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giovedì 1 marzo 2018

Ricapitoliamo, e uno

Ricostruiamo alcuni passaggi.

Io sono sempre Castagna. Ma coi capelli più corti. La figlia era preoccupata: “Questa non è una spuntata, eh, sei sicura, eh”. Poi era entusiasta: tagliare vuol dire una cosa sola, lei lo sa, e due giorni dopo se li è tagliati anche lei della stessa lunghezza, mi ha buttato le braccia al collo e mi ha detto: “Così siamo uguali!”. Cancellando di colpo, per sempre, circa dieci mesi di merda, sui dodici del 2017 passati insieme. La Caramella sostiene che sono dimagrita, che non mi ha mai vista così in forma. Io non passo a salutare la bilancia da mesi, secondo me non ho dato via un grammo, ma mi sento meglio, sì. A parte i postumi di San Valentino, ma adesso posso gestirli, credo. Di sicuro non ho gestito un colpo basso veramente gratuito, assestato con maestria nella navata del centro commerciale, tre o quattro giorni prima di Natale, che è stato il vero motivo del taglio di capelli. Ma lì non c'entrano né l'Uomo né l'altro, quello per cui non cambiavo pettinatura da anni. La Princi era presente, ma non ha colto, incredibile. Meglio così.

L'Uomo è qui. Ecco. Forse me ne sto di dire solo questo. Che sia un bene o un male, ai posteri.

La Princi è sempre fidanzata col Padreterno, ha portato una pagella senza nessuna insufficienza, visto per la prima volta la Valle d'Aosta e comprato, sotto gli occhi di una Castagna deliziata, tutto l'abbigliamento per la sua prima esperienza di sci, che è domani. Le sono successe un milione di altre cose, di cui non parleremo qui. E' più calma. E' cresciuta ancora. Sta andando a lezione di teoria per prendere la patente. E' bellissima. Ogni volta che l'espressione “l'Uomo è qui” assume una connotazione negativa, mi ritrovo a pensare a come sta crescendo lei. Anche finisse malissimo, per noi, valeva la pena, per lei.

Cavallino e la Tipa avanzano a testa alta tra i marosi, senza perdere di vista la meta. Tentiamo di pranzare insieme un po' più spesso, ma restiamo comunque sempre indietro sul numero di discorsi da fare. I loro bambini crescono in età, statura e intelligenza. Nipotina è alta due centimetri meno di me, e ha scelto il liceo per l'anno prossimo, santissimo Iddio, il LICEO, sì lo so che la Princi è in quarta superiore, ma lei è arrivata che era grande, Nipotina nelle foto del mio matrimonio è una polpetta rosa chiaro, che succhia dal biberon. Il Coccodrillo, peraltro, è preiscritto alle medie. L'Orsetto di Montagna anche. Non so quanto durerà questo blog ancora, ma ci sono forti dubbi sul poter continuare a chiamare Orsetto un ragazzo che guida la moto, e Coccodrillo poche settimane fa ha scoperto che lo chiamo così e si è incazzato. Nipotina sarà sempre Nipotina, senza problemi, anche quando si sposerà. Oddio. Perché un giorno si sposerà. Ma io allora sarò già stata stroncata da un infarto alle nozze della Princi... SOPRATTUTTO se sposa il Padreterno. (Sì lo so, sarò una suocera di merda. Scusate, ma io mi sono impegnata, con risultati tutti da valutare tra l'altro ,a essere una figlia responsabile, una buona nipote, una moglie amorevole e una madre almeno ai limiti della decenza, il prossimo obiettivo della mia vita se mai sarà fare la nonna, per la suocera non ricordo di aver mai promesso niente, oh.)

lunedì 26 febbraio 2018

Di paranoie, seconde possibilità e buoni propositi

La Castagna ha iniziato il 2018 con alcuni serissimi propositi. Molti, motivati da autolesionismo/capacità infinita di sopportare umiliazioni/ mancanza di alternative, tutta roba che lei, in castagnese, chiama amore/essere diventata una persona migliore/avere fatto una scelta precisa e portarla coraggiosamente avanti. Alcuni dei bestfriendforever di Castagna parlano castagnese, altri no, altri ancora lo stanno studiando. Lei comunque va avanti a testa alta, nonostante il massacro di San Valentino che le ha minato mesi e mesi di progressi nel comportamento alimentare.

Tra i propositi del 2018 c'era il non rimandare più i controlli sulla salute. Anche perchè da dicembre a gennaio si erano fatti avanti alcuni simpatici araldi a suggerire che, nella fisiologia castagnesca, gli ultimi quattro anni sono valsi quanto quaranta. Ogni esame che le è stato fatto, quindi, ha rivelato qualcosa: e la pressione è alta, e il colesterolo è salito, e il seno, e l'utero, e il rene.
Lei l'ha presa con una certa sicumera, battezzando Camilla la cisti nel seno, Klaus il calcolo renale, e aggiungendoli a Timmy Tommy e Jimmy, i tre miomi uterini. Ma si è defecata parecchio sotto, e ha riflettuto amaramente su molti aspetti, tra cui a dire il vero la principale preoccupazione, in caso di notizie molto brutte, era per sua madre (vedi come la vita fa il giro...).
In sei settimane è passata da: “affronterò tutto senza dire niente a nessuno, finchè non sarà assolutamente indispensabile” a “non diciamo cazzate, ho una famiglia e so come usarla in caso di bisogno, ce la faranno ad aiutarmi e starmi vicino”. Così è passata dal mood cimiteriale primo Ottocento (“vedi raspar tra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando”.... che, diciamocelo, è l'unico verso di Foscolo veramente BRUTTO) al mood “diamo l'esempio di dignità ed equilibrio e evitiamo di dare al marito e alla figlia la sensazione che a casa si parli solo di salute come tra vecchi”. In mezzo aveva anche tentato la fase Queen, spaziando da “who wants to live forever, when love must die?” a “but my smile still stays on”, se capite cosa intendo(*).Insomma: era morta d'ansia, la prof. Però la scelta di dire le cose alla sua tribù di amici e famiglia è stata vincente. Molto ha gradito, infatti, la fifonazza di Castagna, non dover affrontare tutto da sola, ma passare alcune poco rassicuranti ore di attesa, e il ritiro referti, con l'Uomo al suo fianco. Che riconferma quanto detto sopra in castagnese: va bene tutto, ma con l'Uomo, mentre, senza l'Uomo, non va bene niente.

