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sabato 12 dicembre 2009

CHRISTMAS SPLEEN

L'Uomo:
"No, mi devi dire QUANDO mi dedichi una giornata per i regali. Ma li compriamo a Genova o a Asti? A Natale siamo a Milano dai miei. A Capodanno siamo dagli Irlandesi. A Santo Stefano siamo da mia madre. I Tuoi, quando li vediamo? E la Zia Allegra? E mia sorella? E la Zietta? E poi vediamo, se il 23 siamo dalle Nonne e il 24 dai tuoi allora gli Psicozii li possiamo vedere... uhm, fammi pensare. Ah, intanto, vieni un attimo, devi aiutarmi a fare il pacchetto per mio padre. E niente piante, eh, per la Nonna Infera? E per la Compagna Cognata ho preso una tazza, ma poi ho pensato, gliel'abbiamo mica regalata l'anno scorso? E l'albero non lo facciamo quest'anno? Compriamo questo da mettere come presepe? I vicini hanno già messo le decorazioni sulla porta. Uh guarda, guarda, e se andassimo a fare un giro da Mediaworld, che abbiamo i punti da spenderci? Dì a tua madre di non regalarmi maglioni quest'anno. No, la Zia Imboscata non la vediamo stavolta, sono in brutta con mio padre. Però vediamo i Cugini di Campagna. E portiamo la Zia Matta e la Cugina Figa su con noi. Le porti tu, perchè io porto la Nonna Superna che nella tua macchina non ci sta. I Tuoi ce lo tengono il cane un giorno, che dai miei a Milano c'è la Iena Ridens di Cognatina? E lo so, poi bisogna andarla a riprendere a Genova, ma d'altra parte i gatti anche, no? E, scusa, ma i miei stavolta han preso un regalo per i tuoi, sei sicura che non facciamo figure, gliel'hai detto che gli arriva qualcosa? Questo va bene secondo te per Tizio, Pinco, Panco, Pallino? Abbiamo carta da regali? Dov'è lo scotch? Che schifo questo nastro com'è venuto male, rifammelo un po' tu... Per quanta gente hai detto che dobbiamo prendere i panettoni?"

Voglio vomitare. Ora, subito.

Voglio avere la febbre a trentanove e sette dal venti dicembre al tre di gennaio. Accetterei una lieve ripresa tra il ventotto e il trenta dicembre, però poi voglio la ricaduta.

Sarei veramente un mostro se dicessi che non festeggio, che me ne sto solo un po' qui a guardare dalla finestra il ghiaccio sull'erba e voglio bene a tutti, auguro un mondo di gioia a tutti, ma non faccio seicento chilometri avanti e indietro per tre regioni italiane, non incarto belinate che nessuno vuole e non vado a mangiare nè a brindare in nessun posto?
Dove sta scritto che devo avere un'emicrania da nervoso che dura dal 5 dicembre al 2 gennaio?
Dove sta scritto che voglio regali?

Io vorrei solo rallentare. Lo so, che già vado piano. Lo so, che poi quando è Natale, sono tutta elegante, profumata e coi capelli in ordine e sto portando in tavola gli antipasti, in parte fingo serenità, in parte sono davvero contenta di vedere tutti lì un po' insieme. Lo so, che quando è l'ora del pandoro qualcuno dice: "Questo lo fa Castagna, la scuotitrice ufficiale di pandori, come distribuisce lo zucchero a velo lei non lo sa fare nessuno" e io mi alzo sorridendo e vado a sculacciare gentilmente il sacchetto del pandoro finchè lo zucchero non è perfettamente uniforme. Lo so, che quando noi donne (nella simpatica famiglia maschilista di mio marito) siamo in cucina ad asciugare i bicchieri e parliamo (di solito, male degli assenti), c'è un buon profumo di caffè e io mi sento bene.

Ma non c'è paragone con la sensazione che provo il due gennaio, quando mi sveglio e penso che non devo vestirmi per uscire di corsa. Un insegnante sotto Natale ha venti giorni di ferie, ma io me ne godo cinque.

