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lunedì 31 agosto 2015

Il campanile è sempre lì

Quest'anno saranno 70.

Tre classi. Nella più numerosa, ovviamente quella dei primini, Castagna avrà un'ora sola a settimana.

E 3, forse 4 insegnanti di sostegno. L'Inutile, lo Stronzo, il Terrore dei Sette Mari, di sicuro. Poi magari, se rimane un ciccinin di compassione al Buddha Manjushri, l'Impeccabile.

Un bel pacchettino mi hanno confezionato. Poi vi esplico perché me lo aspettavo. Diciamo che agli orali ho avuto una bella sorpresa, del genere candelotto di dinamite "anonimamente" recapitato nel posteriore, da parte di due esimie colleghe. Per cui mi sono presa platealmente a cornate in sede d'esame con la commissaria che, ovviamente, era la neotrasferita preside C.
E indovinate chi ha preso la reggenza quest'anno...

Eh già.

Paesino di Sogno fa la festa patronale con sagra, marcia non competitiva, orchestrine e fuochi d'artificio. Castagna ha spiegato alla Princi il motivo per cui, soprattutto assente l'Uomo, non ci può andare. Ripiegheranno, presente l'Uomo, sulla festa di Piccola Svizzera dove Punta di Diamante le ha caldamente invitate.

Il campanile barocco è sempre stupendamente lì che si staglia in cima alla collina e Castagna lo vedrà di nuovo dalla sua aula, cioè da una delle tre. Che si trovano, con assoluta coerenza, in tre diversi corridoi.

Sarà un anno molto lungo.


domenica 23 agosto 2015

Salti nel tempo

"La professoressa Castagna!"
Ummadonna e chi è questo marcant... non ci posso credere. Mai più incontrato in quattro anni. Eppure eccolo qua.
"Ommioddio ciao. Come stai? Quanto tempo..."
"Bene prof. Sono un po' cresciuto..."
"Vedo."
Inevitabile. Le ragazzine sedute sul muretto da cui è sceso sono tutte voltate verso di lui come girasoli.
"Comunque tutto bene... solo che ho fatto una cazzata."
"Tipo? "
Mollare la scuola non può essere, non lui. Ma non faccio in tempo a formulare ipotesi perché, come se fosse una qualunque mattina di scuola immediatamente di seguito a tutte le altre, mi ha completamente catturato nella sua conversazione e va a raffica. 
"Perché sono andato all'istituto tecnico."
"Eh."
"E non facciamo niente in quella scuola. Voglio dire... non c'è niente... per me."
I muscoli sono aumentati, la consapevolezza di avere un cervello che basterebbe da solo a far funzionare un centro ricerche invece è la stessa.  Non facciamo giri di parole, finte modestie, ma nemmeno spariamo cazzate. Non è borioso e io sono serissima, sappiamo di parlare oggettivamente, come quel giorno in cui con calma gli ho spiegato che lui ragionava come un professore, non cone un alunno, e le sottigliezze su cui si fermava non erano pane per i suoi compagni.
"Eh lo so... ma uno può anche essere il più bravo dell'Itis, eh."
"Sì ma... ho sbagliato."
"E beh adesso finisci, ancora un anno,no? E per dopo, cosa pensi di fare?" 
"Avrei un progetto, ma va beh."
Esita. Io aspetto. 
"Se me lo vuoi dire..."
Fa un sorriso caldo come il sole e decide di dirmelo, con la stessa fiducia con cui mi parlava a tredici anni.
"Vorrei entrare nei vigili del fuoco, prof. Ci terrei proprio."
"È una buona idea! Devi fare il concorso, dopo il diploma, no?"
"Sì ma è difficile che prendano, entrano in pochi."
"Beh però vale la pena provare, no?"
"Senz'altro. E se non mi prendono, vado al Politecnico, prof. Tanto io... beh, io lo faccio, il Politecnico."
"Oh sì, tu sì."

Signore e signori, Punta di Diamante. Quattro anni dopo. 







mercoledì 5 agosto 2015

D(')estate

Castagna sta sperimentando la prima estate della sua vita quasi interamente passata in città.
Data la sfiga galattica che affligge i suoi spostamenti (macchine rotte/rubate/ritrovate distrutte/nuove che si guastano/sostitutive a singhiozzo) non ci giura, che la settimana prossima riuscirà finalmente a togliersi dalla rovente Padania.

Se ci riesce a livello logistico, spera di riuscirci anche a livello di testa.

Ma sappiamo tutti che anche la marmitta mentale, il carburatore psicologico, il radiatore emotivo, sono a rischio di mollarci strada facendo.

