Sì lo so che le ong ci mangiano. Sì lo so che lo Stato italiano, cui si fa sempre più fatica a mettere la maiuscola, ha preso precisi accordi, legali e non, per essere la terra di sbarco dei migranti, l'approdo deputato, e che ci mangia sui centri territoriali e che gli accordi con l'UE prevedono che ci teniamo tutti quelli registrati almeno tre anni, con impronta digitale e senza lavoro perché altrimenti perdiamo i finanziamenti. Comunque a me sembra che la ragazzina tedesca che pilota la Sea Watch sia bellissima. Una che ha studiato e fatto robe che a certi nostri politici (uomini ma anche donne, la Melona, la Mariastronza...) è inutile spiegargliele, perché non sanno di che si parla, anzi probabilmente loro sono fermi ai testi medici preilluministici che sostenevano che nella scatola cranica di una donna ci fosse meno materia cerebrale che in quella di un uomo. Spiegare loro chi è Carola è come pretendere di far esporre la Critica della ragion pratica a un pesce rosso.
Io parto dal mio piccolo, anzi dal piccolo dell'Uomo in questo caso. A parte che ho avuto in classe anche io un quindicenne somalo con i segni delle pallottole addosso. E due occhi che avevano visto la morte, la guerra, le lapidazioni, il deserto, il carcere libico e il barcone. Gli penso spesso. Ora è in Inghilterra, si è sposato con una connazionale e pare stia bene. Per qualche mese lo abbiamo protetto e custodito tra i nostri banchi e la sua giovanissima età ha fatto la differenza tra galera e libertà.
Comunque, l'Uomo quest'anno ha lavorato al CPIA con gli adulti stranieri. Dei quali NESSUNO aveva come destinazione l'Italia: andavano da tutt'altra parte coi soldi racimolati per scappare dalla guerra o dalla fame. Sono stati intercettati, traditi, venduti. E sono qua.
Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo. Che parla varie lingue perché le impara senza sforzo, era all'università ma aveva bisogno di lavorare, ed era stato invitato da un conoscente a lasciare il suo paese dell'Africa nera per lavorare in un villaggio turistico in Tunisia. Non ci è mai arrivato. Lo hanno catturato degli schiavisti. Intendo gente che sotto la villa aveva delle CELLE con dentro delle PERSONE che al mattino venivano caricate sul camion da gente armata e portate a lavorare nei campi o a tirare su muri. Alla sera caricati di nuovo e chiusi dentro. SCHIAVI. Nel XXI secolo come all'epoca dello zio Tom. Lui e altri sono scappati. Per finire in Libia. Bella, anche la Libia del XXI secolo. Polizia corrotta che li ha privati dei documenti, spogliati nudi e ha preteso soldi per lasciarli andare, altrimenti sparivano e saluti, tanto dei documenti non rimaneva traccia. Il barcone per l'Italia, una volta riusciti a farsi mandare abbastanza soldi da calmare i cani rabbiosi della Libia, era la sola strada per non tornare indietro senza un pezzo di carta, rischiando di essere di nuovo presi come selvaggina.
Poi ti ritrovi in Piemonte, bloccato in Italia con l'idea di essere poi un giorno assunto in un hotel perché parli varie lingue, e intanto ti fanno fare un corso di italiano, con lezioni integrative sulla lettura del linguaggio filmico tenute, va' a vedere la vita che giri fa, da un professore di Sestri Ponente con gli occhi verdi. Che viene a casa e lo racconta a tavola alla moglie con gli occhi verdi, alla suocera con gli occhi azzurri e alla figlia con gli occhi neri.
Oggi ho guardato la foto della Carola che porta a Lampedusa i migranti e poi si vedrà, e ho pensato: che occhi belli. E ho pensato a quel che mi insegnava mio padre sulle leggi del soccorso in mare e a quell'altro che ha urlato a Schettino vadaabordocazzo.
