sabato 25 giugno 2016
Io. E lei.
- Scusa? Ragazza, scusa?
Sobbalza leggermente, riappoggiando sullo scaffale il barattolo di salsa che stava toccando.
-Sì? Mi dica?
- Sei la nuova prof di sostegno della scuola?
- Sì. E lei è la mamma di...?
- Di... No, guarda, io non ti fermavo per quello.
Sbatte le ciglia struccate su due occhi verdi privi di sospetto.
- Mi dica pure.
- Sei la moglie del nuovo professore di italiano, quello che è arrivato da Genova. Giusto?
Si illumina come un faro.
- Sì... Sono sua moglie, ma - ride, - da una settimana!
- Che bel sorriso che hai.
- Ma scusi, come fa a conoscermi?
- E no, è che... Niente. Sai, è un paese piccolo.
Rinnova il sorriso, fresco, innocente.
- Oh lasci stare, io che vengo da una città non me ne capacito...ora faccio la spesa qui, ma poi devo andare a Bosco delle Fate, ha presente?
- Sì. E bellissima quella mansardina.
Mi distraggo, i miei occhi bruciano, vagano sugli scaffali pieni di confezioni colorate. Ricordo bene quella piccola stanza buia, con le stelle che spiavano dal lucernario.
- Come dice, scusi? - scatta lei, immobilizzandosi.
- Si sentono solo i cavalli nel prato, la notte.
- Ma lei come fa a sapere dove... Ma lei CHI É , scusi?
Torno al presente. La guardo con decisione.
- Senti. Se ti dicessi che un giorno sarai di nuovo su questa piazza con lui, ma le persone stenteranno a riconoscerti? E lui, lui non lo conoscerà solo la gente della scuola? Lo conosceranno fino a Roma.
- Senta...
- Guarda, non chiedermi perchè lo so, ma quella sera dalla pizzeria con le porte spalancate sentirai "Mrs Robinson", ti ricorderai di me e ti dispiacerà di aver sbagliato.
- Ma perché? Chi è lei? Cosa sa?
- So che allora non avrai più questo sorriso.
- Senta, adesso l'ho lasciata parlare abbastanza. Ora mi lasci andare.
- Certo. Ma mi spiace.
- Ma di cosa? La smetta.
- Per carità non ci sarà più solo lui, eh, nella tua vita. Avrai il tuo lavoro e una figlia che vi aspetta a casa e quella sera ti faranno male le gambe, piene di acido lattico, dopo sette ore di yoga praticato a livello professionistico. Avrai quattro persone stipendiate per lavorare per te e un sacco di affari da trattare. Sarai forte e molto, molto più calma di adesso. Ma sarai sola.
I suoi occhi mandano lampi verdi, è furente.
- Ma cosa sta blaterando!!!
Faccio per allontanarmi, ma è caduta nel vischio adesso. Mi segue:
- Però lei, che evidentemente sa qualcosa, mi deve dire di mia figlia. A parte il fatto che mai e poi mai vorremmo un figlio solo. Gli assomiglierà?
- No. E nemmeno a te.
Me ne vado. Pago la roba nel mio carrello. Quella che ho finto di prendere, per seguirla tra i corridoi stretti del minimarket.
Mentre sollevo i sacchetti dal bancone metallico della cassa, me la trovo piantata davanti.
- Si sbaglia. E quella sera sentirà uno strano profumo di dolce speziato, e saprà che ho ragione.
Se ne va con le sue Superga bianche e le spalle che tremano.
Fa più freddo di quel che sarebbe sensato in una serata di metà giugno. Lui ha solo la camicia. Io ho le gambe dolenti e mi proteggo collo e spalle con una sciarpa, temendo il mal di gola estivo. La gente sciama per la strada, esce dalla fila alla cassa coi tagliandini per la cena, ciondola sulla piazza dove il gruppo prova i microfoni per la serata.
Mentre intervista le autorità, gli artisti e i produttori di eccellenze enogastronomiche presenti, io mi devo muovere, per sciogliere i muscoli bollenti e per resistere all'umidità che sale dai campi.
Molti negozi sono dove li ricordavo, ma non riesco a riconoscere neanche una faccia. Mi sento come se mi avessero riportato in un villaggio nella giungla dopo avermi educata per anni nella Parigi o nella Londra del secondo Ottocento. Appartengo a questo posto, ma non assomiglio per niente a quella che ero l'ultima volta che sono stata qui.
Però è bello. C'è un clima di festa. Lui mi sorride da dietro il vetro della postazione radio. Da un locale sulle mura arriva altra musica. D'istinto, canticchio anche io. Gli faccio cenno che farò un giro. Nella strada principale ci sono i banchetti, c'è troppa gente, decido di svoltare verso i baluardi. Supero un banco dove preparano uno strano dolce ungherese dal profumo accattivante.
Molta meno gente, appena dietro la prima fila di case. Cammino sui baluardi, cercando la via da cui lasciavamo Paesone Sfigato, per andare a Bosco delle Fate. Non mi oriento. Realizzo a fatica di essere dal lato sbagliato del paese. Intanto dal verde tutto intorno sale un freddo che quasi mi paralizza. Torno verso la piazza. Per un attimo, prima di svoltare un angolo, sono sola.
È allora che la vedo. Si volta lentamente. Ha ancora la gonna di jeans e le Superga bianche. Rabbrividisce, è senza giacca. È vestita in modo adatto a quell'assolato primo pomeriggio di ottobre di tanti anni fa. Ha gli occhi rossi, ha pianto. Ma è determinata.
- Vedi che mi hai pensato - mi sputa in faccia.
- Sì. Mi manchi tanto.
- Sei qui con lui?
- Sì. Avevo ragione, nessuno mi riconosce. E non sorrido come te allora.
- Ah, avevi ragione? Fammi capire: siete qui insieme?
- Sì.
- No, non lo siete. Menti.
