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lunedì 31 ottobre 2016

Qualche input positivo

Nelle ultime ore di questo pesante ottobre ho imparato che:

- esiste una cosa più difficile del corso istruttori yoga ed è il corso di perfezionamento per istruttori yoga

- posso fare garudasana in sarvangasana senza spaccarmi le vertebre del collo

- mi piacciono i ramen in brodo piccante

- alle tre di notte vengono delle belle idee, non è il caso di pensare solo a cose tristi. Poi va beh ho avuto gli incubi tra le 5 e le 7, ma insomma

- nessuno può costringermi a festeggiare Halloween se non me la sento, ma terrò delle caramelle in tasca per quando vado a prendere la Princi in discoteca, sia mai che incontri dei vampiri.


domenica 30 ottobre 2016

Fatica

Il fatto che dormo di nuovo. Come un cazzo di criceto in letargo, dormo. Il fatto che per dieci settimane ho corso in su e in giù per l'Italia con un trasportino in macchina. Il fatto che poi ero assuefatta a fare 5 ore di macchina ogni due o tre giorni e continuavo a guidare senza pace. Il fatto che prima un freddo boia e i termosifoni spenti, ora caldo umido primaverile e i termosifoni a mille.
Magari anche l'aver preso su di sé notevoli grane da pelare a scuola, l'aver accumulato impegni cercando di non pensarci, ma avendo in realtà l'angoscia di ritrovarsi addosso avvocati commercialisti fisco amministratori etc. 
Tutto questo. 
E l'Uomo di cui non si decifrano i pensieri. E la figlia che costantemente minaccia in modo neanche tanto velato conseguenze cosmiche. 
E le amiche che ce ne fosse una che non è in crisi.

Fatto sta che in ottobre, che sarebbe il mio mese preferito, ho tirato l'anima coi denti. Oppressa dalla tristezza. E sempre scarica. 

Adesso cambiano l'ora e verrà buio prestissimo. Sto pensando con desiderio a un antidepressivo, fosse ben solo l'erba di San Giovanni. 

Clorofilla, dice la maestra di yoga. Pratica, pratica di più, fai del pranayama, dice la formatrice del corso istruttori. Mia figlia si autocura con potassio, magnesio, vitamina B, nicotina e massicce dosi di Tipello Tenero. Mio marito ha proposto la montagna, le terme, le caldarroste e di decorare casa per Halloween, peccato che abbiamo realizzato solo l'ultima delle proposte e comunque lui ad Halloween è via. Salta addosso al Magnifico, propongono unanimi Pellona e Noisette. Ti presto una nuova serie tv, dice Sanguedelmiosangue. Ti intestiamo Via del Golf 13, ha detto ieri mia madre. 

Io ho solo voglia di una grande stanza matrimoniale con tendaggi e telerie da letto sui colori del bronzo, dell'arancio e dell'oro, con un bel sole fuori, e di raggomitolarmi e dormire. Mi manca il mio cane. Mangio senza sentire i sapori. Cucino e mi viene tutto male. Giro in macchina in mezzo ai boschi colorati e mi chiedo se dovrei passare dal canile a prenderne un altro. Ma mi manca lei. 

Fosse la sola cosa che mi manca.

Comunque.

Adesso devo studiare per l'esame da istruttrice. E oggi inizio la postformazione, perché dice la nostra docente che siamo promosse. In ogni caso c'è da scrivere la tesina e io la scriverò sulla fiducia, quindi chiaramente non posso crollare ora. E questo è quanto. 

Mah. Se sono sopravvissuta a tutto il 2015 e mezzo 2016, praticamente possiamo dare per scontato che sia in grado di fare qualsiasi cosa. Quindi la mia cura è proiettarmi in avanti e pensare a come sarà tutto questo tra un po', quando avrò ultimato alcuni dei miei progetti. Che evidentemente vanno avanti anche quando io sono totalmente morta. 

Ora borsa per lo yoga, e devo far qualcosa per questi capelli. Ottobre finisce così.


martedì 18 ottobre 2016

Heart keeps beating

Hanno messo il mio cane in una busta con il disegnino del rischio biologico. Una busta bianco crema. Con la cerniera. E giù nella terra. E poi ha piovuto e io ho pensato alla terra bagnata che si assestava intorno alla busta. E alla mia piccola povera mummietta di cane tutta fasciata nelle traversine bianche. Piccolo chien. Che è morto lontano da casa, e io mi sveglio di notte e non mi perdono perché non c'ero.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.

