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mercoledì 28 dicembre 2016

Lost on you

Oggi il sole era caldo e dolce.

E c'erano neve e ghiaccio per terra.

Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.

La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.

Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.

Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh

Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.

E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.

"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."

"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."

"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."

"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."

Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?

Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.

Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.








giovedì 22 dicembre 2016

L'arte del riassunto

Fare il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da insegnare, tra l'altro.

Io a riassumere sono bravissima.

Per esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe. Contemporaneamente, per risparmiare tempo.

Per esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e, invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto / costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi, mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un orale d'esame. Sì.

Per esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci ritroviamo con:
  • una figlia che vuole un gattino,
  • io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
  • un marito che dice di non volere niente e nessuno,
  • io che però trovo la casa troppo vuota,
  • la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
  • lui che non può sostituire il suo gatto,
  • lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
  • io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
  • lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
  • la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:
    data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure...
    ...col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.

Ed essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo pelo adesso che dorme in casa.
Notare che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore, come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D. E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci. Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi. La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.

Altre cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida, somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco, era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare, le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce, come tutti gli altri qui.

Sempre a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane, più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola, uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi, tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà chiuso la porta.

Ultimo esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo, festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette. Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno del solstizio.

martedì 6 dicembre 2016

Acqua

"Ma lei è sempre a lavorare?" disse la bidella aprendo la porta.
"È che quest'anno si sta bene qui" rispose la Castagna.

La quale è andata a lavorare mille pomeriggi al mese anche quando si stava di merda, per la verità. Anche quando si stava male a casa, a scuola, in autostrada, sulla piazza del paese. Perché coi ragazzi si sta quasi sempre bene.
Anche quando i colleghi sono infidi, la preside innominabile, e il ministero bastardo. Anche quando il marito va via troppo spesso. Anche quando arrivano gli alieni. Anche quando muoiono le persone.

Comunque, se le cose andassero sempre come quest'anno, non si starebbe solo bene. Di più.

Dei colleghi poi vi dirò.
Parliamo dei bambini.

La seconda si è civilizzata. Con grandissimo dispendio di energie soprattutto mio, e del Magnifico, ma anche con contributi importanti di Genuino, Secca, Spessa e Pallida. E di Preside Chic. Che li ha voluti conoscere uno per uno, quelli terribili. Piegandone parecchi.

Sono meravigliosi alle prime ore del mattino, quando ascoltano tutto e stanno seri. Dante, il predicato nominale, i test di comprensione, fanno tutto con impegno. Poi gli dai da mangiare dopo la mezzanotte, o semplicemente provi a fargli fare una materia dopo le undici di mattina, e ti ritrovi Salvatore (nel senso del personaggio di Eco: "poenitentiagite! No sabe!"), Belzebù, Mr. Bean, l'Orientale satanista e il suo famiglio, Quantoso'figo e altri che perdono totalmente il controllo, e numerosi che vanno di conseguenza.

Ma la Castagna ha trovato la pozione miracolosa. Se all'una sta parlando di delitti politici, crimini di guerra, operazioni militari, genocidi, dittature sanguinose, internamento di intellettuali in manicomio, e altre violazioni dei diritti umani, sono tutti così presi che si scordano di fare lo zaino. Si sente solo la voce della prof e il tic tac dell'orologio. No, un attimo. Dalla seconda fila si sente un rumore di... fusa? Oh, sì. È Mimosa, ve la ricordate Mimosa, il pallino batuffoloso di capelli biondi che aveva tutti i tic?
Ecco. È seduta sullo spigolo della sedia, rapita, sorridente, nei suoi occhi grigioazzurri c'è qualcosa che sfolgora, fierissimo. È la piccola Politkovskaja che è in lei che sta crescendo. Giornalismo politico d'assalto? Calarsi da un elicottero nella giungla per trovare i trafficanti di diamanti? Raccogliere acqua al cromo esavalente nei pozzi? Rischiare la vita per infiltrarsi in un carcere femminile sudamericano e scrivere un reportage da premio Pulitzer?  Ce l'abbiamo. L'ho interrogata sulla Russia di Putin e cazzo sembrava che nel teatro Dubrovka ci fosse stata, dalla passione che ci metteva. Figlia mia prediletta. Peserà ventisei chili, se le levi gli scarponcini e soffi vola via nel corridoio, tanto è piccina. Ma è d'acciaio. Farà strada.

