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Daisypath Anniversary tickers

venerdì 8 maggio 2020

The monsters riding wild inside of me

Giorno 76.

Un attimo prima che aprissero le gabbie,  è scattato il finimondo.
Forze cosmiche che erano state sopite per settimane sono uscite allo scoperto, brividi hanno scosso la terra.
Era la vita che ricominciava.

Chi prima sopportava, ha scrollato dalla schiena qualsiasi  peso e si è messo a camminare  ore, per uccidere i mostri con la stanchezza.
Chi costeggiava l'argomento si è rivelato, in preda a un bisogno irrefrenabile di gioia,  di sesso, di sfogo.
Chi cercava di sorridere ha pianto.
Chi piangeva ha riso troppo forte.

Qualcuno è guarito. E non dalla malattia, da qualcosa di molto più oscuro. Qualcuno, invece, sprofonda.

Scene indelebili, rubate da fuori, come se spiassimo dalle finestre di un palazzo e vedessimo la vita tornare nel segreto di ogni casa.

Due donne abbracciate, avvinghiate corpo a corpo come amanti, che piangono una nei capelli dell'altra, che non sanno più dove hanno le mani e le bocche, che si lasciano cadere insieme, con sussulti strazianti  che vanno dal ventre di una a quello dell'altra, come in un orgasmo, come in un mucchio di persone travolte dal crollo di un edificio.
Tutto il dolore del mondo in un solo pianto. Quanto sollievo, poter dire nel buio della notte: "Ho sofferto talmente tanto che mi vergogno a raccontarlo".

Un uomo che si spoglia sorridendo fiero. E una donna che lo guarda. E spiandola dalla finestra le si vede una ruga intenerita, ironica e un po' mesta intorno al labbro, certo sta provando desiderio ma più che altro divertimento, perché è rapinoso e travolgente e fa bene ed è bellissimo; ma non cambia,  lui non porta soluzioni né problemi, lui è solo il posto dove vuole stare adesso, tra qualche ora sarà altrove, e il posto è incantevole, ma non abbastanza da farle dimenticare che non può  tornare a casa, casa quella vera, col mare davanti, quella dove non si svegliava ogni mattina da un incubo diverso.

Una coppia che esce a passeggiare col cane e guarda la tv, ma non ce la fa a parlare,  la crosta è troppo dura e sotto la ferita è troppo sporca, i cordoni delle cicatrici fanno male quando cambia il cielo, e quando le bambine dormono il tempo in casa si contrae, come dovesse implodere in un Big Bang al contrario, coi metalli pesanti che precipitano in un nucleo spesso e duro al centro.

Una mail che fa illuminare lo schermo del telefono nel cuore della notte, un fiore di orchidea, e le giornate che passano eterne e troppo veloci tra un incontro e un altro, e in cose come questa tutto è sbagliato e tutto importante, tutto che va ricordato e custodito, mentre la primavera impazzisce in mille colori, in un mondo con le strade deserte.

Un silenzio che avvolge lo stomaco, questa sensazione di troppo vuoto che niente, niente riesce a riempire, il risucchio dell'ansia che porta via i figli dai genitori, gli allievi dai maestri, gli amici dagli amici,  e qualche improvviso barlume di tenerezza: in una torta recapitata a domicilio, in una bottiglia di vino trovata davanti alla porta, nel gesto timido di colleghi con cui prima parlavi appena che ti postano canzoni all'una di notte, per dirti che sanno che sei triste. Gente che ti sorride, se entri in un negozio, come se fossi la nave all'orizzonte che li porterà via dall'isola sperduta. Voci piene di calore dietro le mascherine.

L'illusione che i piedi non tocchino terra quando si cammina, come le mani fasciate nel lattice non toccano davvero le cose.
Come se ci muovessimo tutti in un corridoio di un reparto ospedaliero in piena notte, quando fare piano è inutile, perché nessuno in realtà dorme.

E in mezzo a computer, cavi, oggetti in disordine, appigli elettronici per restare ancorati al lavoro, al mondo fuori dove le cose ricominciano a muoversi tutte storte, con il passo di chi ha avuto un ictus, noi, ancora noi: io in piedi tu al tavolo, la luce nei tuoi occhi, sempre quella che insopportabilmente mi soggioga da vent'anni, le lacrime, le parole, la speranza che si attorciglia come i tentacoli del glicine a un cuore spezzato, la familiare sensazione che non finirà davvero mai, l'ennesima resa, l'ennesimo errore, l'ennesimo sentire che solo qui è casa, fuori può crollare, bruciare,  infettarsi tutto, qui no, qui deve restare la vita. La tua, la mia vita, anche se non so più se sia mai esistita la nostra. O forse è talmente la nostra che non la capiamo neanche noi, non l'abbiamo mai capita, e non importa, finché dico ancora "Sì " e tu dici "Sì ". Il resto esplode in miliardi di pixel colorati, resta solo la base, quella su cui anche tutto il resto esiste.