Io, di mio, vorrei una cosa diversa. Vorrei per una volta solo svegliarmi il 25 dicembre e affacciarmi alla finestra, in vestaglia, a guardare un abete ricoperto di neve. Vorrei un caminetto e un tappeto con sopra dei cuscini e un buon libro, una tazza di tè alla cannella e un plaid. Vorrei poter passare una mezz'ora tranquilla con ciascuno dei parenti, su un paio di comode poltrone a chiacchierare, senza avere mal di testa, senza che mi riempissero il bicchiere, senza fingere di mangiare il secondo e poi riempirmi di torroncini e frutta secca. Vorrei uscire in terrazzo a fumare una sigaretta con la Cugina Figa, o Cognatina, o Sanguedelmiosangue, e togliermi le scarpe col tacco per raggomitolarmi sul divano in braccio all'Uomo, senza sentirmi come se le festività fossero giorni lavorativi di gran lunga più pesanti di quando lavoro.

A me, da trentaquattro anni, l'unica parte del Natale che sia piaciuta davvero, e mi piace anche di più dello scambio di regali con mio marito, è quando siamo in pigiama tutti e tre, io, mio padre e mia madre, e ci scambiamo pacchetti in salotto in compagnia di un certo numero di gatti. Senza troppa musica, senza troppo cibo, senza troppa gente, semplicemente con un caffè in corpo e nessuna fretta. Ma da quando abito con l'Uomo non ce l'ho più questa parte.

In alternativa, vorrei fare Natale a casa mia, che da quando sono nata non l'ho mai fatto, sono sempre stata in giro almeno mezza giornata con la macchina piena di pacchetti. Ma, gente, qua se non mi arrivano figli continuerà così per sempre, non ci sono scuse.
E il pensiero, indipendentemente dal discorso figli, mi rattrista. Perchè è come se io, io in quanto Castagna, il Natale non avessi diritto di festeggiarlo.

venerdì 11 dicembre 2009

Cronache da un arcipelago

C'era una volta un grande mare.

C'erano una volta tante isole.

Su un'isola c'erano grandi montagne e una casetta in pietra, dove una donna castana stanca stava da ore al telefono con un'amica, mentre il suo uomo e il suo bambino dormivano, e metteva lucidità dove l'amica aveva dolore e faceva coraggio quando l'amica perdeva la fiducia.

Su un'isola bianca dove le macchine e i prati si ricoprivano velocemente di ghiaccio, c'era un'altra donna stanca al telefono con un'altra amica ancora più stanca, e tutte e due ripetevano vent'anni, vent'anni, prima da arrabbiate e ferite, poi meno arrabbiate e più ferite, poi più arrabbiate ma meno ferite, però continuavano a dirsi: vent'anni.

Su un'isola montuosa con ulivi argentati che si agitavano al vento, una donna dagli occhi azzurri vedeva per la prima volta una bimba di otto giorni con i capelli rossi, arrivata da chissà dove, entrare a far parte di una strana tribù femminile, dedita a crescere bimbi senza famiglia, e decideva di passare il Natale con lei.

Su un'isola fredda dove il cielo terso si era appena illuminato di un sole chiaro che non si vedeva da settimane, un elicottero atterrava con gran fragore sotto gli occhi interessati di un centinaio di ragazzini e, al riparo dietro la siepe di un campo sportivo, un ragazzo di ventiquattro anni veniva caricato su una barella rigida, mentre ripeteva "Mamma, non mi sono buttato, non mi sono buttato".

Su un'isola verde, pianeggiante sotto un cielo grigio, una bambina di cinque anni guardava affascinata la zia che impilava pacchi di compiti in classe corretti e no, e imparava a scrivere 4 e 1/2 e 6 +. Poi davanti a un elenco di nomi: questi sono i bambini castani, questi quelli biondi, questi quelli con gli occhiali... scriveva i voti da zero a dieci a caso e, arrivata a Birba, diceva: "Birba: tre... se lo merita".

Su un'isola coperta di seggiole e banchi, cigolanti sotto il peso irrequieto di ventidue ragazzini annoiati, arrivava un pacchetto dal lontano e misterioso Ecuador, contenente animaletti di avorio vegetale lavorati a mano da chissà quali lontani amici di pelle scura, in un luogo fatato dove i tucani stridono sugli alberi e i bambini di dieci anni vanno a scuola facendosi strada col machete.