Non va bene, ecco. Continua, da troppo tempo, a non andare bene.

Non esiste più limite all'insonnia, che ormai mostra il giro completo dell'orologio. Non esiste limite ai luoghi in cui ci si può mettere a lacrimare in silenzio, ma il supermercato e il centro commerciale si confermano i più rischiosi. Non esiste una fine agli scambi di messaggi notturni con Sanguedelmiosangue che, pure lui, passa una fase di curve sentimentali niente male.

La domanda "dormi?" su Whatsapp ormai compare alle tre, alle quattro, alle sei meno venti. Stanotte anche Grande Pagliaccio, che dormiva con suo figlio durante una delicata fase di spannolinamento notturno, alle 03.17 era online, causa pipì preventiva.

Peraltro, i desolati amici di Castagna ormai stanno pian piano cedendo le armi. Il lungo viaggio dell'Uomo alla ricerca di se stesso continua, e Castagna ripete ormai all'infinito le stesse cose, per mancanza di nuovi elementi. Come aiutarla, dato che il consiglio più spesso fornito: "ma mandarlo tu a fare in culo no?" viene recisamente respinto? Come sostenerla, visto che deve per forza di cose aggrapparsi a singole frasi, a brevi gesti spesso contraddetti da tutto il resto della situazione e del comportamento? Come sollevarla da tutto il suo indefesso rimuginare, se anche dormendo il suo stanchissimo cervello PENSA? Non sogna. Pensa.

Avete presente quando andate a dormire con un problema che non avete risolto, e al mattino la soluzione è di fianco alle pantofole, subito davanti ai vostri occhi? In un memorabile, deprecabile caso, tempo fa, una notte sono andata a dormire con il dilemma di dove incontrare una persona senza compromettermi, e contemporaneamente con in testa la scaletta di un'attività scolastica da gestire il giorno dopo, e al mattino le due istanze diverse si erano incontrate, piaciute, e riprodotte, figliando una soluzione che le metteva a posto tutte e due.

Ecco, mi succede una cosa del genere. Il mio cervello si spegne come per un blackout dopo un'intera giornata di pensieri e domande, e al mattino mentre apro gli occhi il filo del discorso è già lì che prosegue. Solo che in queste mattine aride e grigie non c'è la soluzione, perché quella purtroppo non dipende da me.

O forse sì.

Il punto è. Okay. Ci siamo fatti male oltre ogni possibile perdono. Ma siamo qui a parlarne. Siamo qui, anche se tra me e lui ci sono chilometri e ore intere di silenzio: la giornata non passa mai senza un contatto. Il colpo di pinna della megattera sull'acqua. Per guidare il piccolo che la segue nelle mostruose, assordanti correnti oceaniche.
Non sappiamo se ci sia, la soluzione.
Ma io ho tre certezze, molto accartocciate e sgualcite, ma imperiture. Sono sua moglie, questa è la nostra famiglia, e non è ancora finita. Quindi su queste devo puntellarmi per non sprofondare nelle sabbie mobili.

Pertanto,

Io sono qua. Ora mi sposto qualche giorno, per riprendere le forze, e lui sai che le vorrei riprendere standogli vicino, e che ora non possiamo. Ma sono qua. Qua mi troverà. Contraddizioni, difetti, paure e sbagli compresi. Ma troverà anche quello che sono diventata, una volta messa di fronte al reale rischio di perderci.

E un'altra cosa. La Princi. La Princi sta per scendere in campo. Dopo aver mantenuto una regale, sdegnata neutralità, per settimane, ieri è sbottata.
La mia tigre.
Il mio drago dell'antica Valyria.
Se non ci riesce lei, a fargli VEDERE cosa succede, non so chi altro.

La settimana prossima saranno in vacanza loro due soli, in montagna. Davanti al grande, divino monte dal fianco geometrico che io venero da quando riesco a ricordare. Sotto i tramonti al confine francese, con il suono del vento tra i pini, con il profumo delle piante selvatiche.

Io sarò nel mio Tibet, spero. Altri colori, altro paesaggio. Vivo nel terrore che mi diano la stessa stanza dove, anni fa, abbiamo festeggiato rumorosamente, in una notte calda, il suo passaggio in ruolo. Ma sentirò la sua mancanza in ogni dove. Poco cambia, in effetti, il letto in cui dormo.

Poi torneremo qui. Chissà se uguali o cambiati. Chissà se in due, in tre, uno solo, una sola. Chissà.