- Sì, che lo siamo. Mi sorride come allora.
- Ma non lo sa. O non vuole saperlo.
- Può darsi. Ma a me non importa. Siamo qui insieme, me lo ha proposto lui, e io non voglio essere da un'altra parte, anche se non dormo più abbracciata con lui nella mansarda, e non porto più le Superga bianche, come te. E la sai un'altra cosa? Nostra figlia ci assomiglia. Tantissimo.
- Lo vedi che avevi torto, quel giorno al supermercato?
sabato 4 giugno 2016
Camminare sul fondo in attesa del sole
Succede che prometto a mia madre di tenerle la gatta se va via per una gozzoviglia di crittografie, rebus e sciarade. Tanto mia madre all'ultimo annulla sempre.
E invece parte.
Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.
Idee confuse.
Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.
O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.
Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.
Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.
Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.
Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.
Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.
Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.
Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.
Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate), lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.
E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.
Ci sono amori che si sanno. Da subito.
E invece parte.
Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.
Idee confuse.
Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.
O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.
Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.
Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.
Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.
Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.
Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.
Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.
Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.
Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate), lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.
E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.
Ci sono amori che si sanno. Da subito.
domenica 29 maggio 2016
Collage
Volevo riprendere a scrivere.
Non sapevo come fare.
Ho aperto gli appunti sul cellulare e copiato stralci a caso.
Disclaimer: ci sono errori di scrittura, poca punteggiatura e addirittura strafalcioni ortografici, perché a volte dettavo al tablet. Ce li lascio per dispetto, per onestà, per pigrizia, per troppo dolore. Insomma, ci sono. Amen.
Seduta sul prato a Rimini di fronte a uno spettacolare centro congressi elaboro la certezza di dover vi degli aggiornamenti su tutto quello che è cambiato nel frattempo sono stata poco sincera con voi poco aperta ho detto poche cose di alcune continua a non voler parlare di altre invece ho bisogno di voi ho bisogno di condividere ho bisogno di un parere o forse semplicemente di poter dare una testimonianza
Ingredienti per i Fekkas:
500 g di farina
3 uova
40 ml di olio vegetale
60 ml di acqua di fiori d’arancio
1 cucchiaino in lievito in polvere
Un pizzico di sale
I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or
wake at night alone,
I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.
Chi cazzo sei diventato?
Through many dangers, toils and snares
I have already come;
'Tis Grace that brought me safe this far,
And grace will lead me home.
In questa vita non puoi mai dire cosa succede. Per esempio ti trovi alle cinque di mattina no dai cinque e tre quarti per essere precisi, che cammini tranquilla sulle strade deserte del tuo quartiere invece di pensare che stai percorrendo il boulevard of broken dreams come sarebbe anche logico pensare visto tutto stai pensando che sei contenta sei contenta di aver lasciato la tua bambina col suo fidanzato è un sacco di amichetti
Più o meno raccomandabili alla partenza del pullman per Gardaland e sei contenta perché stamattina lui ti ha scritto grazie con la faccina sorridente dopo che tu alle 4:00 lo hai depositato alla partenza del pullman per la gita in Francia e sei contenta perché non hai dormito un c**** ti sei svegliata alle 3:30 ma sei contenta perché dormito luci spente per una volta e perché la prima cosa che ha detto lui al mattino svegliandosi ti ha fatto morire dal ridere e tu pensi come è bello svegliarsi insieme e tu pensi perché perché perché perché perché perché perché quest'anno di m**** eppure non importa è tutto alle spalle davanti non si sa cosa ci sia quello che c'era dietro non tornerà mai più ma intanto questo siamo noi adesso due persone che si conoscono per la prima volta eppure San tuttoE poi pensi al Tanaro alle sue spire verdi che si svolgono in mezzo alla pianura pensi al piccolo Belvedere dietro la chiesa a lui che ti abbraccia e dice è da cartolina epensi noi siamo da cartolina ovunque vada con te valeva il viaggio il viaggio fin qui valeva la pena il viaggio con te vale sempre la pena
Non sapevo come fare.
Ho aperto gli appunti sul cellulare e copiato stralci a caso.
Disclaimer: ci sono errori di scrittura, poca punteggiatura e addirittura strafalcioni ortografici, perché a volte dettavo al tablet. Ce li lascio per dispetto, per onestà, per pigrizia, per troppo dolore. Insomma, ci sono. Amen.
Seduta sul prato a Rimini di fronte a uno spettacolare centro congressi elaboro la certezza di dover vi degli aggiornamenti su tutto quello che è cambiato nel frattempo sono stata poco sincera con voi poco aperta ho detto poche cose di alcune continua a non voler parlare di altre invece ho bisogno di voi ho bisogno di condividere ho bisogno di un parere o forse semplicemente di poter dare una testimonianza
Ingredienti per i Fekkas:
500 g di farina
3 uova
40 ml di olio vegetale
60 ml di acqua di fiori d’arancio
1 cucchiaino in lievito in polvere
Un pizzico di sale
I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or
wake at night alone,
I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.
Chi cazzo sei diventato?
Through many dangers, toils and snares
I have already come;
'Tis Grace that brought me safe this far,
And grace will lead me home.