Su un'isola in sciopero con tanti bambini e pochissimi adulti, una donna preoccupata e arrabbiatissima carezzava il viso contorto dal dolore e rigato di pianto di Terremoto, e lanciava invettive contro l'Incontenibile, reo di aver messo a rischio con un calcio l'apparecchiatura riproduttiva del suo amico; poi scopriva che anche l'Incontenibile aveva appena ripreso fiato dopo un trattamento simile da parte di Terremoto, e spediva i due, zoppicanti, dalla preside, con una bella nota sul registro (ore otto e zero tre del mattino, da Guinness di velocità).
Al rientro dei due, teneva una breve lezione sui traumi da schiacciamento in zone prive di sostegno osseo e fortemente vascolarizzate, dopo la quale Terremoto, probabilmente per controllare lo stato di salute della propria acciaccata rubinetteria, chiedeva di andare in bagno, al che tutti si facevano una bella risata liberatoria.

giovedì 10 dicembre 2009

mercoledì 9 dicembre 2009

Mobbing anche a me?

E perchè no.
Cazzo.

Ho la pelle dura. E la graduatoria in pugno. E ormai sono scafata. Non penso che salti realmente una classe l'anno prossimo. Penso che provino solo a mettermi paura. Non mi guarderò in giro per cercare un'altra sistemazione, al massimo sarò a Costigliole nei prossimi due annetti. Oppure potrei giocarmi la supercarta e chiedere l'utilizzo sulle superiori. Ma NON lo farò.

Ho la precedenza per otto anni. E lo so. Io voglio quel posto. E' il mio. Berlusconi e la Mariastronza non regneranno in eterno. Io sono giovane e la graduatoria parla chiaro.

La vedremo. Per il momento il non essere invitata a pranzo da nessuno tranne che dall'Inflessibile mi fa solo piacere, con tutti i problemi che mi sta dando questa rieducazione alimentare del piffero.

martedì 8 dicembre 2009

FAR AWAY, SO CLOSE: OTTO DICEMBRE, IL CIELO SOPRA TORINO

Ponte dell'Immacolata.
Gente in coda in autostrada, per ore, dopo un bagno di folla ai mercatini di Natale. Gente in giro per negozi, pacchi grandissimi per i bambini e pacchi piccolissimi (ma non perchè contengano solitari) per gli adulti. Gente sotto la pioggia, gente sotto la nebbia.

Domande, messaggi e dubbi senza una risposta, la sensazione spiccata che ci sia una lacerazione che sanguina e che non si rimarginerà affatto col tempo. Se mai, finirà per infettarsi, se non è già in suppurazione, e comunque il sanguinamento non sta pulendo via nessuna infezione.

Un'altra volta, ex abrupto, tocca confrontarsi con la morte di una persona che tutti pensavano nel pieno della forma.
Non ci si confronta solo con la morte, però. La morte si porta via il padre di un amico, e i testimoni quello che cercano di salvare non è il padre in questione, è lo scarso, doloroso e faticoso equilibrio già difficile di chi resta.
Un'altra volta si viaggia, un'altra volta si fanno telefonate, un'altra volta si cerca di tranquillizzare i bambini e ricordarsi che anche gli adulti crollano. E ci si mette a tavola lo stesso e ci si lava lo stesso e si fanno giocare i nipotini lo stesso e si va a dormire, tardi e con mille pensieri, lo stesso.