L'altra sera, con la Tipa, si messaggiava di concerti degli U2 e di andarci noi ragazze quarantenni, o di mandarci Princi e Cuba Caliente (eh già... poi vi aggiorno) e di chi è possibile, ahimè, incontrare a un concerto del genere. "Ma in tutto una stadio???" inorridiva lei. E io: "Ma no dico ma ce l'HAI presente la sfiga che ho?"

La Tipa insisteva. Io le confessavo che adesso, no, ma proprio NO, sentire Bono cantare Stay, If God would send his angels, Staring at the sun, e peraltro nemmeno il repertorio precedente, With or without you, Where the streets have no name, All I want is you. Che, scherziamo? Ma se a me viene voglia di suicidarmi al solo sentire una suoneria di cellulare  o il jingle di una pubblicità.

E si parlava di gente che non si fa problemi del genere. E io dicevo che no, non esistono solo gli uomini che non si fanno problemi. (Io in particolare ho una chiarissima capacità rabdomantica di individuare solo quelli che se ne fanno troppi: un giorno vi racconterò di Bon Jovi, il mio flirtino sulla nave, quando avevo 17 anni. Fin da allora si vedeva che io, uno che si buttasse a capofitto senza paracadute, non lo avrei mai incontrato, e che dei due, nella coppia, quella che quando parte per la tangente si lancia davvero, sebbene nella quotidianità sia una palla di fobie e paturnie varie, sarei sempre stata io.)
Da lì si passava a parlare del credere nei miracoli. Celo. E nell'amore cieco. Celo. E nella passione travolgente. Celo, celo, celo.
Finchè mi usciva la seguente definizione: "Io ho scoperto che ci credo tantissimo [nell'amore]. Non come idea, proprio come forza che muove la natura. Tipo il vulcanesimo"

Sarà per quello che confido nel potere dei luoghi. Dei monti. Delle campagne toscane.

Mah. Magari resterò sola come un cazzo di inutile cane sull'autostrada, ma di certo non smetterò di avere una fervida immaginazione. Infatti ho ripreso a scrivere. Almeno quello.











giovedì 30 luglio 2015

Somewhere along in the bitterness

Questo sarà un post dalla sintassi a spezzatino, perchè me lo invio a botte di sms. Sono in giro con in mano il mio Nokia dell'età della pietra. Scrivo mentre

cammino, e cammino lungo la passeggiata che farò ogni santo giorno quando abiteremo di nuovo a Genova. Perchè credo che alla fine andrà così. Non so quanti

di noi verranno fuori da questa situazione. Non so se ci arriveremo separatamente, insieme, in contemporanea o prima uno poi gli altri. Ma ad un certo punto

è improvvisamente diventato chiaro che tra le colline non c'è rimasto molto, per nessuno di noi. L'Uomo ha nostalgia di casa. Io ho bisogno di un posto dove,

se una donna apre la bocca, le sue parole vengono ascoltate, anche se non ha un uomo al suo fianco. La Princi deve cercarsi un lavoro, e un fidanzato, in una

città dove esistano vie di mezzo tra il figlio di feudatari, cocainomane, e il tamarro scappato di casa, cannato. Senza togliere nulla ai miei meravigliosi

exalunni, che infatti van via dai paesi, per vivere a Torino o all'estero, diciamo che il parco ventenni della nostra zona tende a essere deludente.

Mentre ne parlavo pochi giorni fa, e guidavo in mezzo alle campagne con la Princi, lei a bruciapelo ha voluto sapere "come farai senza questo?" alludendo soprattutto

alla serata appena trascorsa. In cui eravamo state accolte come regine in un paesino lillipuziano, su un cocuzzolo boscoso tra Paesino di Sogno e Paesino Blu.

Dove alunni exalunni e genitori che coprivano complessivamente 8 anni della mia vita lavorativa mi hanno fatto sentire a casa, e raccontato le loro vite, come

al solito. "Ah, ma torno" ho detto. "E' un'ora di macchina, in effetti" ha detto lei. Gli exalunni una cena per vedermi la organizzano, lo so. Ma è il verde,

sono le colline, è la neve. Queste cose, le chiesette medievali, le stradine nel bosco, non potrò portarmele dietro. Però in questi giorni tremendi penso che

potrebbe anche andare a finire che la neve non la vorrò mai più vedere. E nemmeno i papaveri. E la nebbia. E le piogge primaverili sui fiori. E il campanile di

Paesino di Sogno. Ora sono col culo sui sassi di una piccola porzione di spiaggia libera, in città. Soffia un vento tiepido, umido, salato. Sta

alzandosi la marea. Non c'è il sole. Il mare canta qui davanti come se sapesse che deve convincermi. Ma non serve. Ci sto già pensando. Qui forse potremo andare avanti.