In questa vita non puoi mai dire cosa succede. Per esempio ti trovi alle cinque di mattina no dai cinque e tre quarti per essere precisi, che cammini tranquilla sulle strade deserte del tuo quartiere invece di pensare che stai percorrendo il boulevard of broken dreams come sarebbe anche logico pensare visto tutto stai pensando che sei contenta sei contenta di aver lasciato la tua bambina col suo fidanzato è un sacco di amichetti
Più o meno raccomandabili alla partenza del pullman per Gardaland e sei contenta perché stamattina lui ti ha scritto grazie con la faccina sorridente dopo che tu alle 4:00 lo hai depositato alla partenza del pullman per la gita in Francia e sei contenta perché non hai dormito un c**** ti sei svegliata alle 3:30 ma sei contenta perché dormito luci spente per una volta e perché la prima cosa che ha detto lui al mattino svegliandosi ti ha fatto morire dal ridere e tu pensi come è bello svegliarsi insieme e tu pensi perché perché perché perché perché perché perché quest'anno di m**** eppure non importa è tutto alle spalle davanti non si sa cosa ci sia quello che c'era dietro non tornerà mai più ma intanto questo siamo noi adesso due persone che si conoscono per la prima volta eppure San tuttoE poi pensi al Tanaro alle sue spire verdi che si svolgono in mezzo alla pianura pensi al piccolo Belvedere dietro la chiesa a lui che ti abbraccia e dice è da cartolina epensi noi siamo da cartolina ovunque vada con te valeva il viaggio il viaggio fin qui valeva la pena il viaggio con te vale sempre la pena
giovedì 21 aprile 2016
2001-2016
"Continuerà a vegliare su di noi"
"Speriamo"
Siamo stati immensamente felici, noi tre insieme. Ora che non ci sei è come aver perso il guardiano della nostra famiglia. Speriamo di farcela anche senza di te, piccolo puma dei Carpazi.
"Speriamo"
Siamo stati immensamente felici, noi tre insieme. Ora che non ci sei è come aver perso il guardiano della nostra famiglia. Speriamo di farcela anche senza di te, piccolo puma dei Carpazi.
lunedì 18 aprile 2016
I just wanted to hold you here in my arms
Ho cercato di ricordarmi un momento della mia vita in cui la sensazione di essere fuggiti fosse così forte.
Fughe nella mia vita: poche. Fughe da brava ragazza.
Non so, forse è la volta in cui invece di andare a scuola io e le mie due inseparabili compagne di classe abbiamo preso il treno e siamo andate a Pisa.
Non era una fuga, lo sapevano tutti e io non stavo
scappando da chissà cosa, anzi stavo andando a vedere la Normale di Pisa, nella speranza di potermi mettere in gabbia per anni in una delle più prestigiose università italiane.
Però prendere il treno, di mattina all'ora in cui avremmo dovuto essere sedute nei banchi, tutte e tre insieme, era bello, era allontanarsi da tutto. Per noi tranquille e noiose liceali bastava poco.
Di certo, da quando avevo 16 anni, la prima presenza che avverto al mio fianco, se penso alla fuga, è quella della Tipa.
In fondo è con lei che sono stata all'estero, davvero lontana da tutto. Se penso alla fuga penso ancora ai prati di Leicester o alle colline della Scozia, ai suoi capelli lunghi e profumati, alle interminabili ore di pullman e aeroporti.
La fuga vera però è cominciata con lui.
Fuga era saltare le ore di latino del venerdì mattina, quando eravamo alla specializzazione, io sveglia dalle sette e mezza, "ho la frequenza obbligatoria...": ma poi lui mi baciava di nuovo, e uscire dal cerchio delle sue braccia era impossibile. Fuga era scegliere l'intervallo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio per andare a sdraiarsi sui prati in mezzo alle ginestre, sotto i forti di Genova (D'Annunzio ci faceva una pippa, a noi due, altro che scrosci di pioggia sulla pineta, un sole così e il mare blu in lontananza, niente sesso no, ché il sentiero era frequentatissimo, ma la sensazione che il mondo fosse ai nostri piedi, che gli dèi non potessero stare meglio, che l'eternità sarebbe stata questo).
Fuga poi, da sposati, era non correggere i compiti quando era tutto fiorito, ma prendere la macchina e andare a vedere una chiesetta in mezzo al verde, un paesino sperduto, qualunque cosa. Lontani da tutto. Pieni di sogni, un po' persi nel mare di colline, mica tanto sicuri di questa emigrazione in terra aleramica, mica tanto sicuri di esserci davvero davvero sul serio veramente sposati e lasciati dietro tutto e tutti, tanto giovani, un po' troppo soli. Noi due.
Ma anche così, anche mettendo insieme tutti questi ricordi diversi, non riesco a rivedere una sola volta in cui mi sia sentita così lontano da tutto, come ieri.
Ieri la fuga era meravigliosa, perché era la fuga da me stessa, da tutto quello che mi è pesato sulla schiena in questi mesi.
Fuga era il sole, la pioggia, la neve sulle montagne, il non dover dare spiegazioni a nessuno per essere sparita per un'estate intera ed essere tornata.
Fuga era tutto, ieri.
L'asfalto, il divano, il non avere bagagli, il potere tornare in qualsiasi momento, il sapere che alla sera c'era un altro impegno completamente diverso e che sarebbe bastato cambiare scarpe, infilare una giacca e rifare il trucco per essere a proprio agio.
Fuga era vedere lui che sorrideva.
Ma molto di più fuga è stato non farsi domande, non volere risposte, non cercare spiegazioni, non farsi paranoie, anche quando lui non sorrideva. Che vacanza, Dio mio, avere per sei o sette ore il cervello FERMO.
Fughe nella mia vita: poche. Fughe da brava ragazza.
Non so, forse è la volta in cui invece di andare a scuola io e le mie due inseparabili compagne di classe abbiamo preso il treno e siamo andate a Pisa.
Non era una fuga, lo sapevano tutti e io non stavo
scappando da chissà cosa, anzi stavo andando a vedere la Normale di Pisa, nella speranza di potermi mettere in gabbia per anni in una delle più prestigiose università italiane.
Però prendere il treno, di mattina all'ora in cui avremmo dovuto essere sedute nei banchi, tutte e tre insieme, era bello, era allontanarsi da tutto. Per noi tranquille e noiose liceali bastava poco.
Di certo, da quando avevo 16 anni, la prima presenza che avverto al mio fianco, se penso alla fuga, è quella della Tipa.
In fondo è con lei che sono stata all'estero, davvero lontana da tutto. Se penso alla fuga penso ancora ai prati di Leicester o alle colline della Scozia, ai suoi capelli lunghi e profumati, alle interminabili ore di pullman e aeroporti.