Stavolta l'amaro, per me che in fondo non ho fatto altro che passare due giorni coi nipotini, non consiste nel fatto in sè, nè tantomeno nel fare qualcosa per qualcun altro. Consiste nell'incontrare la persona che ero sulle scale di una casetta nel verde di un sobborgo torinese. Consiste nel capire che io e la persona che ero ci somigliamo ancora, che qualcuno lo sa e non ha paura a chiedere un appoggio, che qualcuno sa che questo appoggio potrebbe anche non arrivare; consiste nell'accumulare critiche o ovvi salti di conclusioni da parte di altri, e nel dover ancora una volta scavalcare un'enorme staccionata irta di punte, la mia vergogna, per poter proseguire, convinta che tornare sui miei passi non serve e illudersi di aver lasciato dietro ogni paura e ogni egoismo nemmeno.
Sapendo che sbaglierò ancora, sapendo che non sempre ce la farò, sapendo che i conti da saldare sono ancora diversi ma che, per saldarli, bisogna che dall'altra parte riscuotano, invece che tirarti i soldi in faccia perchè non hai fatto il versamento quando se lo sarebbero aspettato da te.
Consiste nel chiedersi chi è il debitore, chi il creditore, chi l'usuraio, chi il benefattore, chi il vendicativo, chi il porgitore di altre guance: "what if I'm not the hero? what if I'm the bad one?". E nel pensare che l'unica scelta condivisibile sarebbe guardarsi con occhi stanchi ma onesti, come me e la Tipa su un'interminabile striscia di asfalto bagnato, e dirsi che, in fondo, quel che conta, non è questo, ma chi sopravvive e chi no. Pensare che una medaglia ce la meritiamo tutti per quelle volte in cui ci siamo appesi alla vita coi denti e abbiamo resistito, e che togliere medaglie ad altri non ce ne fa vincere di più.

Consiste nel focalizzare che l'unica cosa giusta l'ho detta guidando verso Torino quando, FINALMENTE, ha smesso di piovere:
"La vita E' DURA, ti arriva addosso di tutto quando pensi di stare bene, non puoi aggiungertene continuamente, devi autoproteggerti". E pensare che autoproteggersi è giusto, ma chiudersi è pericoloso anche se a volte necessario, allungare una mano fa bene perchè a volte si trova un puntello, e chi è trovato magari aspettava solo che qualcuno si fidasse ancora di lui.

E perciò di questo ponte io mi porto via la staccionata irta di chiodi, la ferita che sanguina, le guance pallidissime della Tipa che non soccombe anche se si vede che stavolta è dura, la faccetta felice della Nipotina nel vedermi e il sorriso da pirata del Corcopino, la mano che si tende e quel cielo grigio pallido sopra la piana torinese, sopra montagne appena accennate tra le nuvole, e i miei stivali che percorrono il corridoio di un supermercato enorme un attimo prima di rientrare definitivamente nella normalità, mentre cerco con gli occhi i cartelli e penso se troverò mai la pazienza in offerta speciale, o un reparto dove vendano cerotti per l'anima.

domenica 6 dicembre 2009

ancora un messaggio preciso, senza maiuscole

...per qualcuno che ora non posso contattare altrimenti, anche se mi puzza che non legga nemmeno il blog, e perchè dovrebbe farlo, in fondo.

http://bakis.ombelicaleautoreferenziale.com/post/21709599/%5B+Divagazioni+notturne+%5D

non c'entra del tutto con noi e non so a cosa si riferisca l'autore. che non conosco.
non so a chi delle due serva ma mi serve pensare che assomigli in parte a quel che sta succedendo.

Così, dato che si parla di downshifting un po' ovunque

Genova è la mia città e io la amo.
I miei genitori sono i miei genitori e guai chi me li tocca.
Mia zia è stata uno dei punti più fermi di tutta la mia vita, presente, coerente con se stessa, generosa e gratuitamente convinta che io sia perfetta.

PERO'.

Però, ci sono persone, situazioni e cose che io amo: la mia città, i miei genitori, mia zia, mio cugino, il mio mestiere, mio marito, i miei animali, gli amici, leggere, scrivere, parlare e sentir parlare in varie lingue straniere, camminare all'aperto, studiare, i ragazzi delle mie classi, ridere, vedere bei film, la Scozia, le città di mare e le città medievali, le chiese con le candele di cera, van Gogh, Monet, Zafòn, la Allende, i cavalli, le montagne...

Alcune di queste passioni o di questi affetti mi sono costati. E mica poco. A quattro anni e qualcosa leggevo e da allora nessuno mi ha mai negato i libri. Tutta indistintamente la mia famiglia ama gli animali e fa cose pazzesche pur di tenerne uno o più in casa (escluso il cavallo, passione che io ho scoperto tardi, se no credo che mio padre, che li adora, non avrebbe avuto niente in contrario). La casa in montagna mio padre ce l'ha da ben prima di conoscere mia madre e non mi sono mai fatta mancare la vacanza d'estate sulle Alpi. La mia famiglia è stata in parte provata, in parte risparmiata dalla vita e sono ancora con me quasi tutti. I quadri dell'Ottocento francese posso andarmeli a vedere quando voglio, così come Firenze, Trieste, Roma, Edimburgo cioè le città che adoro (oltre alle mie due città di appartenenza).