E ho pensato che non ci vuole molto a capire da che parte stare, anzi, più questo mondo diventa barbaro e regredisce a rapporti preda - predatore, più è facile scegliere.
giovedì 27 giugno 2019
Di torri d'avorio e bambine che corrono sul prato
Siamo a due giorni dalla fine degli impegni lavorativi. Sperimento un notevole vuoto emotivo. Quest'anno niente addii strazianti, se togliamo la ragazzina della comunità di cui non ho mai detto nulla qui, e la zingarella che ha dato l'esame col percorso scuola- lavoro, che è la ragione per cui ero in piedi all'alba la mattina del tema: le ho promesso assistenza psicologica per ogni giorno degli scritti.
Ma non è solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta.
Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate.
Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.
Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.
Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.
Adesso ho un nuovo traguardo da tentare, e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un rilassamento profondo. Risulta da ciò che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po' prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.
La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.
Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata, diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare. Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età, anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là, c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è primavera, siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.
Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po' di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.
Adesso, e alla luce più che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima.
Ma non è solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta.
Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate.
Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.
Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.
Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.
Adesso ho un nuovo traguardo da tentare, e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un rilassamento profondo. Risulta da ciò che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po' prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.
La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.
Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata, diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare. Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età, anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là, c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è primavera, siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.
Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po' di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.
Adesso, e alla luce più che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima.
domenica 2 giugno 2019
Il mito
La Caramella (che non sa tante cose) afferma che ho il mito dell'Uomo. Che credo in una cosa che non si dà nel mondo reale, l'amore eterno, la persona giusta, l'uomo della vita.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano senza ingrassare, e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione io, la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è che la vita è bastarda e si rovina tutto.
Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima di prendere una brutta piega.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano senza ingrassare, e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione io, la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è che la vita è bastarda e si rovina tutto.
Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima di prendere una brutta piega.
venerdì 31 maggio 2019
Ma che ne so, io
Finisce un altro anno. UN'ALTRO HANO, come scriverebbe il Cinghiale. Il Cinghiale lo passiamo in seconda perché l'anno scorso aveva otto materie sotto e oltre 40 giorni di assenza e l'abbiamo segato. Quest'anno ha otto materie sotto e a scuola ci viene. È troppo piccolo per il percorso formazione lavoro e quindi lo spostiamo in avanti di una casella. Poi lo fermiamo di nuovo e via di corso per meccanici. Dove non andrà. Ma siamo totalmente scoperti, niente famiglia, niente servizi sociali, niente certificazione: la sua è una stirpe impermeabile da generazioni alla pubblica istruzione e al lavoro. Sono arrivata al terzo figlio di quattro di quella dinastia e non mi faccio illusioni. Questo, almeno, si lava. E mi vuole bene come un cucciolo di gorilla geloso. Se mi stesse arrivando addosso un camion, si butterebbe davanti a me per fermarlo. Invece di cercare di spostare me.
Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento. E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità era in grado di leggere senza piangere. La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché proprio io devo valutare un testo del genere.
Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.
Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano a tornare. Perché le persone dichiarano con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura di vedersi di persona per un caffè in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente, imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.
Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano, sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.
Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti mentono, quanti si riparano, quanti restano. È pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più, come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è espresso in alfabeto latino ma anche quel che c'è scritto sotto in caratteri arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando cambiavano intensità mentre mi guardava.
Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia condanna definitiva. Forse sarà solo una scrematura di chi può davvero starmi vicino.
Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento. E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità era in grado di leggere senza piangere. La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché proprio io devo valutare un testo del genere.
Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.
Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano a tornare. Perché le persone dichiarano con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura di vedersi di persona per un caffè in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente, imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.
Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano, sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.
Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti mentono, quanti si riparano, quanti restano. È pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più, come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è espresso in alfabeto latino ma anche quel che c'è scritto sotto in caratteri arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando cambiavano intensità mentre mi guardava.
Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia condanna definitiva. Forse sarà solo una scrematura di chi può davvero starmi vicino.
sabato 18 maggio 2019
Quando fioriscono i papaveri
"Prof, ma perché il missile è... così???"
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."
Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.
La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.
Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.
La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.
Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.
Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu, ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio caldo e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."
Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.
La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.
Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.
La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.
Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.
Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu, ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio caldo e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.
domenica 28 aprile 2019
Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento
Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
sabato 20 aprile 2019
Donne e pallone
Scena. Ylmaz (prof di matematica di 44 anni) Castagna (prof di lettere di 43) Mimosa (exalunna di Castagna di 15 anni) BastianaBaldassarraBucci, Boss Ucraino, CamillaMilla (alunni di Ylmaz e Castagna di 11 anni e mezzo) si recano in pizzeria.
Boss Ucraino non aspetta nessuno e esce. La Ylmaz: "Boss, ti risparmio alcuni passaggi: quando sei in giro con una donna, devi aspettarla, non lasciarla indietro" e Castagna: "anche se è con le amiche e parlano solo di vestiti".
Mimosa: "io so parlare anche di calcio". Castagna: "Io no" e una delle altre ragazze: "Per, lei sa solo la differenza tra il Genoa e le altre squadre!". Castagna: "Io so solo la differenza tra Cristiano Ronaldo e tutti gli altri uomini del pianeta" e le ragazze dietro di lei , una: "Ma anche della galassia..." e due: "Se ce ne sono altri."
Game, set, match.
Se ce le scrivessero non verrebbero altrettanto bene.
Boss Ucraino non aspetta nessuno e esce. La Ylmaz: "Boss, ti risparmio alcuni passaggi: quando sei in giro con una donna, devi aspettarla, non lasciarla indietro" e Castagna: "anche se è con le amiche e parlano solo di vestiti".
Mimosa: "io so parlare anche di calcio". Castagna: "Io no" e una delle altre ragazze: "Per, lei sa solo la differenza tra il Genoa e le altre squadre!". Castagna: "Io so solo la differenza tra Cristiano Ronaldo e tutti gli altri uomini del pianeta" e le ragazze dietro di lei , una: "Ma anche della galassia..." e due: "Se ce ne sono altri."
Game, set, match.
Se ce le scrivessero non verrebbero altrettanto bene.
E se fosse là fuori che è tutto sbagliato
Finalmente piove, dopo molte settimane di aridità.
Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.
Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.
Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.
Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.
Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.
Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.
Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.
Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.
E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.
Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.
Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.
E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.
Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".
E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.
Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.
Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.
Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.
Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.
Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.
Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.
Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.
Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.
E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.
Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.
Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.
E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.
Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".
E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.
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cerco l'antidoto,
come la vedo io,
era il mio destino,
ti amerò sempre
domenica 7 aprile 2019
Cos'è successo. Parte seconda
Data la facciata presa con Scuola Vintage, la
Castagna ha reinvestito tutte le sue energie nel lavorare a Paesino di Sogno, e precisamente nel mettere le radici ancora più profondamente a Scuolina Rosa.
L'anno prossimo, eventualmente si ripresentasse la possibilità di andare a Scuola Vintage, ci farebbe un po' la tara. Per il momento, dato che la sua posizione a scuolina Rosa era diventata notevolmente faticosa da sostenere, ha deciso di lanciarsi e, invece di adottare un profilo più basso, di raddoppiare il proprio profilo attuale.
Conseguentemente non si presenta più a scuola in jeans, maglia e cardigan ma in tacco basso, gonna, collant velati e camicetta. Questa cosa ha insospettito i piccoli: "Prof? Perché oggi è così elegante?". I piu grandi, stronzificati dagli ormoni, le hanno immediatamente attribuito una relazione col collega Guanciotti, bel ragazzo per carità, ma anche no. La trasformazione è piaciuta soprattutto al Bidello Guaglione, ma per la Castagna il punto non è rimorchiare, ma esprimere con chiarezza che adesso ha deciso che nella vita, in determinate situazioni, vuole comandare lei e non vuole mettersi più da parte di fronte a nessuno. Se qualcuno fraintende, amen. Se qualche collega rosica, meglio.
Dopo qualche giorno di prova del nuovo look, la Castagna è andata dal vicepreside in un momento in cui non poteva fuggire e gli ha detto che avrebbe voluto chiedere trasferimento ma, per quest'anno, non lo fa perché il posto dove vuole andare non ha cattedre. "Quindi non vado ma sto." Il vicepreside ha risposto con aria esterrefatta: "Beh, bene!!!" come a dire: e menomale! E Castagna, facendogliela cadere dall'alto, ha ribattuto: "Beh, grazie!!!" come a dire: eh, sì, sarà anche il caso che tu te ne accorga, che è un bene per questa scuola se resto!