La fuga vera però è cominciata con lui.
Fuga era saltare le ore di latino del venerdì mattina, quando eravamo alla specializzazione, io sveglia dalle sette e mezza, "ho la frequenza obbligatoria...": ma poi lui mi baciava di nuovo, e uscire dal cerchio delle sue braccia era impossibile. Fuga era scegliere l'intervallo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio per andare a sdraiarsi sui prati in mezzo alle ginestre, sotto i forti di Genova (D'Annunzio ci faceva una pippa, a noi due, altro che scrosci di pioggia sulla pineta, un sole così e il mare blu in lontananza, niente sesso no, ché il sentiero era frequentatissimo, ma la sensazione che il mondo fosse ai nostri piedi, che gli dèi non potessero stare meglio, che l'eternità sarebbe stata questo).
Fuga poi, da sposati, era non correggere i compiti quando era tutto fiorito, ma prendere la macchina e andare a vedere una chiesetta in mezzo al verde, un paesino sperduto, qualunque cosa. Lontani da tutto. Pieni di sogni, un po' persi nel mare di colline, mica tanto sicuri di questa emigrazione in terra aleramica, mica tanto sicuri di esserci davvero davvero sul serio veramente sposati e lasciati dietro tutto e tutti, tanto giovani, un po' troppo soli. Noi due.
Ma anche così, anche mettendo insieme tutti questi ricordi diversi, non riesco a rivedere una sola volta in cui mi sia sentita così lontano da tutto, come ieri.
Ieri la fuga era meravigliosa, perché era la fuga da me stessa, da tutto quello che mi è pesato sulla schiena in questi mesi.
Fuga era il sole, la pioggia, la neve sulle montagne, il non dover dare spiegazioni a nessuno per essere sparita per un'estate intera ed essere tornata.
Fuga era tutto, ieri.
L'asfalto, il divano, il non avere bagagli, il potere tornare in qualsiasi momento, il sapere che alla sera c'era un altro impegno completamente diverso e che sarebbe bastato cambiare scarpe, infilare una giacca e rifare il trucco per essere a proprio agio.
Fuga era vedere lui che sorrideva.
Ma molto di più fuga è stato non farsi domande, non volere risposte, non cercare spiegazioni, non farsi paranoie, anche quando lui non sorrideva. Che vacanza, Dio mio, avere per sei o sette ore il cervello FERMO.
domenica 3 aprile 2016
Almayer
C'era una volta un'isola, solo che non era un'isola. Era rosa e affiorava appena su un mare di erba verde.
Ogni mattina alcune persone si traghettavano su quest'isola, percorrendo le onde delle colline, approdavano nel fango della riva e si portavano in salvo per sei o sette ore, quando potevano anche di più. Sull'isola nessuno sapeva delle navi perse al largo nella tempesta, nessuno sapeva delle notti buie, nessuno sapeva delle lacrime che cadono copiose nel lavello della cucina, sopra le verdure, tutte le volte che bisogna cucinare solo per due. Sull'isola la donna castana, le donne bionde, il grande uomo dalla barba brizzolata e dagli occhi buoni erano al sicuro, ma anche l'isola poteva essere spazzata dalle mareggiate.
Il popolo dell'isola era strano, seminomade, diviso da conflitti interni e legato da una sorte comune. Ogni giorno arrivavano sull'isola e univano le forze per produrre qualcosa di buono, con risultati non sempre felici. Spesso sorprendevi uno dell'isola che guardava la riva, le auto attraccate sotto gli alberi, e capivi che nella sua testa c'era il desiderio di non ripartire. Talvolta, uscendo sul bagnasciuga, si confessavano che preferivano mangiare un boccone veloce al solito baretto da camionisti, il loro pontile tra l'isola e il vasto mare intorno, piuttosto che tornare subito a casa, e poco per volta avevano preso l'abitudine di andare a pranzo in due o in tre, per non sentirsi troppo soli al momento di volgere la prua verso il mare aperto.
L'isola non era una fortezza invulnerabile: era un piccolo mondo sereno, i cui dolci colori rendevano meno difficile sopportare l'ululato continuo del vento, ma talvolta anche le isole tremano. Quando accadeva, il popolo dell'isola si riuniva, si chiamava col tam tam di whatsapp da una riva all'altra: ma questo faceva ancor più sentire la fragilità, soprattutto di fronte a una convocazione, la domenica sera, per stringersi intorno a una delle donne bionde, colpita da un dolore cattivo, spietato, ingiusto. Si scrissero per chiedersi: vieni con me? Ti passo a prendere? La prendi tu la Fraulein che non può guidare? La riporto io, ok?
Perché lo sapevano come sarebbe stato. E volevano qualcuno accanto, qualcuno che sapesse che il giorno dopo ci sarebbero state lo stesso le reti da buttare, i campi da coltivare, sull'isola. Come due anni prima, quando un'onda anomala, nera, sanguinaria, si era portata via con un morso secco un pezzo intero di costa, fendendo in due la roccia, e loro avevano cercato di salvare il salvabile, facendosi strada in mezzo ai ragazzi in lacrime. E guardandosi l'un l'altro con gli occhi vuoti, nei giorni successivi, lentamente si riconoscevano, una quindicina di persone che si passano la stessa bottiglia d'acqua, tenendo acceso con gesti lenti il fuoco, senza parlare.
Ogni mattina alcune persone si traghettavano su quest'isola, percorrendo le onde delle colline, approdavano nel fango della riva e si portavano in salvo per sei o sette ore, quando potevano anche di più. Sull'isola nessuno sapeva delle navi perse al largo nella tempesta, nessuno sapeva delle notti buie, nessuno sapeva delle lacrime che cadono copiose nel lavello della cucina, sopra le verdure, tutte le volte che bisogna cucinare solo per due. Sull'isola la donna castana, le donne bionde, il grande uomo dalla barba brizzolata e dagli occhi buoni erano al sicuro, ma anche l'isola poteva essere spazzata dalle mareggiate.