Però oggi, che era il giorno dello strizzamento tette e dell'ecografia bilaterale, Castagna iperventilava di brutto, anche se cercava di non darlo troppo a vedere. Uscita con in mano un referto che non solo è negativo, scevro di ogni complicanza, ma è addirittura meglio di quello dei fatidici quaranta, è stata colta da un momento di grazia assurdo:

  • adesso non tocco più un fritto un dolce un cioccolatino una sigaretta
  • vi amo tutti e sarò a disposizione di tutti per farvi felici
  • yoga tutti i giorni lo giuro
  • sane abitudini, a me
  • faccio lavare la macchina

...etc etc etc.

Quindi è rientrata e si è fatta una bouffée preoccupante di roba sana, poi mentre, tutta contenta, cercava di non domandarsi per l'ennesima sera come mai l'Uomo rientrasse tardi, o meglio, di non rispondersi alla domanda (**), ha pensato: e metto in ordine il blog.

Per metto in ordine intendeva: non ce la faremo mai a recuperare tutto quello che in questi mesi vi siete persi della mirabolante prima B, né della misteriosa terza B. O della situazione matrimoniale, per la quale un team di esperti sta cercando di tradurre dal castagnese un breve riassunto in centrotrentaquattro volumi.
Ma possiamo portare chiarezza su alcuni punti in generale. Da cui, il prossimo post.

(*) E guardate che io “The show must go on” non la cito MAI, perchè per me è come fare le fotocopie del testamento spirituale di un parente, è una cosa che mi fa stare male, come un affronto al pudore.

(**) Stasera è stato facile, poiché uscendo dall'ospedale l'Uomo ha detto in una stessa frase le parole “U2” “Assago” “terza fila” e “ottobre”. Purtroppo ha anche detto il prezzo di ogni posto in terza fila al concerto. Ma in fondo chi cazzo se ne frega, ha pensato Castagna. Sono gli U2, è la seconda possibilità che mi sta offrendo l'Uomo, non ho un cancro al seno, e poi, poi, lui ha detto a ottobre. Che, pensandoci, mi fa più felice di tutto il resto. Sì, anche di sentir cantare “One” dal vivo. E, pensandoci ora, le sono stati nominati gli U2 e Castagna non ha risentito nelle ossa il caldo rovente del maggio 2014 e in testa le note galeotte di “Where the streets have no name”. Ha solo guardato l'Uomo, pensato che non sa nemmeno se se la merita, lei, una seconda possibilità, e gli ha detto che sì, nel 2009 i biglietti sono stati rivenduti, ma lei è molto cambiata dal 2009. E gli ha sorriso. Pregando gli dei di ogni culto conosciuto nella storia umana che davvero lui gliela desse, una seconda possibilità.

venerdì 26 gennaio 2018

A fare danno si è sempre in tempo

Come tutti sanno, ci vogliono millenni per produrre una gemma preziosa e un attimo per spezzarla. Dozzine di mesi per scrivere un capolavoro, e una frazione di secondo per appiccare il fuoco a una pila di libri. E potrei continuare con gli esempi.

Dieci anni e mezzo di reputazione tutto sommato buona a Scuolina Rosa, e quattro minuti per fornire materiale da sputtanamento sufficiente a guastarmi la vita.

Così, quando dico all'Orsone di farsi posto sul sedile posteriore della mia auto, tra bottiglie di Fiuggi (la Princi ha dei calcoli renali), cd di yoga e libri di storia, sono consapevole di stare controfirmando la mia pubblica esecuzione.

Lo porto a neanche trecento metri dalla scuola, al solito baretto. Ma ho appena accettato di pranzare con lui, di corsa, anche se gli ho cambiato tutti i programmi del rientro pomeridiano per poter rientrare a casa all'ora di pranzo e accudire la Princi.

In macchina si svolge la seguente spiegazione: "Orsone, allora, capiamoci: io sono una rispettabile insegnante sposata. Qui dentro non vedono l'ora di trovare qualcosa con cui affossarmi, ma in tutti questi anni gliene ho fatte due sotto il naso e non se ne sono accorti, adesso dare un passaggio a te da qui a lì mi devasterà la reputazione."
Ride. Sottolineo che non c'è un cazzo da ridere: "No, seriamente, guarda che se tu adesso ti metti in lite col Troll, e tutti sanno che io e te invece andiamo d'accordo, si crea una faida mortale. In pratica, se adesso ci schieriamo dalla stessa parte, tu l'anno prossimo devi inevitabilmente riprendere cattedra qui per venire a difendermi, non puoi andartene lasciandomi sola con le conseguenze."

Io e la mia incipiente influenza, infatti, siamo rimaste a pranzo perché l'Orsone, che la settimana scorsa mi ha sostenuto durante quella che passerà alla storia come "la Questione del Regolamento Fantasma", alla fine delle lezioni ieri mi si è attaccato con occhio allarmato dicendo: "Penso che litigherò col Troll". A causa di quello che i posteri ricorderanno come "il Delitto del Tagliacarte".

Protagonisti delle due vicende, un Gigante stranamente volubile, Castagna, il Troll, la Bestia Nera, la Bionda Svampita, l'Orsetto Lavatore (ribattezzato efficacemente Pirlotto), l'Orsone, la Preside Chic, Belzebù e Riace in terza B, una ragazzina di seconda A, e un reparto psichiatrico, l'intera seconda B. Coprotagonista, un regolamento scritto da noi stessi che adesso è carta da cesso. Personaggi secondari, comprimari e comparse: diversi genitori, altri prof, la terza B, Antigone (quella della tragedia greca, non è un soprannome) e una gita scolastica.

