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giovedì 25 luglio 2019

Il terzo gusto della Coppa dei Campioni



E niente, per ora questo 2019 sembra la Coppa dei Campioni, quella mezza cioccolato mezza panna, che a tutt'oggi è un motivo fantastico per rimpiangere le estati degli anni Ottanta.
Mezzo cioccolato mezzo panna, il 2019. I primi sei mesi, veramente,  erano marroni, ma non a causa del cacao.  Da gennaio, comunque, il Bambino Supremo che stava mangiandosi la mia Coppa dei Campioni prendeva  cucchiaiate proprio sulla  riga divisoria tra i due colori, a volte più chiare a volte più scure, e poi a un certo punto probabilmente ha fatto quello che facevamo  tutti, ha iniziato a mescolare i due gusti fino a creare quella favolosa crema che nascondeva il terzo gusto di quel gelato.

La Castagna si sente mangiata a cucchiaiate da questo Infante Goloso cui non frega un cazzo se lei è felice o se medita di morire, se un momento vuole mollare tutto e due ore dopo ride come una ragazzina.


L'unica, direbbe mio padre, è abbozzare. Quindi, comprare la tinta 8.0, diventare un po' più bionda e buttarsi a capofitto in questo marasma, dove tutto è il contrario di tutto.

Scuolina Rosa è casa, è famiglia,  ed è anche il posto da cui andarsene, e scuotendo FORTE la polvere dai sandali.

La Princi è un incubo pieno di zanne rabbiose, una tiranna senza scrupoli, e un uccellino tremante tra le braccia, una stella che brilla pura, in un cielo che io, così faticosamente, cerco di tenere su con la schiena, solo per lei.

Gli uomini sono quella cosa misteriosa che abbiamo rinunciato definitivamente a capire, e forse anche a sopportare, e sono occhi sorridenti che, ora lo vedo anche io, si soffermano in modo lusinghiero e danno una ragione di essere a noi donne ogni volta che notano un vestito, un gesto, un tono di voce.

Le vacanze in città sono una piscina azzurrissima immersa in una valletta verde, la playlist ascoltata a palla guidando sulle colline, e anche un'agonia di sudore, polvere dei lavori sui terrazzi, insetti, bucati infiniti da lavare. Qualche meravigliosa fuga di pochissime, e perciò preziose, ore con lui. E tante tante tante ore da sola.

L'Uomo è un tizio scostante e nervoso che ha troppi impegni e nessun orario, ma anche, ai miei occhi eternamente giovani, un bellissimo ragazzo spettinato che circola mezzo nudo e, quando non stiamo sudando troppo, si lascia accarezzare, e oggi è rientrato, appena uscito dalla porta, per darmi un altro bacio.

Castagna ha fatto qualche foto di se stessa  per capire cosa farne dei capelli, che a forza di piscina erano di 4 colori diversi, e poi è rimasta perplessa di fronte al proprio sguardo indecifrabile, senza riconoscersi, e tutto sommato piacendosi, anche se il pensiero che le è venuto subito dopo è che lei, di una che ha uno sguardo così, francamente non si fiderebbe.

Abbozzare, direbbe papà . Che cosa ne posso se la vita da me ha tirato fuori questo, in fondo. Indietro non si torna, dicono. Quindi, vedere cosa viene dopo. Che poi è un discorso di entropia dell'universo, come il terzo gusto della Coppa dei Campioni.





giovedì 11 luglio 2019

Mento alto, spalle su

A volte ascolti una canzone e capisci che è stata scritta per te. Per te che sei una minoranza nella minoranza all'interno delle minoranze, e hai imparato delle cose perché ci hai sbattuto la faccia dentro, tante di quelle volte che non ti riconosci più quando ti guardi nello specchio. Ma anche così la gente non capisce,  la gente non capisce davvero. La gente non capisce… e pretende anche di capire.

Fools they think I do not know
The road I'm taking

If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose

Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino. 
The corridors of discontent
That I've been traveling
All alone in search for truth

Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura. 

The world's so frightening

E francamente ti autocommiseri.

Nothing's going right today
'cause nothing ever does

Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi. 

E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado… 
Oh, I don't wanna know your secrets
Oh, they lie heavy on my head

E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti. 

Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
E la figlia parte e vi lascia soli per tre mesi, pare. Così tu trattieni il fiato un attimo prima di tuffarti, perché per lui ti sei buttata tante volte nel cratere dei vulcani accesi e lo stai per fare di nuovo, sperando che serva. E, mentre stai bilanciando il peso sul trampolino, lui ti tocca la spalla, e per lui ti volti, ti volti eccome, e lo senti che dice: "Proposta indecente: andiamo a dormire in montagna?"