Il popolo dell'isola era strano, seminomade, diviso da conflitti interni e legato da una sorte comune. Ogni giorno arrivavano sull'isola e univano le forze per produrre qualcosa di buono, con risultati non sempre felici. Spesso sorprendevi uno dell'isola che guardava la riva, le auto attraccate sotto gli alberi, e capivi che nella sua testa c'era il desiderio di non ripartire. Talvolta, uscendo sul bagnasciuga, si confessavano che preferivano mangiare un boccone veloce al solito baretto da camionisti, il loro pontile tra l'isola e il vasto mare intorno, piuttosto che tornare subito a casa, e poco per volta avevano preso l'abitudine di andare a pranzo in due o in tre, per non sentirsi troppo soli al momento di volgere la prua verso il mare aperto.
L'isola non era una fortezza invulnerabile: era un piccolo mondo sereno, i cui dolci colori rendevano meno difficile sopportare l'ululato continuo del vento, ma talvolta anche le isole tremano. Quando accadeva, il popolo dell'isola si riuniva, si chiamava col tam tam di whatsapp da una riva all'altra: ma questo faceva ancor più sentire la fragilità, soprattutto di fronte a una convocazione, la domenica sera, per stringersi intorno a una delle donne bionde, colpita da un dolore cattivo, spietato, ingiusto. Si scrissero per chiedersi: vieni con me? Ti passo a prendere? La prendi tu la Fraulein che non può guidare? La riporto io, ok?
Perché lo sapevano come sarebbe stato. E volevano qualcuno accanto, qualcuno che sapesse che il giorno dopo ci sarebbero state lo stesso le reti da buttare, i campi da coltivare, sull'isola. Come due anni prima, quando un'onda anomala, nera, sanguinaria, si era portata via con un morso secco un pezzo intero di costa, fendendo in due la roccia, e loro avevano cercato di salvare il salvabile, facendosi strada in mezzo ai ragazzi in lacrime. E guardandosi l'un l'altro con gli occhi vuoti, nei giorni successivi, lentamente si riconoscevano, una quindicina di persone che si passano la stessa bottiglia d'acqua, tenendo acceso con gesti lenti il fuoco, senza parlare.
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lunedì 28 marzo 2016
Legatissimi
Solo 4 anni fa il significato del termine legatissimi per me era questo. Qui è descritto davvero cosa vivo con l'Uomo, sempre che sia possibile descriverlo. E io unicorni rosa e paradisi coniugali non li ho mai considerati importanti. Questo invece sì. Questa sensazione che non mi riposerò mai. Non camminerò mai senza rischiare. Eppure se lui posa nei miei quegli occhi di due verdi diversi, impossibili da guardare senza un capogiro, io ho tutto, tutto quel che volevo.
Oggi che siamo legatissimi è un concetto che tutti sminuiscono, e lo capiscono solo quei pochi rimasti a vederci insieme, che però per vederlo devono infilare la testa in una fessura e cogliere un attimo. Uno sguardo. Una frase. E dire che noi eravamo quelli che si baciavano facendo la spesa, in una corsia del supermercato, anche arrivati a dieci anni di matrimonio.
Nostra figlia ci fotografa a sgamo mentre siamo da mia madre, e poi mi fa vedere come eravamo seduti.
Già. Come due legatissimi.
E adesso legarlo è l'ultima cosa che gli farei. E lui lo sa.
Ci hanno detto e ripetuto che la simbiosi non è amore, è dipendenza. Sarà anche giusto. Ma quanti tra quelli che ce l'hanno detto hanno fatto tremare le fondamenta delle montagne, hanno attraversato le foreste che abbiamo visitato noi, hanno sentito quell'odore, scambiato il sangue, salvato innumerevoli volte il compagno di trincea, scavato fino al centro della terra per trovare le risposte? Forse conoscono la simbiosi. La dipendenza. Ma quanti possono dire di aver conosciuto una cosa come la nostra, evidente dal primo giorno, insuperata fino all'ultimo, punteggiata di disastro e miracolo in ogni momento anche stupido? Quanti hanno incontrato la persona con cui anche portare giù la spazzatura è bello e significativo?
E se adesso non esiste più la simbiosi e nemmeno la dipendenza, quello che ci succede che cos'è?
mercoledì 23 marzo 2016
Quel posto tra il buio e la luce
[Svegliatemi. Sono qui, infermiera. Infermieraaaaaa.
Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.
Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.
Infermieraaaaaaa!
Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.
Fammi scendere da questo letto, infermiera.
Buio. Infermieraaaaa.
Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.
Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.
Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.
Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.
Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.
Non.
Sono.
Ancora.
Morta.
No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.
Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.
Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.
Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?
Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.
Voglio andare a casa.
Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]
-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili.
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene.
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-...
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.
[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]
Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.
Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.
Infermieraaaaaaa!
Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.
Fammi scendere da questo letto, infermiera.
Buio. Infermieraaaaa.
Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.
Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.
Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.
Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.
Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.
Non.
Sono.
Ancora.
Morta.
No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.
Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.
Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.
Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?
Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.
Voglio andare a casa.
Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]
-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili.
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene.
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-...
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.
[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]
R
mercoledì 16 marzo 2016
Bollettino (di guerra) dalla Valle delle Meraviglie parte seconda
La seconda C mi sta uccidendo; mi sta uccidendo con amore, ma mi sta uccidendo.
Peter Pan ha tirato un pugno in faccia a Mickey Mouse, o Topolino che dir si voglia, e 5 giorni dopo Topolino ha ancora la faccia gonfia ed è stato refertato in ospedale.
Il vero casino è che non lo hanno detto subito, com'è andata.
Castagna, coordinatrice, incazzata nera:
"Topolino, perché stamattina il vicepreside mi ha detto una cosa che io dovrei sapere da tre giorni???