Poi naturalmente è un trascurabile dettaglio che ora trasferirsi sia diventato impraticabile, grazie alle nuove politiche del ministero. E che se va tutto come

deve andare la Princi abbia davanti altri 4 anni di scuola. E che la casa di mio padre e delle zie sia interamente da ristrutturare, e troppo grande, nel malaugurato caso che non ci si vada a stare almeno in tre.

Ma abitare a Genova è uno stato mentale, prima di tutto. Per anni "casa" è stata quella dove si tornava nel weekend. Prescindendo dal fatto che, come l'Uomo ha detto ancora 10 giorni fa, casa era dove lui stava con me. Ovunque fosse. E però lui usa il passato. Io uso il futuro. Una conversazione

così è impossibile. Possiamo usare solo il presente. Che per lui è una valigia nel bagagliaio. E per me un girone dell'inferno. A volte, solo a volte, un istante che batte le ali veloce, in un suo sguardo, e poi va via.

Ho camminato scrivendo fino ad avere le gambe dolenti, gli occhi stanchi, le labbra asciutte, i capelli un groviglio di vento, sale e sudore. Un'altra giornata è passata. Non mi sono ancora arresa.  

Uno dei locali più fighi qua sul mare sta già preparando per l'aperitivo serale. L'altoparlante sulla terrazza amplifica How to save a life. Che l'80 per cento dei malati di serie tv associa inesorabilmente a Grey's Anatomy stagione 1. Quella che io so

a memoria, perchè mi ricorda quando tutto stava per cominciare, quando ero anche io una specializzanda, che non aveva mai tempo per dormire, che non immaginava ancora di che cosa fosse capace, che aveva appena incontrato il suo dottor Shepherd e non lo sapeva.  

venerdì 24 luglio 2015

O magari giochiamo al Diavolo veste Prada, e poi ci guardiamo bene allo specchio

Se Castagna, che a questa stagione ha tre possibili tenute

- braghetta maglietta e felpa da gita in montagna
- vestitino da mare scollacciato per non soffrire il caldo (sostituibile, in casa, con t-shirt e mutande)
- vestitino da città in lino per le volte che deve andare a rompersi il cazzo in banca, dal commercialista, etc

al mattino, alle nove, a Asti,
in assenza di riunioni a scuola e di colloqui con specialisti dell'educazione/della psiche/delle pratiche di affido/della logopedia/ dell'ortodonzia /del belino che ti strangoli, ovviamente legati alla Princi,

esce di casa con

le perle al collo,
una generosa vista sulle ancora guardabili tette,
il mocassino da figlia di papà albarina,
e la tipica smorfia alla Mariangela Melato che fa la bottana industriale("maleducato cafone buzzuRRo"),

dove va?

Va al concessionario che QUATTORDICI giorni fa le ha venduto la macchina nuova e ci va DOPO aver già mandato la mail all'assistenza, all'avvocato, e al meccanico dell'officina autorizzata ingiungendo di tenere tutti i pezzi del veicolo per periziarli (papà, mi stai vedendo? sei fiero? non ho studiato Legge, sai che sarei morta se avessi dovuto vivere in mezzo agli avvocati, sai che io voglio i miei gessetti e le mie biro rosse e le mie scarpe da ginnastica, ma guarda come sono diventata brava a far finta di muovermi nel mare degli squali, quando serve).

Perché, rubatami da sotto le finestre la vecchia baracchetta coreana blu scassata, tenuto da parte il vecchio macinino azzurro dei miei ormai dismesso per le prime prove di guida della Princi, finalmente mi ero decisa, dopo due anni di guasti riparati con lo scotch da pacchi, a fare il grande salto.
Nuova di zecca. Bianca. Grande. Silenziosa. Spaziosa. E regalata dalla genitrice, in un momento in cui avevo davvero bisogno di sentire che qualcuno, a parte la mia seconda personalità dissociata, mio cugino e mia figlia, stava facendo squadra con me, ragion per cui accettata davvero con un livello di gratitudine difficile da spiegare.