Dopodiché, stranamente, il vicepreside ha ricominciato a rivolgere serenamente la parola a Castagna. La collega Troll invece le ha levato il saluto, con ennesima sublime dimostrazione di atteggiamento maturo. La Castagna ride, e si mette la gonna.
Passati quindici giorni di silenzio stampa da Scuola Vintage, ha preso il cellulare e ne ha dette quattro all'Orsone. Poi si è sentita ancora meglio.
Infine ha preso per le corna altre due o tre questioni, a scuola e fuori, e intenderebbe uscirne con un bel po' di bottino. Ci sono cerchi da chiudere. Chiudiamoli.
Castagna ha reinvestito tutte le sue energie nel lavorare a Paesino di Sogno, e precisamente nel mettere le radici ancora più profondamente a Scuolina Rosa.
L'anno prossimo, eventualmente si ripresentasse la possibilità di andare a Scuola Vintage, ci farebbe un po' la tara. Per il momento, dato che la sua posizione a scuolina Rosa era diventata notevolmente faticosa da sostenere, ha deciso di lanciarsi e, invece di adottare un profilo più basso, di raddoppiare il proprio profilo attuale.
Conseguentemente non si presenta più a scuola in jeans, maglia e cardigan ma in tacco basso, gonna, collant velati e camicetta. Questa cosa ha insospettito i piccoli: "Prof? Perché oggi è così elegante?". I piu grandi, stronzificati dagli ormoni, le hanno immediatamente attribuito una relazione col collega Guanciotti, bel ragazzo per carità, ma anche no. La trasformazione è piaciuta soprattutto al Bidello Guaglione, ma per la Castagna il punto non è rimorchiare, ma esprimere con chiarezza che adesso ha deciso che nella vita, in determinate situazioni, vuole comandare lei e non vuole mettersi più da parte di fronte a nessuno. Se qualcuno fraintende, amen. Se qualche collega rosica, meglio.
Dopo qualche giorno di prova del nuovo look, la Castagna è andata dal vicepreside in un momento in cui non poteva fuggire e gli ha detto che avrebbe voluto chiedere trasferimento ma, per quest'anno, non lo fa perché il posto dove vuole andare non ha cattedre. "Quindi non vado ma sto." Il vicepreside ha risposto con aria esterrefatta: "Beh, bene!!!" come a dire: e menomale! E Castagna, facendogliela cadere dall'alto, ha ribattuto: "Beh, grazie!!!" come a dire: eh, sì, sarà anche il caso che tu te ne accorga, che è un bene per questa scuola se resto!
Dopodiché, stranamente, il vicepreside ha ricominciato a rivolgere serenamente la parola a Castagna. La collega Troll invece le ha levato il saluto, con ennesima sublime dimostrazione di atteggiamento maturo. La Castagna ride, e si mette la gonna.
Passati quindici giorni di silenzio stampa da Scuola Vintage, ha preso il cellulare e ne ha dette quattro all'Orsone. Poi si è sentita ancora meglio.
Infine ha preso per le corna altre due o tre questioni, a scuola e fuori, e intenderebbe uscirne con un bel po' di bottino. Ci sono cerchi da chiudere. Chiudiamoli.
domenica 31 marzo 2019
Cos'è successo. Parte prima
Per un raffinato tormento elaborato dal destino, o da chi per lui, continuo a beccare alla radio canzoni degli Oasis, neanche fosse morto un Gallagher. L'altra sera c'era quella che diceva il mio Dio è sceso dal letto col piede sbagliato, e in effetti, mah, per certe cose sì, eh.
Il 2019 non si può dire che sia cominciato particolarmente bene.
Siamo in una situazione abbastanza terrificante a casa, perché la Princi ha fatto un bel po' di casini a livello personale e sentimentale. La cosa sembra rientrata parzialmente, ma ci siamo giocati quasi 10 kg di peso, un bello spavento con fuga in pronto soccorso e parecchie, ma veramente parecchie, settimane di nervoso.
