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mercoledì 27 luglio 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Intro

Stamattina mi sento di dirvi delle cose. Un po' si deve al fatto che ieri ne ho parlato con la mia psicologa, la Fata Bionda.
La Fata Bionda mi ha chiesto di cosa sono stufa, e io sono stufa delle zone d'ombra delle persone, o meglio, sono stufa di avere a che fare con persone che hanno zone d'ombra grandi come il Baden-Württemberg.
Poi in realtà questo post lo scrivo perché mi stavo alzando da letto, dopo aver letto le ultime di Zerocalcare, e pensavo che mi sarei messa a lavorare subito, perché il mio corso online alla Macquarie University ha una scadenza il primo agosto, e io già so che non riuscirò a rispettarla se non mi ci metto immediatamente. Ci sono 13 consegne da preparare. E domani finalmente rientra l'Uomo. A questo punto, ho pensato, adesso lo racconto ai miei blogamici che seguo questi corsi da due anni, tanto lo sanno già che sono una secchiona di merda, e allora mi sono resa conto che tutte le volte che leggo l'icona di Coursera sulla mia bacheca, sulla copertina del mio tablet o sul desktop del mio computer, penso sempre alla stessa scena e penso che quella scena, in qualche modo, sia l'origine del male che è successo in questi mesi nella mia vita. La piega quantica che ha risucchiato via la luce.

Per scrivere questo post devo parlare male di una persona, anzi di molte persone, e siccome sono tutte persone che hanno a che fare con me, alla fine devo parlare male di me stessa. Come sempre succede quando uno si espone su Internet a raccontare i cazzi suoi.

D'altra parte per parlare davvero male di qualcuno bisogna conoscerlo. E e si dà il caso che le persone di cui parlo qui siano tra le persone che io più amo, a cui più tengo sulla faccia della terra. E quando dico amo, non intendo ci sono stata bene in vacanza, ci ho scopato bene un paio di volte, sono stata contenta di farci un viaggio in treno insieme. Intendo sono stata al loro fianco per anni e anni, ho visto i loro momenti bui, condiviso tutte le loro fatiche. Sono stata lì anche a prezzo di grandi sacrifici, a costo di grandi litigi. Io c'ero e questo mi dà il diritto di dire quello che penso, così come loro hanno diritto di dire quello che pensano di me che mi sono a mia volta esposta.

Diciamo che nella mia concezione dell'amore questi sono quei rapporti in cui io metto veramente alla prova quello che sento per qualcuno e dopo, una volta che ne sono sicura, non posso più usare il passato, dire l'ho amato, siamo stati amici, ci siamo voluti bene.
Nel momento in cui il mio rapporto con qualcuno arriva a farmi conoscere i suoi punti bui i suoi difetti i suoi problemi e io resto, quello per me è l'Amore definitivo. Per gli altri invece un motivo per allontanarsi, forse. Ma non per quelli che mi scelgo io. Quelli restano, di solito. Perché ognuno, diceva Montale, riconosce i suoi. E qualcuno se ne è andato, lo stesso: ma a me non frega un cazzo. Io amo così, mi metto in gioco così. Io sono fatta così. E non dimentico.

Ma andiamo con ordine, perché questo è un post che fa soffrire. Ho perso l'abitudine a scrivere fluentemente e con belle parole su cazzate di cui alla fin fine non importa niente a nessuno.
Gli argomenti che sto affrontando nella mia vita sono talmente grossi che la maggior parte delle volte, qui, non ne riesco nemmeno a dire due parole. Perché il buio e il dolore creano confusione ed è nella confusione che io vivo (vivo è un po' eccessivo: diciamo respiro) da mesi.