I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.

Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.

La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.

Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.

La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.

Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.

La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.

I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.

Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
























martedì 11 ottobre 2016

Parte di me


Con un cane è diverso, vedrai.
Me lo avevano detto tutti.

E infatti: sono nata e morirò con un gatto sul letto, li ho amati tutti da morire, ma questo, questo di avere una parte di te che zampetta attaccata a un guinzaglio blu, questo di essere il sole la luna e tutte le stelle per qualcuno, si fa una sola volta nella vita.

Ma questo cane fa sempre così, anche a casa? mi chiese una volta mio padre.
Così cosa?
Di non staccarsi mai da te.
Sì, sempre.

E risento le tue unghiette sul pavimento quando arrivavi correndo e trascinando il cuscino in bocca per sistemarti vicino a me.

Sei stata straordinaria fino alla fine, hai fatto innamorare tutti, hai voluto un bene infinito a tutti. Ti interessava tutto, eri curiosa, capace di ricordare, di capire, testarda come una spina in un dito e paziente come un monaco zen.

L'ultima cosa incredibile di te era che in clinica accudivi i cani malati stando vicino a loro quando dovevano svegliarsi dall'anestesia. Me lo hanno detto, ma solo quando l'ho visto coi miei occhi ho pensato che non mi meritavo neanche di averti. Cazzo, se non ti reincarni tu in qualcosa di migliore, proprio non so chi (il gatto lo lascio fuori dal discorso, solo perché era già un bodhisattva che si cammuffava sotto una pelliccetta grigia).

Sei stata una piccola, instancabile guerriera. Ci hai insegnato cose. Ci hai lasciato un guinzaglio blu, molti cappottini, un cuscino distrutto, e un prato dove correvi e scavavi dissotterrando conchiglie preistoriche. Andrò lì quando vorrò stare un po' con te, piccolo chien, disgraziata, che cazzo di strazio atroce che è non poterti più accarezzare, avanzo di canile. Ti ho amata tanto.





giovedì 6 ottobre 2016

Come d'autunno sugli alberi le foglie

Uomo a Genova, figlia con capricci misti, cane rientrato ieri da clinica abbastanza malconcio.

No ma va tutto bene, l'Uomo lo vedo oggi a pranzo, la figlia si lamenta e aggredisce continuamente ma alla fin fine fa quel che deve fare, il cane ieri era disappetente e col cagotto ma oggi se la tengo a digiuno sicuramente poi riesco a darle una siringata di sciroppo e 4 diverse frazioni di pastiglia senza che faccia storie.

E non è una tragedia nemmeno che Cavallino mi abbia inserito nel gruppo WhatsApp delle superiori con cui si cerca di organizzare un'assai improbabile rimpatriata. Tanto non ce la faremo mai.

Stamattina primo attacco di panico sotto la doccia, secondo davanti al caffè. Ora sveglio la belva (bipede: le due quadrupedi sono già in giro da oltre un'ora) e poi con la scusa che ho scuola, da correre alla farmacia veterinaria, un impegno in una superiore e un'altra riunione a Scuolina Rosa, e stasera abbiamo una bicchierata di addio al nubilato trasversale (madri e figlie insieme), penso che fino a domani la sfangherò senza litigi.

Sì beh a meno che non ci piombino addosso i servizi sociali a scuola, ecco. O meglio, la madre a causa della quale li abbiamo allertati.

Cosa fai nella vita? L'acrobata.

giovedì 29 settembre 2016

Quando una donna si taglia i capelli...

Ecco beh.

Sto per farlo.

Tra l'altro da stamattina, esattamente da 8 minuti, posseggo una connessione Internet tutta mia, non sullo schermino del tablet, non condivisa in wifi e non dipendente dalle buone grazie di Mamma, il server della scuola, che più che Mamma bisognerebbe chiamare Trisavola dato che viaggia a 2 MB e ci fa disperare tutti.