Ma alcune cose neanche tanto secondarie, come l'Uomo e il mio mestiere, me le sono dovute sudare.

E non si contano i chilometri, le attese, il freddo e il caldo sopportati, la fatica fisica di dividere la mia vita tra due regioni, le umiliazioni (lavorateci un po', due anni in scuole private cattoliche, poi vedete se non iniziate ad apprezzare tutte le altre confessioni, esclusa magari Scientology). Le ore di sonno perse, le lacrime e l'orrenda sensazione di non poter andare avanti così ma di non poter neanche abolire niente di quel che stavo facendo. La gelosia. Il mal di stomaco alle due di notte.

Ecco, però, mica me lo aveva scritto il medico.

Ero io che volevo queste cose e io che pagavo per averle.

Poi ho fatto un errore. In un momento nero che ho già descritto, convinta di aver ormai pochissimo da perdere e provata dal lutto e dal sentirmi tradita, ho barattato la mia casa sulle alture di Sestri, che non era mia, che era in affitto, che era da ristrutturare, che aveva mille difetti, che era pericolosamente vicina a troppi parenti dell'Uomo, per un gioiellino di piccolo appartamento tutto riordinato a regola d'arte, in un quartiere bene, vicinissimo a mia zia e a pochi minuti di macchina dai miei. Avevo visto troppi ospedali, parcheggi a pagamento e fette di focaccia mangiate sulle ginocchia in una piazzola, avevo quasi perso l'uomo dei miei sogni e non ne potevo più di entrare nella mia bellissima casa in alto, col vento di mare che agitava il bucato sul terrazzo, con la cucina grande come un salotto e il letto dove avevamo sempre dormito io e lui, e pensare che tutto quanto stava per finire.

Ora sono passati tre anni e mezzo dal trasloco. L'Uomo è sempre con me, molte cose sono andate meno storte del previsto, il padrone della nostra magnifica casa non ha voluto vendercela e senza nemmeno ristrutturarla l'ha affittata a un gruppo di operai che lavorano nei cantieri navali (e notare: extracomunitari, cosa che qui ad Asti avrebbe scatenato una riunione spontanea di condominio con minacce di morte al proprietario dell'appartamento, mentre a Sestri ha significato solo un ovvio controllo, i primi giorni, sulla capacità di sei maschi di vivere civilmente senza fare rumore di notte e senza sgocciolare col bucato sui fiori della nonna dell'Uomo, poi tutto normale).

E noi stiamo in Albaro bassa che, grazie a Dio, alcune targhe delle vie definiscono Foce Alta o San Pietro, altrimenti dovrei veramente vergognarmi per avere così platealmente rinunciato a uno dei miei credo fondamentali: io non abiterò mai più in Albaro...

Bene, il punto è che quando io mi sveglio a Asti, nel mio quartierino popolare ad alta incidenza di rumori notturni e diurni, spaccio e rissa alcoolica tra ex utenti del Sert, e devo andare a Genova, ho il magone.