lunedì 20 aprile 2020

I papaveri

La mia psicologa mi ha detto di immaginarmi in una determinata scena, che io le ho descritto nei dettagli.  Mi ha detto di associare alla sensazione che provavo un colore: ho risposto il rosso. Io indosso spesso il rosso quando voglio dimostrarmi sicura di me.
Poi mi ha chiesto di associare il rosso a un'altra immagine e io ho pensato ai papaveri. Ma, invece di intristirmi, ho capito che stavo pensando al punto da cui dovevo ripartire.

Quella primavera in cui faceva così caldo che ad aprile sono fioriti i papaveri. I papaveri che erano dappertutto quando è morta la Compagna Collega.
I papaveri di quando un'astronave aliena mi ha portato via, restituendomi qualche settimana dopo in uno stato pietoso. I papaveri di quando la mia vita si è rotta.

Devo ripartire da lì.

Oggi ho fatto domanda di trasferimento.

giovedì 16 aprile 2020

Dietro il sipario

Emergenza virus, giorno 51.

Oggi mettevo i voti di poesia a memoria.  La settimana scorsa ho interrogato in videochiamata sui sonetti di Foscolo i miei di terza. Sì lo so, sono indietro, tranquilli che ho già spiegato sia Manzoni che Leopardi. Un terzo della classe l'avevo interrogato quando ancora eravamo persone libere. Dovevo finire il giro. Ho sperato che non barassero. Credo che non lo abbiano fatto. Io sono stata attenta a tutto. Non ho dato il voto a Offendino ("prof gliela posso dire la prossima volta?") né a Fulminato ("Se non ti vedo in faccia non posso  considerarla interrogazione, dimmela per esercitarti"). Non ho pianto sentendo la vocetta delicata della mia preferita, la ragazzina del Marocco, non ho pianto con i vocioni di Strepitoso e del Cardinale, non ho pianto davanti agli occhi scuri dell'Irresistibile. Ma gli endecasillabi di "A Zacinto" sono tosti da reggere, le loro espressioni concentrate e i loro sguardi persi nello sforzo di pensare sono così intensi, che mi sembrava di sentire anche il loro profumo.

Mentre mettevo il voto all'Irresistibile mi chiedevo se sua madre fosse nella stanza, quando lui mi ha ripetuto la poesia. Poi mi sono immaginata la scena. Non era nella stanza, lo so. Era in quella a fianco.  Con la porta aperta.  Con le mani impegnate in qualche lavoro silenzioso, come pulire verdura o spolverare, per ascoltare in segreto la voce del suo bambino ormai alto e grande, che solennemente percorreva la metrica foscoliana.

Qualche mamma mi ha scritto che ascolta volentieri i miei audio, in fondo io parlo di cose belle e accessibili a tutti, ma più che altro penso a quanto sia particolare e interessante, per un adulto che fa un altro mestiere, poter sbirciare nella nostra quotidianità di classe,  nel vissuto di ogni giorno dei loro figli. Sentire il tono con cui rispondono, capire la modalità con cui li mettiamo alla prova. Io li convoco, 6 alla volta, per verificare se stanno studiando, e ragioniamo ad alta voce, i compagni intervengono, io chiedo a uno, e nella chat a fianco qualcun altro scrive iooooooo proooof ioooo la soooo. Io rido felice. Adesso, presi in gruppetto così, col lavoro ben avviato, me li godo. Imparo nuove cose sul nostro modo di lavorare, di incidere solchi nuovi nei loro cervellini. 

Scopro che il gatto della BastianaBaldassarra è sempre lì con lei mentre si connette, vengo interrotta durante un'interrogazione sulle date da un nipotino del Cinghiale ("cosa è successo a Wittenberg nel 1517?" "Baaa ba ba bbaaabbaba." "Eh?"), guardo Codino preparare la pasta con le zucchine mentre ascolta i suoi compagni interrogati sulle dorsali oceaniche ("Ma ci metti la maggiorana?" "Nooo. Il finocchietto essiccato." "Ah, scusa...")

