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lunedì 30 novembre 2009

BUONI PROPOSITI

Prometto di non mettere più su questo blog roba autocommiserativa e off topic come quella che ho pubblicato negli ultimi giorni. Non sono una fan dei blog che devono essere utili a ogni costo, ma quando è troppo è troppo, e rileggendo... era troppo.

Prometto di non recedere di un passo da quello che realmente sento giusto e di affrontare le situazioni in sospeso con le persone, in particolare le amiche, per quanto doloroso e faticoso sia: almeno con la Frenci va fatto, e di corsa, ma bene, con Cavallino so che dovrei cercare di farcela e non autosgretolarmi al solo pensiero (ma d'altronde la migliore amica è la migliore amica, quella che non puoi proprio permetterti di mettere in discussione perchè è come l'uomo della tua vita, che non è certo immune da difetti, che ti somiglia meno di altre persone con cui ti trovi bene o addirittura meglio, ma che per te non può essere discusso, e non sai nemmeno i motivi). Con altre persone ci sono tante cose da limare e migliorare, e a volte è pigrizia, a volte sfiducia o qualche difficoltà pratica, a volte è che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire (e io sono famosa per sgolarmi, imparare l'alfabeto dei sordomuti, scrivere sui muri e far scoppiare una guerra atomica se non mi ascoltano, ma ci sono sordi MOLTO sordi).

Prometto di non diventare dipendente dall'Acutil, anche se ho una mezza idea che oggi la botta di fosfoserina nella pompa Na-K delle cellule cerebrali, a esattamente quattro ore dall'assunzione, mi abbia salvato da un frontale con un figlio di grandissima puttana che mi ha quasi buttato in un fosso venendomi addosso con una Ka (che tra parentesi è una macchina orrenda, vista di lato sembra un gatto accucciato in quella posizione che hanno i gatti un attimo prima di vomitare).

Prometto di fare la brava e di non strangolare la Fata Bionda anche se, da quando mi ha detto che faccio bene a piangere, piango di continuo e mi dò fastidio da sola.

Prometto di non correre in lacrime a rifugiarmi sull'ampio torace del vicepreside (detto il Gigante) se per caso domani Occhi d'Arabia viene a scuola con i segni delle botte che penso suo padre gli avrà dato, dopo che io stamattina l'ho informato sui simpatici gesti osceni che suo figlio si permette di fare davanti alla sua professoressa di Lettere: dico solo che il padre (un marocchino alto e grosso con un bel viso e la voce dolce) si è slacciato la cintura dei pantaloni e mi ha fatto vedere la fibbia, dicendo: "Questa faccio pagare cara" e io credo di essere diventata verde.

Prometto di non strillare più come la settimana scorsa per sgridare i ragazzi, perchè una tonsilla mi si è completamente fusa, ha preso a calci una ghiandola e ora sta cercando di spostarsi a vivere sotto l'orecchio.

Prometto che pur di vedere ancora lo sguardo divertito che avevano oggi Tom Cruise e Pezzo di Figliola farò durare le scenette in cui interpreto contemporaneamente Perpetua e Don Abbondio, o altri personaggi manzoniani, ancora una settimana.

Prometto che correggerò i sessanta compiti che ho nella borsa entro mercoledì.

Prometto che cercherò di mettermi nei panni di tutti e che conterò fino a centonovanta prima di rispondere alle mail.

Prometto che andrò a dormire a un'ora decente... a partire da domani.

A proposito di cugini

Il link (autorizzato) al post di Sanguedelmiosangue

http://follicorse.spaces.live.com/blog/cns!66D2314264F3C48D!574.entry

domenica 29 novembre 2009

Quasi alla fine di una giornata di cacca

La giornata è quasi trascorsa. In mezzo invece di mangiare ho gestito una questione familiare di quelle senza quasi via d'uscita (è quel quasi in cui cerco di infilarmi a ogni costo che mi frega) con risultati tali che mi brucia ancora adesso la delusione.
E' arrivato l'Uomo e per mia fortuna non si è messo tra me e le mie paturnie e ha sopportato lagne, scazzi e manie, intanto che io riuscivo almeno un po' a produrre ordine e pulizia in questo cesso di casa.
Poi è stata l'ora di mangiare (le 15, ora in cui non si può rimandare ulteriormente), e in un giorno come oggi sedersi a tavola o sulla sedia elettrica mi fa lo stesso effetto.
Poi ho pianto ancora un po' e dormito come si dorme quando hai lo stomaco troppo vuoto e le ossa peste dal nervoso.
Poi ho giocato al pc e solo ora che devo muovermi e cucinare (Dio, che condanna) mi rendo conto che sono triste come se tutto fosse successo mezzo secondo fa. E ho fatto un mesto giro sui blog di Bianca, Vita da Strega, Supermambanana, LGO e M., per scoprire che almeno ad altre due persone quest'orrenda domenica piovosa di novembre stava dando gioie analoghe alle mie. Non so se essere sollevata o ancora più triste.

DEL FARCELA, DEL NON FARCELA, DEL RICOMINCIARE TUTTI I GIORNI DA CAPO, DI UN PAIO DI DOMANDINE DA FARE A DIO UNA VOLTA ARRIVATA DI LA'

(Questo post è dedicato a mio cugino e al suo coraggio.
Se mi autorizza, poi vi rimando al suo blog e capirete dal post che vi mostrerò perchè sono sottosopra da due giorni, a pensare al coraggio e alla paura.)