Due meravigliose settimane di passaggi a chiunque, di complimenti su come si sta comodi seduti dietro, di commenti su quanto è bella alta e leggera e ammortizzata che pare di essere su una nave da crociera, neanche un pelo di cane o una carta di caramella sotto il sedile, ed ecco...
...la sfiga imperiale che mi perseguita...
...il karma orrendo di quella strage degli innocenti che devo aver commesso in qualche vita precedente...
...l'altroieri (temperature esterne percepite, in alcuni punti della Padania, tra i 45 e i 50 gradi) mi molla in autostrada. Prima volta che prendevamo l'autostrada. E come mi molla: proprio lei, che al mattino quando inserivo le chiavi mi accoglieva con Welcome e al toglierle illuminava gentilmente la scritta Goodbye, mi molla senza accendere una spia, senza suonare, vibrare, messaggiarmi, senza neppure fermarsi, mi molla gradualmente in pochi chilometri tirando male, mi molla facendo spegnere l'aria condizionata (grazie eh, dato il clima) e poi arrivando a fatica a una piazzola, dopo che avevo vissuto un improvviso ritorno al cattolicesimo, quando ho capito che non avrebbe tenuto un altro cambio di marcia e ho dato un'occhiata ai centimetri tra me e un TIR alle mie spalle.

Mi molla. E molla la Princi. E il cane.
Un'ora. A quaranta e spingi gradi. In una cazzo di aiuola pisciata da cani e cristiani.
Poi il carro attrezzi. L'Uomo che arriva da non si sa dove, con lo scazzo. Il rientro a casa. Tre litri e mezzo d'acqua e poi il cuore che sfarfalla, forse il sangue gassato, il mal di testa, la notte in bianco.

E adesso secondo loro me la ridanno riparata.

Eh???

No no no no no. Me ne date un'altra nuova, e dovrete anche ringraziare se non la prendo di un'altra marca. E me la testate, grazie, che ho famiglia, non voglio ammazzarmi.

E intanto datemi l'auto sostitutiva magari, e prima di subito, che voglio andare in vacanza.

Non so se la spunteremo, anche se ci ho messo sopra anche l'Uomo e l'avvocato.

Ma stamattina i consigli degli amici

raccomandata brutta eh
Red Bull ghiacciata prima di iniziare, occhio che dopo ti viene la diarrea, ma durante sei invincibile
spaccagli. il. culo.
tamburella con le dita smaltate e fingiti annoiata
etc etc

mi hanno caricata bene e sono riuscita a continuare a sorridere, agitare le perle (quelle della zia, vecchie e perfette, tondissime, non le scaramazze di moda ora, ma quelle che potrebbe avere al collo the dowager countess of Downton, insomma) e non alzare mai la voce mentre chiarivo che

no
non potete giocarvela con il venditore che mi manda al settore tecnico e il meccanico che mi dice che devo andare al settore commerciale

ho già avvisato il mio legale
no
non circolerò su una cosa che ha perso il suo valore d'acquisto in quindici giorni
e
no
non importa se devo aspettare la perizia tecnica
però

mi ruga parecchio non poter partire per le vacanze (quali? ah già, loro non devono saperlo).

Che poi uno dice se davo retta a papà e studiavo legge forse non ci arrivavo a quarant'anni a farmi rispettare, magari mi muovevo così già a trenta. E il pensiero va a tutti i bastardi, gli incompetenti, gli stronzi gratuiti, i figliditroia che ho incontrato

durante il percorso preadottivo
durante la gestione della salute di mio padre
durante lo smazzamento delle varie questioni fiscali e amministrative che ho ereditato di colpo
et alia

che mi sono costati gastrite, colite, bruxismo, insonnia, e malumori sparsi.

Poi arrivo a casa, mi tolgo le perle, faccio il caffè alla Princi, chiacchiero con la Fata Romena, i pensieri si acquietano, e diventano uno solo.

Che tutto ciò non mi costerà neanche un istante di stress di troppo, ormai. Sono al di là delle umane cose. Ho in testa solo noi. Questo è un vero problema, il resto sono moscerini della frutta che passeggiano sul bordo del tavolo.

La vida es otra cosa.

La mia vita con te è tutta la mia cosa.












giovedì 23 luglio 2015

"Giochiamo a vegeto?"

Qualcosa in me sta veramente succedendo.

Consapevolezze recenti, vecchi punti di forza, imparare a chiedere scusa, difendere il terreno conquistato, cedere le armi.

Ho riflettuto sulle piccole cose che, per un motivo o per l'altro, rappresentano appigli per le mie giornate molto silenziose.

Mi sono accorta che uno dei compiti quotidiani che mi dà maggiore benessere è dar da bere alle piante. Che ne studio la salute con interesse reale. Sono poche, una tuja da vaso, un'ortensia, un piccolo melograno, una rosa e una non meglio identificata pianta grassa che qualcuno aveva lasciato a morire sul pianerottolo.

Non è solo che le guardo ogni volta che esco sul terrazzino. È che le penso, quando sono fuori casa. Quindi hanno acquisito un senso altro, rispetto alla normalità delle incombenze domestiche, un po' come le lavatrici compulsive che (Desdemona!!!) hanno ritmato con il loro suono monotono tutta l'estate scorsa.