E soprattutto. Perché tu a me hai detto di aver sbattuto la faccia sul banco, quando hai chiesto il ghiaccio, e invece alla collega Pianista hai detto di aver preso un pugno?"
Sulla faccia di Topolino passa la stessa identica espressione che fa la Princi, quando credeva di aver fregato uno di noi due e scopre di non esserci riuscita. L'espressione che viene al bambino che certe cose le dice alla mamma ma non al papà, perché la mamma capisce il papà punisce, o simili.
Castagna, sempre coordinatrice, sempre incazzata nera: "...allora, Topolino?"
Topolino piange.
Quanto a Peter Pan sono due giorni che non viene a scuola e non sappiamo se la famiglia sia informata dei fatti. Peter Pan è la luce dei miei occhi per quanto riguarda alcune cose, per esempio Storia, però è anche lo stesso che ha tirato una gomma in fronte a una compagna lasciando l'impronta della gomma come fosse un tatuaggio, tempo fa, e per questo ha preso una nota che adesso rimpiango di aver messo solo sul diario.
Oggi chiamo quindi la napoletanissima, e molto severa, mamma di Peter Pan. Che non ha sgridato il figlio. Lo ha fatto a pezzi. Il bambino ha iniziato a vomitare bile ed è andato avanti 2 ore con la testa nel water. Immagino che oggi, quando le ho detto che i genitori di Mickey, al 4 giorno di guancia gonfia, avevano pensato bene di controllare in ospedale se per caso avesse la mandibola rotta, il povero Peter abbia generosamente fatto il bis.
Peter Pan ha tirato un pugno in faccia a Mickey Mouse, o Topolino che dir si voglia, e 5 giorni dopo Topolino ha ancora la faccia gonfia ed è stato refertato in ospedale.
Il vero casino è che non lo hanno detto subito, com'è andata.
Castagna, coordinatrice, incazzata nera:
"Topolino, perché stamattina il vicepreside mi ha detto una cosa che io dovrei sapere da tre giorni???
E soprattutto. Perché tu a me hai detto di aver sbattuto la faccia sul banco, quando hai chiesto il ghiaccio, e invece alla collega Pianista hai detto di aver preso un pugno?"
Sulla faccia di Topolino passa la stessa identica espressione che fa la Princi, quando credeva di aver fregato uno di noi due e scopre di non esserci riuscita. L'espressione che viene al bambino che certe cose le dice alla mamma ma non al papà, perché la mamma capisce il papà punisce, o simili.
Castagna, sempre coordinatrice, sempre incazzata nera: "...allora, Topolino?"
Topolino piange.
Quanto a Peter Pan sono due giorni che non viene a scuola e non sappiamo se la famiglia sia informata dei fatti. Peter Pan è la luce dei miei occhi per quanto riguarda alcune cose, per esempio Storia, però è anche lo stesso che ha tirato una gomma in fronte a una compagna lasciando l'impronta della gomma come fosse un tatuaggio, tempo fa, e per questo ha preso una nota che adesso rimpiango di aver messo solo sul diario.
Oggi chiamo quindi la napoletanissima, e molto severa, mamma di Peter Pan. Che non ha sgridato il figlio. Lo ha fatto a pezzi. Il bambino ha iniziato a vomitare bile ed è andato avanti 2 ore con la testa nel water. Immagino che oggi, quando le ho detto che i genitori di Mickey, al 4 giorno di guancia gonfia, avevano pensato bene di controllare in ospedale se per caso avesse la mandibola rotta, il povero Peter abbia generosamente fatto il bis.
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lunedì 22 febbraio 2016
Bollettino (di guerra) dalla Valle delle Meraviglie - parte prima
Che dire. Sono dispiaciuta, perché le mie questioni personali sono talmente brutte, intricate, dolorose e, anche logisticamente, incasinate, che sta passando l'anno senza che io vi racconti quasi niente della Valle delle Meraviglie, di Scuolina Rosa, degli exalunni grandi e piccoli, del fott fantomatico ministero (che Satana l'abbia in gloria, possibilmente masticando le anime dei sottosegretari all'istruzione e di parecchi altri politicanti come fossero noccioline, diciamo come intermezzo tra un morso di Bruto e uno di Cassio). Insomma, non vi dico più niente della scuola.
E vi dico poco anche della famiglia, degli amici, addirittura degli animali di famiglia.
Che forse sarebbero i più facili da raccontare. Il cane è sempre senza un occhio. La gatta è sempre più obesa, cinghiala, balenottera, vacca. Stanno benone, le ragazze.
Il gatto, come prognosi, doveva morire. Più o meno un mese fa.
Invece esce dal bagno sparato al mattino, mrrrrrah mrrrrahhh mrrrr mrrr mrrrah. Mangia. Gioca. Fa le fusa. Oppone fiera resistenza alla vista del trasportino, perché andiamo avanti da settimane così, che ogni tre giorni siamo dal veterinario, per iniezione di antibiotico, disinfezione e simpatico (conato) nettoyage professionale (altro conato) della (doppio conato con tosse) piaga (sudori freddi e occhi voltati) sul fianco. Ora. Lui è un signore. E a casa, alla vista del batuffolo di cotone e della bottiglietta dell'etere, corre via, ma poi se lo segui dice: mrh, e si posiziona sul fianco giusto, per farsi disinfettare. Sta anche fermo mentre lo disinfettiamo. Ma adesso di tutti questi medici che lo tocchignano e gli piantano aghi nella schiena si è giustamente rotto le palle. Anche perché lo visitano in tre o quattro alla volta, il nostro miracolato. Che non si capisce come (o meglio, io lo so, come: con l'amore infinito di Castagna, dell'Uomo e della Princi) sta combattendo da solo, senza chirurgia, contro un sarcoma. Per ora Ciccio-sarcoma 3-0, due interventi riusciti e un ciclo di antibiotico/disinfettante andati bene. Poi vedremo.
