezie e stoffe tinte a mano. Ce la ridiamo come al solito. C'è luce.

Poi io dico: "Ecco vedi. Proprio questo mi serviva. Togliermi delle soddisfazioni senza rincorrere col tempo e i soldi una seconda laurea, e soprattutto i voti. Basta, ormai, essere valutati. Io so cosa valgo. Voglio studiare. Voglio una cosa bella gratis."

La mia voce dice: "Voglio una cosa bella gratis". 
E in quel momento gli dèi mi ascoltano. E puniscono la mia hybris. Dandomi quel che chiedo, o peggio, facendomi credere di ottenerlo.

Dopo pochissimi giorni da quel dialogo, alla mia porta si presenta, del tutto spontaneamente, una cosa bella. Bellissima. E inaspettata. Ma non era gratis. E da quell'istante le zone d'ombra hanno preso il potere tutto intorno a me. Quel giorno all'Ikea è stata probabilmente l'ultima volta che ho sorriso immersa nella luce.


lunedì 18 luglio 2016

Sotto l'albero della bodhi

Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.

Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a  mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro.  Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.

Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.

La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.

Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.

Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.

Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni  uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.

Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse.   Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.

Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.


mercoledì 6 luglio 2016

My name is Victor Frankenstein

Questa sera sono riuscita nell'intento. Capitemi. Io mi sono laureata a Lettere dando quanti più esami di lingue potevo. Lui si è laureato a Lettere con una tesi su Amleto. Lui mi ha iniziato al genere horror. Io ho iniziato lui al vedere le serie tv inglesi in lingua madre.

Cioè. Vedere insieme Penny Dreadful è inevitabile. L'ho preso in una sera in cui non poteva resistermi, indebolito da un virus, dall'assenza della figlia e dal mio circolare per casa da giorni in pigiamini inesistenti. 

Piangere davanti a Penny Dreadful, dopo che io l'ho fatto già da sola davanti alla prima serie (2 volte), alla seconda e a metà della terza, sarà una logica conseguenza. Ma vuoi mettere piangere sola davanti al pc dell'ufficio e piangere sul divano vicino a lui. 

In questa settimana così strana, in cui siamo qui di nascosto da tutti. Crede lui, almeno. Invece lo sanno tutti i miei: parenti, amici e la sola collega, la Fraulein, che conosca il macello in cui siamo finiti. Lo sa la figlia. Lo sanno conseguentemente amici, psicologhe, educatrici, parenti di amici della figlia. E la categoria parenti di amici della figlia ha punti di contatto con la categoria amici di lui. Ma lui continua a credere che sia il caso di uniformarsi alle regole di un mondo in cui, se non riesci a lasciare tua moglie, sei strano. Lo stesso mondo che crede che se prendi una sbandata automaticamente manderai in merda un matrimonio. Lo stesso mondo che crede che una ragazzina di neanche 19 anni si faccia fregare dalla vista di un anello e non guardi negli occhi chi glielo regala. 

Noi tre siamo strani, forse. 

Ma non me ne potrebbe fregare di meno. Del mondo, intendo. 

Le cose di cui mi frega sono che ieri notte abbiamo salvato un riccio da morte certa. Che abbiamo mangiato i gofri sul prato. Che lui canticchia. Che io sorrido. Che la figlia, pur nel marasma, tifa ancora per noi. Che c'è una piccola tomba in un prato verde e noi, da quando non c'è più il nostro piccolo genio protettore, dormiamo di nuovo qui insieme, perché questo è stato il suo ultimo regalo. Che c'è una casa in montagna che ha il nostro odore. Che le vacanze sono iniziate il giorno uno in cui è finito il lavoro, perfino per me, quest'anno. 

Non fraintendetemi. Non va bene. Non è tutto a posto. Non è come prima e MAI, MAI, dovrà essere come prima, lo so, ne sono convinta e però mentre lo dico so cosa sento, quel dolore sordo lì nel centro. Sto come una profuga che forse un giorno si adatterà al nuovo stato in cui vive, ma mai potrà tornare a casa. Mai. Sono morta a 39 anni e la mia esistenza ora non è più quella, anzi: la mia esistenza non è. Punto. 

Ma al livello di questo nuovo piano della sostanza in cui, mio malgrado, mi sono trasferita, io, ectoplasma di quella me che voleva le cose, che decideva, che pensava di sapere, in qualche modo tocco ciò che ancora esiste. Non sono più nessuno. Ma ho rapporti con persone, che non saprei dire se esistano realmente o siano, come me e l'Uomo, entità perse in un limbo, lemuri opachi intinti nel dolore. Cioè, tranne la Princi. Lei è vera. Lei è sangue che pulsa e odore di frutta e pelle fresca contro la mia così accaldata. E pochi altri, direi, esistono concretamente. Il Gigante coi suoi bellissimi occhi scuri. La Fraulein con la sua voce decisa. Mia madre. 

