Genova è la mia città e io la amo.
I miei genitori sono i miei genitori e guai chi me li tocca.
Mia zia è stata uno dei punti più fermi di tutta la mia vita, presente, coerente con se stessa, generosa e gratuitamente convinta che io sia perfetta.
PERO'.
Però, ci sono persone, situazioni e cose che io amo: la mia città, i miei genitori, mia zia, mio cugino, il mio mestiere, mio marito, i miei animali, gli amici, leggere, scrivere, parlare e sentir parlare in varie lingue straniere, camminare all'aperto, studiare, i ragazzi delle mie classi, ridere, vedere bei film, la Scozia, le città di mare e le città medievali, le chiese con le candele di cera, van Gogh, Monet, Zafòn, la Allende, i cavalli, le montagne...
Alcune di queste passioni o di questi affetti mi sono costati. E mica poco. A quattro anni e qualcosa leggevo e da allora nessuno mi ha mai negato i libri. Tutta indistintamente la mia famiglia ama gli animali e fa cose pazzesche pur di tenerne uno o più in casa (escluso il cavallo, passione che io ho scoperto tardi, se no credo che mio padre, che li adora, non avrebbe avuto niente in contrario). La casa in montagna mio padre ce l'ha da ben prima di conoscere mia madre e non mi sono mai fatta mancare la vacanza d'estate sulle Alpi. La mia famiglia è stata in parte provata, in parte risparmiata dalla vita e sono ancora con me quasi tutti. I quadri dell'Ottocento francese posso andarmeli a vedere quando voglio, così come Firenze, Trieste, Roma, Edimburgo cioè le città che adoro (oltre alle mie due città di appartenenza).
Ma alcune cose neanche tanto secondarie, come l'Uomo e il mio mestiere, me le sono dovute sudare.
E non si contano i chilometri, le attese, il freddo e il caldo sopportati, la fatica fisica di dividere la mia vita tra due regioni, le umiliazioni (lavorateci un po', due anni in scuole private cattoliche, poi vedete se non iniziate ad apprezzare tutte le altre confessioni, esclusa magari Scientology). Le ore di sonno perse, le lacrime e l'orrenda sensazione di non poter andare avanti così ma di non poter neanche abolire niente di quel che stavo facendo. La gelosia. Il mal di stomaco alle due di notte.
Ecco, però, mica me lo aveva scritto il medico.
Ero io che volevo queste cose e io che pagavo per averle.
Poi ho fatto un errore. In un momento nero che ho già descritto, convinta di aver ormai pochissimo da perdere e provata dal lutto e dal sentirmi tradita, ho barattato la mia casa sulle alture di Sestri, che non era mia, che era in affitto, che era da ristrutturare, che aveva mille difetti, che era pericolosamente vicina a troppi parenti dell'Uomo, per un gioiellino di piccolo appartamento tutto riordinato a regola d'arte, in un quartiere bene, vicinissimo a mia zia e a pochi minuti di macchina dai miei. Avevo visto troppi ospedali, parcheggi a pagamento e fette di focaccia mangiate sulle ginocchia in una piazzola, avevo quasi perso l'uomo dei miei sogni e non ne potevo più di entrare nella mia bellissima casa in alto, col vento di mare che agitava il bucato sul terrazzo, con la cucina grande come un salotto e il letto dove avevamo sempre dormito io e lui, e pensare che tutto quanto stava per finire.
Ora sono passati tre anni e mezzo dal trasloco. L'Uomo è sempre con me, molte cose sono andate meno storte del previsto, il padrone della nostra magnifica casa non ha voluto vendercela e senza nemmeno ristrutturarla l'ha affittata a un gruppo di operai che lavorano nei cantieri navali (e notare: extracomunitari, cosa che qui ad Asti avrebbe scatenato una riunione spontanea di condominio con minacce di morte al proprietario dell'appartamento, mentre a Sestri ha significato solo un ovvio controllo, i primi giorni, sulla capacità di sei maschi di vivere civilmente senza fare rumore di notte e senza sgocciolare col bucato sui fiori della nonna dell'Uomo, poi tutto normale).