E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo. 

giovedì 27 giugno 2019

Lo schiavo nero e la piratessa bianca

Sì lo so che le ong ci mangiano. Sì lo so che lo Stato italiano, cui si fa sempre più fatica a mettere la maiuscola, ha preso precisi accordi, legali e non, per essere la terra di sbarco dei migranti, l'approdo deputato, e che ci mangia sui centri territoriali e che gli accordi con l'UE prevedono che ci teniamo tutti quelli registrati almeno tre anni, con impronta digitale  e senza lavoro  perché altrimenti perdiamo i finanziamenti.  Comunque a me sembra che la ragazzina tedesca che pilota la Sea Watch sia bellissima.  Una che ha studiato e fatto robe che a certi nostri politici (uomini ma anche donne, la Melona, la Mariastronza...) è inutile spiegargliele, perché non sanno di che si parla, anzi probabilmente loro sono fermi ai testi medici preilluministici che sostenevano che nella scatola cranica di una  donna ci fosse meno materia cerebrale che in quella di un uomo. Spiegare loro chi è Carola è come pretendere di far esporre la Critica della ragion pratica a un pesce rosso.

Io parto dal mio piccolo, anzi dal piccolo dell'Uomo in questo caso. A parte che ho avuto in classe anche io un quindicenne somalo con i segni delle pallottole addosso. E due occhi che avevano visto la morte, la guerra, le lapidazioni, il deserto, il carcere libico e il barcone. Gli penso spesso.  Ora è  in Inghilterra,  si è sposato con una connazionale e pare stia bene. Per qualche mese lo abbiamo protetto e custodito tra i nostri banchi e la sua giovanissima età ha fatto la differenza tra galera e libertà.

Comunque, l'Uomo quest'anno ha lavorato al CPIA con gli adulti stranieri.  Dei quali NESSUNO aveva come destinazione l'Italia: andavano da tutt'altra parte coi soldi racimolati per scappare dalla guerra o dalla fame. Sono stati intercettati, traditi, venduti. E sono qua.

Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo. Che parla varie lingue perché le impara senza sforzo, era all'università ma aveva bisogno di lavorare, ed era stato invitato da un conoscente a lasciare il suo paese dell'Africa nera per lavorare in un villaggio turistico in Tunisia. Non ci è mai arrivato. Lo hanno catturato degli schiavisti. Intendo gente che sotto la villa aveva delle CELLE con dentro delle PERSONE che al mattino venivano caricate sul camion da gente armata e portate a lavorare nei campi o a tirare su muri. Alla sera caricati di nuovo e chiusi dentro. SCHIAVI. Nel XXI secolo come all'epoca dello zio Tom. Lui e altri sono scappati. Per finire in Libia. Bella, anche la Libia del XXI secolo. Polizia corrotta che  li ha privati dei documenti, spogliati nudi e ha preteso soldi per lasciarli andare, altrimenti sparivano e saluti, tanto dei documenti non rimaneva traccia. Il barcone per l'Italia, una volta riusciti a farsi mandare abbastanza soldi da calmare i cani rabbiosi della Libia, era la sola strada per non tornare indietro senza un pezzo di carta, rischiando di essere di nuovo presi come selvaggina.

Poi ti ritrovi in Piemonte, bloccato in Italia con l'idea di essere poi un giorno assunto in un hotel perché  parli varie lingue, e intanto ti fanno fare un corso di italiano, con lezioni integrative sulla lettura del linguaggio filmico tenute, va' a vedere la vita che giri fa, da un professore di Sestri Ponente con gli occhi verdi. Che viene a casa e lo racconta a tavola alla moglie con gli occhi verdi, alla suocera con gli occhi azzurri e alla figlia con gli occhi neri.

Oggi ho guardato la foto della Carola che porta a Lampedusa i migranti e poi si vedrà,  e ho pensato: che occhi belli. E ho pensato a quel che mi insegnava mio padre sulle leggi del soccorso in mare e a quell'altro che ha urlato a Schettino vadaabordocazzo.
E ho pensato che non ci vuole molto a capire da che parte stare, anzi, più questo mondo diventa barbaro e regredisce a rapporti preda - predatore, più è facile scegliere.

Di torri d'avorio e bambine che corrono sul prato

Siamo a due giorni dalla fine degli impegni lavorativi. Sperimento un notevole vuoto emotivo. Quest'anno niente addii strazianti, se togliamo la ragazzina della comunità di cui non ho mai detto nulla qui, e la zingarella che ha dato l'esame col percorso scuola- lavoro, che è  la ragione per cui ero in piedi all'alba la mattina del tema: le ho promesso assistenza psicologica per ogni giorno degli scritti.