Okay, comunque qui non si tratta di scuola e di post, solo di uno sfogo, come su un diario, e forse farei meglio a non pubblicarlo, ma non sono più capace, io che scrivevo tanto, a mano e a macchina, di usare un quaderno. Non che le cose che ho da dire per sfogarmi sembrino più intelligenti scritte al computer. Non che sia furbo divulgarle sul blog. Ma sono vittima di questa dipendenza (ah ah, un'altra, che bello, mi serviva proprio).

Non sono, per l'ennesima volta, dove dovrei essere, a fare quel che dovevo, che volevo fare. E piango a fiotti come quando avevo sedici anni, e in questo momento impiccherei la Fata Bionda che mi ha detto che va molto bene che io pianga, visto che erano tipo tre anni che non versavo una lacrima. Forse non lo facevo perchè sarà anche sano ma è doloroso, no? Forse ne avevo avuto abbastanza già tre anni fa?

Comunque. Stamattina non si lava non si pulisce non si dà da mangiare ai gatti, stamattina si piange.

Guardando il binario della stazione con il treno
che parte per Milano, l'Ingegnere che mi guarda deluso e me che NON salgo.
Guardando il barbecue sul prato con gli amici che ridono al sole e me che NON vado.
Guardando le foto della Scozia e dei laghi e gli aerei che passano nel cielo e me che NON li prendo.
Guardando le faccette speranzose dei bambini che mi chiedono se vado in gita a Barcellona e me che rispondo di NO.
Guardando gli occhi delle persone che NON vado a trovare, nemmeno quando stanno male o sono in ospedale.
Guardando mio marito e la sua delusione quando io NON tengo fede a un impegno.
Guardando i miei genitori quando non mi chiedono una cosa perchè sanno che NON la farò.

E tutti i treni che sono partiti senza di me. Tutti i pomeriggi con qualcuno che mi aspettava e non mi ha visto arrivare. Tutti i pranzi, le cene, i compleanni. Tutti i viaggi. Tutti i soldi spesi perchè degli psicotizi mi rimettessero in bolla, e lo sguardo di mio padre e di mia madre davanti al piatto pieno e alla mia porta chiusa.

Tutta quella fiducia negli occhi di certi alunni, e me che penso di chi cazzo si stanno fidando e quanto è sottile la facciata di normalità che tengo su.

Tutto il dolore e una rabbia che non si riesce a mettere in parole. Che cazzo sono nata a fare, perchè combatto, cosa spero di ottenere, se da una cosa come questa non si guarisce? E questa è una domanda tra quelle da segnarsi per quando quel signore barbuto mi darà un'occhiatina, prima di sprofondarmi nell'inferno dei comunisti.

Poi penso.

Penso che non servo a niente e però qualcuno ancora si volta a cercare dove sono quando gli serve un appoggio.

Penso che non sono guarita e che torturarsi non mi sta aiutando, ma che almeno ho sviluppato un'empatia tale con i poveri disgraziati come me che a volte vedo meglio i problemi di uno sconosciuto che di una persona che conosco bene e che mi parla spesso.

Penso che se non ci fossero telefoni, messaggini, mail e parole ma solo la vecchia cara telepatia degli animali, alcune persone potrebbero capire veramente quanto le conosco e le amo e quasi tutte rimarrebbero sorprese dal vedere cosa c'è realmente dietro la mia facciata dura e il mio modo di fare indisponente che cerco di limare senza quasi mai successo.

Penso che se io uscissi di casa come realmente sono, senza corazza e senza facciata, un moscerino in rotta di collisione potrebbe spezzarmi le ossa, ma io mi sentirei veramente libera.

Penso che sono ancora qui e che nella mia testa, povera testa cretina, ancora non ho mollato le persone a cui tenevo, anche quelle che non ne vogliono più sapere di me e quelle che mi calunniano, e spero che questo sarà uno dei motivi per i quali, quando lo vedrò, quel signore barbuto mi farà un minimo sconto. Perchè io invece ho visto altri CANCELLARE completamente amici e parenti per molto meno. E perchè la pazienza non sarebbe una delle mie doti di base, se andassimo a vedere.

Penso che rivedere un amico anche dopo mille problemi a me fa sempre lo stesso effetto e che la mia fiducia non cambia, anche se cambia quella degli altri.

Penso che non mi sto considerando così strana o malata da non fidarmi più della mia intelligenza, e che la mia intelligenza a volte è di brutto seconda al coraggio che mi ci vuole a essere lucida.

Penso che vorrei tanto una vacanza da me e dalle mie angosce e che sono abituata anche a non essere capita, allo sguardo rassegnato di chi non ci spera più, ma che a volte le persone hanno due registri per i conti, uno per se stessi e uno per gli altri, e una con i miei limiti si espone a vedere questo genere di partita doppia un po' troppo spesso. Ed è comunque preferibile essere guardata così che tagliare i ponti con la fragile e talvolta meschina umanità delle persone a cui voglio bene, alle quali, nonostante l'inadeguatezza sociale che mi contraddistingue e a volte il fastidio di dover spiegare per la milionesima volta che non ce la faccio, non intendo rinunciare.