La scena che si ripresenta alla mia mente ha una data precisa. Una luce precisa. E la voce della Frenci. La Frenci, sì. Mai più sentita nominare qui, giusto? Qualcuno di voi legge e commenta ancora i suoi articoli in rete. Qualcuno la vede e la frequenta. Io non più. Non è una scelta mia. E non era una blogamica. Era mia sorella. Gemella.
Dalle versioni di greco all'atrio di un pronto soccorso. Dal testo di linguistica al pentolino del Nescafè. Dal muretto di Vernazzola all'altare di un santuario.

Quel giorno la Frenci mi parla di Coursera. Siamo sedute allo spazio bimbi dell'Ikea di Torino. I suoi due giocano lì sotto. Noi sorseggiamo caffè. Uno dei milioni di caffè americani che le ho visto bere. E parliamo fitto fitto. Come abbiamo parlato sempre. Per VENTICINQUE anni.

Quel giorno lei mi apre per l'ennesima volta una strada. Come io a lei avevo aperto Lettere. Lei a me aveva aperto il commercio equo. Io a lei lo yoga. Mi racconta della piattaforma che offre corsi delle migliori università del mondo, con o senza attestazione di svolgimento, GRATIS.

Sorridiamo. Sento il suo odore di spezie e stoffe tinte a mano. Ce la ridiamo come al solito. C'è luce.

Poi io dico: "Ecco vedi. Proprio questo mi serviva. Togliermi delle soddisfazioni senza rincorrere col tempo e i soldi una seconda laurea, e soprattutto i voti. Basta, ormai, essere valutati. Io so cosa valgo. Voglio studiare. Voglio una cosa bella gratis."

La mia voce dice: "Voglio una cosa bella gratis". 
E in quel momento gli dèi mi ascoltano. E puniscono la mia hybris. Dandomi quel che chiedo, o peggio, facendomi credere di ottenerlo.

Dopo pochissimi giorni da quel dialogo, alla mia porta si presenta, del tutto spontaneamente, una cosa bella. Bellissima. E inaspettata. Ma non era gratis. E da quell'istante le zone d'ombra hanno preso il potere tutto intorno a me. Quel giorno all'Ikea è stata probabilmente l'ultima volta che ho sorriso immersa nella luce.


lunedì 18 luglio 2016

Sotto l'albero della bodhi

Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.

Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a  mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro.  Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.

Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.

La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.

Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.

Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.

Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni  uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.

Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse.   Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.

Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.


mercoledì 6 luglio 2016

My name is Victor Frankenstein

Questa sera sono riuscita nell'intento. Capitemi. Io mi sono laureata a Lettere dando quanti più esami di lingue potevo. Lui si è laureato a Lettere con una tesi su Amleto. Lui mi ha iniziato al genere horror. Io ho iniziato lui al vedere le serie tv inglesi in lingua madre.

Cioè. Vedere insieme Penny Dreadful è inevitabile. L'ho preso in una sera in cui non poteva resistermi, indebolito da un virus, dall'assenza della figlia e dal mio circolare per casa da giorni in pigiamini inesistenti. 

Piangere davanti a Penny Dreadful, dopo che io l'ho fatto già da sola davanti alla prima serie (2 volte), alla seconda e a metà della terza, sarà una logica conseguenza. Ma vuoi mettere piangere sola davanti al pc dell'ufficio e piangere sul divano vicino a lui. 

In questa settimana così strana, in cui siamo qui di nascosto da tutti. Crede lui, almeno. Invece lo sanno tutti i miei: parenti, amici e la sola collega, la Fraulein, che conosca il macello in cui siamo finiti. Lo sa la figlia. Lo sanno conseguentemente amici, psicologhe, educatrici, parenti di amici della figlia. E la categoria parenti di amici della figlia ha punti di contatto con la categoria amici di lui. Ma lui continua a credere che sia il caso di uniformarsi alle regole di un mondo in cui, se non riesci a lasciare tua moglie, sei strano. Lo stesso mondo che crede che se prendi una sbandata automaticamente manderai in merda un matrimonio. Lo stesso mondo che crede che una ragazzina di neanche 19 anni si faccia fregare dalla vista di un anello e non guardi negli occhi chi glielo regala. 