Io li voglio vedere i miei genitori, io voglio andarci a trovare mia zia, io sono contenta quando cammino in Corso Italia respirando l'aria salata col mio cane. Ma quando mi sveglio e devo partire penso, in ordine neanche tanto sparso, le seguenti cose:
- il Turchino in autostrada sotto nebbia o pioggia o anche con un sole così
- quell'orrendo pezzo di A12 tra Voltri e Sampierdarena
- le valigie da portare in casa e niente parcheggio
- il cane da portare fuori e i marciapiedi pieni di schifezze, poco verde e lontano da casa, il vento di traverso, la pioggia e l'umido
- i supermercati decenti a chilometri da casa con parcheggi ridicolmente piccoli e code millenarie alle casse
- le finestre che danno su un muraglione di cemento spoglio
- il retro della casa che dà su una roba incolta dove fruscii misteriosi rivelano la presenza di animali poco puliti e parecchio acrobatici (leggi topi, io non sono in grado di dirlo ad alta voce altrimenti vomito)
- la gente dei quartieri bene che è troppo ricca e altezzosa per chinarsi a pulire dove il proprio cane ha sporcato
- la Rottermeier ovvero la governante di mia zia che viene a tirare giù le tapparelle del salotto alle diciotto, quarantacinque minuti e zerozero secondi per segnalare che l'orario di visita è finito
- e tutti i sensi inenarrabili di colpa che mi faccio quando vedo i miei e mia zia e mi accorgo che per l'ennesima volta non ci sono stata abbastanza, e molte cose sono rimaste in sospeso dalla volta prima o se le sono arrangiate senza di me
- e soprattutto l'orribile e chiarissima sensazione che quando stavo a Sestri e ci volevano minimo 35 massimo 55 minuti a venire in centro riuscivo a vedere tutti, amici, parenti, persone ricoverate, e ora, che sono attaccata a quasi tutti quelli che devo vedere, quando arrivo mi ci vogliono due ore di decompressione per accettare il fatto di essere a Genova, ore che passo come un povero autistico semisdraiata sul divano a guardare X Files in inglese o a lavorare a maglia e a pensare: grazie a Dio non devo ancora uscire...

Totale del bilancio: dovevo spendere 20.000 euro per rifare bagno cucina infissi e pittura di una casa non mia e sopportare che mia madre continuasse a dirmi quanto è lontana Sestri da Albaro, saremmo stati tutti più felici.

Morale della favola: regola numero 1, fai sacrifici solo quando sei convinto di quel che stai facendo e senza mai giocare alla vittima che sceglie il male minore; regola numero 2, impara che quando una cosa ti fa felice hai le energie anche per tutto il resto; regola numero 3, non barattare mai i sogni per la realtà e funzioneranno sia il sogno che la realtà.

Roba da trasmettere, con cautela perchè hanno 14 anni, agli studenti quando devono scegliere le scuole superiori. Roba da tenere presente sempre, perchè io errori ne ho fatti e sensi di colpa ne ho, ma l'unica scelta di cui veramente mi sono dovuta pentire, l'unica cosa di cui realmente ho pensato finora "tornassi indietro..." è questa.

E ora, pronti a caricare le valigie, si parte. Accidenti.

giovedì 3 dicembre 2009

No, e qualche flash decente in una settimana buia

No.
E' l'unica parola che direi se potessi essere sincera, in certi momenti.

In questi giorni l'ho anche detta:

1)"blablablablah Natale blablablah blah parenti blahblah pranzi cene feste regali blah?"
E io:
"No. Riduciamo. Spostiamo. Tagliamo"

2) "blablablablah uscita didattica blahblah commissione progetti blah?"
E io:
"Da che ora a che ora? Vediamo...no."

3) "blablablablah parente affezionata blablablah blah sicuramente presente matrimonio blahblah e felice per loro?"
"No guarda, tanto affezionata sì, a lanciare riso e fare foto mentre una persona che per me è come una sorella sposa un senzapalle presuntuoso che vi sfrutta tutti e la farà vivere di merda, no"

4) "blablablablah non lo faccio mai più blablablah blah non chiami mio padre blahblah professoressa glielo giuro?"
"Spiritoso. Potevi pensarci prima. No"

5) "blablablablah taglio fondi blablablah blah mancanza finanziamenti blahblah tagliare le ore dei progetti di recupero?"
"ASSOLUTAMENTE NO"

Ma c'era un altro no che dovevo dire e starei urlandolo, se non temessi di far peggio, spero che mordersi la lingua almeno serva a qualcosa, perchè ci sto di merda.

Flash decente n.1
Ieri sono arrivata a casa con l'umore sotto i tacchi. Il Gigante stavolta invece che a uno dei ragazzini ha fatto il mazzo a me, e aveva ragione. E questa è solo la parte lavorativa di una giornata per altri aspetti spaventosa. L'Uomo cenava fuori e io ho tentato un recupero della serata andando dalla Diavolessa a vedere la finale di X Factor, con Bibi e Pallina stravaccate addosso sul divano di pelle, e per un'ora circa ho tenuto le mani sulla pancina calda o di Bibi o di Pallina (cazzo ne so? sono gemelle identiche ed era buio) e il naso nei suoi capelli profumati di shampoo per bambine e mi sono sentita a casa.