Castagna e l'Uomo in qualche modo hanno tenuto botta, soprattutto l'Uomo è stato bravissimo, bisogna dire la verità; Castagna si è tirata indietro e forse in quello è stata brava, ma l'unico bravissimo in questa tempesta di merda all'inizio dell'anno è sicuramente stato papino.
Il 2019 è particolare, e si è visto subito. La mattina del primo gennaio. Non si può che prendere atto.
Stasera, di ritorno da una sanguinosa sessione di organizzazione delle spese e dei lavori da seguire a Genova, Castagna è in grado di raccontare un pochino di più, confortata senz'altro dal fatto di essere stata a cena sul sedile della propria macchina e in una situazione di assoluta tranquillità, nel buio delle strade del centro genovese. Non il centro storico, ma quello degli affari, là dove un imprenditore assolutamente geniale ha pensato bene di aprire una farinateria - focacceria che serve tutti i grandi studi di avvocati e di notai della city, e che, nelle sere in cui fa tardi a sistemare le cose a casa di sua madre, serve parecchio anche alla Castagna.
Anche questa sera la Castagna si è presentata al bancone e voleva fare in fretta, quindi ha preso fette di cose già pronte e una manata di panisse, ma, mentre pagava, davanti al suo naso è stata posato un vassoio di cuculli bollenti, e lì non è stato proprio possibile esimersi . Anche questa sera la Castagna ha cenato quindi tra il parcheggio ed il primo semaforo, con i cuculli roventi, la panissa e una bella slerfa di focaccia, come solo un Genovese se la sa godere. Ora è in partenza per le sue colline e si prende il tempo di raccontare, dettando al telefono, le ultime cose che sono successe o almeno parte di esse.
La Castagna, a partire dall'agosto 2018, aveva maturato la decisione di lasciare Paesino di Sogno e Scuolina Rosa, per trasferirsi a Scuola Vintage, in pieno centro di Asti. Decisione soffertissima ma ormai più che presa, visto anche il recente andare completamente in vacca del rapporto con il vicepreside Gigante. Il quale, per inciso, dalla scenata che Castagna gli ha fatto a dicembre, ha fatto in modo di non incontrarla quasi mai, nei corridoi di una scuola piccolissima, con soltanto 7 classi, una roba che, per riuscirci, bisogna essere l'uomo invisibile. E in realtà lui non solo non è invisibile, ma è pure alto un metro e novanta, e parecchio grosso. E sta a scuola più ore dell'orologio, come Castagna del resto.
Comunque questa roba imbarazzante è finita nel momento in cui Castagna ha scoperto, dal vicepreside di Scuola Vintage, che il posto apparentemente libero su cui trasferirsi in realtà non c'era, in quanto appartenente ad un titolare di cui non facciamo il nome, ma, se è famoso nei nostri ambienti come il Terrore dei Sette Mari, un motivo ci sarà.
Non essendo costui in grado di insegnare, e peraltro nemmeno di lavarsi, e addirittura avendo qualche problemino a vestirsi, viene regolarmente distaccato da qualche parte in assegnazione provvisoria come insegnante di sostegno. È stato anche insegnante di una classe di della Castagna stessa, e non era particolarmente problematico averlo in classe, nel momento in cui comincia via credere che ci fosse un grosso cane puzzolente accucciato vicino alla cattedra a dormire. Questo era il suo contributo alla lezione. In ogni modo la persona che occupa il posto non è importante, perché in ogni caso il posto è suo. Quello che è importante è che le informazioni sbagliate arrivavano niente po' po' di meno che dal vicepreside di scuola Vintage, che chiameremo la Faina. E questo non dà di lui una buona impressione. Pur essendo un uomo evidentemente determinato a fare le cose bene, e supportato dall'Orsone, che senz'altro si è dato da fare non solo perché Castagna potesse trasferirsi a Scuola Vintage, ma anche perché lì si trovasse una bella cattedra che a lei piaceva, con storia fin dal primo anno e sulla classe dove lui stesso avrebbe preso matematica.