Noi tre siamo strani, forse. 

Ma non me ne potrebbe fregare di meno. Del mondo, intendo. 

Le cose di cui mi frega sono che ieri notte abbiamo salvato un riccio da morte certa. Che abbiamo mangiato i gofri sul prato. Che lui canticchia. Che io sorrido. Che la figlia, pur nel marasma, tifa ancora per noi. Che c'è una piccola tomba in un prato verde e noi, da quando non c'è più il nostro piccolo genio protettore, dormiamo di nuovo qui insieme, perché questo è stato il suo ultimo regalo. Che c'è una casa in montagna che ha il nostro odore. Che le vacanze sono iniziate il giorno uno in cui è finito il lavoro, perfino per me, quest'anno. 

Non fraintendetemi. Non va bene. Non è tutto a posto. Non è come prima e MAI, MAI, dovrà essere come prima, lo so, ne sono convinta e però mentre lo dico so cosa sento, quel dolore sordo lì nel centro. Sto come una profuga che forse un giorno si adatterà al nuovo stato in cui vive, ma mai potrà tornare a casa. Mai. Sono morta a 39 anni e la mia esistenza ora non è più quella, anzi: la mia esistenza non è. Punto. 

Ma al livello di questo nuovo piano della sostanza in cui, mio malgrado, mi sono trasferita, io, ectoplasma di quella me che voleva le cose, che decideva, che pensava di sapere, in qualche modo tocco ciò che ancora esiste. Non sono più nessuno. Ma ho rapporti con persone, che non saprei dire se esistano realmente o siano, come me e l'Uomo, entità perse in un limbo, lemuri opachi intinti nel dolore. Cioè, tranne la Princi. Lei è vera. Lei è sangue che pulsa e odore di frutta e pelle fresca contro la mia così accaldata. E pochi altri, direi, esistono concretamente. Il Gigante coi suoi bellissimi occhi scuri. La Fraulein con la sua voce decisa. Mia madre. 

Poi gli altri, gli altri non lo so. È come annegare in un'acqua bianco latte, sentendo le alghe sotto le dita dei piedi, vedendo emergere dalla nebbia volti, voci, una mano grande, scura, dolce, che stringe piano la mia (e inevitabilmente: grazie, grazie per questo gesto leggero, per essere stato per l'ennesima volta attento a non rompermi), una voce in lontananza che si incrina capendo che anche questa volta negherò la mia presenza, le facce e le frasi dei miei amici, di Sanguedelmiosangue, delle compagne dei due corsi yoga. Sono persone che come me stanno soffrendo ai punti da chiedersi se possa mai finire, che annaspano sperando di aver capito cosa sia giusto fare. Alla cieca. 

A distanza di pochi giorni, una blogamica da poco ritrovata e SDMS mi hanno chiesto se secondo me è la generazione, il momento storico in cui siamo. 
Non ho dubbi nel rispondere sì. Ma questo non toglie la responsabilità personale di lottare fino alla fine per quel che è bene. Anche se abbiamo perso in partenza. Penny Dreadful, appunto. 

Mio marito, che della nebbia lattiginosa, dell'inconfessabile lato oscuro, dell'attrazione per la morte è in questa temperie il principe e il pontefice, è sempre stato un uomo di una sensibilità immane. E che ora stia facendo carne trita e polvere di ossa delle figure che ha intorno a sé non elimina che sia una persona profonda e intelligente: almeno tanto quanto il suo essere profondo e intelligente non lo giustifica nel momento in cui si guarda allo specchio e si vede coperto di sangue altrui. Mi chiedo se capirà davvero perché io ci tenessi tanto a fargli vedere questa serie tv. Sì beh certo per i poeti sepolcrali e romantici inglesi, e per i costumi di Gabriella Pescucci, isn't it obvious, Mr. Chandler? 