Penso che l'unico sguardo che realmente mi permette di sopravvivere è quello che dallo specchio ogni mattina mi ribadisce che CI DEVO RIPROVARE.

E allora alzo la testa e mi ricordo che sono IO quella che è scesa fino a Nocera Inferiore a vedere coi suoi occhi.

Che sono IO quella che non ha mai detto "cosa ci vuoi fare?" quando una soluzione, anche lontana e anche molto scomoda, si poteva ancora trovare.

Che sono IO che prendo la parola quando qualcuno tenta di abusare del suo potere su qualcuno che non si difende anche se ne avrebbe diritto.

Che sono IO che mi faccio un cruccio quotidiano della limpidezza morale di certe scelte economiche e lavorative, e che lo faccio a mie spese.

Che sono IO quella che non si sposta di un millimetro dalla coerenza di posizioni condivise anche quando un amico delira e si sfascia la vita per una donna (o un'amica per un uomo...) e non sente ragioni, e che è ME che lo stesso amico ritrova, ferma al mio posto, quando rinsavisce.

Che sono IO che a volte cammino su un filo sottilissimo a cento piani da terra pur di proporre a qualcuno una visione diversa, e rischio di giocarmi le amicizie solo perchè, secondo me, essere amici vuole anche dire guardare il bello e il brutto, non solo fare sconti e parlare del più e del meno.

Che sono IO che scelgo di non mentire e faccio figure di merda gratis quando potrei inventare una scusa.

Che sono IO che mi sono mangiata chili di merda per riuscire a rimettere in contatto persone che non si parlavano più e che l'ho fatto quando non mi aspettavo più niente da nessuna di quelle persone, e che non si contano le volte che mi son trovata tirata in mezzo tra due, tre o più che litigavano, perchè la mia sincerità, a volte così totale da essere stupida, faceva comodo per far scoppiare il bubbone.

Che sono IO, io che sembro così irlandese, impulsiva ed egoista, che quando devo dire a qualcuno qualcosa penso prima a tutte le attenuanti che questa persona ha per aver fatto uno sbaglio o essere stanca, nervosa o insopportabile, ma poi se mi pare giusto trovo il coraggio di non dire "poverino, non è colpa sua, è fatto così" e di tentare la critica costruttiva sperando di non sembrare odiosa ma di essere utile.

Che ho conosciuto a dozzine persone che tranciavano giudizi in base alle apparenze, che prima cercavano un tornaconto, che mentivano e si giravano la frittata, che rovinavano più o meno consapevolmente la vita agli altri e nonostante questo credo di aver bandito solo una o due facce dal mio album delle foto in modo definitivo, e non necessariamente perchè avessero fatto del male a me.

Che da quando ero una ragazzina ho sempre creduto fermamente nel dare un'altra possibilità alle persone e mi sono comportata di conseguenza, oggi poi che insegno non potrei effettivamente fare questo mestiere se non sapessi che, per fortuna, le persone CAMBIANO e, in generale, anche quando non ci riescono, tutte indistintamente VORREBBERO cambiare in meglio. I cattivi non esistono e mi dà fastidio quando nei film il cattivo muore e il buono se la ride con gli amici e si va a scopare la coprotagonista, senza un pensiero, senza un rimorso.

E allora mi dico che a qualcosa servo e che non mi devo vergognare di chi sono, che un contributo lo dò, che non arrivare dappertutto non vuol dire non arrivare mai da nessuna parte, e che porca puttana a volte ho tutto il diritto di piangere in santa pace, perchè troppa gente ride sempre e non si ferma a pensare, e soprattutto perchè anche quando sto ferma un anno a piangere in un lago di merda POI MI RIALZO, vaffanculo, e solitamente la prima cosa che faccio è RINGRAZIARE il tizio barbuto, quelli che mi hanno aiutato e quelli che mi hanno aspettato. E avere un sacco di pazienza per ricominciare con quelli che non hanno capito.

E questo qualcosa vorrà pur contare, cazzo. Non posso credere di fare tutta questa fatica per niente. Fosse così, io al tizio barbuto gliene devo dire un paio, ma subito.

sabato 28 novembre 2009

RADICI

(Si ringrazia M. per lo spunto)

Geografia generale, compito per il...

Portare una cartina d'Italia (o d'Europa, o del mondo) e la foto di un albero. L'albero siete voi, quindi deve essere un albero in cui potete identificarvi, che vi piace.

(Prevedere un buon quarto d'ora da dedicare al commento libero di queste istruzioni: io sono una quercia!, tu con quei capelli sembri un salice, io sono un ulivo, io un melo, chi vuol essere un ciliegio? io mi sento tanto una palma, ma da cocco o da datteri?, te sei grasso come un baobab, oh ma vaffanculo, non vi insultate, tu, chiedigli scusa, e tu, niente parolacce)

Esercizio:
incollate la cartina sul foglio e mettete l'albero sulla città in cui siete nati / vivete. Poi con un pennarello disegnate le radici dell'albero, che partono da tutti i luoghi in cui è passata la vostra famiglia prima di voi.
Fate una radice grossa se molta parte della stessa famiglia viene dallo stesso posto e una radice più sottile se da un luogo viene solo un nonno o un bisnonno.

Commento di gruppo a seguire.