Una mamma passa dietro con la tazza del caffè in mano e mi fa ciao.
Nell'altra stanza, l'Uomo pronuncia cognomi in lingue misteriose e vocine di primini leggono per lui i brani dell'antologia. Mia figlia entra in punta di piedi e si fa il caffè senza sbattere le stoviglie, poi si mette tutta storta per non entrare nell'inquadratura della fotocamera e li spia. "Carini", mi dice dopo. E io mi sciolgo: "Sono meravigliosi, poi c'erano tutti e hanno anche studiato, sai?"

Non sanno che sono probabilmente i miei ultimi alunni a Scuolina Rosa. Né credo arrivino a percepire quanto mi manchino. Ma l'ennesima sfida mi sta facendo sentire di nuovo giovane e piena di voglia di cambiare,  di crescere. Poi ci sono i giorni in cui odio il tavolo di cucina che è diventato  la mia cattedra, odio i mille cavi (caricabatterie,  modem, altro caricabatterie, prolunga, auricolari) che mi intrappolano sul divano come un insetto catturato da un ragno, odio il silenzio e vorrei un intervallo fragoroso, odio l'assenza di orari: ieri, tolte 2 ore per spesa, giro della salute intorno all'isolato e preparazione pasti, ho lavorato dalle 7 e mezza del mattino alle 23.
E, soprattutto, mi sembrano anni che la scuola è questo, e non quel che era prima, che doveva essere.

Eppure, come sempre, è più quel che il mio lavoro mi dà che quello che mi toglie.
Posso farcela, posso fare qualsiasi cosa, se sopravvivo a questo disastro mondiale continuando a insegnare senza perdermi d'animo.

giovedì 26 marzo 2020

In disordine, senza logica, penso

Che la gente si sbatte, tra un reparto e l'altro, poverini, con tutto quello che han da fare, per riuscire ad affacciarsi in una stanza di quelle degli infettivi, dove evidentemente non ci si potrebbe affacciare, e dire a una nonnina novantenne ricoverata da sola che sua nipote, la Pallida, le vuole bene.

Che la gente di Scuolina Rosa si dà il turno al telefono per tener su di morale Violette, che sta dando di testa sola davanti al pc nella sua casa in collina. E mia madre, anche, sta su di morale per tener su me, che sto su per lei e pergli altri due, e poi adesso un po' di gente si appoggia e io per telefono, per videochiamata, per messaggio, mi sento molto meno inutile di quel che credevo, con quel poco che ho imparato mi muovo bene, a far star calmi gli altri, almeno alcuni.

Che la gente sorride,  a random, per strada. Non so cosa intendano col sorriso: io, finché sono andata in giro, intendevo 1. Non ho paura che mi contagi, con me non fare balletti, 2. Non intendo farti male, non mi avvicino se non vuoi, 3. Che situazione di merda, su con la vita eh, però,  non facciamoci imparanoiare, ok? Palle in mano.

Che io la borsa per l'ospedale l'ho fatta, perché se uno di noi due di colpo respira male ho paura di non essere lucida a sufficienza per ricordarmi che cosa devo prendere, e poi non è che ci possiamo vedere negli orari  di visita, quindi nessuno fa il cambio biancheria. Ma poi ho passato la serata facendo finta di niente e tossendo lo stretto indispensabile, e lui stasera non è arrivato a 38 e mezzo e quindi andiamo meglio di ieri e dell'altroieri, quindi avanti tutta che il giorno 34 dell'emergenza e il giorno 9 della malattia sono passati, e forse riusciamo a farla tutta a casa, con nostra figlia le gatte le nostre serie tv e i romanzi della Vargas e di Stephen King, e noi due insieme, il che va bene, molto bene, perché la sera, quando chiudo la porta della camera e penso che potrei anche togliermi la maschera, perché non vedrò la Princi fino a domani, poi non me la tolgo per non far agitare l'Uomo, e dopo un po' che faccio  finta di essere serena magari succede che lui dice qualcosa e ridiamo,  e lo sono davvero, serena. In fondo a me frega solo che siamo qui insieme, sul serio, solo questo e veramente poco altro nella vita, ormai è così,  e quindi tutto questo silenzio, queste strade così vuote che ci saltellano le lepri,  questo non poter andare non dover fare non saper dire, ma sì,  guarda,  che anni fa sarebbe stato un incubo e invece guardaci ora, noi due, così,  da settimane. Perché forse tutto quello che ho imparato a forza, compreso fingere serenità quando sono a pezzi, compreso stare immobile sul fondo del lago per non muovere l'acqua, compreso aspettare che le lancette facciano il giro ancora e ancora,  guarda a cosa serviva, ad averlo qui con me adesso,  cosi, noi due, da settimane, senza doverci dire le cose perché la pensiamo uguale.