Ritornare a auleintempesta è solo una delle molte cose che devo fare quest'autunno. Ed è come tornare a trovare dei parenti che non vedevi da tempo: dolce, emozionante, fastidioso, doloroso. Doloroso per le spiegazioni che bisogna in qualche modo dare. Fastidioso perché le abitudini si perdono e riacquisirle a volte costa sforzo. Ma era una buona abitudine usare il tempo libero qui. E, come ha detto ieri la Bottadicoca: "Vedo che la guerra è cominciata". Vi avevo promesso il diario di bordo dell'attacco di HMS Castagna contro la fregata avversaria Troll. E al crepuscolo degli dei, al tramonto si pensa definitivo della sezione C, Castagna, che vuole morire in una fiammata di gloria, intende lottare. E vincere.
A costo di essere seppellita nel legno della cattedra come Nelson nell'albero maestro.

Posso cominciare dicendovi intanto due o tre cose carine.

Le prime sono senz'altro due uscite dei ragazzi.

In terza Nosferatu (già autore della bellissima analisi "modo indicativo, tempo soleggiato" che fino a qualche mese fa campeggiava in una scritta colorata sull'esterno della nostra classe (sì, sull'esterno, perché NOI, a scuola, ci divertiamo anche):
- Nosferatu, come al solito, se mi fai il dettato e io ti devo correggere l'ortografia, si deve poter distinguere nella tua scrittura se questo è un accento o un apostrofo...
- E' un acciostrofo, prof.

In seconda Satana (che è di nuovo in seconda!!! e l'ho di nuovo bocciato io!!!) spiega a un compagno:
- Perché Cassandra vedeva il futuro ma nessuno le credeva mai?
- Perché aveva friendzonato tipo un po' di volte il dio Apollo.

Ho l'aula con quattro finestre sull'angolo nordest  della scuola. Enorme e luminosissima. Dentro, nelle mie ore, ci siamo io, la Pianista o il Magnifico di sostegno, ventisette ragazzini, una famiglia di ragni che figlia continuamente, e svariate dozzine di pidocchi.

Nel corridoio ovest c'è la mia terza. Dove sono ventitré, di cui uno totalmente disabile, uno che è arrivato dall'Albania il 16 agosto e non parla italiano, due della comunità psichiatrica, due scappati dalla sezione A perché non avevano voglia di lavorare, e gli altri, quelli che non abbiamo segato cioè.

"Fa caldo, prof" ansima l'Albarino che ha la botta ormonale.

Io trovo che, da quando se ne sono andate la Baciapile di Tecnica, la Stronza di Arte, un prof di sostegno innominabile per incompetenza, sporcizia e problemi psichiatrici misti, la Generala, la Stepford Wife e soprattutto la preside C., si stia veramente a una temperatura ottimale. Per la maturazione delle Castagne e l'avvizzimento dei Troll, quantomeno.

Poi ci sono tutte le cose da raccontare che stanno al di qua. In casa. Per ora vi dico solo che la Piccola De è in clinica da ventidue giorni e che, anche in questa cosa della sua malattia, c'è stato un bivio:

Signora veda lei il cane è suo, ma sta molto male

Contro

Ci sarebbe come ultima spiaggia la possibilità di fare una risonanza 

...Castagna crede nei miracoli. Il gatto dopo tutto ha convissuto con un carcinoma per due anni, ed è morto prima il tumore, solo dopo il gatto, di vecchiaia. Ma andando in giro per centri di ricerca, con la triste sensazione di usare il suo cane per aiutare la scienza e basta, Castagna ha scoperto che il suo cane ci crede molto più di lei, ai miracoli. E comunque la piccola randagina con un tumore di tre centimetri per due nel cervello è capace di farci passare in venti giorni da "senta io sono a 3 ore di macchina da qua, se soffre troppo chiamatemi ma non aspettatemi per fare quello che dovete" a "il suo cane è uno spettacolo. È troppo intelligente, e poi è simpatica. Ma lo sa che la usiamo per tenere compagnia agli altri cani quando si svegliano dall'anestesia? E poi ormai va da sola a cercarsi il dottore e entra nelle macchine, basta dirle che tocca a lei".
Che poi noi qui non swagghiamo e non bragghiamo troppo quando fanno dei complimenti al qi: "se è intelligente con il cervello schiacciato dal tumore, pensi cosa può essere senza", ha risposto mamma Castagna vibrando d'orgoglio, e poi si è chiesta se poteva sposare il veterinario cui si deve la resurrezione.

E poi si chiede quotidianamente molte altre cose, ma se vale la pena non se lo chiede più, non ne ha più tempo, è troppo in tempesta il mare per discutere la rotta.