Poi vi racconto com'è andata. Anche se è un esercizio più adatto alla prima.
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Il mio albero ha radici a Genova, in Liguria di Ponente (Noli), basso Piemonte (Langhe e Alto Monferrato), Lombardia (in particolare Valtellina, Tirano e Sondalo, ma anche Milano) e Umbria (Perugia).

Facendo l'albero genealogico di coppia (quello della famiglia di mia nonna materna, ramo valtellinese, siamo riusciti a ricostruirlo fino al 1500, scoprendo di avere un antenato cui è apparsa la Madonna a Tirano nel 1504 e un partecipante alla spedizione dei Mille), abbiamo scoperto che a venire a Asti in realtà stiamo tornando indietro sui passi di famiglia, dato che gli antenati dell'Uomo, oltre al numeroso zoccolo duro di Sestresi (trattandosi di Sestri Ponente è uno zoccolo durissimo: i Sestresi sono orgogliosi delle loro origini come nemmeno i Masai), sono dell'Alto Monferrato a loro volta. Lui ha qualcuno anche in Toscana, in Emilia e nel Piacentino, ma gli mancano le valli lombarde e l'Italia centrale.

Io ho sempre sostenuto che la mia avversione per il pesce e la mia simpatia per i piatti tipicamente da posti di montagna (polenta, tutto quel che si può fare con patate verza e formaggi, speck e tutto ciò che è affumicato, zuppe e minestre di ogni genere e tutti indistintamente i dolci a base di mele) siano un'eredità dei pastori di Sondalo da cui discendo. Il fatto che io in montagna sia a mio agio come in nessun altro posto al mondo sicuramente c'entra.

Mi sento fortemente genovese come mentalità, Genova è un amore che non ti si toglie da dentro e non ha paragoni con niente al mondo,

ma a parte questo, d'istinto so di essere più a casa nel Ponente che nel Levante, e venire a stare tra le colline astigiane in qualche modo mi ha collocato dove io realmente mi sentivo a casa. Calcolando che io amo il mare e soprattutto i monti (Asti era sul fondale di un mare preistorico e ci sono, visibili a occhio nudo, intere colline di sabbia piene di conchiglie, ma è un luogo freddo, con vista mozzafiato, da molti paesini, sulle Alpi), che vado pazza per i posti tipo Inghilterra dove ci sono nebbie, boschi umidi e colline dolci, in effetti qui va bene: l'unico posto dove non potrei mai vivere è una pianura. In effetti non c'è pianura in nessun luogo da cui discende la mia famiglia.

Un consiglio: fate l'albero genealogico con i vostri figli, facendovi aiutare da nonni e prozii. Vi giuro che scoprire di avere in famiglia un beato, un garibaldino, un esule politico, una prozia che era suora e ha gettato la tonaca, una bisnonna che faceva la levatrice, non di mestiere ma perchè tutte le donne che partorivano volevano lei che era brava, un pilota di Formula Uno degli anni Trenta, un partecipante alla campagna di Russia della divisione Julia, uno che ha lavorato per anni in una centrale elettrica in Brasile, come è successo a noi, è un modo stupendo per divertirsi, ricordare persone che non ci sono più, capire cose di se stessi e non perdere la memoria storica della famiglia, ma soprattutto, soprattutto, affascina i bambini, fa felici gli anziani e fa venire le vertigini a quelli della mia età che cominciano a capire qualcosa del perchè sono chi sono.

Se poi per caso insegnate Storia, è un vero sballo.

venerdì 27 novembre 2009

L'alunno strappacuore

Di alunno strappacuore ce n'è uno in ogni classe.
Non è per forza il più sfigato. Nè il più simpatico.
Non è il più bravo, nè il più fragile. Non è il più carino o il più beneducato.

E' quello che, quando c'è, potresti ignorarlo del tutto o volerlo scagliare dalla finestra, ma quando è assente, stai male, sei agitato e triste, perchè la classe sembra diversa.

L'alunno strappacuore è, talvolta, coincidente con la categoria "bambini che sono stata", a volte con quella "figli che vorrei avere". In altri casi è una cosa del tutto diversa. Si riconosce perchè a guardarlo il cuore perde un colpo, brevemente.

Non è la stessa cosa dell'alunno da salvare. Quello è un chiodo fisso e gli pensi tutto il giorno. Giovane Lupo, Senza Mamma, Tesoro, Figliodì, Poeta Hacker, Tragedia, e diversi altri, sono casi che ti levano la pelle e ti seguono a casa anche durante le ferie.

L'alunno strappacuore non ti fa quell'effetto. Ma quando non c'è tu non sei lo stesso insegnante. Il Danno è l'esempio estremo, ma ci sono bambini con i quali non si instaura in realtà tutto questo rapporto, e però sono fondamentali. Quando nella Scuolafica dei Quartieri Alti mancava il Falco, era così.