E in terza fanno il laboratorio teatrale sui Promessi sposi, il corso di latino, parlano in inglese con gli attori che hanno recitato per noi Dr. Jekyll and Mr. Hyde, si fanno interrogare di geografia e prendono solo voti tra otto e dieci, ci scassiamo dal ridere su qualunque cosa, poi di colpo uno di loro si impanica con le lacrime agli occhi e trema, sono tutti troppo alti e troppo magri, tutti innamorati, qualcuno ha scoperto il liceo e vuole andarci, qualcuno (Mickey) ha deciso di far mangiare la Cavallona che dal vegetarianesimo pencolava pericolosamente verso l'anoressia, qualcuno (Deboroh) ha rubato le merendine dal cassetto della Bestia Nera, qualcuno (l'Adorabile) ha avuto una crisi di adolescenza talmente spaventosa da sembrare posseduto, perso tutta la concentrazione la serietà la sincerità e il buon senso, ed è riemerso dall'altro lato con otto centimetri di statura in più e un bisogno insopportabile di essere felice, oltre a avere ucciso il bambino lentigginoso dal musino a punta che sedeva quieto in primo banco, ed averlo sostituito in venticinque giorni con un fratello maggiore che scoppia di vita, bello e inarrestabile come un angelo un po' sporco.

Non dico quasi più niente, li guardo, indico cosa devono fare, e loro vanno avanti da soli, telepatici, spesso più avanti di quanto sarebbe ragionevole sperare. Poi si voltano e io li sto guardando attenta, capiscono dall'occhiata che va bene, cenno d'intesa, e via. Oltre. Io ferma sulla riva a guardarli salpare, che cosa grandiosa.

Ah e sapete cosa è grandioso, anche?

Spiegare Dante a mia figlia. Cazzo. Un godimento nel piacere, ricoperto di felicità. Non avevo idea.


sabato 3 dicembre 2016

Lo schiocco della frusta

Dicembre non è eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola, e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.

La mia meravigliosa, agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.

Stamattina scollinavo da una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone, alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri sera con la Tipa.

E' un brutto guaio avere sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non servono più.

Alla fine ho chiamato solo mia madre, per parlare del referendum.

Ma intanto avevo pensato. Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto, vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”. L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te, dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro. Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.

Era avere l'anima di un angelo, guardarti così. Volerti così.

Mi sento così sporca ora. E così sola.


Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.

So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.




lunedì 28 novembre 2016

Tra terra e cielo

Fammi mettere la chiavetta nel lettore.
Il lettore non legge i file.  
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.

Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.

E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."

---


Facciamo la posizione del ponte. Quella della stabilità tra terra e cielo. Quella del collegamento tra una riva e l'altra. Quella dell'acqua che scorre sotto. Tempestosa. Inarrestabile. A volte nera di fango. A volte verde, come il Tanaro. A volte grigio chiaro e azzurro ghiaccio, come la Dora.

E io penso a quando, dodici o tredici mesi fa, mi sembrava impossibile essere sdraiata su un tappetino, ad occuparmi di me, mentre si sbriciolava tutto. Eppure il ponte aveva un suo senso. Solo l'estate prima, mi alzavo dal tappetino dopo le posizioni a faccia in giù lasciandomi sotto la chiazza di pianto, facevo i movimenti di inarcamento della schiena e ogni volta che portavo il mento verso il basso ruscellavano lacrime, se ero sdraiata in shavasana mi colavano dritte nelle orecchie, in modo simmetrico. A ottobre invece il ponte mi faceva per la prima volta sentire che davvero l'acqua passava sotto e io ero sopra. Il dolore cadeva giù dal cuore nella gola, dalla gola col respiro lo ributtavo su, verso l'ombelico. Poi tornava su e ancora ritornava giù. Almeno non era come quel buco spaventoso nel petto, quella trave d'acciaio nel cuore, sempre fissa, con gli organi che le marcivano lentamente intorno. Almeno si muoveva.