Deve tagliarsi i capelli. Ecco cosa.

























sabato 20 agosto 2016

Il qui e ora

Agosto duemilasedici è varie cose.

Per esempio, piombare in cortile nel sole di mezzogiorno con la maglietta in mano, una delle due mani con cui reggo il cane che sta avendo una crisi epilettica e mi sta mordendo, e finire di vestirmi quando sono già al volante.

Per esempio, aspettare quattro ore per l'antitetanica in un'astanteria, a pochi metri dalla persona che mi ha quasi distrutto la vita, e non scrivergli nessun sms, non chiedere né a lui né all'Uomo né alla Princi di raggiungermi, ma stare lì buona e tranquilla in mezzo agli sconosciuti, a chiedermi placida che cazzo, che cazzo mai ne sto facendo di me stessa qui e ora, che cos'è, come si chiama una fase come questa, che vita è.

Per esempio, yoga da sola in mezzo agli abeti che cantano al vento.

Per esempio, una panchina in centro in piena notte, chiedere alla Fraulein che parla del suo unico grande amore andato via: "Non hai pensato che saresti morta?". E sentirsi rispondere: "Ma si muore. Qualcosa muore."

Per esempio, una camerata coi letti a castello, sentire il peso leggerissimo di Grace che si muove appena sul materasso sopra il mio, il parlottare di Bunny che non cambia mai posizione tutta la notte, e il rigirarsi penoso, identico al mio, della Folletta che prende sonno solo verso l'alba. Cioè quando io decido di rinunciarci.

Per esempio, la mia mano tra i capelli dell'Uomo, la sera che disperata gli dico: "È tutto il giorno che non so dove mettermi, dimmi cosa devo fare, dove devo nascondermi, fai quello che devi ma io devo fare spazio!". Subito fraintende: "Ma io non ho bisogno di spazio!" "No, IO, io ho bisogno di spazio!!!" E allora capisce e mi abbraccia. La mia mano passa tra i suoi ricci e ci sono le due battute che da due anni io spero di sentire esattamente così: io che dico "adesso te ne vai via?" e lui che risponde "ma no che non vado via, sto qua".
Poi se ne andrà, non quella sera, ma se ne andrà. Lasciandomi a pensare che con cinque frasi come queste avremmo potuto risolvere tutto, due anni fa.

Per esempio, il prato a Paesino col Castello Distrutto, con tutte quelle nuvole sopra che cambiano colore e i lampi laggiù in fondo. Diversi uomini single che baccagliano diverse donne in varia misura sposate, ma le baccagliano in modo educato e simpatico, e pensare: ero stata altrettanto bene la sera prima solo con le Ananda Amiche, senza baccagli, e guarda guarda che stile Grace, la bellissima, che diventa la Regina dei Ghiacci senza perdere un filo di eleganza. Prendere nota, che può servire. Persino a me, pare.

Per esempio, il vestitino nero scollato coi fiorellini fucsia e rosa. Le espadrillas color corda. Il nuovo taglio che si arriccia da solo con la pioggia o l'acqua delle terme, e sentire lui che dice che gli piace.

Per esempio, la vasca idromassaggio all'aperto solo per noi due.

Per esempio, stamattina che ci siamo riaddormentati e poi svegliati che pioveva sul tetto in lamiera della casa in montagna, e avere la sensazione che anche a lui dispiacesse andare via.

Per esempio, la nazionale maschile di pallavolo che batte i campioni del mondo, e ci spiace tanto per quel grandissimo pezzo di gnocco, da sala centrale del Museo dei Bonazzi, che è Matt Anderson, ma è stata una partita da infarto e siamo troppo contenti.

Per esempio, sentirsi dire che non siamo riusciti ad andare ad Annecy perché il cane non sta bene, ma ci andremo tra quindici giorni, e che abbiamo perso la mostra di Salgado a Genova e a Lubiana ma potremmo andarla a vedere a Girona, e che è saltata la serata di yoga più aperitivo a bordo piscina ma "stiamo a casa e ci scassiamo di serie tv".

Per esempio, sentirgli usare il plurale. E il futuro.