E io guardo la lacrima incredula che si stacca dai meravigliosi occhi tormentati di Harry Treadaway, quando il suo personaggio si accorge di essere riuscito nell'intento di fare qualcosa di buono. Che gli è costato anni di duro lavoro, notti bianche e patti col diavolo. Compromessi uno dietro l'altro, cinismo. Sangue. Per un istante di assoluta perfezione di cui nessuno può condividere la gloria, nemmeno la creatura che con le tue stesse mani hai portato in vita. 

My name is Victor Frankenstein. 















sabato 25 giugno 2016

Io. E lei.


- Scusa? Ragazza, scusa?
Sobbalza leggermente, riappoggiando sullo scaffale il barattolo di salsa che stava toccando.
-Sì? Mi dica?
- Sei la nuova prof di sostegno della scuola?
- Sì. E lei è la mamma di...?
- Di... No, guarda, io non ti fermavo per quello.
Sbatte le ciglia struccate su due occhi verdi privi di sospetto.
- Mi dica pure.
- Sei la moglie del nuovo professore di italiano, quello che è arrivato da Genova. Giusto?
Si illumina come un faro.
- Sì... Sono sua moglie, ma - ride, - da una settimana!
- Che bel sorriso che hai.
- Ma scusi, come fa a conoscermi?
- E no, è che... Niente. Sai, è un paese piccolo.
Rinnova il sorriso, fresco, innocente.
- Oh lasci stare, io che vengo da una città non me ne capacito...ora faccio la spesa qui, ma poi devo andare a Bosco delle Fate, ha presente?
- Sì. E bellissima quella mansardina.
Mi distraggo, i miei occhi bruciano, vagano sugli scaffali pieni di confezioni colorate. Ricordo bene quella piccola stanza buia, con le stelle che spiavano dal lucernario.
- Come dice, scusi? - scatta lei, immobilizzandosi.
- Si sentono solo i cavalli nel prato, la notte.
- Ma lei come fa a sapere dove... Ma lei CHI É , scusi?
Torno al presente. La guardo con decisione.
- Senti. Se ti dicessi che un giorno sarai di nuovo su questa piazza con lui, ma le persone stenteranno a riconoscerti? E lui, lui non lo conoscerà solo la gente della scuola? Lo conosceranno fino a Roma.
- Senta...
- Guarda, non chiedermi perchè lo so, ma quella sera dalla pizzeria con le porte spalancate sentirai "Mrs Robinson",  ti ricorderai di me e ti dispiacerà di aver sbagliato.
- Ma perché? Chi è lei? Cosa sa?
- So che allora non avrai più questo sorriso.
- Senta, adesso l'ho lasciata parlare abbastanza. Ora mi lasci andare.
- Certo. Ma mi spiace.
- Ma di cosa? La smetta.
- Per carità non ci sarà più solo lui, eh, nella tua vita. Avrai il tuo lavoro e una figlia che vi aspetta a casa e quella sera ti faranno male le gambe, piene di acido lattico, dopo sette ore di yoga praticato a livello professionistico. Avrai quattro persone  stipendiate per lavorare per te e un sacco di affari da trattare. Sarai forte e molto, molto più calma di adesso. Ma sarai sola.
I suoi occhi mandano lampi verdi, è furente.
- Ma cosa sta blaterando!!!
Faccio per allontanarmi, ma è caduta nel vischio adesso. Mi segue:
- Però lei, che evidentemente sa qualcosa,  mi deve dire di mia figlia. A parte il fatto che mai e poi mai vorremmo un figlio solo. Gli assomiglierà?
- No. E nemmeno a te.
Me ne vado. Pago la roba nel mio carrello. Quella che ho finto di prendere, per seguirla tra i corridoi stretti del minimarket.
Mentre sollevo i sacchetti dal bancone metallico della cassa, me la trovo piantata davanti.
- Si sbaglia. E quella sera sentirà uno strano profumo di dolce speziato, e saprà che ho ragione.
Se ne va con le sue Superga bianche e le spalle che tremano.