Flash decente n.2
Ieri mattina ho interrogato di Letteratura in seconda e per la prima volta ho chiesto Dante. Erano proprio preparati. E oggi ho fatto la prova scritta su stilnovismo e primi canti dell'Inferno e, da quel che ho visto, andrà bene alla maggioranza di loro. Grande gioia mia e loro e così, quando passo da Punta di Diamante che, in tutto il compito da Oscar che ha prodotto, soffre e si agita perchè non gli viene un'unica risposta, e vedo che invece che Guido Guinizzelli ha scritto Guido Guidolini, non so perchè ma scoppio a ridere e, guardando la sua furba faccetta, proprio me la rido di gusto fino alle lacrime, probabilmente permettendo alla parte allegra di me, che da giorni stava chiusa in cantina con le catene ai piedi, di uscire allo scoperto. E penso che sì, ha ragione Cavallino, nella vita a trentacinque anni devi ormai sapere chi sei, e se sei una che ride volentieri non devi assolutamente perdere il centro di te perchè qualcosa va storto.

Flash decente n.3
Oggi si parla di convocazioni straordinarie, provvedimenti disciplinari e casini vari, e sapendo che sarà una giornata difficile vado a scuola alle otto già col mal di testa, conscia che me lo dovrò tenere, perchè comunque finirò di lavorare alle cinque passate. Il recupero del pomeriggio è solo per la terza: composizione del gruppo, Occhi d'Arabia, la Peste, Testa di Ricci, lo Straniero, Faccia Pulita. Assenti: Coniglietto.
Un attimo prima di entrare in classe realizzo che ho convocato solo maschi e tremo al pensiero di tre ore con la crème della III C. Infatti mi triturano, spero imparino a distinguere un transitivo da un intransitivo, ma tenerli zitti non è possibile, fermi è difficile, attenti è un'utopia, concentrati è un miraggio.
Dopo l'intervallo lo Straniero rientra con qualcosa di strano, me ne accorgo quando, parlandomi, sbatte le palpebre:
"Straniero, come mai hai un brillantino sopra l'occhio, ti sei sbaciucchiato con una ragazza nell'intervallo?" dico senza pensare molto se sto facendo una battuta o ci sto azzeccando di brutto.
Fischio invidioso dei compagni, risata colpevole e grido di innocenza dell'interessato:
"NOOOO, no ha stato con ragazza!"
"No?" chiedo, iniziando a divertirmi, perchè non avevo mai fatto caso a come arrossisce un quindicenne marocchino: diventa appena appena rosa, sotto il tipico colorito olivastro dei Berberi.
"No ha stata lei, ha sbattuto contro!", ma intanto ride, mi guarda con gli occhi che la sanno lunga e improvvisamente dimostra tutto l'anno e mezzo che ha più degli altri.
"See, see" interviene Occhi d'Arabia.
"No te lo giuro, prof, no è mia ragazza!"
E Occhi d'Arabia: "Allora domani le chiedo se vuol mettersi con me"
Al che lo Straniero, con una dizione perfetta: "No: ti ammazzo!"

mercoledì 2 dicembre 2009

Spalle al muro (?)

Questo non è un post autocommiserativo

Questo è un messaggio preciso a una persona precisa che per il momento non riesco a contattare in altro modo

Questo è quindi ovviamente off topic

I pareri di terzi, anche se chiaramente scrivono in generale e alla cieca senza sapere a cosa mi riferisco, sono comunque graditi, perchè in realtà sto brancolando nell'oscurità dopo segnali contraddittori della persona coinvolta.