Per esempio, succhiare ogni istante di bello, ogni molecola di profumo, ogni millimetro di strada. E far durare un mese cinque giorni e mezzo di montagna. Sapendo che tutto potrebbe scoppiare in un attimo come una bolla di sapone, o essere un sogno, o non voler dire niente. O, comunque, finire. Ma essere lì. Esserci. Sentire le cellule pulsare. Non so chi sono, non so chi sarò domani, è meglio se non penso a tutto quello che sono stata e ancora meglio se non cerco di ricordare quello che credevo che sarei diventata, ma sto bene, qui. Ora. Con te.









domenica 7 agosto 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Inferni, mani e raggi di luce

Quando è morto mio padre in realtà non era così buio. Sì, era dicembre e stavamo tutto il giorno in quella stanzina piccola con la luce del letto d'ospedale e le persiane chiuse, ma io non ricordo un buio interiore.
Ricordo le sue mani calde, ricordo il silenzio, i grani della mala che mi scorrevano tra le dita. Ricordo che spesso guardavo oltre le antine sollevate per metà e vedevo la collina verde, i giardini e gli orticelli terrazzati alla genovese, dei gatti. Era l'attesa di qualcosa di doloroso, ma anche il tempo necessario per permettere il passaggio da una zona d'ombra ad una di luce, ad una di pace.

Anche quando è morta la Compagna Collega c'era luce. Per un motivo misterioso erano i primi di aprile ma erano già fioriti i papaveri, e c'era un bellissimo sole caldo anche al suo funerale, con la piazza del paese ammutolita dallo choc.

C'era luce, una luce argentata, anche quell'altro giorno sulla stessa piazza, sotto una pioggerella leggera, quel pomeriggio famoso in cui non avrei mai dovuto voltarmi, ma l'ho fatto.

Ecco, per un po' nella primavera del 2014 ho creduto di aver trovato della luce, e invece stavo perdendo la vista. Certo c'era un raggio splendente di vita nei suoi occhi scuri, c'era la luce arruffata di una corsa tra i rami del bosco nelle onde dei miei capelli sciolti. Ma intanto l'ombra si addensava sempre più scura, nelle liti furibonde e negli occhi tormentati dell'Uomo.

Di lì a poco l'ombra aveva iniziato a mangiare tutto: le notti passate a rigirarsi sul divano, le camminate in montagna, le molte lavatrici stese al vento della valle, e poi soprattutto il ritorno a casa. L'ombra si è mangiata il Natale, si è mangiata il compleanno dell'Uomo, si è mangiata la casa in montagna, la casa in campagna, il divano del salotto su cui tutti e tre ci avvinghiavamo per vedere la tv. Si è mangiata i pranzi, le cene, i percorsi in macchina. Si è mangiata le domeniche mattina.  E ha iniziato a mangiare i lunedì, i mercoledì e i venerdì, le molte ore senza accessi su WhatsApp.

Poi l'ombra si è mangiata il resto del 2015 in un colpo solo, e intanto si estendeva. La salute iniziava a fare cilecca, il lavoro ha cominciato a ritorcersi contro, le notti erano sempre più lunghe e i pentolini messi a scaldare sul fornelletto elettrico dell'ufficio aumentavano. Scomparivano le lacrime, ormai, asciugate dal terrore. Il buco al centro del petto marciva in silenzio senza più nemmeno sanguinare.

Il terrore era nero, era nero come l'inferno. L'inferno non ha il fuoco: l'inferno non è un posto con i diavoli, nell'inferno non ci sono urla.

L'unico  rumore che si sente nell'inferno è quello del cucchiaino posato sul piattino della tazza da caffè al mattino da sola. Le uniche luci dell'inferno sono vetrine natalizie. L'unico fuoco dell'inferno è quello che rompe le ossa dal di dentro, carbonizzandone il midollo, alle due e mezza di notte quando non c'è nessuno. L'unico colore dell'inferno è quello dello sfondo di WhatsApp.

In questi giorni in alta montagna con le Ragazze dello Yoga, anche dette le Ananda Amiche, ho fatto diversamente da quel che avrei creduto. Non volevo dire niente, volevo che il mio gruppo di studio dello yoga forse un posto nel quale non potevo sbroccare, non potevo cadere, non potevo lacerarmi. Ma il primo giorno a tavola è esplosa Folletta. Folletta che come me ha perso il padre due anni e mezzo fa.  Folletta che come me a 40 anni si è trovata di fronte a una vita da riscrivere da zero.
Eravamo arrivate da tre ore e già si era capito che sotto un cielo così pieno di stelle, in mezzo ai monti con i crinali così puliti, era inevitabile dirsi la verità. Quando sei sdraiato a pancia in giù tra le stelle alpine, sei talmente al di sopra della vita di ogni giorno che è come vederla sorvolando le montagne col deltaplano. E contemporaneamente lo zaino pesa così tanto di tutti i fardelli, i muscoli dolgono così tanto di tutta la fatica, che è inevitabile cercare di alleggerire il peso se sei con gente di cui ti fidi. E io delle Ragazze dello Yoga mi fido eccome.