Fa più freddo di quel che sarebbe sensato in una serata di metà giugno. Lui ha solo la camicia. Io ho le gambe dolenti e mi proteggo collo e spalle con una sciarpa, temendo il mal di gola estivo. La gente sciama per la strada, esce dalla fila alla cassa coi tagliandini per la cena, ciondola sulla piazza dove il gruppo prova i microfoni per la serata.
Mentre intervista le autorità, gli artisti e i produttori di eccellenze enogastronomiche presenti, io mi devo muovere, per sciogliere i muscoli bollenti e per resistere all'umidità che sale dai campi.
Molti negozi sono dove li ricordavo, ma non riesco a riconoscere neanche una faccia. Mi sento come se mi avessero riportato in un villaggio nella giungla dopo avermi educata per anni nella Parigi o nella Londra del secondo Ottocento. Appartengo a questo posto, ma non assomiglio per niente a quella che ero l'ultima volta che sono stata qui.
Però è bello. C'è un clima di festa. Lui mi sorride da dietro il vetro della postazione radio. Da un locale sulle mura arriva altra musica. D'istinto, canticchio anche io. Gli faccio cenno che farò un giro. Nella strada principale ci sono i banchetti, c'è troppa gente, decido di svoltare verso i baluardi. Supero un banco dove preparano uno strano dolce ungherese dal profumo accattivante.
Molta meno gente, appena dietro la prima fila di case. Cammino sui baluardi, cercando la via da cui lasciavamo Paesone Sfigato, per andare a Bosco delle Fate. Non mi oriento. Realizzo a fatica di essere dal lato sbagliato del paese. Intanto dal verde tutto intorno sale un freddo che quasi mi paralizza. Torno verso la piazza. Per un attimo, prima di svoltare un angolo, sono sola.
È allora che la vedo. Si volta lentamente. Ha ancora la gonna di jeans e le Superga bianche. Rabbrividisce, è senza giacca. È vestita in modo adatto a quell'assolato primo pomeriggio di ottobre di tanti anni fa. Ha gli occhi rossi, ha pianto. Ma è determinata.
- Vedi che mi hai pensato - mi sputa in faccia.
- Sì. Mi manchi tanto.
- Sei qui con lui?
- Sì. Avevo ragione, nessuno mi riconosce. E non sorrido come te allora.
- Ah, avevi ragione? Fammi capire: siete qui insieme?
- Sì.
- No, non lo siete. Menti.
- Sì, che lo siamo. Mi sorride come allora.
- Ma non lo sa. O non vuole saperlo.
- Può darsi. Ma a me non importa. Siamo qui insieme, me lo ha proposto lui, e io non voglio essere da un'altra parte, anche se non dormo più abbracciata con lui nella mansarda, e non porto più le Superga bianche, come te. E la sai un'altra cosa? Nostra figlia ci assomiglia. Tantissimo.
- Lo vedi che avevi torto, quel giorno al supermercato?






sabato 4 giugno 2016

Camminare sul fondo in attesa del sole

Succede che prometto a mia madre di tenerle la gatta se va via per una gozzoviglia di crittografie, rebus e sciarade. Tanto mia madre all'ultimo annulla sempre.

E invece parte.

Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.

Idee confuse.

Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.

O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.

Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.

Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.

Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.

Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.

Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.

Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.

Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.

Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate),  lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.

E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.

Ci sono amori che si sanno. Da subito.







domenica 29 maggio 2016

Collage

Volevo riprendere a scrivere.

Non sapevo come fare.

Ho aperto gli appunti sul cellulare e copiato stralci a caso.