Prendere le prime lezioni di yoga con Guru Cri e paragonarle a quel seminario fatto ad agosto, quando all'una e un quarto di notte ero sotto il lucernario con gli occhi sbarrati a guardare il niente, e anche alle due e mezza, e alle tre, e alle cinque, e dopo pranzo, e dopo cena, io, nella stanzina bianca, sola, a dissanguarmi.
Prendere quelle prime lezioni e paragonarle a quelle di novembre, quando estraevo le carte degli angeli, i tarocchi, le rune, e uscivano sempre: il ghiaccio. La pazienza. La forza. La pazienza. La pazienza. La pazienza. L'adattamento. Lo stare fermi. Il ghiaccio. Il ghiaccio. Il ghiaccio. Il ghiaccio. La runa del ghiaccio mi è uscita tante di quelle volte che alla fine non la voltavo neanche più. Ferma. Stai ferma. Stai ferma. Stai ferma. Mettici pazienza. Ancora. Ancora. Ancora. E ancora. Dio. Mi sarei lanciata sotto un treno pur di non rileggere la stessa richiesta.

---

"Sabato, quando do l'esame... alla fine mi vieni a prendere?"
"Certo!"
"Vorrei che ci fossi."
"Sì."
La luce che io ben conosco nei suoi occhi di due verdi diversi.
Che credevi, che non ti ci volessi?
Credevi davvero che tutte quelle ore fossero passate lontano da te?




"Avrei tanto voluto essere lì con te."
"Tu c'eri."











domenica 27 novembre 2016

Il guardiano del faro

Quello che si droga, quella che si taglia, quella incinta, abbiamo già visto, sì.

Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.

Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.

L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.

Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.

A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).

E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).

Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.

Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.

Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.





mercoledì 9 novembre 2016

Amor materno

Oggi mi fermo a scuola con un gruppetto di III C. Nosferatu, Attimo Fuggente, Mammina, Sveglia, lo Stuonato, Cavallona, Carotina, l'Adorabile,  la Gnocca.

Con  55 minuti di pausa tra lezioni del mattino e del pomeriggio, posso ovviamente solo pranzare al baretto. Mi aggrego, visibilmente non invitata, alla collega Troll e al Genuino, che pranzano con otto alunni della loro terza. Mentre andiamo, la collega dice ai suoi pargoli: "Visto? Abbiamo trovato anche una zia" e poi spiega con aria complice: "Sai, abbiamo deciso che io sono la mamma, lui è il fratello grande, perché è un po' giovane per fare il papà, e allora tu puoi essere la zia". Il Genuino giustamente bofonchia: "Ma, ora magari il fratello grande..." E io secca: "Già, in rapporto agli alunni fratello grande è pericoloso. E anche mamma, considerato che molte madri raccattano calzini e stanno zitte... Io continuo a preferire professore e professoressa."

Dite che sono stronza?

Bravi, allora stavate attenti, sono proprio stronza. È che il Troll se lo merita. Eccome. È iniziata la guerra. Il Gigante ha cercato di avvisarmi, con una frase che suonava: "Tu hai preparato qualcosa per la manifestazione del 4 novembre?" E il cui significato reale era: "Occhio che si stanno organizzando senza di te, le tue colleghe di storia, ti smerderanno". Io capisco dopo, quando incontro la collega Troll che nel corridoio, falsa come Giuda, mi dice zuccherosamente: "Oh scusami, spero che tu non ci sia rimasta male, non volevamo tagliarti fuori, credevo che ti avessero avvisata, nella confusione abbiamo dimenticato di dirti che..."
Io taglio corto: "Cosa? avete preparato qualcosa da leggere davanti a sindaco alpini etc? Ah ok, non c'è problema. I vostri leggono, i miei no, niente di grave, tanto guarda in questo periodo ho altro di cui occuparmi" e tiro dritta, perché ho grane una sull'altra. Tra cui una segnalazione ai servizi sociali e un altro alunno in arrivo dalla comunità, pare.
Ormai comunque mancano meno di 24 ore, e qualsiasi bella idea mi venga non faremmo in tempo a realizzarla.
Mi limito a dire alla terza, in assenza di testimoni: "Di là le colleghe hanno fatto preparare delle letture da fare alla cerimonia. Io vi ho spiegato di che si tratta, e a parte questo mi limito a sapere che siete quelli che di storia ne capiscono di più, quindi mi aspetto che siate i più attenti ed educati. E, anche se non farete domande perché non ce ne sarà tempo, dò per scontato che le vostre sarebbero domande intelligenti." Come non far battere ciglio a ventitre alunni per una durata di due ore di alzabandiera, filmato, trombettista, discorso del sindaco e abbassabandiera. Sono talmente attenti che non si accorgono che al suono de "Il silenzio" io piango. Non che me ne stracatafotta una sega del 4 novembre, io detesto tutto ciò che ha a che fare coi militari, pace sia alle anime dei caduti eh. Ma mio padre era un alpino, ha fatto la guerra, al famoso pezzo per tromba gli scendeva sempre una lacrima. E mi manca da star male.