Ho fatto degli errori, tanti e gravi e la cosa peggiore è che non li ho capiti.
Nella mia natura (forse ingenua e superficiale, sicuramente ottimista) e nel mio modo di fare bambino ed egoista sta l'istinto, quando faccio un danno, di giustificarmi, e anche quello di correre a rimediare.
Non sono il tipo che, avendo fatto un danno, sta zitto sperando che gli altri se lo scordino. O si astiene dal muoversi per non farne altri.
Sono il tipo che si agita e corre a portare la colla per riattaccare i cocci. Questo non significa che sia il tipo che non si accorge di aver rovinato qualcosa, nè che sottovaluti quanto sono taglienti i cocci per gli altri. La mia reazione è lo stesso quella di FARE QUALCOS'ALTRO che in parte possa compensare, o possa davvero risolvere, se si può. Il che naturalmente richiede che uno possa entrare di nuovo nella stanza dove ha rotto l'oggetto.

Quello che non sono (più) è il tipo che, avendo fatto un danno, si chiude in una stanza e si procura del dolore fisico con una frusta finchè la persona ferita viene a dire che può bastare. Non credo nella penitenza, molto di più nella riparazione.
E sinceramente penso sia un atteggiamento sano.

Se non ricevo altri input di segno chiaramente opposto, farò di testa mia e continuerò a cercare di telefonarti.

martedì 1 dicembre 2009

Incontro a mezzogiorno

Appena mi hai visto nella tua espressione sono passati:
1 speriamo che non si fermi
2 speriamo che non sappia che ore sono
3 speriamo che non me lo chieda

Io però ho fermato la macchina, abbassato il vetro e ti ho sorriso:
"Come va?"
E tu subito:
"Bene, ogginonsonoascuolaperchèuscivoprimacioèhmmm..."
Io sempre luminosa e sorridente:
"Come sta andando? Il pagellino è arrivato?"
"Sì, ne ho tre sotto, ma sono tre cinque eh, e non sono storia e italiano"
E prima che potessi chiederti cosa sono, mi hai tappato la bocca con:
"Italiano ho sette, storia sei"
E io fiduciosa e sempre più sorridente:
"Ma bene, sono molto contenta... comunque me lo dicevano i tuoi compagni che ti trovi bene"
"Sì... oddio... mi trovo, dai" e hai sorriso, finalmente un po' più sincero.
"Massì dai. Non sei ancora scappato al XXX (nota scuola superiore professionale, dalle cui finestre piovono le sedie)"
E tu hai fatto ancora quel tuo sorriso nervoso che mi è tanto mancato e hai detto:
"No"
E io ti ho salutato, sempre sorridendoti con calore.

Ho visto la tua paura.
Ho visto il nervosismo all'idea che ti chiedessi se ci vai, a scuola, e cosa facevi per strada a quell'ora.
Ho visto che ti aspettavi l'Inquisizione spagnola.
Ho visto che l'importante era non darmi modo di sapere e parlarmi il meno possibile.
Ho visto una brutta ferita sul tuo labbro superiore.
Ho visto che sei ancora magro magro e cammini raso muro, un po' storto, con l'aria selvatica di sempre.
Ho visto che quelle sopracciglia fini sono sempre aggrottate e il tuo sguardo sfugge ancora, dopo tre anni, dagli occhi di chi ti vuole bene e si preoccupa per te.
Ho visto, quando ho accettato con un sorriso il tuo "mi trovo, dai", una piccola, lontana luce di simpatia e fiducia, l'ombra pallida di quella che vedevo ogni giorno quando noi prof delle medie ti proteggevamo e guidavamo e sgridavamo e cercavamo di motivarti a stare fuori dai guai.
Ho pensato a quella volta che mi hai detto "io non finirò come mio fratello, solo con la terza media" e dentro quel discorso tutti e due stavamo parlando di ben altro che di un titolo di studio.
Ho per la miliardesima volta in tre anni pensato che ragazzo saresti se non fossi nato lì dove sei. Se avessi potuto portarti via.
E ti ho lasciato andare, Giovane Lupo, comunque felice di averti visto, pensando agli animali randagi che ringhiano anche a chi li ha appena nutriti, alle tue sopracciglia perennemente tese in una posa di rabbia e dolore e alle ciglia che invece sbattono inconsapevolmente, tra sorpresa e piacere, quando capisci che, anche se tu ringhi e mostri i denti, alcune mani non si ritrarranno mai e potrai sempre avere una carezza, se ti vorrai avvicinare.