Poi gli altri, gli altri non lo so. È come annegare in un'acqua bianco latte, sentendo le alghe sotto le dita dei piedi, vedendo emergere dalla nebbia volti, voci, una mano grande, scura, dolce, che stringe piano la mia (e inevitabilmente: grazie, grazie per questo gesto leggero, per essere stato per l'ennesima volta attento a non rompermi), una voce in lontananza che si incrina capendo che anche questa volta negherò la mia presenza, le facce e le frasi dei miei amici, di Sanguedelmiosangue, delle compagne dei due corsi yoga. Sono persone che come me stanno soffrendo ai punti da chiedersi se possa mai finire, che annaspano sperando di aver capito cosa sia giusto fare. Alla cieca. 

A distanza di pochi giorni, una blogamica da poco ritrovata e SDMS mi hanno chiesto se secondo me è la generazione, il momento storico in cui siamo. 
Non ho dubbi nel rispondere sì. Ma questo non toglie la responsabilità personale di lottare fino alla fine per quel che è bene. Anche se abbiamo perso in partenza. Penny Dreadful, appunto. 

Mio marito, che della nebbia lattiginosa, dell'inconfessabile lato oscuro, dell'attrazione per la morte è in questa temperie il principe e il pontefice, è sempre stato un uomo di una sensibilità immane. E che ora stia facendo carne trita e polvere di ossa delle figure che ha intorno a sé non elimina che sia una persona profonda e intelligente: almeno tanto quanto il suo essere profondo e intelligente non lo giustifica nel momento in cui si guarda allo specchio e si vede coperto di sangue altrui. Mi chiedo se capirà davvero perché io ci tenessi tanto a fargli vedere questa serie tv. Sì beh certo per i poeti sepolcrali e romantici inglesi, e per i costumi di Gabriella Pescucci, isn't it obvious, Mr. Chandler? 

E io guardo la lacrima incredula che si stacca dai meravigliosi occhi tormentati di Harry Treadaway, quando il suo personaggio si accorge di essere riuscito nell'intento di fare qualcosa di buono. Che gli è costato anni di duro lavoro, notti bianche e patti col diavolo. Compromessi uno dietro l'altro, cinismo. Sangue. Per un istante di assoluta perfezione di cui nessuno può condividere la gloria, nemmeno la creatura che con le tue stesse mani hai portato in vita. 

My name is Victor Frankenstein. 















sabato 25 giugno 2016

Io. E lei.


- Scusa? Ragazza, scusa?
Sobbalza leggermente, riappoggiando sullo scaffale il barattolo di salsa che stava toccando.
-Sì? Mi dica?
- Sei la nuova prof di sostegno della scuola?
- Sì. E lei è la mamma di...?
- Di... No, guarda, io non ti fermavo per quello.
Sbatte le ciglia struccate su due occhi verdi privi di sospetto.
- Mi dica pure.
- Sei la moglie del nuovo professore di italiano, quello che è arrivato da Genova. Giusto?
Si illumina come un faro.
- Sì... Sono sua moglie, ma - ride, - da una settimana!
- Che bel sorriso che hai.
- Ma scusi, come fa a conoscermi?
- E no, è che... Niente. Sai, è un paese piccolo.
Rinnova il sorriso, fresco, innocente.
- Oh lasci stare, io che vengo da una città non me ne capacito...ora faccio la spesa qui, ma poi devo andare a Bosco delle Fate, ha presente?
- Sì. E bellissima quella mansardina.
Mi distraggo, i miei occhi bruciano, vagano sugli scaffali pieni di confezioni colorate. Ricordo bene quella piccola stanza buia, con le stelle che spiavano dal lucernario.
- Come dice, scusi? - scatta lei, immobilizzandosi.
- Si sentono solo i cavalli nel prato, la notte.
- Ma lei come fa a sapere dove... Ma lei CHI É , scusi?
Torno al presente. La guardo con decisione.
- Senti. Se ti dicessi che un giorno sarai di nuovo su questa piazza con lui, ma le persone stenteranno a riconoscerti? E lui, lui non lo conoscerà solo la gente della scuola? Lo conosceranno fino a Roma.
- Senta...
- Guarda, non chiedermi perchè lo so, ma quella sera dalla pizzeria con le porte spalancate sentirai "Mrs Robinson",  ti ricorderai di me e ti dispiacerà di aver sbagliato.
- Ma perché? Chi è lei? Cosa sa?
- So che allora non avrai più questo sorriso.
- Senta, adesso l'ho lasciata parlare abbastanza. Ora mi lasci andare.
- Certo. Ma mi spiace.
- Ma di cosa? La smetta.
- Per carità non ci sarà più solo lui, eh, nella tua vita. Avrai il tuo lavoro e una figlia che vi aspetta a casa e quella sera ti faranno male le gambe, piene di acido lattico, dopo sette ore di yoga praticato a livello professionistico. Avrai quattro persone  stipendiate per lavorare per te e un sacco di affari da trattare. Sarai forte e molto, molto più calma di adesso. Ma sarai sola.
I suoi occhi mandano lampi verdi, è furente.
- Ma cosa sta blaterando!!!
Faccio per allontanarmi, ma è caduta nel vischio adesso. Mi segue:
- Però lei, che evidentemente sa qualcosa,  mi deve dire di mia figlia. A parte il fatto che mai e poi mai vorremmo un figlio solo. Gli assomiglierà?
- No. E nemmeno a te.
Me ne vado. Pago la roba nel mio carrello. Quella che ho finto di prendere, per seguirla tra i corridoi stretti del minimarket.
Mentre sollevo i sacchetti dal bancone metallico della cassa, me la trovo piantata davanti.
- Si sbaglia. E quella sera sentirà uno strano profumo di dolce speziato, e saprà che ho ragione.
Se ne va con le sue Superga bianche e le spalle che tremano.