Che là fuori ci sono cose, persone,  mondi. Nostri, in parte. Ma voler pensare alla normalità significa anche non fare  le cose male e di fretta, presi dall'angoscia, credere che tutto sarà ancora lì dopo, i banchi la piazza del castello lo yoga le amiche i ristoranti le autostrade la piscina, tutto sarà lì come prima ma, nel rivederlo,  sorrideremo di più.

Che hai visto lati delle persone che non sapevi esistessero,  e belin sai che c'è,  le avevi scelte sul serio bene, le tue persone,  ma veramente, e questo ti sprona a essere il meglio di te. Sì, la vita è caduca, sì,  beh sai la novità peraltro, ma vissuta così  va bene.




martedì 24 marzo 2020

Ci sta, un attimo di smarrimento

Bene, oggi 24 marzo 2020 siamo a esattamente un mese da quando abbiamo smesso di andare a scuola,  e alla trentesima volta che, sulla piattaforma che ormai è la mia cattedra, la mia lavagna e il mio registro, rispondevo a un messaggio privato di un alunno con le parole "Su con la vita, presto torneremo alla normalità", mi sono figurata i ragazzi scendere dal pullmino e sono scoppiata in lacrime.

La ministra dice che possiamo fare molto psicologicamente per i nostri alunni.  Io dico che noi come lavoratori, rispetto alle altre categorie, siamo privilegiati, ma servirebbe che qualcuno tenesse la mano anche a noi, mi sembra di guidare dei ciechi sul fondo di una caverna buia, non vedo dove metto i piedi, ho paura di cose oscure che non c'entrano niente con la malattia, il contagio e la mortalità, e mi sento persa.

Se mi danno anche solo 3 settimane normali prima della fine dell'anno, 3 settimane con intervalli, interrogazioni, penna rossa, etc, posso farcela. Altrimenti, mi sveglierò a settembre dall'incubo, avrò cambiato scuola e sarà stato un gran brutto modo di lasciare Scuolina Rosa.

giovedì 19 marzo 2020

Restarci male, far finta di niente, andare avanti

Emergenza Coronavirus, giorno 28
(Qui si contano i giorni non a partire dal decreto che limita gli spostamenti, ma dalla sospensione effettiva dell'attività didattica)


Pensieri colmi di fastidio, disagio o angoscia, che ti attraversano la mente la notte, o quando guardi le strade vuote dalla finestra. Senza parlare di situazioni pratiche, problemi economici, disagi lavorativi e altre  brutte storie, e cercando di sfrondare tutto, in particolare il battage di puttanate mediatiche ai limiti della denuncia per sciacallaggio e lo stalking da parte di gente che, senza esserne stata  richiesta,  ti contatta di continuo per aggiornarti sui dati (che tu, non essendo analfabeta, ti sei già letta) e dirti cosa devi pensare e quanto ti devi allarmare. Togliendo tutto questo, restano le sensazioni a livello profondo.

Qui siamo in tre, cerchiamo di fare ognuno a modo suo buon viso a cattivo gioco e stiamo reagendo nel modo più sereno possibile, ma anche così... Di tutti e tre vengono fuori paure e resistenze ancestrali:  l'Uomo, che non può sentirsi legato da nulla e da nessuno, patisce la claustrofobia dello stare in casa. Castagna, la paladina dei diritti umani, quella che "all cops are bastards",  soffre l'idea della limitazione degli spostamenti e dei controlli per la strada come se si fosse sotto una dittatura. La Princi, clandestina dai documenti sempre provvisori, la profuga senza un'identità familiare, si immagina posti di blocco che, in effetti, per ora non esistono, come in un paese in guerra.

Negli ultimi tre giorni, io mi sono ammalata e di nuovo ho percepito, da parte sia mia che degli altri due, reazioni superiori alle aspettative, in fatto di calma, fatalismo e lucidità. Poi, però, ognuno di noi sa di essere spesso a rischio di dare di testa per la propria personale forma di vulnerabilità.  Camminando sulle uova, fin qui non abbiamo ancora litigato.

Intanto, a Genova, mia madre esce a fare la passeggiata della salute, da sola, ore 13 e 30, viali e piazze deserte, e commette l'errore di sedersi su una panchina e aprire un giornale.  Denuncia penale, anche se lei ha addotto ragioni di salute tra cui osteoporosi, per cui un po' di sole deve prenderlo. I due che l'han fermata erano chiaramente in presenza di una persona che, oltre a qualificarsi come medico, diceva cose sensate, ma ormai l'avevano fermata... Sono arrivati a suggerirle di fare la passeggiata sempre con un sacchetto della spesa in mano. Intanto però dobbiamo cercarci un penalista,  e io non mi sono messa a urlare che non ce la faccio a vivere solo un altro minuto in questo paese di pupazzi solo perché,  bloccati qua coi genitori distanti da 110 a 120 km di distanza in due diverse regioni, non possiamo permetterci che alcuno di questi genitori abbia anche solo una minima alterazione dell'umore.