Comunque nei giorni successivi rifletto sui ruoli similgenitoriali che a noi prof toccano, volenti, nolenti e più o meno affetti da manie di protagonismo e/o tendenza a porsi come complici dei propri alunni (aggiungerei: a trattare i propri alunni come bimbetti dementi in terza media. Io ai miei che escono a pranzo dico: "e vedete di sedervi due tavoli più in là, che non sono in servizio e voglio mangiare in santa pace. Chiaro?")

Sono costretta a riflettere sui ruoli perché l'Orientale di seconda continua a tampinare tutti i prof dicendo che sua madre la picchia e la spinge sulle scale e qua e là e sa io fumo prof, e non mangio da due giorni, no però mio padre è meglio di no non lo chiamate sono separati, e c'era un uomo in casa l'altra sera e non so chi era e io qua io là, no, poi, però, ma cosa succede ora se chiamate i servizi. E la madre, in un italiano impossibile fatto di parole incollate a caso e pronunciate in modo stranissimo, prova a spiegare alla preside che lei è sola e non sa leggere e deve lavorare tutto il giorno fuori e la figlia non le obbedisce etc etc e forse meglio casa famiglia, poi però quando io dico che i servizi possono mandare un educatore a casa scoppia in lacrime perché gliela portano via, la figlia, oddio. Ma no signora, però avete bisogno d'aiuto, lo state chiedendo in due. (La ragazzina è una ninfetta pallista, la madre una poveretta confusa. Ma hanno ragione tutte e due: non si va avanti così, qualcosa bisogna fare.)
Insomma la ragazza le sta provando tutte, e il contrario di ciascuna, per attirare l'attenzione, e io ho detto la mia, e la mia è: sta inventando, ma sta male, la madre ammette di avere problemi, lasciarla sola, alzarle le mani e non riuscire a gestirla, e se le succede qualcosa noi eravamo informati. Al che la preside Chic si decide e fa scrivere la segnalazione. Il Genuino mi chiama preoccupato perché la ragazzina all'idea che la lettera parta è impazzita. Così ci ritroviamo a saltare mezz'ora di lezione e calmarla in tre. Tre su quattro che lei ha interpellato, perché ormai da un mese siamo sulla questione, e fondamentalmente oltre alla preside e al vice la ragazzina ha visto il Genuino che è il suo coordinatore, me che sono autorevole per esperienza sul campo, la Pianista e il Magnifico che sono di sostegno. E quindi si è creata una specie di task force che sembra una strana famigliola.  La Pianista va in ansia e trema a ogni confessione della ragazzina. Il Genuino suda, le parla con tono gentile e tratta le cose burocratiche con il suo piglio un po' orsacchiottoso, ma con grande efficienza. Il Magnifico ascolta, annuisce, non si sbilancia e le fa domande, senza farle sconti. Io le spacco il mazzo ogni volta che si contraddice e cerco di prepararla al fatto che i servizi faranno molte domande e lei deve essere coraggiosa e magari anche sincera.
Lingua mortal non dice quanto mi sento merda dentro, di aver assunto il ruolo della Madre Normativa. Proprio io con la mia Princi preziosissima strappata a cose orrende e messa in salvo dai suoi prof.
Comunque, anche se nessuno ci chiama mamma zia fratellone o "bella, cuggi", alla fin fine siamo una specie di ipergenitore quadrimensionale multisfaccettato. Io, fossi nell'Orientale, mi fiderei. Ora speriamo che i servizi facciano il loro lavoro.




mercoledì 2 novembre 2016

E se poi fosse proprio questo il nostro modo

Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.

Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.

E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.

A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.

Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.

Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.

Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.

Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.

Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.

Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."

Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.

Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.

Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.





















lunedì 31 ottobre 2016

Qualche input positivo

Nelle ultime ore di questo pesante ottobre ho imparato che:

- esiste una cosa più difficile del corso istruttori yoga ed è il corso di perfezionamento per istruttori yoga

- posso fare garudasana in sarvangasana senza spaccarmi le vertebre del collo

- mi piacciono i ramen in brodo piccante

- alle tre di notte vengono delle belle idee, non è il caso di pensare solo a cose tristi. Poi va beh ho avuto gli incubi tra le 5 e le 7, ma insomma

- nessuno può costringermi a festeggiare Halloween se non me la sento, ma terrò delle caramelle in tasca per quando vado a prendere la Princi in discoteca, sia mai che incontri dei vampiri.


domenica 30 ottobre 2016

Fatica

Il fatto che dormo di nuovo. Come un cazzo di criceto in letargo, dormo. Il fatto che per dieci settimane ho corso in su e in giù per l'Italia con un trasportino in macchina. Il fatto che poi ero assuefatta a fare 5 ore di macchina ogni due o tre giorni e continuavo a guidare senza pace. Il fatto che prima un freddo boia e i termosifoni spenti, ora caldo umido primaverile e i termosifoni a mille.
Magari anche l'aver preso su di sé notevoli grane da pelare a scuola, l'aver accumulato impegni cercando di non pensarci, ma avendo in realtà l'angoscia di ritrovarsi addosso avvocati commercialisti fisco amministratori etc. 
Tutto questo. 
E l'Uomo di cui non si decifrano i pensieri. E la figlia che costantemente minaccia in modo neanche tanto velato conseguenze cosmiche. 
E le amiche che ce ne fosse una che non è in crisi.

Fatto sta che in ottobre, che sarebbe il mio mese preferito, ho tirato l'anima coi denti. Oppressa dalla tristezza. E sempre scarica. 

Adesso cambiano l'ora e verrà buio prestissimo. Sto pensando con desiderio a un antidepressivo, fosse ben solo l'erba di San Giovanni. 

Clorofilla, dice la maestra di yoga. Pratica, pratica di più, fai del pranayama, dice la formatrice del corso istruttori. Mia figlia si autocura con potassio, magnesio, vitamina B, nicotina e massicce dosi di Tipello Tenero. Mio marito ha proposto la montagna, le terme, le caldarroste e di decorare casa per Halloween, peccato che abbiamo realizzato solo l'ultima delle proposte e comunque lui ad Halloween è via. Salta addosso al Magnifico, propongono unanimi Pellona e Noisette. Ti presto una nuova serie tv, dice Sanguedelmiosangue. Ti intestiamo Via del Golf 13, ha detto ieri mia madre. 

Io ho solo voglia di una grande stanza matrimoniale con tendaggi e telerie da letto sui colori del bronzo, dell'arancio e dell'oro, con un bel sole fuori, e di raggomitolarmi e dormire. Mi manca il mio cane. Mangio senza sentire i sapori. Cucino e mi viene tutto male. Giro in macchina in mezzo ai boschi colorati e mi chiedo se dovrei passare dal canile a prenderne un altro. Ma mi manca lei. 

Fosse la sola cosa che mi manca.

Comunque.

Adesso devo studiare per l'esame da istruttrice. E oggi inizio la postformazione, perché dice la nostra docente che siamo promosse. In ogni caso c'è da scrivere la tesina e io la scriverò sulla fiducia, quindi chiaramente non posso crollare ora. E questo è quanto. 

Mah. Se sono sopravvissuta a tutto il 2015 e mezzo 2016, praticamente possiamo dare per scontato che sia in grado di fare qualsiasi cosa. Quindi la mia cura è proiettarmi in avanti e pensare a come sarà tutto questo tra un po', quando avrò ultimato alcuni dei miei progetti. Che evidentemente vanno avanti anche quando io sono totalmente morta. 

Ora borsa per lo yoga, e devo far qualcosa per questi capelli. Ottobre finisce così.