Disclaimer: ci sono errori di scrittura, poca punteggiatura e addirittura strafalcioni ortografici, perché a volte dettavo al tablet. Ce li lascio per dispetto, per onestà, per pigrizia, per troppo dolore. Insomma, ci sono. Amen.


Seduta sul prato a Rimini di fronte a uno spettacolare centro congressi elaboro la certezza di dover vi degli aggiornamenti su tutto quello che è cambiato nel frattempo sono stata poco sincera con voi poco aperta ho detto poche cose di alcune continua a non voler parlare di altre invece ho bisogno di voi ho bisogno di condividere ho bisogno di un parere o forse semplicemente di poter dare una testimonianza





Ingredienti per i Fekkas:

500 g di farina

3 uova

40 ml di olio vegetale

60 ml di acqua di fiori d’arancio
             
1 cucchiaino in lievito in polvere

Un pizzico di sale



I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or
wake at night alone,
I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.


Chi cazzo sei diventato?






Through many dangers, toils and snares

I have already come;
'Tis Grace that brought me safe this far,
And grace will lead me home.






In questa vita non puoi mai dire cosa succede. Per esempio ti trovi alle cinque di mattina no dai cinque e tre quarti per essere precisi, che cammini tranquilla sulle strade deserte del tuo quartiere invece di pensare che stai percorrendo il boulevard of broken dreams come sarebbe anche logico pensare visto tutto stai pensando che sei contenta sei contenta di aver lasciato la tua bambina col suo fidanzato è un sacco di amichetti
Più o meno raccomandabili alla partenza del pullman per Gardaland e sei contenta perché stamattina lui ti ha scritto grazie con la faccina sorridente dopo che tu alle 4:00 lo hai depositato alla partenza del pullman per la gita in Francia e sei contenta perché non hai dormito un c**** ti sei svegliata alle 3:30 ma sei contenta perché dormito luci spente per una volta e perché la prima cosa che ha detto lui al mattino svegliandosi ti ha fatto morire dal ridere e tu pensi come è bello svegliarsi insieme e tu pensi perché perché perché perché perché perché perché quest'anno di m**** eppure non importa è tutto alle spalle davanti non si sa cosa ci sia quello che c'era dietro non tornerà mai più ma intanto questo siamo noi adesso due persone che si conoscono per la prima volta eppure San tuttoE poi pensi al Tanaro alle sue spire verdi che si svolgono in mezzo alla pianura pensi al piccolo Belvedere dietro la chiesa a lui che ti abbraccia e dice è da cartolina epensi noi siamo da cartolina ovunque vada con te valeva il viaggio il viaggio fin qui valeva la pena il viaggio con te vale sempre la pena








giovedì 21 aprile 2016

2001-2016

"Continuerà a vegliare su di noi"
"Speriamo"



Siamo stati immensamente felici, noi tre insieme. Ora che non ci sei è come aver perso il guardiano della nostra famiglia. Speriamo di farcela anche senza di te, piccolo puma dei Carpazi.




lunedì 18 aprile 2016

I just wanted to hold you here in my arms

Ho cercato di ricordarmi un momento della mia vita in cui la sensazione di essere fuggiti fosse così forte.

Fughe nella mia vita: poche. Fughe da brava ragazza.

Non so, forse è la volta in cui invece di andare a scuola io e le mie due inseparabili compagne di classe abbiamo preso il treno e siamo andate a Pisa.
Non era una fuga, lo sapevano tutti e io non stavo
scappando da chissà cosa, anzi stavo andando a vedere la Normale di Pisa, nella speranza di potermi mettere in gabbia per anni in una delle più prestigiose università italiane.
Però prendere il treno, di mattina all'ora in cui avremmo dovuto essere sedute nei banchi, tutte e tre insieme, era bello, era allontanarsi da tutto. Per noi tranquille e noiose liceali bastava poco.