Ora, l'Orsone io l'ho avvisato un paio di mesi fa che si stava mettendo nei guai. Sono entrata in sala prof a metà mattina e gli ho fatto: "io e te il caffè di oggi lo prendiamo al bar", e ho colto l'occasione per spiegargli, al riparo dalle orecchie indiscrete che origliano dietro la finta parete dello stanzino del caffè, che stava correndo un bel rischio. Una settimana scarsa dopo è entrato in sala prof e mi ha detto: "avevi proprio ragione".
Così, quando ieri ha preso il cappotto e ha detto, forse senza rendersi conto che il Troll era lì e io e lei avevamo pelo dritto e denti scoperti, ma forse percependolo benissimo e facendolo apposta, "andiamo a mangiare?", la qui scrivente sventurata ha risposto.


domenica 21 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Itaca

Mi facevano male le mani a forza di arrotolare il filo, ero stanca. Faceva di nuovo un caldo insopportabile, nel cortile di pietra non muoveva un filo di vento. Dalle stanze interne venivano le loro risa sguaiate: anche quel giorno avevano banchettato a nostre spese, ed io non avevo più, da tempo, il coraggio di guardare l'espressione sfiduciata di Laerte.

Mi ero ritirata presto, dopo le faccende del mattino. Avrei tanto voluto distendermi e dormire. Ma quando arrivavo nella camera nuziale, e guardavo il tronco nodoso su cui giaceva il pagliericcio, ero ossessionata ogni volta dal pensiero delle sue mani, le sue bellissime mani, che lavoravano il legno e lo lisciavano con cura, che lavoravano la mia pelle e la facevano scintillare nella luce della luna. Mi portai quindi subito il cesto con la lana ai piedi dell'albero, in cortile, insieme ad un piccolo sedile. Speravo in un refolo d'aria che mi asciugasse il sudore. Ma tutto era giallo e rovente, come al solito d'estate: per sentire il vento avrei dovuto andarmene da lì, camminare per chilometri fino al mare, e io non sopportavo quasi più di uscire, se non all'alba, per i miei solitari vagabondaggi pieni di un rabbioso dolore. Poi quel giorno, in particolare, non mi sentivo in condizioni di affrontare la possibilità di incontrare Anfinomo. I suoi occhi gentili, il suo bianco sorriso, la mano delicata con cui a volte mi tratteneva nell'atrio e mi sospingeva verso la sala: "Perché non resti con noi, Penelope?" chiedeva, e io sapevo che, tra tutti i Proci, solo lui non parlava per interesse. Non voleva che scegliessi uno di loro per prendere il potere. Credevo che provasse solo a dirmi che dovevo vivere. Senza Ulisse, vivere?

I suoi cugini erano arrivati più di una volta a provocazioni grevi, a toni accesi. Lui, potevo sentirlo anche se mi allontanavo sdegnosamente dalla stanza, interveniva con voce pacata, ad un volume troppo basso per un uomo della sua statura. Mi ero sorpresa, una volta, a chiedermi come fosse la sua voce quando si alterava. Probabilmente, come tutti i buoni d'animo, gridava forte all'improvviso, e poi era il primo a spaventarsene. Comunque non lo avevo mai sentito arrabbiarsi.

Da qualche settimana Telemaco sembrava aver legato molto con Anfinomo. Li avevo visti giocare insieme, mimando movimenti di lotta, appena qualche giorno prima. Il mio bellissimo figlio, così simile al padre, e il suo corpo giovane avvinghiato con quello, non molto più vecchio, del mio pretendente. Risate, grugniti, muscoli guizzanti, il fiato corto. Passando, uno degli altri li aveva visti, aveva gettato un'occhiata maliziosa a me che osservavo dalla soglia, e aveva urlato: "Guardate ragazzi, Anfinomo ha trovato il modo per arrivare a Penelope: conquista il figlio, e avrai la madre!!!"
Tutti e due avevano smesso di colpo di lottare, Telemaco aveva stretto labbra e pugni, e guardato me con la furia in viso, ma a me bastava un cenno per dissuaderlo, e quel giorno mi limitai a un'occhiata. Dietro di lui, Anfinomo aveva lasciato ricadere le braccia, ripreso le distanze, e anche lui stava guardando me. Con espressione dispiaciuta. Nessuno di noi aveva proferito verbo, ed io ero rientrata nell'ombra della sala.

Quella sera ero andata a dormire con un senso di agitazione, di pericolo, e insieme qualcosa che non sapevo nominare, come un prurito in mezzo al cuore, come un rigagnolo d'acqua pulita che scorre da una crepa nel muro. Avevo chiuso gli occhi a fatica dopo molti aggiustamenti nel giaciglio, che sembrava fatto di spine. E sognato un'isola verdissima, lontana, con i delfini che saltavano fuori dalle onde, le ombre fresche che si spostavano lungo la sabbia rosata, una donna di eccezionale bellezza con un peplo bianco, e gli occhi di due verdi diversi del mio amato sposo che fissavano il mare. Una voce aveva sussurrato nel mio orecchio: "Arriva!", e mi ero svegliata di colpo, senza cognizione, con l'impulso di correre ad aprire la porta: così violento, questo istinto, da farmi alzare e correre davvero, così com'ero, nella sottile veste da notte, fino alla sala principale, dove il fuoco era sempre acceso per le gozzoviglie dei Proci.

Solo quando ero arrivata al centro della sala semibuia avevo considerato la mia situazione: mi ero appena slanciata, seminuda, verso una stanza dove avrei potuto trovare una dozzina di uomini ubriachi, solo perché il mio assurdo cuore credeva, per un ingannevole sogno mandato da chissà quale dio vendicativo, che in mezzo alla sala avrei trovato lui, sporco di sale, trasandato, coi capelli ingrigiti, e la mia corsa si sarebbe finalmente fermata nello spazio palpitante del suo petto.