E noi stiamo in Albaro bassa che, grazie a Dio, alcune targhe delle vie definiscono Foce Alta o San Pietro, altrimenti dovrei veramente vergognarmi per avere così platealmente rinunciato a uno dei miei credo fondamentali: io non abiterò mai più in Albaro...
Bene, il punto è che quando io mi sveglio a Asti, nel mio quartierino popolare ad alta incidenza di rumori notturni e diurni, spaccio e rissa alcoolica tra ex utenti del Sert, e devo andare a Genova, ho il magone.
Io li voglio vedere i miei genitori, io voglio andarci a trovare mia zia, io sono contenta quando cammino in Corso Italia respirando l'aria salata col mio cane. Ma quando mi sveglio e devo partire penso, in ordine neanche tanto sparso, le seguenti cose:
- il Turchino in autostrada sotto nebbia o pioggia o anche con un sole così
- quell'orrendo pezzo di A12 tra Voltri e Sampierdarena
- le valigie da portare in casa e niente parcheggio
- il cane da portare fuori e i marciapiedi pieni di schifezze, poco verde e lontano da casa, il vento di traverso, la pioggia e l'umido
- i supermercati decenti a chilometri da casa con parcheggi ridicolmente piccoli e code millenarie alle casse
- le finestre che danno su un muraglione di cemento spoglio
- il retro della casa che dà su una roba incolta dove fruscii misteriosi rivelano la presenza di animali poco puliti e parecchio acrobatici (leggi topi, io non sono in grado di dirlo ad alta voce altrimenti vomito)
- la gente dei quartieri bene che è troppo ricca e altezzosa per chinarsi a pulire dove il proprio cane ha sporcato
- la Rottermeier ovvero la governante di mia zia che viene a tirare giù le tapparelle del salotto alle diciotto, quarantacinque minuti e zerozero secondi per segnalare che l'orario di visita è finito
- e tutti i sensi inenarrabili di colpa che mi faccio quando vedo i miei e mia zia e mi accorgo che per l'ennesima volta non ci sono stata abbastanza, e molte cose sono rimaste in sospeso dalla volta prima o se le sono arrangiate senza di me
- e soprattutto l'orribile e chiarissima sensazione che quando stavo a Sestri e ci volevano minimo 35 massimo 55 minuti a venire in centro riuscivo a vedere tutti, amici, parenti, persone ricoverate, e ora, che sono attaccata a quasi tutti quelli che devo vedere, quando arrivo mi ci vogliono due ore di decompressione per accettare il fatto di essere a Genova, ore che passo come un povero autistico semisdraiata sul divano a guardare X Files in inglese o a lavorare a maglia e a pensare: grazie a Dio non devo ancora uscire...
Totale del bilancio: dovevo spendere 20.000 euro per rifare bagno cucina infissi e pittura di una casa non mia e sopportare che mia madre continuasse a dirmi quanto è lontana Sestri da Albaro, saremmo stati tutti più felici.
Morale della favola: regola numero 1, fai sacrifici solo quando sei convinto di quel che stai facendo e senza mai giocare alla vittima che sceglie il male minore; regola numero 2, impara che quando una cosa ti fa felice hai le energie anche per tutto il resto; regola numero 3, non barattare mai i sogni per la realtà e funzioneranno sia il sogno che la realtà.
Roba da trasmettere, con cautela perchè hanno 14 anni, agli studenti quando devono scegliere le scuole superiori. Roba da tenere presente sempre, perchè io errori ne ho fatti e sensi di colpa ne ho, ma l'unica scelta di cui veramente mi sono dovuta pentire, l'unica cosa di cui realmente ho pensato finora "tornassi indietro..." è questa.
E ora, pronti a caricare le valigie, si parte. Accidenti.
domenica 6 dicembre 2009
Così, dato che si parla di downshifting un po' ovunque
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