Di certo, da quando avevo 16 anni, la prima presenza che avverto al mio fianco, se penso alla fuga, è quella della Tipa.
In fondo è con lei che sono stata all'estero, davvero lontana da tutto. Se penso alla fuga penso ancora ai prati di Leicester o alle colline della Scozia, ai suoi capelli lunghi e profumati, alle interminabili ore di pullman e aeroporti.

La fuga vera però è cominciata con lui.

Fuga era saltare le ore di latino del venerdì mattina, quando eravamo alla specializzazione, io sveglia dalle sette e mezza, "ho la frequenza obbligatoria...": ma poi lui mi baciava di nuovo, e uscire dal cerchio delle sue braccia era impossibile.  Fuga era scegliere l'intervallo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio per andare a sdraiarsi sui prati in mezzo alle ginestre, sotto i forti di Genova (D'Annunzio ci faceva una pippa, a noi due, altro che scrosci di pioggia sulla pineta, un sole così e il mare blu in lontananza, niente sesso no, ché il sentiero era frequentatissimo, ma la sensazione che il mondo fosse ai nostri piedi, che gli dèi non potessero stare meglio, che l'eternità sarebbe stata questo).

Fuga poi, da sposati, era non correggere i compiti quando era tutto fiorito, ma prendere la macchina e andare a vedere una chiesetta in mezzo al verde, un paesino sperduto, qualunque cosa. Lontani da tutto. Pieni di sogni, un po' persi nel mare di colline, mica tanto sicuri di questa emigrazione in terra aleramica, mica tanto sicuri di esserci davvero davvero sul serio veramente sposati e lasciati dietro tutto e tutti, tanto giovani, un po' troppo soli. Noi due.

Ma anche così, anche mettendo insieme tutti questi ricordi diversi, non riesco a rivedere una sola volta in cui mi sia sentita così lontano da tutto, come ieri.

Ieri la fuga era meravigliosa, perché era la fuga da me stessa, da tutto quello che mi è pesato sulla schiena in questi mesi.
         

Fuga era il sole, la pioggia, la neve sulle montagne, il non dover dare spiegazioni a nessuno per essere sparita per un'estate intera ed essere tornata.

Fuga era tutto, ieri.



L'asfalto, il divano, il non avere bagagli, il potere tornare in qualsiasi momento, il sapere che alla sera c'era un altro impegno completamente diverso e che sarebbe bastato cambiare scarpe, infilare una giacca e rifare il trucco per essere a proprio agio.

Fuga era vedere lui che sorrideva.

Ma molto di più fuga è stato non farsi domande, non volere risposte, non cercare spiegazioni, non farsi paranoie, anche quando lui non sorrideva. Che vacanza, Dio mio, avere per sei o sette ore il cervello FERMO.





domenica 3 aprile 2016

Almayer

C'era una volta un'isola, solo che non era un'isola. Era rosa e affiorava appena su un mare di erba verde.
Ogni mattina alcune persone si traghettavano su quest'isola, percorrendo le onde delle colline, approdavano nel fango della riva e si portavano in salvo per sei o sette ore, quando potevano anche di più. Sull'isola nessuno sapeva delle navi perse al largo nella tempesta, nessuno sapeva delle notti buie, nessuno sapeva delle lacrime che cadono copiose nel lavello della cucina, sopra le verdure, tutte le volte che bisogna cucinare solo per due. Sull'isola la donna castana, le donne bionde, il grande uomo dalla barba brizzolata e dagli occhi buoni erano al sicuro, ma anche l'isola poteva essere spazzata dalle mareggiate.

Il  popolo dell'isola era strano, seminomade, diviso da conflitti interni e legato da una sorte comune. Ogni giorno arrivavano sull'isola e univano le forze per produrre qualcosa di buono, con risultati non sempre felici. Spesso sorprendevi uno dell'isola che guardava la riva, le auto attraccate sotto gli alberi, e capivi che nella sua testa c'era il desiderio di non ripartire. Talvolta, uscendo sul bagnasciuga, si confessavano che preferivano mangiare un boccone veloce al solito baretto da camionisti, il loro pontile tra l'isola e il vasto mare intorno, piuttosto che tornare subito a casa, e poco per volta avevano preso l'abitudine di andare a pranzo in due o in tre, per non sentirsi troppo soli al momento di volgere la prua verso il mare aperto.