Invece, per mia fortuna, la sala era deserta. Il fuoco era prossimo a esaurirsi. Doveva essere molto tardi, o molto presto. Mi ero ricomposta, temendo di incontrare qualche servo già sveglio, venuto a riattizzare le fiamme. Ma avevo ancora gli occhi velati dal sogno, la mente confusa, e indugiavo a guardare le braci luminose. Poi un rumore mi aveva fatto saltare il cuore nel petto: dall'angolo della stanza una figura si stava sollevando da una panca, e per un attimo irragionevolmente avevo sperato che... ma subito dopo vidi, la corporatura, i capelli, il movimento stesso non erano quelli di Ulisse. Il debole chiarore del fuoco si rifletteva negli occhi neri di Anfinomo, mentre mi sorrideva, assonnato.

"Mi hanno lasciato qua" aveva detto a bassa voce, con tono di scusa.
Non riuscivo ancora a completare il mio risveglio. Sembrava una parte del sogno stesso. Poi mi ero accorta di tutto, dei miei capelli sciolti, del telo sottile che copriva il mio corpo, del buio, dei suoi occhi buoni che mi scrutavano con serietà. Avevo raddrizzato il collo, ripreso la postura che si addice a una regina, portato indietro le spalle, e in modo il più possibile tranquillo avevo detto: "Buon riposo, Anfinomo". Non aveva tentato di trattenermi. Rifacendo il corridoio, mentre reprimevo l'impulso di accelerare il passo, mi ero chiesta per un attimo se avrebbe parlato del nostro incontro con i suoi parenti. Ma sapevo che non sarebbe accaduto. Ero rimasta raggomitolata sul letto, seduta, a guardare la luce dell'alba che entrava sotto la porta, e per quella notte non avevo più osato dormire.

Quel giorno, sotto l'ulivo, ripensavo all'ondata di speranza, di incontenibile gioia, provata correndo nel buio verso la sala, e insieme al senso di fastidio che mi dava l'immagine, sempre presente adesso, di quell'isola così verde, di quella donna dai ricci perfetti. Mi dissi che era solo un sogno, ma ero nauseata, dal caldo forse, dal ripetersi incessante del movimento delle mie dita, e con insofferenza gettai a terra la lana che stavo lavorando. Mi guardai le mani, in grembo. Pensavo alla pelle delle mie braccia, delle mie cosce, del mio viso, che non riluceva più di giovinezza e turgore. Ai miei capelli, che sul davanti erano aureolati dei primi fili d'argento. A tutta la lana che avevo filato instancabilmente in quegli anni, mentre l'ulivo del cortile e Telemaco crescevano, e io mi lasciavo appassire.

Dovevo riscuotermi. Mi alzai per prendere la lana, e chinandomi avvertii il familiare gorgoglio nel basso ventre, l'appiccicoso fluire del sangue. Con un sospiro, decisi di lasciare dov'era la mia opera di filatura, e entrai nelle mie stanze, per ripulirmi. Un'altra luna che mi vedeva dormire sola. Il mio seno non si sarebbe più teso, gonfio di latte, alle labbra rosa di un bambino. Eppure, ogni mese, ancora questa piccola tortura. Scossi la testa, irritata e avvilita. E poi entrai nella camera nuziale, e allora lo vidi. Era in piedi accanto al talamo. Inorridii. Neppure le serve entravano senza il mio permesso.
Era di schiena. Teneva qualcosa tra le mani, se lo portava al viso. Le sue belle grandi spalle curve, le sue mani che toccavano la stoffa con dolcezza. Si voltò di scatto, sentendo il risucchio del mio respiro, ma avevo visto abbastanza. Aggrottai la fronte, fulminandolo: "Anfinomo!" Abbassò gli occhi a terra, con la destra mi tese il mio scialle leggero, senza arrivare a toccarmi. Mentre lo prendevo, il suo sguardo tornò su di me, malinconico e ferito. Volevo dire qualcosa. Se avesse parlato, sorriso, o tentato qualsiasi gesto, lo avrei allontanato con rabbia. Ma qualcosa nella sua espressione mi disarmò. Restammo un momento in piedi, uno davanti all'altra.

"Mamma!" gridò Telemaco da fuori.
Sussultai. Anfinomo raddrizzò le spalle, senza lasciare i miei occhi.
"Mamma!"
"Vengo, Telemaco!" risposi. Anfinomo si allontanò da me.
Sgusciai nel cortile, cercando di non lasciare la porta aperta dietro di me, ma accostandola con un movimento che speravo risultasse naturale.
"Mamma", la voce di Telemaco si incrinava come quando era piccolo, "è morto Argo!"
"Come?"
Gli scese una lacrima, che scacciò nervoso con le dita: "Stava arrivando gente... un viandante da lontano... e Eumeo ha detto che il cane si è tirato su, ha scodinzolato, e poi... mamma..."
"Povera bestia, era molto vecchio..."
"Sì..."
"Adesso non piangere, Telemaco, accompagnami a vedere chi è arrivato."







sabato 20 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Ogigia

"Non andare", mi disse più volte Calipso. "Il nostro sarà un amore immortale. Farò di te un dio, è quel che meriti."
Restavo sdraiato tra le sue braccia, ascoltando le onde fuori dalla grotta. I suoni distanti degli uccelli marini, di creature mostruose che risucchiavano acqua nelle fauci, degli spruzzi sollevati da banchi di pesci volanti. Gli schiocchi felici dei delfini. Tutto lì fuori, a portata di mano. E neanche due assi di legno tenute insieme da una corda, per andarmene. Gli dèi contro, da una vita.
La mano di Calipso intorno al sesso, e gli occhi muti di Penelope in mente.