Il Falco ha dei notevoli occhi cangianti, di quel colore che non è grigio nè castano, ma è luminoso come acciaio. Era un alunno eccezionale, in una classe di livello altissimo. C'era anche gente con voti più alti dei suoi, che comunque erano sempre molto buoni. C'era gente con la battuta più pronta, o più affettivamente presente. Il Falco era un ragazzo di ottima famiglia, educato e corretto, mai un problema di disciplina o di rendimento, salvo una volta che, negli spogliatoi della palestra, se le era date di santa ragione con il Figlio Perfetto, altro mostro di intelligenza, bel ragazzo e bravo bambino, per un'annosa questione di donne (cioè per una compagna di classe, detta l'Irresistibile, non a caso). Avere il Falco in terza fila sulla mia destra voleva dire che io potevo parlare senza sosta per un'ora (in quella classe si poteva veramente spiegare per un'ora) e in qualunque secondo girare gli occhi e vedere, nei suoi, l'attenzione TOTALE e tutto il movimento delle rotelle nel cervello, che assimilavano, catalogavano, collegavano informazioni. Non perdeva una virgola, mai. Avessi avuto una classe di smidollati svogliati buoni a niente, credo che avrei mantenuto il livello alto solo per lui, per essere degna di cotanta attenzione.

Quest'anno ho l'Inglesina.

L'Inglesina non è affatto una brava alunna, è storditella e bisogna sempre richiamarla all'ordine; ho anche dovuto spiegarle l'anno scorso che, se non avesse smesso al più presto di venire a scuola con certi shorts microscopici di jeans sfilacciato e i collants bianchi e rosa sottili, Giovane Lupo non si sarebbe accontentato di guardarla famelico, con gli occhi a fessura, dalla porta della terza, e tra Bel Ragazzo e Grosso e Cattivo della III A sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale, dove lei sarebbe stata trattata più o meno come la Polonia.

L'Inglesina è oggettivamente molto carina e sviluppata fisicamente, ma anche tremendamente infantile come età mentale, in più è maldestramente bilingue e quindi fa degli errori di ortografia che, dopo oltre un anno di dettati e correzioni, riescono ancora a stupirmi. Per correggere i suoi compiti di italiano uso un Canadair pieno di inchiostro rosso.

L'Inglesina l'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso, quando ancora pensavamo che mi trasferissero, mi si è aggrappata al collo singhiozzando da spezzare il cuore, e io ero stupefatta perchè l'avevo sgridata per nove mesi senza sosta, ma in effetti nei suoi occhi castani la fiducia avrei dovuto riconoscerla, c'era sempre, anche durante i cazziatoni.

L'Inglesina ha due enormi astucci pieni di cazzate di quelle che fan fare i miliardi alle cartolerie, e bisogna sempre scuoterla perchè invece di scrivere ci mette un'ora a scegliere la biro (sempre fucsia, ne ha seicento di varie sfumature e spessori) con cui fare le cornicette, o perchè invece di seguire la lezione allinea sul banco gommine rosa, fucsia e viola, colle stick con i brillantini (rosa) o piccoli e inutili gadgets (rosa o viola).

Quando le strilli qualcosa perchè sei stufo di dirglielo, l'Inglesina perde per un istante l'abituale gioia che le splende negli occhi, e assume un'aria così tenera e sperduta che tu ti senti Annamaria Franzoni, e speri che qualcuno ti punisca per averla addolorata. Pochi secondi dopo, di solito, l'Inglesina deglutisce con aria amareggiata e poi si tranquillizza dedicandosi alle sue penne rosa e fucsia.

L'anno scorso, verso maggio, mi è spuntata davanti in classe all'inizio di una lezione e mi ha detto che aveva recuperato matematica, scienze e francese. Riusciva a sembrare un adorabile cerbiatto svampito anche con il tono fiero e lo sguardo vittorioso, erede diretta di Guglielmo il Conquistatore, William Wallace e Riccardo Cuor di Leone.

Quando ha preso l'influenza ero inconsolabile. Banco vuoto, niente pennine rosa, niente leggings aderenti e gonnellina di pizzo nero, All Star aperte e fiocco (rosa coi lustrini) nei capelli, che nemmeno Madonna ai tempi di Like A Virgin, niente domande inutili con l'accento inglese senza le erre, niente sorrisoni indecisi ma fiduciosi.

Mi sono accorta lì che era un'alunna strappacuore, che strano. Proprio lei, in una classe dove mi sono simpatici tutti.

lezione di Geografia generale di domani




Porca vacca, è l'una passata. Colpa di un nome che non mi ricordavo: il medico che si è fatto venire la febbre gialla (o era la dengue?) per studiarla. Corot? Charcot? Cottin? Un nome così.

Comunque domani si parla di Africa e di malattie da denutrizione e da parassitosi.

Uh: lo sapete che a giugno in Libia c'erano 13 casi di PESTE BUBBONICA? Peste bubbonica, quella di Don Rodrigo, di Boccaccio, etc. Non di Pericle (quella era febbre tifoidea). Ho detto a giugno duemilanove, eh?

Minchia, ho i brividi. Altro che suina.

giovedì 26 novembre 2009

Sorprese, ricordi, speranze, agghiaccianti certezze

La Fata Bionda mi ha dato dei compiti. Che io sto già cercando di bossarmi, a distanza di 24 ore scarse. Comunque, sostanzialmente devo registrare quel che mangio. Perchè devo smetterla di mangiare come un'adolescente disturbata, specie se voglio dei figli.

Devo pesarmi una volta alla settimana. E stamattina, allora, in un ritaglio di tempo dopo aver sognato per ore la scena di sesso tenerissima di "Boy A" (film apocalitticamente doloroso e bellissimo, ovviamente di un regista inglese, che abbiamo visto ieri sera) e sentendomi propensa al suicidio per la scarsità di sonno, le occhiaie (grigio scuro! stamattina erano grigio scuro!) e i suddetti compiti, ho messo giù la bilancia e ci sono salita.