Fa più freddo di quel che sarebbe sensato in una serata di metà giugno. Lui ha solo la camicia. Io ho le gambe dolenti e mi proteggo collo e spalle con una sciarpa, temendo il mal di gola estivo. La gente sciama per la strada, esce dalla fila alla cassa coi tagliandini per la cena, ciondola sulla piazza dove il gruppo prova i microfoni per la serata.
Mentre intervista le autorità, gli artisti e i produttori di eccellenze enogastronomiche presenti, io mi devo muovere, per sciogliere i muscoli bollenti e per resistere all'umidità che sale dai campi.
Molti negozi sono dove li ricordavo, ma non riesco a riconoscere neanche una faccia. Mi sento come se mi avessero riportato in un villaggio nella giungla dopo avermi educata per anni nella Parigi o nella Londra del secondo Ottocento. Appartengo a questo posto, ma non assomiglio per niente a quella che ero l'ultima volta che sono stata qui.
Però è bello. C'è un clima di festa. Lui mi sorride da dietro il vetro della postazione radio. Da un locale sulle mura arriva altra musica. D'istinto, canticchio anche io. Gli faccio cenno che farò un giro. Nella strada principale ci sono i banchetti, c'è troppa gente, decido di svoltare verso i baluardi. Supero un banco dove preparano uno strano dolce ungherese dal profumo accattivante.
Molta meno gente, appena dietro la prima fila di case. Cammino sui baluardi, cercando la via da cui lasciavamo Paesone Sfigato, per andare a Bosco delle Fate. Non mi oriento. Realizzo a fatica di essere dal lato sbagliato del paese. Intanto dal verde tutto intorno sale un freddo che quasi mi paralizza. Torno verso la piazza. Per un attimo, prima di svoltare un angolo, sono sola.
È allora che la vedo. Si volta lentamente. Ha ancora la gonna di jeans e le Superga bianche. Rabbrividisce, è senza giacca. È vestita in modo adatto a quell'assolato primo pomeriggio di ottobre di tanti anni fa. Ha gli occhi rossi, ha pianto. Ma è determinata.
- Vedi che mi hai pensato - mi sputa in faccia.
- Sì. Mi manchi tanto.
- Sei qui con lui?
- Sì. Avevo ragione, nessuno mi riconosce. E non sorrido come te allora.
- Ah, avevi ragione? Fammi capire: siete qui insieme?
- Sì.
- No, non lo siete. Menti.
- Sì, che lo siamo. Mi sorride come allora.
- Ma non lo sa. O non vuole saperlo.
- Può darsi. Ma a me non importa. Siamo qui insieme, me lo ha proposto lui, e io non voglio essere da un'altra parte, anche se non dormo più abbracciata con lui nella mansarda, e non porto più le Superga bianche, come te. E la sai un'altra cosa? Nostra figlia ci assomiglia. Tantissimo.
- Lo vedi che avevi torto, quel giorno al supermercato?






sabato 4 giugno 2016

Camminare sul fondo in attesa del sole

Succede che prometto a mia madre di tenerle la gatta se va via per una gozzoviglia di crittografie, rebus e sciarade. Tanto mia madre all'ultimo annulla sempre.

E invece parte.

Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.

Idee confuse.

Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.

O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.

Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.

Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.

Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.

Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.

Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.

Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.

Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.

Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate),  lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.

E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.

Ci sono amori che si sanno. Da subito.