L'alterazione dell'umore viene a me, che come sempre fingo che sia tutto okay, poi ecco spiegato perché sono la sola a cui si manifesta qualcosa a livello di salute, mi pare chiaro.

Mio marito mi evita tutto il giorno, ma poi dorme con me. Risultato, di giorno sta a distanza ma è amorevole e sollecito, di mattina appena sveglio ha paura di essersi contagiato e invece di "ciao, come ti senti oggi?" mi apostrofa con "non mi tossire addosso".
Poi mi incontra per casa quando me la sento di alzarmi, e ridiamo. Ridiamo tantissimo, da quando è iniziato tutto questo, il che è incredibile e pressoché indecente data la temperie, eppure saranno le molte ore di sonno, sarà che tra di noi siamo della stessa idea sulla situazione, sarà che abbiamo capito da mesi che insieme ci stiamo davvero volentieri, e non solo quando siamo costretti da forza maggiore, sarà che abbiamo tirato fuori l'intelligenza di prenderla bene, perché sarà ancora lunga. Sarà che siamo anche tanto dispiaciuti per la Princi che non riesce a decollare coi suoi studi, con tutto fermo, e che a sua volta deve cercare costi quel che costi di non scapparci di testa. Siamo belli da vedere come non eravamo da tempo, comunque, tutti e tre.




lunedì 13 gennaio 2020

31/12/19 - I trip autodistruttivi, la trappola delle vacanze di Natale, e del perché non cambiamo casa

Non ne parlo praticamente mai qui, anche perché in passato esisteva un blog dedicato, che poi ho lasciato in sospeso perché la vita in questa casa andava molto più in fretta della mia possibilità di raccontarla. Ma, a sei anni e parecchi mesi dall'inizio di questa COSA, è anche giusto fare almeno un accenno.
Avere a che fare con una figlia affidataria, arrivata a 16 anni da un mondo di violenza e dolore, è faticoso, sì. Ma migliorarle sul serio la vita è un'impresa praticamente insormontabile. Cioè, non è che ti arrendi dopo un po' che ci provi. È che proprio non devi neanche lontanamente avere la presunzione di riuscirci. Questa cosa, perché è giusto chiamarla COSA in quanto indefinibile altrimenti,  la gente da fuori non la riesce a capire, la chiama egoismo, paura, diffidenza, incapacità, sfiducia. O peggio. È standoci dentro ogni giorno che la vedi davvero. Ed è un abisso, di cui non riesci a percepire né il fondo né i contorni. È tanto se resti in piedi col coraggio di guardarci dentro, se non ti giri coprendoti gli occhi e raccontandoti SUBITO una favoletta rassicurante, andando a leggere un articolo psicobanalizzante di una rivista femminile, o semplicemente dandoti alla fuga a rompicollo.
Dopo tutti questi mesi, sia io che l'Uomo siamo ancora qua, a dispetto di tutto. Ma nell'ultimo anno i trip autodistruttivi della Princi sono stati uno via l'altro, senza sosta,  o meglio, la sua incalcolabile capacità di soffrire è stata senza sosta, visto che è riuscita a stare male anche quando stava praticamente facendo tutto quel che voleva e aveva tirato fuori le palle per farlo senza di noi, anzi, contro il nostro parere.