Questa parte ve la dovevo raccontare, e forse riesco a raccontarvela proprio ora che ne ho parlato con loro. Ora che ho dormito in quota svegliandomi ogni mattina con un panorama più incredibile. Senza di lui ma, eccezionalmente, non senza me stessa.

La realtà è che quello che è successo non si può davvero raccontare, né a voi né a nessuno. Si può ricominciare a parlare adesso, ma soltanto perché il buio più nero ha lasciato spazio ad un'oscurità diversa. La paura di perdere la strada è ancora molto concreta. Ma intanto sono passati alcuni raggi: velocissime stelle cadenti, asteroidi infuocati di una luce fredda, tiepide comete. E in tutto questo  infinito silenzio ho visto comparire delle mani che pian piano stanno arrivando. Contro uno sfondo scuro ora vedo le mani di Bunny che accende un incenso in mezzo al prato, vedo le mie mani che piegano i vestiti da mettere via  per il viaggio più importante della mia vita. Ma sarei ancora completamente cieca se non sentissi nel buio anche le sue mani che si avvicinano nottetempo, mentre io immobile ne studio il tocco leggero, come se non lo conoscessi da così tanti anni.

E stamattina pensavo a mio padre in quella stanza dalle persiane abbassate, pensavo alla luce invisibile, alla corrente calda che scorreva tra quelle dita.

Ho capito che tutto questo lago buio ormai l'ho attraversato. Sull'altra sponda ho lasciato la presa salda di mio padre e quella delicata di un'entità venuta da troppo lontano, mentre l'Uomo, per tenermi, mi feriva. Mi sono lasciata colare giù nel profondo, dove non si vedeva niente. E adesso vedo di nuovo la superficie e sul bordo trovo queste mani. Di nuovo le mie, di nuovo le sue. Le mani che amo da sempre. Le mani di chi sa suonare tutte le mie corde.

Allora posso parlare, ora che dell'ossigeno entra di nuovo nei polmoni, bruciandone le pareti disabituate al respiro, avide di sangue fresco. Posso di nuovo dire che esisto.

mercoledì 27 luglio 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Intro

Stamattina mi sento di dirvi delle cose. Un po' si deve al fatto che ieri ne ho parlato con la mia psicologa, la Fata Bionda.
La Fata Bionda mi ha chiesto di cosa sono stufa, e io sono stufa delle zone d'ombra delle persone, o meglio, sono stufa di avere a che fare con persone che hanno zone d'ombra grandi come il Baden-Württemberg.
Poi in realtà questo post lo scrivo perché mi stavo alzando da letto, dopo aver letto le ultime di Zerocalcare, e pensavo che mi sarei messa a lavorare subito, perché il mio corso online alla Macquarie University ha una scadenza il primo agosto, e io già so che non riuscirò a rispettarla se non mi ci metto immediatamente. Ci sono 13 consegne da preparare. E domani finalmente rientra l'Uomo. A questo punto, ho pensato, adesso lo racconto ai miei blogamici che seguo questi corsi da due anni, tanto lo sanno già che sono una secchiona di merda, e allora mi sono resa conto che tutte le volte che leggo l'icona di Coursera sulla mia bacheca, sulla copertina del mio tablet o sul desktop del mio computer, penso sempre alla stessa scena e penso che quella scena, in qualche modo, sia l'origine del male che è successo in questi mesi nella mia vita. La piega quantica che ha risucchiato via la luce.

Per scrivere questo post devo parlare male di una persona, anzi di molte persone, e siccome sono tutte persone che hanno a che fare con me, alla fine devo parlare male di me stessa. Come sempre succede quando uno si espone su Internet a raccontare i cazzi suoi.