Ho capito che le mie piante simboleggiano la pazienza, la tenacia, la determinazione delle radici, la speranza delle foglie, e nutrire la loro crescita è un lavoro di profonda responsabilità, mentre fuori infuria la canicola.
       
Vorrei un grande albero sotto cui stendermi all'ombra con te. Ma per ora ho solo questi modesti, stentati vegetali da curare, da sola. Non mi arrenderò, reggeremo al caldo. Insieme.

domenica 19 luglio 2015

La lista 9

1)
Cambia umore di continuo.
Sta ore davanti alla Playstation.
Non propone mai niente.
È depresso.
Se provi a dirgli che deve parlarne o curarsi, si incazza.
Lancia le cose, l'altro giorno anche a sua figlia.
Non dorme.
Ha sfondato a pugni le ante di un armadio.
Non mi tocca più.
Esce e non so dove vada.
È sempre col telefonino in mano.
Ha perso peso.
È andato a giocare a calcetto con gente che ha quindici o vent'anni meno di lui e si è danneggiato i legamenti.
Ha grane sul lavoro.
Io non lo so se abbia un'altra.
Si addormenta alle 9 e mezza come un vecchio.
Vuol fare sempre le stesse cose.
Fa discorsi nerissimi, sembra che pensi solo alla morte.
Non vuol fare più le cose di prima.
Ha la testa da un'altra parte.
Si ammala di continuo.
Non si concentra.
Non si accorge nemmeno che gli sto parlando.
Non c'è mai.
Come padre c'è, ma con me è come se non funzionasse più niente.
Non è la persona che ho sposato.
Non sembra più lui.

2)
Io cerco di tirare avanti ma guarda che è dura.
Sono stanca.
Ho paura che un giorno mi alzi le mani e mi faccia male.
È tutto sulla mia schiena.
Sento che sto buttando via i miei anni migliori.
Non capisco.
Non so cosa devo fare.
A volte lo manderei a fare in culo guarda.
Non dormo più.
Devo prendere le gocce.
Mi ammazzo di lavoro.
Se passasse un altro e mi facesse un sorriso io non lo so mica cosa farei, tanto per come mi tratta lui.
Non so più come aiutarlo.
Sono stufa.
Non so perché torno a casa la sera.
Ci sarebbe uno che mi messaggia, sì.
Vorrei scappare lontanissimo, ma proprio che nessuno sapesse dove trovarmi.
Non so come andremo a finire.
Io le sto provando tutte.
Perché sto con uno stronzo del genere?
Perché sono ancora innamorata di lui, povera cretina.

Ecco. Se voi pensate che le frasi 1 descrivano tutte l'Uomo, e le frasi 2 siano tutte uscite dalla mia bocca, bene, vi informo che siete in errore. Sto raccogliendo tracce di impronte nel bosco, segni di passaggio di questo orrendo animale, di questo mostro che passa attraverso i letti matrimoniali, che mastica anelli nuziali, che sfascia case e tormenta i sonni dei bambini.
E più ascolto le amiche o le conoscenti con cui mi capita di trovare un momento di intesa reciproca e privacy, e più vedo che il problema non ce l'abbiamo solo noi.
Per non parlare della quantità di indicazioni minori, date da gente che non ha confidenza sufficiente per raccontare nei dettagli quanto sono lunghe le notti, quanto è doloroso il giorno, quanta solitudine c'è tra le lenzuola.

3)
Con mio marito è un periodo difficile.
Non è un bel momento per proporgli le cose.
Abbiamo attraversato una gran brutta fase.
Siamo un po' stressati.
Non lo so ancora cosa faremo quest'estate.
Io sono al mare coi bambini, poi vediamo se lui ce la fa a raggiungerci.
Non vedo l'ora che partano tutti, ho bisogno di un po' di tempo per me.

Per carità. Non è che non abbia visto anche me stessa, e diverse amiche, attraversare fasi penose, di depressione, piagnucolamento, spleen esistenziale, o anche quella che la mia amatissima Cavallino al liceo definiva "merda nel cervello". C'è chi ha avuto la depressione post partum e chi ha perso la testa dietro a un collega o rischiato il revival con un ex, chi si è lasciata andare fisicamente, chi si è sposata col lavoro, chi ha scoperto che diventata mamma le importava solo dei figli e chi ha scoperto di non essere tagliata a fare la mamma, chi si è fatta viziare, chi ha viziato il coniuge, chi si è persa in un bicchier d'acqua, chi si è lasciata travolgere da una famiglia ingombrante, chi si è isolata da tutti...
Immagino quindi che potrei scrivere una lista 4, di frasi annoiate, autocommiserative o egoistiche, pronunciate da me e da parecchie altre voci femminili, e una lista 5, di frasi stizzite e sconsolate o brontolamenti misti, intonati in polifonia da voci maschili.

