C'era una volta un grande mare.
C'erano una volta tante isole.
Su un'isola c'erano grandi montagne e una casetta in pietra, dove una donna castana stanca stava da ore al telefono con un'amica, mentre il suo uomo e il suo bambino dormivano, e metteva lucidità dove l'amica aveva dolore e faceva coraggio quando l'amica perdeva la fiducia.
Su un'isola bianca dove le macchine e i prati si ricoprivano velocemente di ghiaccio, c'era un'altra donna stanca al telefono con un'altra amica ancora più stanca, e tutte e due ripetevano vent'anni, vent'anni, prima da arrabbiate e ferite, poi meno arrabbiate e più ferite, poi più arrabbiate ma meno ferite, però continuavano a dirsi: vent'anni.
Su un'isola montuosa con ulivi argentati che si agitavano al vento, una donna dagli occhi azzurri vedeva per la prima volta una bimba di otto giorni con i capelli rossi, arrivata da chissà dove, entrare a far parte di una strana tribù femminile, dedita a crescere bimbi senza famiglia, e decideva di passare il Natale con lei.
Su un'isola fredda dove il cielo terso si era appena illuminato di un sole chiaro che non si vedeva da settimane, un elicottero atterrava con gran fragore sotto gli occhi interessati di un centinaio di ragazzini e, al riparo dietro la siepe di un campo sportivo, un ragazzo di ventiquattro anni veniva caricato su una barella rigida, mentre ripeteva "Mamma, non mi sono buttato, non mi sono buttato".
Su un'isola verde, pianeggiante sotto un cielo grigio, una bambina di cinque anni guardava affascinata la zia che impilava pacchi di compiti in classe corretti e no, e imparava a scrivere 4 e 1/2 e 6 +. Poi davanti a un elenco di nomi: questi sono i bambini castani, questi quelli biondi, questi quelli con gli occhiali... scriveva i voti da zero a dieci a caso e, arrivata a Birba, diceva: "Birba: tre... se lo merita".
Su un'isola coperta di seggiole e banchi, cigolanti sotto il peso irrequieto di ventidue ragazzini annoiati, arrivava un pacchetto dal lontano e misterioso Ecuador, contenente animaletti di avorio vegetale lavorati a mano da chissà quali lontani amici di pelle scura, in un luogo fatato dove i tucani stridono sugli alberi e i bambini di dieci anni vanno a scuola facendosi strada col machete.
Su un'isola in sciopero con tanti bambini e pochissimi adulti, una donna preoccupata e arrabbiatissima carezzava il viso contorto dal dolore e rigato di pianto di Terremoto, e lanciava invettive contro l'Incontenibile, reo di aver messo a rischio con un calcio l'apparecchiatura riproduttiva del suo amico; poi scopriva che anche l'Incontenibile aveva appena ripreso fiato dopo un trattamento simile da parte di Terremoto, e spediva i due, zoppicanti, dalla preside, con una bella nota sul registro (ore otto e zero tre del mattino, da Guinness di velocità).
Al rientro dei due, teneva una breve lezione sui traumi da schiacciamento in zone prive di sostegno osseo e fortemente vascolarizzate, dopo la quale Terremoto, probabilmente per controllare lo stato di salute della propria acciaccata rubinetteria, chiedeva di andare in bagno, al che tutti si facevano una bella risata liberatoria.
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