Tornata dal sole e dalla fatica della Spagna, non c'è più stato verso di calmarla. Ottobre è stato soprattutto stancante per me, e pazienza. Novembre sembrava darci qualche nuovo strumento per affrontare le cose, e menomale. E dicembre è stato un incubo. Stamattina sto aspettando che sia sveglia (o smetta di fingere di dormire) per farle un discorso, e sono affranta perché, dodici mesi fa, ero nella sua stanza a farle all'incirca lo stesso discorso. Finisce il 2019 e io non riesco a vedere un giorno, un'ora, un minuto, in cui non sono stata consapevole che, se lei non trova modo di affrontare i suoi demoni, niente di quel che facciamo potrà mai servire. L'Uomo, che di carattere è meno duro di me, si racconta spesso storie a tinte rosate, e poi è il primo a restarci male quando l'abisso cerca di inghiottirlo; però è molto più forte di quando questa vicenda ha avuto  inizio, e lasciamo stare il fatto che nel frattempo anche lui ha viaggiato attraverso il suo personale inferno. Io ho imparato da lui a starle addosso il meno possibile,  ma senza illudermi che sarebbe servito molto, soprattutto perché lei non fa neanche un millimetro in una direzione nuova senza coinvolgermi. E almeno mi coinvolgesse in modo propositivo, sereno. Mi attacca, mi ricatta o, nella migliore delle ipotesi, mi usa. Che mi usi va anche bene entro un certo limite, che mi attacchi ormai lo prendo come un inevitabile fatto karmico, sono i ricatti che non funzionano bene con me, perché sono troppo intelligente per non vederli, e mi fa cadere le palle che certe persone non si accorgano che su di me non sortiscono effetto. Ma così è.
Poi chi se ne frega di cosa faccia lei a me, a lui, a noi. Abbiamo dimostrato di sopravvivere ugualmente (oddio, se facessi un'eco al cuore forse il cardiologo mi saprebbe quantificare l'accorciamento della vita che mi sono comprata, ma, appunto,  me lo sono comprata). Il punto è cosa fa a se stessa.

Queste ferie di Natale io le ho vissute guardando con distacco l'agitarsi sofferto di tutti gli altri, per la prima volta restando immune a tutto, carognate familiari, malinconie, aspettative. Ho fatto regali solo a quelli che non avrebbero capito il gesto di non farne. Ho cercato un equilibrio sulla mia isola senza pretendere di portarci sopra qualcuno  per non  sentire la solitudine e, sorpresa, non ero sola. Sulla stessa spiaggia, dopo qualche giorno, è comparso l'Uomo. Bello, molto bello, questo modo nuovo di viversela. Come l'alberello sfigato che ho addobbato solo per noi, visto che la Princi ringhiava all'idea, e che gli accendo la sera, in modo che quando arriva dalla piazza lo veda scintillare nella finestra della nostra camera da letto. 

Oggi è l'ultimo dell'anno e, a parte preoccuparmi per la nebbia sulle strade dato che la Princi ha prenotato un cenone nel Canavese,  non sono particolarmente allegra né particolarmente triste in relazione al fatto, e per ora anche l'Uomo non dà i consueti segni di agitazione. Oggi cucinerò le lenticchie,  e tanto basta. Mi  è stato suggerito dall'Imperatore Paraculo, il formatore di cui accennavo qui, e di cui vi parlo finalmente qui, di fare tutto molto soft, molto dolce, accogliente,  per  fare casa, caldo, nido. Niente allegria forzata, solo stare tra di noi con quel che c'era veramente. Con l'Uomo pare abbia funzionato. Con mia madre, gli zii, e addirittura  il cugino desaparecido e non uno ma due cognati, pure. Con la Princi, non so, forse potevo provare a proporre un Capodanno sotto i bombardamenti o un Natale nelle segrete di una prigione medievale, per quel che è servito. Però non mi lamento, la somma dei risultati fa pendere la bilancia dal lato buono.

Per lo stesso set di ragioni, ho abbandonato il progetto di cambiare casa. Anche se forse arriveranno un po' di soldi e potrebbe essere il momento,  anche se qui stiamo stretti e se a volte mi sento soffocare. Non possiamo  adesso introdurre un altro cambiamento di scenario, non ora che sembrano stabilizzarsi le cose tra me e l'Uomo, non ora che la Princi è capace di sclerare per un filo di vento. Altro consiglio dell'Imperatore che metterò in pratica senza discutere.  Credo che alla fin fine dovrò sentire lui anche per quanto riguarda il trasferimento a Scuola Vintage. Anche  se su questo sono già abbastanza decisa  a fare di testa mia.