Ma per la verità queste liste avrei potuto più agevolnente scriverle 5 o 6 anni fa, mentre il biennio 2014 2015, almeno nello spicchio di mondo che frequento io, sembra attraversato soprattutto da spaventose crisi maschili. Come se si fossero tutti messi d'accordo, e parlo di gente che abita in un raggio di 1000 km, non di una squadra di quarantenni che si cambia nello stesso spogliatoio tre volte la settimana. Il contagio non può essere avvenuto per contatto.


Avere una figlia di diciotto anni con amici che vanno dai 15 ai 20, e un mestiere come il mio, mi permetterebbe di scrivere una lista 6,  ancora più dolorosa, di frasi di prepuberi e adolescenti travolti dal mostro che si sta mangiando le loro famiglie.

E poi c'è la lista 7, quella che raccolgono gli psicologi o i maestri di ginnastica o i nonni o le maestre elementari, che contiene lo stesso mostro, disegnato a colori scuri da quelli più piccoli.

Ora vi chiedo. Potreste gentilmente darmi una stima anonima di quante coppie conoscete in cui lui, in questo periodo, è messo come da lista 1?
Perché mentre le crisi femminili a cui ho assistito e assisto sono spalmate su parecchi anni, il fenomeno che colpisce il cromosoma Y sembra essersi manifestato tutto d'un colpo negli ultimi tempi. Premetto che frequento quasi solo gente tra i 40 e i 50.

Sto cercando di capire. Non voglio far passare come un'epidemia, o una moda, quel che succede all'Uomo. Ognuno di noi sa che quando si arriva ad un certo punto, e ci si arriva partendo da un matrimonio serio, con gente che si è scelta in modo inequivocabile, e che si è fatta il mazzo per far andare tutto bene, i problemi che vengono allo scoperto hanno sicuramente radici strettamente personali, e profonde. Non voglio sminuire, o mettere in ridicolo. Ma vorrei che tutti questi maschi in botta d'ansia si parlassero tra loro e capissero di non essere soli al mondo. Noi donne lo facciamo. E questo, come quella caramella, che la Zia Bella mi faceva trovare sul cuscino per lenire le mie giornate di liceale musona, non risolve, ma aiuta.

E più di ogni altra cosa vorrei la lista 8, quella che dice, a loro e a noi, cosa bisogna fare per superarla.
E la 9, quella che (io lo so che esiste) dice che dopo una roba del genere la navigazione continua e le rapide finiscono, o almeno, si affrontano di nuovo insieme.





















sabato 4 luglio 2015

Cliffhanger

Io penso che sia amore, ancora. Che sia un amore ferito gravemente.

Volevi fare la figa eh, noi qua, noi là, noi adottiamo una ragazzina straniera, noi coppia, noi Castagna, noi prof.
Intanto il cadavere dei problemi più grossi si decomponeva sotto le ortensie del giardino, e tutti fingevamo di non sentire l'odore.
Poi ti sentivi gnocca eh, con la tresca col bel ragazzone dalle mani forti, con i messaggini proibiti nel cuore della notte, coi giochi di sguardi, col batticuore per il suo sorriso dolce, altro che trentotto anni, ti sentivi invincibile e viva come a venti, e intanto ignoravi il dolore con cui ogni sera andavi a dormire, tutto il non detto il non fatto il non risolto, che faceva così male in quei dieci centimetri di materasso che separavano te da tutto il tuo mondo.

Io penso che sia ancora amore, e che sia io che l'Uomo siamo degli assassini. Che il non detto stia rischiando di vincere sul fatto. Che il fatto sia molto e il da fare ancora di più. E che ci voglia una disciplina feroce a non fuggire.





Io penso che le punte di peggiore sofferenza, gli sbagli più gravi, per qualche assurdo motivo sono tutti datati 1 o 2 giorni prima degli incontri più importanti coi servizi sociali per l'affidamento della Princi, e questo deve per forza voler dire qualcosa.

Io penso al mio braccio che sfiora il suo in macchina, ai suoi improvvisi scatti di insofferenza di fronte alle solite cose, ad un foglio con la scansione delle vacanze separati che si ridurrà in poltiglia da qui alla fine dell'estate a forza di innaffiarlo di lacrime. E al suo sguardo addolorato.