L'isola non era una fortezza invulnerabile: era un piccolo mondo sereno, i cui dolci colori rendevano meno difficile sopportare l'ululato continuo del vento, ma talvolta anche le isole tremano. Quando accadeva, il popolo dell'isola si riuniva, si chiamava col tam tam di whatsapp da una riva all'altra: ma questo faceva ancor più sentire la fragilità, soprattutto di fronte a una convocazione, la domenica sera, per stringersi intorno a una delle donne bionde, colpita da un dolore cattivo, spietato, ingiusto. Si scrissero per chiedersi: vieni con me? Ti passo a prendere? La prendi tu la Fraulein che non può guidare? La riporto io, ok?

Perché lo sapevano come sarebbe stato. E volevano qualcuno accanto, qualcuno che sapesse che il giorno dopo ci sarebbero state lo stesso le reti da buttare, i campi da coltivare, sull'isola. Come due anni prima, quando un'onda anomala, nera, sanguinaria, si era portata via con un morso secco un pezzo intero di costa, fendendo in due la roccia, e loro avevano cercato di salvare il salvabile, facendosi strada in mezzo ai ragazzi in lacrime. E guardandosi l'un l'altro con gli occhi vuoti, nei giorni successivi, lentamente si riconoscevano, una quindicina di persone che si passano la stessa bottiglia d'acqua, tenendo acceso con gesti lenti il fuoco, senza parlare.






             

lunedì 28 marzo 2016

Legatissimi

Solo 4 anni fa il significato del termine legatissimi per me era questo. Qui è descritto davvero cosa vivo con l'Uomo, sempre che sia possibile descriverlo. E io unicorni rosa e paradisi coniugali non li ho mai considerati importanti. Questo invece sì. Questa sensazione che non mi riposerò mai. Non camminerò mai senza rischiare. Eppure se lui posa nei miei quegli occhi di due verdi diversi, impossibili da guardare senza un capogiro, io ho tutto, tutto quel che volevo.

Oggi che siamo legatissimi è un concetto che tutti sminuiscono, e lo capiscono solo quei pochi rimasti a vederci insieme, che però per vederlo devono infilare la testa in una fessura e cogliere un attimo. Uno sguardo. Una frase. E dire che noi eravamo quelli che si baciavano facendo la spesa, in una corsia del supermercato, anche arrivati a dieci anni di matrimonio.

Nostra figlia ci fotografa  a sgamo mentre siamo da mia madre, e poi mi fa vedere come eravamo seduti. 

Già. Come due legatissimi.

E adesso legarlo è l'ultima cosa che gli farei. E lui lo sa. 

Ci hanno detto e ripetuto che la simbiosi non è amore, è dipendenza. Sarà anche giusto. Ma quanti tra quelli che ce l'hanno detto hanno fatto tremare le fondamenta delle montagne, hanno attraversato le foreste che abbiamo visitato noi, hanno sentito quell'odore, scambiato il sangue, salvato innumerevoli volte il compagno di trincea, scavato fino al centro della terra per trovare le risposte? Forse conoscono la simbiosi. La dipendenza. Ma quanti possono dire di aver conosciuto una cosa come la nostra, evidente dal primo giorno, insuperata fino all'ultimo, punteggiata di disastro e miracolo in ogni momento anche stupido? Quanti hanno incontrato la persona con cui anche portare giù la spazzatura è bello e significativo? 

E se adesso non esiste più la simbiosi e nemmeno la dipendenza, quello che ci succede che cos'è?