Fa tutto l'Uomo, a dire il vero. Io mi limito a cambiare dozzine di volte la sabbietta e gli asciugamani nella cuccia, a lavare dei pavimenti, a piangere come una fontana quando la ferita peggiora e a cercare scuse patetiche per non andare mai dal veterinario. Perché mi viene da vomitare o anche da svenire, con quel cazzo di tavolo di metallo e il gatto da tener fermo. A casa, invece, sono più coraggiosa, medicare lo medico anche io, siamo drogati dall'etere tutti e due a pari merito io e l'Uomo, sembriamo Michael Caine ne Le regole della casa del sidro. Forse è merito dell'etere se io di notte a volte dormo addirittura.
Ma dicevamo della Valle delle Meraviglie. La statale è sempre lì, il campanile anche, Scuolina Rosa regge con le sue crepe nei muri, i suoi alberelli, la magnolia e la panchina dedicate alla Compagna Collega nel cortile interno. Castagna, a sua volta, regge. Sul lavoro, almeno.
I piccini di prima sono già un po' meno piccini. Ma sono un bagaglio umano disperante tra hc, dsa, ees, non certificati, certificati per tutt'altro genere di problemi, nevrotici, mettici poi quelli infantili quelli distratti quelli un po' stranieri quelli un po' arrivati ora dal Sud quelli con le famiglie ai limiti della sopravvivenza e quelli che non sanno come sono girati... e avrai la Bottadicoca che viene a dirmi, scoraggiatissima: "ehm io giovedì faccio un recupero a gruppi ma avrei bisogno di spaccare la classe in due... perché ho convocato solo quelli che avevano bisogno, ma sono ventidue su ventisei... puoi aiutarmi?"
E beh.
A me piacciono, i piccini. Non so perché, ma con una singola ora a settimana riesco meglio in quella classe che in terza. Certo, devo mio malgrado fare le interrogazioni programmate, perché per interrogarli li porto fuori nell'ora di Storia (aggratis, of course). Ma mi rifaccio coi giri di domandine e con gli scritti. Insomma, a fine quadrimestre i registri di seconda e terza erano un macello. Quello di prima, immacolato, 4 voti a testa in perfetto ordine. Loro mi apprezzano. Io me li coccolo con lo sguardo perché so che l'anno prossimo me li prendo per almeno due materie. Sono piccoli, sono troppi, e uno da solo (Belzebù, non a caso) basta per farci sudare tutti, anche la Generala, la Bottadicoca e la Secca. Ma mi stanno istintivamente simpatici.
La terza si trascina. Non hanno mai avuto voglia di fare un cazzo. Ma sono un po' come una banda di amici che ciondolano sul muretto in piazza. Vengono a scuola se e quando gli va. Ne mancano cinque o sei ogni giorno, poi uno o due si fanno portare a casa per malesseri non ben diagnosticati, uno o due arrivano dopo per decine di prelievi /visite dentistiche / vaccinazioni, vai a sapere. Hanno l'apparecchio, le tette, gli ormoni, una vaga paura dell'esame, qualche idea sulle superiori. Insomma, sono una terza. Non la mia terza migliore. Ma sono lì.
L'amore, quello tormentato, viscerale, morboso, pieno di liti, gelosie, ripicche, botte di ti lascio e ti riprendo e non ti lascerò mai, è scoppiato per la seconda.
La seconda è epocale.
La seconda mi farà morire. Ma morirò felice.
Una lezione in seconda C dovrebbero farla tutti durante il tirocinio. Quattro quinti degli specializzandi lascerebbero di colpo l'insegnamento. Il restante quinto si immolerebbe in una fiammata di gloria, in un'estasi mistica da fachiro.
Esco con i vestiti da strizzare, fasciata nel mio sudore, a meno che non ci sia il riscaldamento rotto. Sono faticosissimi.
A sinistra c'è Diddl, che sta sulla sua poltronissima a rotelle. E parla col prof di sostegno: "Nnnhaaa aaah nnn nnnnnn aaaa" (traduzione: mi sto divertendo un sacco, dai fammi ancora il solletico con la matita). Stiamo faticosamente imparando, noi adulti e i compagni, a coinvolgerlo nelle lezioni. Non è semplice e ci vuole tempo. Lui capisce. Siamo noi che abbiamo poco tempo, poca pazienza e scarsa immaginazione e non sappiamo fargli le domande. Sua madre, donna splendida, ha altri due figli, sani per fortuna. Quella di mezzo si chiama come la mia.
Di fianco a Diddl un banco solo, per semplicità di movimento, con un compagno di banco che ruoterà ogni settimana, quando lui rientrerà a scuola dopo un intervento. Per ora, in banco con lui c'è Deboroh (chi legge Ratman capirà).
Di fronte a me ci sono l'Albarino, Orsetta Marrone, Carotina, Tarzan.
Una prima fila d'eccellenza, in cui i due più nevrotici della classe sono faticosamente tenuti a bada dai due più gentili e tonni al tempo stesso. Carotina, che tra parentesi fa coppia fissa con quel figo blasé di Attimo Fuggente, è talmente agitata che all'Albarino stava per venire l'esaurimento nervoso, a forza di cercare di tenerla ferma e attenta. Allora ho messo Orsetta in mezzo e lui sta meglio.
L'Albarino, che mi venera come fossi la Madonna della Guardia, per la verità io potrei metterlo anche in una comoda fila dietro. Nel senso che nelle mie materie si prepara come un pazzo e prende dei bei voti. Ma la Bottadicoca è disperata perché la sua matematica ha delle falle che sembrano la Fossa delle Marianne. Quindi sta davanti. Poi va beh, è anche vero che vive in trasferta dietro alla squadra di calcio in cui gioca, fa i compiti in macchina e in pullman, con una mamma tremendamente drastica. Per dire, lei viene al colloquio una mattina e: "AH GUARDI IO NON NE POSSO PIU' EH!!!!!!!! A. MI DISTRUGGE, MA POSSO IO STARGLI DIETRO TUTTO IL GIORNO COSI', E LO PRENDI E LO RIPORTI E LA PARTITA E L'ALLENAMENTO E POI NON TI FA I COMPITI SE NON GLI STAI ADDOSSO ORE, E INSOMMA!!!!!!!!!!!! LEI CAPISCE VERO CARA???"