Ma non è  solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più  sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta. 

Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate. 

Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.

Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.

Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché  loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.

Adesso ho un nuovo traguardo da tentare,  e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un  rilassamento profondo. Risulta da ciò  che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio  di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po'  prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è  abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.

La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.

Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata,  diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare.  Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età,  anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa  pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là,  c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è  primavera,  siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.

Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po'  di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.

Adesso, e alla luce più  che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è  tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così  forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima. 

domenica 2 giugno 2019

Il mito

La Caramella (che non sa tante cose) afferma che ho il mito dell'Uomo. Che credo in una cosa che non si dà nel mondo reale,  l'amore eterno,  la persona giusta, l'uomo della  vita.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata  dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano  senza ingrassare,  e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione  io,  la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è  che la vita è  bastarda e si rovina  tutto.

Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima  di prendere  una brutta piega.

venerdì 31 maggio 2019

Ma che ne so, io

Finisce un altro anno. UN'ALTRO HANO, come scriverebbe il Cinghiale. Il Cinghiale lo passiamo in seconda perché l'anno scorso aveva otto materie sotto e oltre 40 giorni di assenza e l'abbiamo segato. Quest'anno ha otto materie sotto e a scuola ci viene. È  troppo piccolo per il percorso formazione  lavoro e quindi lo spostiamo in avanti di una casella. Poi lo fermiamo di nuovo e via di corso per meccanici. Dove non andrà.  Ma siamo totalmente  scoperti, niente famiglia, niente servizi sociali,  niente certificazione: la sua è una stirpe impermeabile  da generazioni alla pubblica istruzione e al lavoro. Sono arrivata al terzo figlio di quattro di quella dinastia e non mi faccio illusioni. Questo, almeno, si lava. E mi vuole bene come un cucciolo di gorilla geloso. Se mi stesse arrivando addosso un camion, si butterebbe davanti a me per fermarlo. Invece di cercare di spostare me.

Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così  male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento.  E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità  era in grado di leggere senza piangere.  La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché  proprio io devo valutare  un testo del genere.

Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli  color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti  e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.

Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano  a tornare. Perché le persone dichiarano  con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo  evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello  che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura  di vedersi di persona per un caffè  in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è  clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà  di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente,  imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.

Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano,  sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.

Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti  mentono, quanti si riparano, quanti restano. È  pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più,  come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è  espresso in alfabeto latino ma anche  quel  che c'è  scritto sotto in caratteri  arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga  una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando  cambiavano intensità mentre mi guardava.

Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi  degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle  chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia  condanna  definitiva. Forse sarà  solo una scrematura di chi può  davvero starmi vicino.








sabato 18 maggio 2019

Quando fioriscono i papaveri

"Prof, ma perché il missile è... così???"
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."

Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.

La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.

Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.

La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.

Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una  di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.

Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu,  ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio  caldo  e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.





domenica 28 aprile 2019

Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento

Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.

Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.

L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili  per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
 

sabato 20 aprile 2019

Donne e pallone

Scena. Ylmaz (prof di matematica di 44 anni) Castagna (prof di lettere di 43) Mimosa (exalunna di Castagna di 15 anni) BastianaBaldassarraBucci, Boss Ucraino, CamillaMilla (alunni di Ylmaz e Castagna di 11 anni e mezzo) si recano in pizzeria.

Boss Ucraino non aspetta nessuno e esce. La Ylmaz: "Boss, ti risparmio alcuni passaggi: quando sei in giro con una donna, devi aspettarla, non lasciarla indietro" e Castagna: "anche se è con le amiche e parlano solo di vestiti".

Mimosa: "io so parlare anche di calcio". Castagna: "Io no" e una delle altre ragazze: "Per, lei sa solo la differenza tra il Genoa e le altre squadre!". Castagna: "Io so solo la differenza tra Cristiano Ronaldo e tutti gli altri uomini del pianeta" e le ragazze dietro di lei , una: "Ma anche della galassia..." e due: "Se ce ne sono altri."

Game, set, match.

Se ce le scrivessero non verrebbero altrettanto bene.

E se fosse là fuori che è tutto sbagliato

Finalmente piove, dopo molte settimane di aridità.

Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.

Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.

Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.

Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.

Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.

Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.

Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.

Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.

E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.

Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.

Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.

E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.

Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".

E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali  saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.