E penso che resterò appesa allo spunzone di roccia finché le forze me lo consentiranno. Perché non voglio che la tempesta mi spazzi via. Ora ho paura ho male ho freddo la pioggia mi schiaffeggia e i fulmini mi si schiantano troppo vicino. Ma può bastare una decina di minuti per far schiarire il cielo e io quei minuti per te ce li avrò sempre, Uomo. Io sarò lì quando il tuo cielo si schiarirà e ci asciugheremo insieme.

E se vuoi buttarmi giù, dovrai staccarmi le dita dalla roccia una ad una. E guardarmi cadere. Ma io penso che non cadremo. Penso che sia ancora amore. E che se è vero che a volte la merda è troppa e amarsi non basta, come dice Sanguedelmiosangue, possa essere vero anche il contrario.

lunedì 29 giugno 2015

Why

How many times do I have to try to tell you
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why

I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why

This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel 

Se esistesse un Dio, mi avrebbe strafulminato domenica 25 maggio 2014. Incenerirmi sulla piazza di Paese col Maniero, farmi sprofondare giù giù giù giù per chilometri di crosta terrestre, magma, roccia fino alla bocca spalancata di Lucifero, far materializzare un arcangelo nerboruto che mi strappasse di mano il telefonino, mi estraesse per la collottola dall'auto, mi afferrasse la nuca e sbattesse fortissimo la mia faccia sull'asfalto del piazzale, tante volte, fino a farla diventare una poltiglia irriconoscibile. Sarebbe stato meglio. Questo è quello che vorrei mi fosse stato fatto, quella domenica mattina. O sarebbe bastato un SUV in sorpasso dietro una curva, forse. In quello posso ancora sperarci, magari. 

And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel  
 
E poi mi metto le perle e vado a cena coi ragazzi della terza e massaggio i piedi a mia figlia e chiacchiero del più e del meno con i negozianti e faccio la spesa. Forse è peggio che essere masticati da Lucifero, o del SUV dietro la curva. Ma lo faccio. 
 
Perchè sono tua moglie, ti amo, e non mi arrendo. E se c'è una via d'uscita da tutto questo, perdio, giuro che la troverò.

giovedì 25 giugno 2015

La via Fulvia

Ogni giorno, per portare o riprendere la Princi a Paesino a Punta, dove anima marmocchietti sorridenti all'ombra della parrocchia, faccio l'antica via Fulvia dei Romani, oggi statale 10. 

Qui, secoli fa, dai boschi, con urla selvagge, i Liguri Statielli piombavano all'improvviso sui malcapitati milites e sugli operae che spaccavano pietre per costruire la strada, e ne facevano spezzatino. Erano barbuti, con
capelli lunghi, armi rozze, donne guerriere temibili quanto gli uomini e una conoscenza perfetta delle colline, dei sentieri, degli avvallamenti boscosi. I Romani hanno fatto una fatica boia ad avanzare con la loro via. 


Le colline di quella parte di Monferrato sono perfette. Verdi. Dolci. Misteriose.
L'altra sera alle nove il cielo era sereno, striato di rosa, e una volpe mi ha attraversato la strada
correndo leggera, elegante, in un punto di grande visibilità, e arrampicandosi su per un prato con lo stesso tipo di balzi armoniosi.
Avrei voluto che la vedesse anche l'Uomo, ma non c'era.

Sto mettendo via istanti. La volpe. La cena dell'altra sera al ristorante figo con la Princi. Un bacio. La maglietta con il grifone del Genoa lasciata sul letto. Il verde dei viali. La strada che faccio per andare a lavorare: che mi sembra così lieve, ora che non mi importa più se incrocio quella certa auto, e chi ci crede che appena un anno fa ero così ingombra di pensieri, di emozioni, di lacrime sparse per troppi motivi tutti sbagliati? Come mi sembra leggera ora la mia auto che corre sullo stesso asfalto; eppure, quanto mi sento sola?


Cucino. Controllo i messaggi. Studio. Dormo. Scrivo su un quadernetto rosa. Sto zitta. Mi do la crema. Respiro. Guardo la Princi. Controllo il telefono. Dormo di nuovo. Faccio il saluto al sole. Mi do di nuovo la crema. Respiro. Rileggo i messaggi. 

Lo aspetto. Fotografo col telefono tutto quel che sto guardando negli attimi in cui sento di più la sua mancanza. La lavatrice. Il tavolo di cucina. Lo schermo della tv. Il libro che sto leggendo. La volpe non ho fatto in tempo a fotografarla, ovviamente. 


La volpe, già. Una specie di animale totemico, che mi sono chiamata, evidentemente, ripensando milioni di volte al Piccolo Principe che si siede cautamente sul prato e attende.