66.
Non 66 e 700 o simili. Proprio 66. E zerozero.

Sono rimasta senza fiato.
Bisogna capire che io sottile non lo sono mai stata. Ma nemmeno trugna. Diciamo che sono una donna ben piazzata.
Il punto è che per me quel 6, il secondo dei due, è stato una sorpresa favolosa. Ero arrivata a 72. E il 6 è un numero stupendo da mettere per secondo sulla tabella del peso. Perchè non lo vedevo da cinque anni. E perchè 66 è SOLO 4 chili sopra la mia forma fisica tipica di quando avevo 25 anni. E lasciatemelo dire, a 25 anni ero in discreta forma.

Ma soprattutto, a 60 sto nella 42. E a 56 posso mettermi letteralmente QUALUNQUE vestito.
Quando dico qualunque, alludo all'abito da sera minimalista (corto, scollato e schiena TUTTA fuori) del ballo all'Accademia. Cioè l'unica sera della mia vita che non ho invidiato Nicole Kidman, perchè mi sentivo superlativa. Ho pensato se avevo una foto da mettervi, ma tragicamente di quella sera esiste solo una foto di quelle ufficiali, scattata all'ingresso dal fotografo della serata, che mi ritrae (tra l'altro di fronte, impedendo di apprezzare la schiena nuda) con l'Ingegnere in divisa da ufficiale. E ce l'ha l'Ingegnere. O forse non ce l'ha più, perchè quella CICCIONA di sua moglie, se l'ha vista, l'ha SICURAMENTE buttata via.

Comunque sessantasei e zerozero è stato un colpo di gioia che non mi capitava da secoli. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio ero tutta rossa di felicità, ma sempre con le occhiaie grigio scuro. Ma mi son messa di profilo e ho pensato che se l'obiettivo è sessantadue è sul serio vicino, e che se il mio culo stesse dieci centimetri più su farebbe già tutta un'altra figura. Finchè ho abitato a Genova, città piena di salite e scalinate, e non avevo la macchina, c'era, dieci centrimetri più su.

Ora. La sera dell'Accademia avevo ventitre anni. Non si pretende tanto. Ma pensare che tra 66 e 56 c'è solo un numero di differenza è qualcosa di paradisiaco, in senso psicologico, per quanto sia stupido in senso matematico. E dato che se adesso perdessi 10 chili resterei senza tette, mi va benissimo non mettermi mai più un vestito taglia 40. Tanto non ci devo mica tornare, al ballo dell'Accademia. Ma magari la 44 sì, posso raggiungerla.

Così ho fatto programmi di gloriose camminate, ginnastica e dieta. Che si sposano piuttosto bene con i compiti dati da Fata Bionda.
E sono uscita di casa, cane al guinzaglio, ballerine nere e cachemire a V da studentessa sopra i jeans, tutta contenta e leggeeeeera, che ballavo sui gradini. Il tempo di salire in macchina e guardare le mie occhiaie nello specchietto retrovisore, e sono stata folgorata da una certezza.

Ce la farò. Posso farlo. Ora perdo altri 4 chili, rientro nella 44, vado da Luisa Spagnoli perchè mi sono ripromessa di farmi un regalo lì quando potrò mettermi di nuovo la 44, e proprio quando finisco di rifare il guardaroba, resto incinta. E l'abito di Luisa Spagnoli se ne resta nell'armadio.

Andrà così.
Lo so.
Mi ci gioco quel che volete.

Sarà meglio che mi abitui alle occhiaie, comunque sia.

mercoledì 25 novembre 2009

Miscellanea di assurdità di un mercoledì mattina

Il mercoledì è un giorno in-cre-di-bi-le.
Tre ore in una terza senza intervalli in mezzo sono una manna quando c'è da fare un tema o da vedere un dvd, un disastro quando invece devi fare lezione. Devi per forza lasciare spazio all'assurdo in alcuni ritagli di tempo, o è un carcere per te e per loro.
Oggi c'era tema. Ed era lo stesso una gabbia di matti.
Prima e dopo queste tre ore ho un'ora in seconda. Quindi la II B dalle otto alle nove meno cinque ha una professoressa piena di energie, mentre dalle dodici e trentacinque alle tredici e trenta ha la sorella stravolta della professoressa precedente, che perde il filo dei discorsi e si innervosisce per un niente. Ma la II B ha tanta pazienza.

L'unico modo di resistere a un mercoledì è lasciar fluire, senza troppe aspettative.
Oggi avevo dormito 4 ore giuste e non ho opposto resistenza alla gabbia di matti.
Nella nebbia in cui fluttuavo (dicendo frasi come: "riscrivi qui, la virgola tra il soggetto e il verbo non si mette, ricordatevi che dovete anche copiare in bella, Tom Cruise! vai fuori col banco a fare 'sto lavoro, in corridoio, che qui se no non si concentra nessuno, Grande e Gentile, guarda che stavolta un tema di nove righe non lo correggo nemmeno e ti dò zero, Peste, santo cielo, impegnati, Straniero, non puoi continuare a ignorare l'esistenza degli articoli nella nostra lingua") ho colto alcune perle tra la seconda e la terza:

"Noooo prof non sposti Tom Cruise, lo lasci qui, ha i capelli morbidi"
(sorriso gattesco di Tom Cruise, con scritto in faccia: lo so, lo so, sono un oggetto di sesso per queste ragazze, che posso farci...)