sabato 28 dicembre 2019

Babyface, farinata e Billy Elliot. Storia di una catarsi

Non torno mai volentieri nel quartiere dove vivevo coi miei genitori. Quel luogo ha smesso di appartenermi molto tempo prima che me ne andassi e mi è pesato gravemente addosso negli anni successivi. Prima di Natale sono capitata giù per un compromesso notarile, sto per vendere la casa dove sono andati a convivere i miei nel '74, quella dove sono nata. Poi sono andata alla ricerca di uno sportello bancomat della mia banca, e per non entrare in centro, nel traffico prenatalizio, sono tornata nella zona dove ho fatto base per vent'anni. La banca è proprio sulla curva che percorrevo a piedi per andare a prendere l'autobus e scendere al liceo, o all'università.  Però ci sono arrivata dal lato opposto, dalla Val Bisagno. E, proprio prima dell'incrocio in cui mi dovevo fermare, c'è un posto che ogni volta che lo vedo mi fa sorridere. È su una brutta strada molto trafficata, sotto il megastradone rumoroso che porta all'ospedale. Attraversato quello, ci si addentra nella zona residenziale elegante dove abitavamo all'epoca. Ora nelle vetrine su strada ci sono la sede di un franchising immobiliare e un posto che credo venda pollo fritto. Nell'ultimo periodo in cui ho abitato in quella zona,  coi miei e poi da sola, invece, lì c'era un piccolo ristorante pizzeria, che faceva una farinata sopportabile, anche se non buona come quella di altri posti a Genova. Aveva il vantaggio di essere vicinissimo a casa dei miei, ed era anche vicino a dove sono poi andata a stare, per qualche mese, per i fatti miei: altro cantuccio del quartiere in collina (il lato popolare della collina, non quello chic) che guardo con affetto. Di solito passo in auto, gettando uno sguardo alla scalinata che scendevo da casa mia per ricongiungermi con l'arteria di traffico che porta in centro. Ma lì spesso i pensieri sono misti, non sempre del tutto felici, a volte soprattutto malinconici pensieri di confronto tra la ragazza vivace in rosso e grigio, che scendeva le scale correndo per andare incontro al suo futuro  luminoso, e la donna stanca e angosciata in rosso e nero che sono adesso, ora che quel futuro è il mio passato.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono  stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere.  Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti  (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro,  mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età,  so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.

lunedì 25 novembre 2019

Tra distruzione e meraviglia

L'Italia si sta sciogliendo sotto litri di pioggia, come una zolletta gigantesca.

La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.

Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.

L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.

Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.

Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure  di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.

Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando  il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa,  di tante spese?

E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?

E la Princi, va davvero via?

E noi?

E...

...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?

Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.

Mi chiedevo dove prendere le forze,  però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo  realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.

Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì. 

Tanto, io non mi sarei arresa comunque. Che ve lo dico a fare. 

    








lunedì 4 novembre 2019

Cose belle, meno belle, bellissime - 2





La mia famiglia e altri animali 





Ho da poco scoperto, grazie ad uno spezzone di filmato proiettato ad una mostra qui da noi, che faccia avesse uno dei miei pittori prediletti, Monet, ed anche che il buon Claude, quando usciva per dipingere in quel magnifico giardino a Giverny, era accompagnato da un canetto saltellante, tutto contento di seguirlo en plein air.

Io invece, come ogni scrittore che si rispetti, e come ogni strega, e come ogni membro della mia famiglia, sono a scrivere, sul divano, con un gatto nero sui piedi.

Quasi del tutto nera. Ma non per questo meno malefica


A proposito di gatti neri. E di gente che scrive e pratica le arti oscure. Sanguedelmiosangue è stato operato, dopo soli sette mesi di angoscia, di un adenoma, che gli hanno estratto dal naso. Quindi potete immaginare dove fosse. Io ho avuto solo due crisi di nervi. Una appena mi è stata riferita la diagnosi, una appena saputo che era in sala operatoria.  Sono stata veramente brava. Se calcoliamo che sono due anni e mezzo che il suddetto cugino,  forse a causa della merda che letteralmente gli stava crescendo vicino al cervello, ha troncato i rapporti con me. E che io, dopo un certo tot, avevo troppe grane qui per continuare a soffrire anche di quello. Ma non è che non ci pensi. Adesso pare che ci si possano scrivere dei cauti sms in caso di vita o di morte, come dopo la rimozione di un adenoma, e che cazzo. Quindi lo posso dire che questa è una grossa fetta di cose che devo ancora farmi spiegare, che è doloroso, e che quanto sia brutto non parlarsi lo capisco soprattutto dai commenti e dalle rare domande che, con delicatezza da monaco tibetano che prepara un mandala, mi rivolgono ogni tanto mia madre,  mia figlia o gli amici. Che mi sottovalutano, data la mia ormai notevolissima capacità di non dare di testa pur essendo in situazioni allucinanti da un pezzo. Comunque, di base,  quel che importa è che il pezzo di troppo dell'abbondante cervello di SDMS sia stato rimosso e lui stia bene.