Di giorno, le fronde stormivano sul mio capo, mentre strizzavo le palpebre per guardare il cielo tra le foglie. Il mio corpo, reso coriaceo dal sale e muscoloso dai combattimenti, che impigriva, che si allentava, nell'ozio dorato della spiaggia di Ogigia.
Due uccellini verde chiaro si inseguivano giocando. Pensavo alla piccola mano paffuta di Telemaco aggrappata al mio dito.

Poi lei venne, e disse: "Hanno detto che puoi andare. Che devi andare."
Le tremava la voce. Il mio cuore fece un balzo nel petto, mi sollevai per metà sulla sabbia, già cercavo con gli occhi un tronco da tagliare. Poi la guardai. Cercava di sorridermi, ma i suoi occhi erano puntati verso l'orizzonte. Per la miliardesima volta, ne ero certo, si chiedeva come avrei trovato Penelope: una quasi quarantenne con i segni del dolore in viso, un essere umano, fallibile, pieno di difetti. Lei, che era una dea e ogni giorno rifletteva nei capelli, nelle labbra, tutto lo splendore di un'isola fatata, cercava di immaginare il profumo di mia moglie, del nostro letto, delle stanze di casa nostra. Non poteva riuscirci.

Tentai di non farle notare con quanta eccitazione stessi mettendo finalmente insieme i pezzi per costruire la mia zattera. Mi portava da mangiare e da bere, sedeva vicino a me per un po', ma le passavano sul viso incantevole molte espressioni dure. Poi si alzava e scuotendo le spalle andava verso la grotta. Di notte mi amava con generosità, con passione. Di giorno prese a evitarmi sempre di più.

Una sera prima del tramonto finii il lavoro. Non volevo dormire con lei, rubarle un'ultima volta i piaceri che avevo imparato ad apprezzare, volevo stare vicino alla mia zattera, carezzare il legno, non chiudere occhio fino al primo raggio di luce, per non perdere neanche un secondo, per spingere in acqua la piccola imbarcazione non appena avessi potuto distinguere la linea del promontorio dal colore del cielo. Non sapevo come salutarla.

Venne lei, appena sceso il sole, quando mi ero da poco sdraiato sulle assi tiepide. Mi si raggomitolò vicino. Non voleva fare l'amore, non mi toccava neppure. Restò lì fino a poco prima che albeggiasse. Io non dissi niente. La guardai andare via, col peplo chiaro che ondeggiava, appena visibile, lungo il bagnasciuga nero, finchè scomparve. Non ero davvero certo che ci fosse mai stata.

Spinsi in mare la zattera, e a ogni onda che la colpiva il mio corpo sussultava, come se i sobbalzi del legno fossero spinte dei miei lombi in un grembo azzurro, enorme. Appena fui abbastanza lontano dall'isola, urlai al cielo con rabbia, e con gioia. Stavo andando a casa. Ogigia, dietro di me, era una macchia verdeggiante, baciata dalla rugiada, ruscellante di cascate. In fondo alla grotta, Calipso forse piangeva. L'odore di pietre calde e legno d'ulivo della mia stanza nuziale si liberò nel mio cervello, un ricordo che non avevo voluto ridestare per anni. Ma sembrava quasi di essere sulla porta, se chiudevo gli occhi percepivo la ruvidezza del muro, il passo calmo di Penelope coi suoi calzari sottili, il fruscio della sua veste che cadeva a terra. Mi concentrai intensamente sul mare, che temevo potesse tradirmi ancora. Non potevo ancora cedere al miraggio. Non potevo correre a prenderla tra le mie braccia, strofinare la testa calda di Argo, vedere lo splendore dei vent'anni di Telemaco. Dovevo fare quel che avevo sempre fatto: navigare. E non morire. Strinsi le palpebre e scrutai l'orizzonte che si faceva cupo. Non mi sarei lasciato fermare.





martedì 16 gennaio 2018

Quattro fotogrammi

Uno.
Oggi sarebbe l'anniversario di matrimonio dei miei. Mia madre non indossa più la fede da un pezzo, io ogni volta che le guardo la mano sinistra ci resto di merda. Sono una sentimentale del cazzo, e, comunque, papà mi manca. Sono quattro anni che se ne è andato, e io che non capivo perché la settimana scorsa ero fisicamente e moralmente a pezzi: mi era sfuggito l'anniversario, a livello cosciente, e invece eccolo, da tutte le altre parti. Domani faccio quarantadue anni e vorrei tanto un suo abbraccio.

Due.
Cazzo, ma Dolores O'Riordan anche no, dai. Anche no.

Tre.
La Princi è tra i candidati per un'esperienza di stage all'estero. Ventotto giorni in Spagna, in famiglia, a lavorare come assistente di sala in pronto soccorso. Uno dei quindici posti riservati agli alunni di Ultima Frontiera è praticamente già suo, a giudicare da come me ne hanno parlato i professori. Un terzo di me scoppia di fierezza, orgoglio, invidia e entusiasmo. Un terzo di me si domanda come sopravviverà, quella che è tornata da due settimane di Sardegna con l'appendicite e ha detto "lo sapevo che se andavo via mi veniva qualcosa", quella che non sa contare i resti, e quella che fino a cinque minuti fa voleva la mamma per ogni cosa nuova. Un altro terzo guarda pensoso l'Uomo e si domanda: come sopravviverò io? Cosa succederà in quel mese?
Oggi comunque lei va alla prima lezione di teoria per la patente. Lacrimuccia. Stiamo invecchiando.