E le informazioni arrivano a metà marzo, cioè quando Castagna ha già recuperato il suo account istruzione.it, che si era perso nelle nebbie del posto di ruolo, riattivato il suo profilo sulla piattaforma del MIUR e raccolto il coraggio per inserire i dati del trasferimento. Il pomeriggio stesso in cui è tutto pronto per fare quest'operazione, vicepreside Faina si accorge della situazione e avvisa Castagna. Cosa più grave, l'Orsone non spreca neanche una sillaba a commento.
La Castagna si è dunque abbastanza piccata, soprattuttoperché ormai aveva già detto ai colleghi che contava di trasferirsi, ed è andata di culo che non le fosse scappato detto assolutamente niente coi bambini.
Soltanto Memole Folletto dei Fiori, madre dello Sciupafemmine e amica di Castagna da tempo immemorabile, lo sapeva, e c'è stato tutto sommato il piacere di andare a dire: Oh guarda non me ne vado, perché il posto non c'è e sentirsi rispondere: Che bello, sono proprio contenta che tu stia ancora un po' con noi. D'altronde Memole Folletto dei Fiori aveva lasciato a bocca aperta Castagna, quando quest'ultima le aveva confidato il suo desiderio di trasferirsi, sentendosi seriamente in colpa nei confronti del suo bambino, gravemente dislessico e molto affezionato alla sua professoressa di italiano: in quell'occasione Memole l'aveva lasciata letteralmente in braghe di mutanda, dicendole una cosa tipo: Fai bene a farlo, la tua vita fino ad ora è stata una vita di sacrificio, se adesso vuoi fare una cosa che ti fa felice, falla. E Castagna è ancora qui che si domanda come facesse l'amica a saperlo, che vita faccia, non avendola mai messa a parte delle sue vicende private. Ma Memole le fa il caffè da tante, tante, tante mattine. E un'amica è la cosa più bella che una donna possa avere, ineguagliata da qualsiasi altra felicità umanamente raggiungibile.
Il 2019 non si può dire che sia cominciato particolarmente bene.
Siamo in una situazione abbastanza terrificante a casa, perché la Princi ha fatto un bel po' di casini a livello personale e sentimentale. La cosa sembra rientrata parzialmente, ma ci siamo giocati quasi 10 kg di peso, un bello spavento con fuga in pronto soccorso e parecchie, ma veramente parecchie, settimane di nervoso.
Castagna e l'Uomo in qualche modo hanno tenuto botta, soprattutto l'Uomo è stato bravissimo, bisogna dire la verità; Castagna si è tirata indietro e forse in quello è stata brava, ma l'unico bravissimo in questa tempesta di merda all'inizio dell'anno è sicuramente stato papino.
Il 2019 è particolare, e si è visto subito. La mattina del primo gennaio. Non si può che prendere atto.
Stasera, di ritorno da una sanguinosa sessione di organizzazione delle spese e dei lavori da seguire a Genova, Castagna è in grado di raccontare un pochino di più, confortata senz'altro dal fatto di essere stata a cena sul sedile della propria macchina e in una situazione di assoluta tranquillità, nel buio delle strade del centro genovese. Non il centro storico, ma quello degli affari, là dove un imprenditore assolutamente geniale ha pensato bene di aprire una farinateria - focacceria che serve tutti i grandi studi di avvocati e di notai della city, e che, nelle sere in cui fa tardi a sistemare le cose a casa di sua madre, serve parecchio anche alla Castagna.
Anche questa sera la Castagna si è presentata al bancone e voleva fare in fretta, quindi ha preso fette di cose già pronte e una manata di panisse, ma, mentre pagava, davanti al suo naso è stata posato un vassoio di cuculli bollenti, e lì non è stato proprio possibile esimersi . Anche questa sera la Castagna ha cenato quindi tra il parcheggio ed il primo semaforo, con i cuculli roventi, la panissa e una bella slerfa di focaccia, come solo un Genovese se la sa godere. Ora è in partenza per le sue colline e si prende il tempo di raccontare, dettando al telefono, le ultime cose che sono successe o almeno parte di esse.