"Prof, tajine di pollo c'è facile fare: cuscus facile, tajine più facile, tu prova"
(pensiero della prof: cazzo c'entra col tema sulla scuola ideale?)

"Ieri pomeriggio al recupero di italiano abbiamo fatto solo esercizi sui verbi per tre ore: è stato bellissimo"
(ah sì? beati voi, io alla fine avevo un mal di testa...)

"Prof, lo vuole il dvd di contenuti speciali di New Moon che è uscito con 'Cioè'?"
"Nnn. Nnn... Sì, sì ti prego, prestamelo!"

"Si è fatto male un ragazzo in palestra, uno dei suoi"
"Chi?"
"Gatti"
"Oddio! No, Gatti? Poverino"
"Tanto ha sette vite"
(Ah. Ah. Quanto manca alle vacanze di Natale?)


...e altre varie cazzate.
Oggi la Fata Bionda che non mi vedeva da due mesi mi ha chiesto: "come vanno i suoi ragazzi?" e io, che stavo uscendo dal suo studio soprappensiero, mi son sentita dire: "sono carini da morire". Poi ho pensato: forse sto lasciando fluire un po' troppo.

Ma sì. Si fluisce una volta sola.

Una piccola storia d'amore

Avevo paura. Mi spostavo in preda al panico. Mangiavo dove potevo, ma avevo sempre fame. Bevevo dalle pozzanghere, dormivo raggomitolata sotto gli alberi e i cespugli, con un occhio semiaperto, tremando.
Quando mi avevano lasciata sola ero piccola. Non avevo avuto un'infanzia tanto felice, non mi ricordavo quasi niente degli altri, madre e fratelli che certamente avevo, da qualche parte.

Una donna e altre persone cercavano di avvicinarmi, attirandomi con cibo e parole. Io scappavo. Mi tenevano d'occhio da quattro settimane, quando finalmente mi presero. Li avevo evitati il più possibile, ma sapevano in che zona mi muovevo e io avevo bisogno di mangiare. Se prima avevo avuto paura, dopo fu peggio.

C'era un rumore tremendo, una gran puzza di piscio, e del cemento bagnato al posto dell'erba. Mi facevano iniezioni e altre cose dolorose, ma mi davano da mangiare e da bere, e potevo ripararmi quando pioveva. Fuori dal riparo c'era un piccolo recinto che dividevo con un'altra, e le persone andavano e venivano; io speravo sempre che non venissero per me, e spesso era così, ma poi c'era anche chi mi afferrava mentre cercavo di farmi piccola piccola in un angolo, chi mi tastava, chi mi toccava anche se io non volevo.

Una domenica vennero due donne, una più vecchia con i capelli corti biondi e una voce molto dolce, una più giovane castana che parlava forte. La tizia che mi aveva catturata passò con loro due volte davanti alla gabbia, e la ragazza castana mi guardava, guardava la mia compagna che si agitava e correva e me che camminavo nervosamente avanti e indietro, cercando pace su quel cemento bagnato, pregando di poter scappare, ma sapendo che fuori sarei stata ugualmente male. Mi fissò e disse qualcosa alla mia carceriera. Quella aprì la gabbia e entrarono insieme. Scappai in fondo al rifugio, nel punto più lontano. La ragazza castana, quando le dissero che ero buona, che poteva toccarmi, non avvicinò nemmeno la mano, me la fece solo vedere. Non c'era cibo, ma nemmeno la siringa, nella sua mano. Parlava a voce molto bassa, ora, e disse che non voleva farmi paura, che non mi avrebbe toccato se io non volevo, ma io allora non conoscevo ancora le parole della sua lingua. La guardavo supplicandola di non usarmi altra violenza. Ero terrorizzata.

Tornò tre giorni dopo, venne subito davanti al mio recinto, parlò con tono deciso. Stavolta a prendermi fu l'altra carceriera, la buona nonna che ci coccolava tutti, mi portò nella rimessa e mi mise su un tavolo, e la ragazza castana mi tenne ferma perchè non saltassi giù, ma io ero troppo spaventata per muovermi. Parlarono, scrissero delle carte, frugarono nelle borse e nelle tasche, poi si salutarono. La ragazza castana mi prese con piglio inesperto, ma saldamente, e mi posò dentro un'auto. Un mese prima un'altra macchina mi aveva portato lì, e io sapevo che sarei stata portata in un altro posto ancora. Avevo paura. Lei guidò molto piano e si fermò due volte per cercare di confortarmi, ma io stavo con la testa sotto il tappetino e scavavo alla ricerca di una via di fuga.

Arrivammo. C'erano un uomo e un gatto. Non li vidi quasi. Mi fu dato un altro recinto all'aperto, con un riparo molto più piccolo, ma tutto pulito, senza compagni di cella, senza rumore e senza puzza. C'erano acqua e cibo. Mi rincantucciai in fondo al rifugio.