Con la stessa sicumera con cui non muoio di gastrite dietro a certe situazioni, sto attraversando, con mia madre, lo Squalo, il Geometrapiùbravodelmondo, una schiera di avvocati e altri ottimi collaboratori, la vendita dell'unico Bene con la B maiuscola che la mia famiglia mi abbia lasciato in eredità.  E che mi costa da anni, in soldi e angosce, quanto un male con la M altrettanto maiuscola. Siamo quasi alla fine e io sono qui che penso a cosa farò o meglio, all'ordine di precedenza delle cose da fare, una volta scambiata quella fucina  di disgrazie con un congruo mucchietto di denari. Vorrei tanto poter dire che in cima alla lista sta comprarmi una Fiesta rossa, tutta lucente. O meglio nera. Ma è chiaro che ci sono altre priorità molto più serie. E che la Fiesta, nella mia vita, ci deve passare solo di striscio, poiché essa porta devastazione.

Vorrei anche poter dire che in cima alla lista c'è un bell'appartamento grande per la mia famiglia, ma la famiglia non so se voglia venirci, quindi credo che resteremo nel piccolo e metteremo un po' in ordine qua.
Nel dubbio, ho iniziato a riorganizzare l'ufficio per sbatterci dentro tutte quelle cose che qui non ci stanno più (me, per esempio). 


Frattanto, comunque, abbiamo guadagnato spazio quando la Princi si è tolta dalla testa l'ingombrante massa di treccioline biondo platino con la quale era tornata dalla Spagna. Mi pare non sia l'unico spazio che abbiamo guadagnato, se a colazione l'altro giorno l'Uomo mi dice: "Sarà, ma prima io la sentivo sempre quando rientrava di notte, adesso non mi accorgo più di niente." E io gli dico: "Anch'io dormivo sempre con un orecchio teso, prima. Poi lo guardo e chiedo una precisazione: "Ma dici prima della Spagna?" E lui: "Sì ". Ed è ormai chiaro a tutti che la nostra vita familiare si divide in Prima Della Spagna e  Dopo La Spagna. Io sospetto tra l'altro che le conseguenze della Spagna ce le porteremo avanti per moltissimo tempo e potrebbero anche non essere negative, ma forse è prematuro parlarne.



Di sicuro, le premesse erano che la Princi  andasse a cacciarsi in un guaio ancora più grosso di quello in cui era a casa, e invece pare che l'unica cosa di imponente che abbia riportato a casa sia la nostalgia per un bellissimo pompiere, laureato e in gamba. Per gli sviluppi staremo a vedere, perché la Castagna ormai ha capito che sugli uomini della figlia non deve fare alcun genere di previsioni, dato che il suo tigresco amor materno la rende inadatta ad essere la suocera di chicchessia, e che spesso il chicchessia portato dalla figlia verso casa è qualcuno dal quale il buon senso consiglia di liberarsi in fretta. Comunque al pompiere carino fuori e intelligente dentro si potrebbe fare un po' di sconto, sì, dai.

La figlia dalla Spagna è tornata sempre molto magra e veramente tanto sbattuta, ma con evidenti risultati in termini di comprensione della vita.


E ora (oggi) mamma Castagna e piccola tigre hanno condiviso un pomeriggio a Torino, che si potrà forse riassumere in una serie di fotogrammi.

La figlia che dice alla madre: "Ti porto in un posto che ti piace" e la fa salire al terzo piano della biblioteca, vista di qua sulla Mole, di là sulla Dora, luce, silenzio, spazio. "Noi studiamo sempre qui" dice. Minchia. Lo stesso punto che avrei scelto io. Questa figlia... questa figlia. ("Una figlia??? UNA FIGLIA!!!", cit., 2013)

Una coccinella sul vetro dell'auto.  In novembre. A Torino.



Vanchiglia. Sarà perché ci passa la Dora, quasi con lo stesso suono che ha a Oulx, ma Castagna, che detesta Torino, apprezza Vanchiglia.

"Goodnignt moon" di Shivaree alla radio, in tangenziale.

Lei, la figlia. Lui, il marito al telefono che segue ogni mossa. Forse, distante, anche il pompiere ha saputo della giornata. Lei, la madre, che, a un semaforo di corso Tortona, improvvisamente realizza che sta andando a cercare casa alla figlia, il che significa che la Spagna è finita, ma per parte della settimana la bambina abiterà fuori. Presa dalla trance agonistica e concentrata sull'università,  la mamma questo non lo aveva colto. Aveva nebulosamente colto il messaggio dal lato coniugale, "saremo noi due per la maggior parte del tempo". Non aveva colto il fatto di essersi appena riabituata a essere "di nuovo noi tre" e di rischiare di non vedere quasi più il pigiamino rosa aggirarsi per casa alla sera. Si sente, al semaforo di corso Tortona, un suono vischioso. Tipo pugnalata in un organo interno, in alto a sinistra. Cristo, che botta. ("Una figlia??? UNA FIGLIA!!!")

Goodnight, moon.