Quattro.
Belzebù sta per essere ricoverato di nuovo. Sta veramente male, di fisico e di testa. Non ci dormo. Penso che andrò a trovarlo al Gaslini. Non voglio coinvolgermi troppo, temo di sapere come andrà a finire e devo cercare di proteggermi, nei limiti del possibile, ma lui è così solo. La differenza tra il suo comportamento e quello degli altri è enorme, ormai, e come si fa a non iniziare davvero a trattarlo diversamente da tutti.
Sono intervenuta in suo favore, sbianchettando di mio pugno due note dell'Orsone per il suo sclero incontenibile dell'ultimo giorno in cui è venuto a scuola, la settimana scorsa. L'Orsone mi aveva dato il suo permesso, ma di certo ho sudato freddo nel prendere posizione davanti a un uomo così autorevole. E nel valutare fin dove arrivi adesso la possibilità di dire la mia, in una scuola dove, fino a due anni fa, ero trattata come una sguattera rimpiazzabile in qualsiasi momento. Ieri guardavo i ragazzi di terza, due ore e mezza con la testa china sul testo argomentativo, in un silenzio celestiale che perdurava anche se io mi spostavo in fondo al corridoio a far fare le fotocopie. Due anni e mezzo, ci ho messo, ad avere questo da loro. E diciotto anni, tra tirocini, supplenze e ruolo, ad avere questo da me stessa.

giovedì 28 dicembre 2017

Due sogni

Avevo un bel post pieno di buoni propositi da scrivere. Ma era Natale, e c'era troppo da fare. I buoni propositi, invece di scriverli, è stato necessario metterli in pratica.

Poi l'Uomo ha fatto una cosa potenzialmente gravissima. Di quelle che ti possono cambiare completamente la prospettiva su una persona, anche se tutto il tuo essere lotta per non crederci. Ed è già la seconda cosa di questo tipo che fa, da settembre. Per circa diciotto ore sono rimasta del tutto annichilita da quanto stavo vedendo, e al tempo stesso uno o due passi indietro: no, ci sono responsabilità che NEMMENO IO voglio condividere con lui.

Ho comunque incrollabilmente dormito al suo fianco. Memore di un dialogo di qualche giorno prima con la Princi. Io: "Devo prendere qualcosa per i suoceri, per Natale", lei: "Che voglia", e io: "Sai com'è, io tengo la posizione."
Tenevo la posizione, l'altra notte, perché dentro di me una Castagna venticinquenne, con gli occhi sgranati, guardava un Uomo di ventisei anni, bello come il sole e pieno di amore, di battute intelligenti che spezzano le ginocchia e di idee rapinose, e la Castagna di quasi quarantadue anni non è riuscita, NEMMENO STAVOLTA, a impedire alla sua omonima di sperare che lui fosse, nel profondo, ancora se stesso. Ha ceduto e cercato di non far notare la sua atroce diffidenza e la sua delusione bruciante. Troppo pericoloso, se lui se ne fosse accorto.

Ma il sonno, soprattutto verso mattina, è stato orribile. Sogno che lui mi dice che ha un'altra famiglia, in un paese da queste parti. Che ci sono tre figli di questa donna e l'altra, quella prima, ne aveva due. Che vogliono andare a vivere insieme e si stanno organizzando. E intanto capito in una sala dell'ospedale, al primo giorno di specializzazione in pronto soccorso, e siamo tanti specializzandi, tra cui io, la Princi e altri due siamo piombati lì in ritardo, io mentre inseguivo l'Uomo che frattanto mi spezzava il cuore con queste sue parole, dette sgarbatamente. Il primario, giustamente, ci striglia. Poi, su e giù per l'ospedale,  correndo dietro all'Uomo, passo per un appartamento arredato con cattivo gusto anni Settanta, e mi viene presentato l'ex marito di quella che vuole andare a vivere con mio marito. Un tizio unticcio, finto figo, sgradevole e volgare al massimo, che sostiene che dobbiamo consolarci tra noi, dato che siamo stati lasciati. E io lo respingo, e questo diventa molesto. Poi mi scaravento dentro un ascensore dell'ospedale, e uno specializzando spocchioso mi squadra e dice: "ah, e tu sei una di quelle che sono arrivate in ritardo, una specializzanda di serie C". Al che io rispondo, senza minimamente alterarmi: "guarda, nella mia vita è sempre andata così: se non sono capace, mi tolgo, ma se in una cosa sono capace, stai pur certo che sono in serie A".

Ed è una gran bella risposta, cercherò prima o poi di spendermela anche da sveglia. Però lì sognavo, ero in un incubo angosciante, e non riuscivo a uscirne.

Il giorno dopo lui sceglie, anche se in ritardo, di fare la cosa giusta. La Castagna quarantaduenne resta a torcersi le mani, e l'anima. Quella di venticinque anni gira sul suo meraviglioso compagno di corso due occhi verdi pieni di fiducia, ammirazione e amore. Stregata dal suo carisma e dalla sua fragile, inquieta profondità. Proprio come allora. Ma cerca di non farlo notare. Troppo pericoloso.

La notte prima era stata la Castagna di quarantadue anni in cabina di regia a scegliere i sogni. La seconda notte il canale lo sceglie l'altra. Sogno di essere con l'Uomo nella casa di campagna. Sogno di fare l'amore con lui tutta la notte. Ahimè alle cinque e mezza lui si alza per andare in bagno, e strappa via il sonno in cui ero così felice.

Al mattino è durissima conciliare tutto, la paura, la speranza, la vergogna, la fiducia. La posizione è rimasta salda, anche se non si sa se sia un bene. La mente è confusa. Il cuore, purtroppo, ci vede benissimo.

sabato 16 dicembre 2017

Posa la zavorra, capitolo 4 - E possibilmente non andarle dietro

Ci sto provando.

La poso, la zavorra, ogni volta che posso. Ho trovato un esercizio di digitopressione e con quello credo di aver risolto parecchio, forse addirittura il bruxare come una pazza la notte. Ho un nuovo file di meditazione in inglese e non arrivo mai a sentirne la fine, perché mi raggomitolo vicino al pc e dormo, dopo pranzo, nel sole invernale. Ricarico le pile con piccole cose: il giro delle coppette dell'acqua da riempire sui termosifoni nella nuova sala yoga, cinque minuti di gattino piumoso che mi cammina addosso sul divano, una telefonata in cui fingo di farcela, do notizie non troppo veritiere sulla situazione familiare, butto in caciara, ma soprattutto regalo qualcosa, che sia dare un po' d'attenzione a un'amica che ha bisogno di parlare o prestare la casa a qualcuno che ha voglia di andare a Genova. Non dico più di no quando mi chiedono un favore, a meno che non si sovrapponga a troppi impegni; non mi spazientisco per le attese, trovo in ogni cosa un momento di pausa e di calma a cui appoggiarmi, a volte anche solo apprezzando il sollievo da un disagio, come il passare del freddo umido mortale di Torino al tepore dell'auto riscaldata.