La settimana successiva uscii solo la notte di mia spontanea volontà, per mangiare, bere e sporcare su teli e giornali intorno al rifugio. Ma di giorno, la ragazza veniva da me e mi portava in una stanza grande, luminosa, dove io cercavo subito di ripararmi tra un mobile e il muro. Si preoccupava che avessi un asciugamano pulito su cui sedermi, mi parlava e mi toccava, ma senza farmi male e senza tenermi quando scappavo. Poi però mi legava e mi obbligava a uscire, prima in macchina e poi a piedi, per strade dove c'erano bambini, persone, animali, macchine. Impazzivo di paura, ma pensavo che finalmente ero fuori dal recinto. Lei mi tirava e mi parlava continuamente. I posti dove mi portava erano sempre verdi e abbastanza tranquilli. Il secondo e il terzo giorno mi portò in un bosco, c'era un grande prato dove io mi nascosi nell'erba alta, e quando lei mi tirò, io feci resistenza. Mi guardò ferita, alzò la voce, poi capì. Era stare nell'erba che mi era mancato tantissimo, per tutto quel mese che avevo passato in prigione. Mi lasciò sdraiata nel verde ancora un sacco di tempo, ma anche se glielo chiedevo con gli occhi, non tolse il legaccio che ci teneva unite.

Il giorno dopo mi portò da una donna che mi mise in una vasca e mi fece cose terribili con l'acqua, il sapone e una macchina rumorosa che sputava aria calda. Mi lasciò per un'ora da questa persona e io credetti che sarei rimasta lì. Invece la ragazza castana mi venne a prendere e mi riportò nel mio nuovo recinto, e io ero pulita e mi sentivo meglio. Mi diede un asciugamano nuovo per il riparo e portò via quello che aveva l'odore di sporcizia di prima.

Mi era successa una cosa: perdevo sangue. La ragazza ora, oltre a mettermi e togliermi i legacci, mi vestiva con una mutandina e mi puliva e cambiava diverse volte al giorno. Era ferma nel prendermi e nel rigirarmi, ma non mi faceva mai male e ogni volta che finiva una di queste strane operazioni mi faceva un sacco di discorsi, col tono contento. Di pomeriggio stavamo in salotto: lei sul divano e io nascosta dietro. A partire dal quarto giorno mi era presa una cosa strana: se lei stava zitta e non si muoveva, io dovevo alzarmi per controllare che fosse ancora lì. Perchè naturalmente non poteva durare, questa situazione, non potevo farmi illusioni. Avrei guardato e scoperto che non c'era più nessuno, che ero sola. Questo pensiero mi torturava. Mi alzavo per guardare se lei c'era ancora. Spuntavo da dietro il bracciolo e lei rideva, e mi parlava. Si capiva che questa cosa di giocare a nascondino, per me così angosciante, a lei piaceva.

Al mattino apriva la porta finestra e mi faceva entrare. Io attraversavo cucina e salotto ventre a terra, con il terrore che mi prendesse, e mi andavo a mettere in un angolo buio, da cui spiavo ogni sua mossa. Di solito c'era una mezz'oretta di silenzio in cui lei mangiava e si vestiva, poi mi legava e uscivamo. Una mattina, quando venne a cercarmi nell'angolino dove mi ero prontamente rintanata, sapevo già che mi avrebbe toccata per cambiarmi la mutandina, e all'improvviso l'idea che le sue mani mi prendessero mi fece sbattere piano piano la coda. Lei sorrise e sembrò ancora più felice di quando giocavamo a nascondino.

Poi ci fu un sabato mattina. Lei non andò via come gli altri giorni, e mi portò in macchina fino a una strada nel bosco. Camminammo un bel po', da sole. Si stava bene. Non passavano macchine. A un certo punto si accucciò e mi tolse il laccio. La guardai. Libera? Potevo andare? Ero libera?
Feci una corsetta in avanti. Lei mi parlava, contenta. Camminai zigzagando sulla strada, assaporando tutte le possibilità impreviste: correre per i prati con la pancia piena, il pelo pulito, nessun laccio e nessuna gabbia o siringa in vista.

Poi lei si abbassò di nuovo. Mi mostrò il guinzaglio e disse: "Vieni qua, dalla mamma." Io la guardai. Aveva paura, glielo vedevo negli occhi. Non sorrideva più. Capii che pensava quel che pensavo io quando lei era sul divano zitta, e io non potevo vederla o sentirla e credevo di essermi sognata tutto. E mi sentivo certa che non sarebbe rimasta lì per me per sempre, che sarei stata di nuovo sola, che non sarei stata di nessuno, come prima.
"Vieni, Daisy?" ripetè. E io scodinzolai e tornai da lei correndo.
Quella volta, oltre a fare la voce contenta e a sorridere, pianse anche un po'. Ma andava tutto bene. Io avevo capito che, per lei, piangere in quel momento era come per me era stato muovere la coda la prima volta: una cosa che non volevo fare, ma che era venuta da dentro, senza che potessi fermarla, ed era una cosa bella.

Sono passati tre anni. Io stanotte non mi sto ad alzare dalla cuccia per controllare se c'è, perchè la sento che scrive al computer proprio qua sopra. Lei ogni tanto mette giù una mano o un piede, ma solo per una coccola, anche lei non ha più bisogno di controllare se ci sono, perchè mi sente che russo.
A volte, ormai, quando ci guardiamo non sbatto nemmeno la coda, e lei non sorride. Tanto si sa comunque che siamo felici. Ci capiamo con un'occhiata.