La Castagna, a partire dall'agosto 2018, aveva maturato la decisione di lasciare Paesino di Sogno e Scuolina Rosa, per trasferirsi a Scuola Vintage, in pieno centro di Asti. Decisione soffertissima ma ormai più che presa, visto anche il recente andare completamente in vacca del rapporto con il vicepreside Gigante. Il quale, per inciso, dalla scenata che Castagna gli ha fatto a dicembre, ha fatto in modo di non incontrarla quasi mai, nei corridoi di una scuola piccolissima, con soltanto 7 classi, una roba che, per riuscirci, bisogna essere l'uomo invisibile. E in realtà lui non solo non è invisibile, ma è pure alto un metro e novanta, e parecchio grosso. E sta a scuola più ore dell'orologio, come Castagna del resto.
Comunque questa roba imbarazzante è finita nel momento in cui Castagna ha scoperto, dal vicepreside di Scuola Vintage, che il posto apparentemente libero su cui trasferirsi in realtà non c'era, in quanto appartenente ad un titolare di cui non facciamo il nome, ma, se è famoso nei nostri ambienti come il Terrore dei Sette Mari, un motivo ci sarà.
Non essendo costui in grado di insegnare, e peraltro nemmeno di lavarsi, e addirittura avendo qualche problemino a vestirsi, viene regolarmente distaccato da qualche parte in assegnazione provvisoria come insegnante di sostegno. È stato anche insegnante di una classe di della Castagna stessa, e non era particolarmente problematico averlo in classe, nel momento in cui comincia via credere che ci fosse un grosso cane puzzolente accucciato vicino alla cattedra a dormire. Questo era il suo contributo alla lezione. In ogni modo la persona che occupa il posto non è importante, perché in ogni caso il posto è suo. Quello che è importante è che le informazioni sbagliate arrivavano niente po' po' di meno che dal vicepreside di scuola Vintage, che chiameremo la Faina. E questo non dà di lui una buona impressione. Pur essendo un uomo evidentemente determinato a fare le cose bene, e supportato dall'Orsone, che senz'altro si è dato da fare non solo perché Castagna potesse trasferirsi a Scuola Vintage, ma anche perché lì si trovasse una bella cattedra che a lei piaceva, con storia fin dal primo anno e sulla classe dove lui stesso avrebbe preso matematica.
E le informazioni arrivano a metà marzo, cioè quando Castagna ha già recuperato il suo account istruzione.it, che si era perso nelle nebbie del posto di ruolo, riattivato il suo profilo sulla piattaforma del MIUR e raccolto il coraggio per inserire i dati del trasferimento. Il pomeriggio stesso in cui è tutto pronto per fare quest'operazione, vicepreside Faina si accorge della situazione e avvisa Castagna. Cosa più grave, l'Orsone non spreca neanche una sillaba a commento.
La Castagna si è dunque abbastanza piccata, soprattuttoperché ormai aveva già detto ai colleghi che contava di trasferirsi, ed è andata di culo che non le fosse scappato detto assolutamente niente coi bambini.
Soltanto Memole Folletto dei Fiori, madre dello Sciupafemmine e amica di Castagna da tempo immemorabile, lo sapeva, e c'è stato tutto sommato il piacere di andare a dire: Oh guarda non me ne vado, perché il posto non c'è e sentirsi rispondere: Che bello, sono proprio contenta che tu stia ancora un po' con noi. D'altronde Memole Folletto dei Fiori aveva lasciato a bocca aperta Castagna, quando quest'ultima le aveva confidato il suo desiderio di trasferirsi, sentendosi seriamente in colpa nei confronti del suo bambino, gravemente dislessico e molto affezionato alla sua professoressa di italiano: in quell'occasione Memole l'aveva lasciata letteralmente in braghe di mutanda, dicendole una cosa tipo: Fai bene a farlo, la tua vita fino ad ora è stata una vita di sacrificio, se adesso vuoi fare una cosa che ti fa felice, falla. E Castagna è ancora qui che si domanda come facesse l'amica a saperlo, che vita faccia, non avendola mai messa a parte delle sue vicende private. Ma Memole le fa il caffè da tante, tante, tante mattine. E un'amica è la cosa più bella che una donna possa avere, ineguagliata da qualsiasi altra felicità umanamente raggiungibile.
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