Ma i segni li riconosco benissimo. Quel bisogno spasmodico di sapere che ci sarà, nel pomeriggio, un momento in cui nessuno telefonerà, e potrò lasciarmi cadere preda di uno sfinimento che mi porto dietro dal primo minuto in cui mi sono mossa dopo la sveglia. La voce di uno, due, tre colleghi che chiedono: ma stai bene? (L'Orsone non lo chiede mai. L'Orsone ormai schiaccia il tasto del caffè macchiato e mi mette in mano il bicchierino, senza chiedere, sembra l'infermiera che fa il giro del mattino con le terapie, io neanche metto a fuoco che lo sta facendo, anzi se non tira fuori lui il resto dalla macchinetta ce lo lascio dentro, imbambolata, inerme. E' che di lui mi fido. Non fa domande che esulino dal contesto. Non rompe. I cinque minuti della macchinetta al mattino prima di iniziare stanno diventando un rifugio tranquillo.) Il fatto che certe cose, che in passato mi avrebbero dato carburante per reggere settimane intere, ora in cinque minuti me le scordi. Mi scordo anche quelle negative che mi avrebbero segato le gambe, eh, ma provare quasi nulla di fronte a fatti emotivamente significativi non è un bene. Il fatto che per cominciare una cosa io ci metta settanta minuti, che la mia attenzione ne duri uno e mezzo, che avere un impegno dopo le sei di sera mi faccia salire la tristezza, che quando, come questa settimana, sono sola all'ora dei pasti,  a pranzo non sappia se ho mangiato e cosa, e che ceni alle 18.45 per poi addormentarmi sul divano prima delle otto. Il fegato, i reni, lo stomaco, la gola che dolgono, a turno o insieme, la febbriciattola da stanchezza, la pelle che si secca. Addirittura 48 ore di emicrania, mai più successo da tanto tempo.

Continuo a pensare al solstizio d'inverno. Mi sono iscritta per questa domenica al workshop sul saluto al sole di Bunny, anche se significa essere a Alba prima delle otto e mezza e te la raccomando, una bella levataccia la mattina dopo l'ultima sera di festival, con il freddo apocalittico che sta facendo in questo periodo, che sembra di essere a Westeros. E per andare a Alba, poi. Ma capisco che sto cercando la fonte delle energie che sembro aver perso, che cerco ogni giorno come una rabdomante impazzita, che ogni notte credo di trovare nel contatto col corpo caldo dell'Uomo e che invece, al mattino, si rivela un filone in esaurimento, una falda ormai appena umida.

Continuo a pensare alla disperazione nera con cui ho vissuto il fatto che tutti, TUTTI, inclusa mia madre che mi conosce, che dormiva in camera con me e che parlava con me dei disastri familiari fino alle due di notte, al ritiro yoga mi abbiano detto che trasmettevo tanta bella energia. Cazzo, ho pensato. Allora fingo troppo bene, ormai. Menomale che in questi giorni qualche collega (la Bestia Nera, la Zuccherina di Arte, la Pianista, e sicuramente anche l'Orsone, che però tace) si è accorto che c'ero e non c'ero, che stavo in piedi con la sola forza di volontà, che succhiavo dai bimbi di prima le mie forze e appena mi allontanavo dal cerchio colorato della loro classe rumorosa iniziavo a vacillare. Mi ripeto, dicendo ancora una volta che, per fortuna, sia il bellissimo irraggiungibile rapitore alieno sia il Magnifico con le sue domande tossiche sono lontani, ma proprio ad anni luce, e questo è senz'altro un bene, perché non potrei reggere a due occhi scuri che mi leggono attraverso e men che meno a una voce vellutata che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Ho deciso che, negli ultimi quattro anni, ho dato fin troppo spazio al dolore causato da uomini che in realtà erano colpevoli, in quanto consapevoli di sparare sulla Croce Rossa. Ora mi tengo solo il dolore che mi causa l'Uomo, e va benissimo così, quello me lo scelgo, almeno. E lui è, il più delle volte, talmente preso dai cazzi suoi da non essere sul serio consapevole di quanto affonda la lama. Ma anche questo lo guardo da lontano, come da sott'acqua. Non devo affogare, non devo affogare. Me lo ripeto. Nuotare è faticoso. Sto diventando brava a galleggiare, a stare in apnea, ma non devo affogare. Non devo andare a fondo con la zavorra che sto mollando. Ma nemmeno fingere di essere un delfino, se l'unica cosa che mi sento di essere è un mollusco che si ritira in una sottile conchiglia e cerca di non essere visto dai predatori.

martedì 12 dicembre 2017

Undici anni e fare già sfracelli

"Chi era Calcante?"
Strepitoso non la sa. Gli altri tre arretrano e si accucciano un po' più in là.
"Che diavolo state facendo?"
"...non la sappiamo!!!"
"...state SCAPPANDO?"
Mi guardano, incerti tra il terrore e il riso. Tornano vicini alla cattedra.
"Allora, Calcante?"
"..."
Interpello la classe.
"Calcante?"
"...un Troiano?"
"No!"
"Un re!"
"Un guerriero!"
"Il padre di..."
"Il figlio di..."
"Un dio!"
"...un bell'uomo!"
Mi giro e incenerisco Strepitoso, che tenta come al solito di buttarla sul "sono adorabile, vero?"
Alla mia sinistra, come da uno stato di trance, una voce esala: "Un indovino."
Mi volto. Tutto aggrovigliato, un mucchietto di nervi e ossa che si arrampicano come una pianta folle intorno al banco e sulla cattedra, occhi blu proprio blu, biondo accecante: io stringo le palpebre e l'intera classe si prepara a sentirmi strillare al Missile qualcosa di tremendo. Invece sussurro: "E la sa. Mannaggia."
Lo applaudono. La sa fin troppo spesso. Rompe come una varicella virulenta, ma la sa. Ieri si è autodefinito: "Prof, sono un tossicoindipendente." Dopo che gli avevo chiesto che sostanze allucinogene avesse mangiato per colazione.