D'altra parte per parlare davvero male di qualcuno bisogna conoscerlo. E e si dà il caso che le persone di cui parlo qui siano tra le persone che io più amo, a cui più tengo sulla faccia della terra. E quando dico amo, non intendo ci sono stata bene in vacanza, ci ho scopato bene un paio di volte, sono stata contenta di farci un viaggio in treno insieme. Intendo sono stata al loro fianco per anni e anni, ho visto i loro momenti bui, condiviso tutte le loro fatiche. Sono stata lì anche a prezzo di grandi sacrifici, a costo di grandi litigi. Io c'ero e questo mi dà il diritto di dire quello che penso, così come loro hanno diritto di dire quello che pensano di me che mi sono a mia volta esposta.

Diciamo che nella mia concezione dell'amore questi sono quei rapporti in cui io metto veramente alla prova quello che sento per qualcuno e dopo, una volta che ne sono sicura, non posso più usare il passato, dire l'ho amato, siamo stati amici, ci siamo voluti bene.
Nel momento in cui il mio rapporto con qualcuno arriva a farmi conoscere i suoi punti bui i suoi difetti i suoi problemi e io resto, quello per me è l'Amore definitivo. Per gli altri invece un motivo per allontanarsi, forse. Ma non per quelli che mi scelgo io. Quelli restano, di solito. Perché ognuno, diceva Montale, riconosce i suoi. E qualcuno se ne è andato, lo stesso: ma a me non frega un cazzo. Io amo così, mi metto in gioco così. Io sono fatta così. E non dimentico.

Ma andiamo con ordine, perché questo è un post che fa soffrire. Ho perso l'abitudine a scrivere fluentemente e con belle parole su cazzate di cui alla fin fine non importa niente a nessuno.
Gli argomenti che sto affrontando nella mia vita sono talmente grossi che la maggior parte delle volte, qui, non ne riesco nemmeno a dire due parole. Perché il buio e il dolore creano confusione ed è nella confusione che io vivo (vivo è un po' eccessivo: diciamo respiro) da mesi.

La scena che si ripresenta alla mia mente ha una data precisa. Una luce precisa. E la voce della Frenci. La Frenci, sì. Mai più sentita nominare qui, giusto? Qualcuno di voi legge e commenta ancora i suoi articoli in rete. Qualcuno la vede e la frequenta. Io non più. Non è una scelta mia. E non era una blogamica. Era mia sorella. Gemella.
Dalle versioni di greco all'atrio di un pronto soccorso. Dal testo di linguistica al pentolino del Nescafè. Dal muretto di Vernazzola all'altare di un santuario.

Quel giorno la Frenci mi parla di Coursera. Siamo sedute allo spazio bimbi dell'Ikea di Torino. I suoi due giocano lì sotto. Noi sorseggiamo caffè. Uno dei milioni di caffè americani che le ho visto bere. E parliamo fitto fitto. Come abbiamo parlato sempre. Per VENTICINQUE anni.

Quel giorno lei mi apre per l'ennesima volta una strada. Come io a lei avevo aperto Lettere. Lei a me aveva aperto il commercio equo. Io a lei lo yoga. Mi racconta della piattaforma che offre corsi delle migliori università del mondo, con o senza attestazione di svolgimento, GRATIS.

Sorridiamo. Sento il suo odore di spezie e stoffe tinte a mano. Ce la ridiamo come al solito. C'è luce.

Poi io dico: "Ecco vedi. Proprio questo mi serviva. Togliermi delle soddisfazioni senza rincorrere col tempo e i soldi una seconda laurea, e soprattutto i voti. Basta, ormai, essere valutati. Io so cosa valgo. Voglio studiare. Voglio una cosa bella gratis."

La mia voce dice: "Voglio una cosa bella gratis". 
E in quel momento gli dèi mi ascoltano. E puniscono la mia hybris. Dandomi quel che chiedo, o peggio, facendomi credere di ottenerlo.

Dopo pochissimi giorni da quel dialogo, alla mia porta si presenta, del tutto spontaneamente, una cosa bella. Bellissima. E inaspettata. Ma non era gratis. E da quell'istante le zone d'ombra hanno preso il potere tutto intorno a me. Quel giorno all'Ikea è stata probabilmente l'ultima volta che ho sorriso immersa nella luce.


lunedì 18 luglio 2016

Sotto l'albero della bodhi

Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.

Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a  mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro.  Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.

Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.

La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.

Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.

Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.

Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni  uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.

Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse.   Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.

Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.