Mi adora. Ricambiato.
Qualche giorno fa l'Irresistibile cerca di placarmi, mentre gli ripeto per l'ennesima volta di sedersi, sbattendo lunghe ciglia nere da antilope africana sugli occhioni di cioccolata fondente.
"Ma cosa fai. Non basta farmi gli occhi dolci. Sono immune", lo gelo.
E alla mia sinistra, ecco il Missile Coreano, e dovevate sentire il tono calmo e sicuro da seduttore consumato: "Anche a me?"
Giro il raggio della morte su di lui. Crudelia De Mon + Miranda Priestley + Cersei Lannister, espressione di assoluto disprezzo. Non batte ciglio:
Alain Delon + Marcello Mastroianni + George Clooney.
Apro la bocca. E dico:
"..."
Attende, senza abbassare gli occhi.
"...no, va bene, a te no" mastico a denti stretti, solo perché un vero campione ammette di perdere.
La classe esulta. Il Missile si gira con l'espressione immutata, per lui non è una vittoria, lo sapeva, il disgraziato.

Poi per carità. Esco dalla prima portandomi appesi mille problemi, loro e dei loro genitori.
Però, casi particolari di giovanissimi tombeur de femmes a parte, è una classe dove si sta bene, e si lavora. Oltre che farsi sanguinare le tonsille (non è figurato) e ridere un sacco, si hanno soddisfazioni: prima prova di grammatica, teoria, due sufficienze, ventiquattro insufficienze. Spiego che intendo ripeterla, perché quando va così è l'insegnante che sbaglia qualcosa. Anche così, le lacrime versate dalle povere creature straripano sotto la porta fino a metà corridoio. Correzione della prova fatta in classe, sette giorni di tempo, seconda somministrazione cambiando le domande: due insufficienze, ventiquattro sufficienze, di cui molti sono nove e dieci.

Oggi il Gioiello, interrogato di Letteratura, mi rispiega per filo e per segno come ha fatto Schliemann a trovare il sito di Troia e che il restauro di Cnosso pensato da Evans oggi non si farebbe più, perché non è abbastanza rispettoso della realtà storica.

Il Gioiello è il motivo per cui lì dentro l'asticella è stata messa a un livello preoccupantemente alto. Guardavo i suoi occhi pensosi cercare di non perdere il filo dal fondo dell'aula, in mezzo a una baraonda di note, sgridate, Adhd che si alzano, autistici che canticchiano, Fulminati che cadono dalla sedia, Missili che si agitano, Irresistibili che si stiracchiano in quanto già troppo alti per il banco, ragazzine che perdono il segno e si agitano (devo parlarvi di Pulcino, la sorellina dell'Adorabile licenziato l'anno scorso) e altri fenomeni da baraccone. E ho pensato: "No, questo bambino merita una cosa diversa."
E d'istinto: "Adesso, E., lentamente e scegliendo bene le parole, rispiegami la lezione che ho appena fatto."
Si concentra, prudente e ponderato come uno che deve attraversare un fiume gelato, e lo fa.
"Ti dò il voto, bravo."
Gli altri hanno visto qualcosa nella mia espressione, sono ammutoliti, fiutando l'agone olimpico. "Cos'era questo, prof?" E io li ho visti, che distinguevano la pista di Formula Uno dalla normale strada di campagna.
"Era un esercizio di esposizione orale. Col voto."
"Posso farlo anch'io?"
"Anche io!"
"Io, prof!"
Così adesso loro tornano a casa con le pagine che io ho spiegato, e con quelle da studiare da zero. E prendono voti diversi, sull'interrogazione normale e sull'esposizione orale. Me li figuro che spiegano, sussiegosi, a madri confuse: "No, queste pagine sono per giovedì e le devo studiare da solo".
Abbiamo finito l'Iliade, iniziato l'Odissea e anticipato due cose sull'Eneide. Abbiamo esaminato Cnosso, le foto della grotta di Zeus, imparato i nóstoi dei principali eroi, scoperto che fine ha fatto Aiace Telamonio e dove si trova Ftia, imparato i nomi delle tre Parche, ammirato in silenzio la maschera di Agamennone, descriviamo mossa per mossa la morte di Patroclo, secondo me si bevevano anche lo scudo di Achille e il catalogo delle navi, se non mi fermavo io. Che mi sto tenendo tempo per l'Eneide.
Oggi ho avuto un'amnesia su come si chiamasse la madre di Ulisse, e ho detto loro che vado a rivedermi il nome, perché poi la si incontra in un episodio... che faccio fare solo a classi bravissime.
Il Gioiello, l'Irresistibile, il Rubizzo, la Maestrina e Pulcino hanno sorriso con aria d'intesa.

Non sono mai stanca. È bellissimo.






martedì 5 dicembre 2017

I regali

Tu sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo” (lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino, tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà, pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di tecnica).

Comunque, di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici, amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non perderai più.

Per una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens? Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il meglio del 2017.

Lo vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così: mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.

E non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno, non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale. Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata... spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni. “Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti benissimo.

Alla sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E' stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso, per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine, un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno semplice.

E non è così che deve essere un regalo.

A una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali, se gli dici di smetterla di farti male, la smettono

I regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un pezzo.

Io sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento. O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.

(Ma l'avrà davvero scritto Dickens?)