"Sì, effettivamente, signora, in quanto coordinatrice devo dirle che le colleghe si lamentano, ha delle lacune e deve recuperare... anche se devo dire che le mie materie, salvo qualche volta che l'ho beccato a bruciapelo, di solito le sa, anzi, si è già fatto interrogare di tutto..."
"E PER FORZA EH!!! MA CARA MA IO LO AMMAZZO SE NON SI ORGANIZZA EH!!!!! NO VOGLIO DIRE!!!!!"
"Senta, se lei crede lo farei venire un attimo di qua, perché l'altro giorno ha fatto il furbo con la collega e ha sostenuto di non avere il libro con gli esercizi, poi però gliel'ho chiesto io (la Madonna della Guardia ndr) ed è saltato fuori, allora vorrei fargli un po' di predica... così vi capite un attimo anche voi due..."
Arriva l'Albarino (jeansino firmato, polina firmata con il collettino su, felpina tinta unita firmata, scarpine firmate, taglio di capelli firmato, scommetto che sono firmati anche i fazzoletti di carta in cui soffia l'aristocratico nasino) e appena entrato dalla porta in sala prof saluta sua madre, sembrando al mille per cento un cadetto di una scuola militare del 1930: "Buongiorno mamma".
No dico, l'ultimo che ho sentito salutare così maman era il principe Franz, in "Sissi". Pensavo sbattesse i tacchi e le baciasse la mano.
"Riposo, A. No, scusa, voglio dire, parliamo un attimo del tuo lavoro scolastico..."
Io parlo con calma. Mi è simpatico da morire, bacia la terra su cui cammino, cerca sempre di migliorarsi e non gli posso rimproverare di perdersi fosse solo una sillaba delle mie lezioni. Alla fin fine invece di sgridare lui tento di rabbonire la terribile genitrice. Ci riesco, eh. Ma circa un'ora dopo l'Albarino accusa malessere, si fa venire a prendere (dal papà) e va a casa a rimettere l'anima. Oh ma tu guarda, un giovane cadetto emotivo.
Da questo colloquio resto traumatizzata anche io. Quando la settimana scorsa il piccoletto si è fatto venire un'epistassi grandiosa, mi sono molto innervosita: è rientrato in classe dopo un quarto d'ora abbondante di sciacqui nel lavandino (con schizzi di sangue modello American Horror Story, me che - cercando di mascherare la nausea e il giramento di testa - gli premevo un fazzoletto bagnato sul collo e Riace che, con le sue mani come pale, nude, in pieno rispetto delle norme igieniche, gli levava di torno pile di fazzoletti sporchi e gli dava quelli puliti), si è molto educatamente seduto, ripiegando in modo impeccabile le maniche della maglia che si erano un po' macchiate, e poi ha iniziato a diventare biaaaaaaaaaaanco biaaaaaaaanco, nonostante la carnagione scura. Al che io: "Albarino, scusa, ma ti senti bene?"
Gesto virile della manina: tutto sotto controllo. Poi appoggia con studiatissima nonchalance un braccio sul banco e, fingendo la massima attenzione al testo che stiamo leggendo, si puntella la fronte. Io inizio a immaginare la madre che arriva, chiamata perché il pargolo ha sbattuto la fronte sul banco perdendo i sensi di colpo: "AHHH MA IO NON SO, MA MI DICA LEI CARA, MA CHE VITA E' QUESTA EH????? ADESSO ANCHE LO SVENIMENTO A SCUOLA, MA SIAMO IMPAZZITI???? HA ANCHE MACCHIATO LA RALPH LAUREN, NO, DICO!!!!!!!!!!!!!!!"
Per fortuna dopo un po' il povero gagnetto riprende colore. Io, invece, che il mal di stomaco da vista del sangue me lo faccio immancabilmente venire a emergenza finita, sono sempre più verdastra. E se svenissi io? "AAAH CARA, MA E' TUTTA COLPA DI A.!!!!!! MA INSOMMA, COME SI PERMETTE DI IMPRESSIONARLA SANGUINANDO COME UN MAIALE????? IO QUEL RAGAZZINO LO AMMAZZO!!!!!!"
Sì lo so. Ho descritto solo la prima fila di centro. Anzi, mi sono dilungata solo su uno dei cocchi, e non è nemmeno il mio prediletto, lì dentro. Ecco, diciamo che per ognuno di loro potrei scrivervi un romanzo così. Capito cosa dico, quando sostengo che la seconda è una roba da batticuore costante?
Alla prossima puntata.
Nella fila dietro:
Satana, lo Stuonato, Peter Pan, Attimo Fuggente.
Ancora dietro: Sorrisona e Brad Pitt.
Laterale alla mia destra:
davanti, Nosferatu, Sveglia, Stringa.
Dietro, la Gnocca e l'Adorabile.
Dietro ancora, Mickey Mouse e Mammina.
In fondo, Riace e Paperino.
E vi dico poco anche della famiglia, degli amici, addirittura degli animali di famiglia.
Che forse sarebbero i più facili da raccontare. Il cane è sempre senza un occhio. La gatta è sempre più obesa, cinghiala, balenottera, vacca. Stanno benone, le ragazze.
Il gatto, come prognosi, doveva morire. Più o meno un mese fa.
Invece esce dal bagno sparato al mattino, mrrrrrah mrrrrahhh mrrrr mrrr mrrrah. Mangia. Gioca. Fa le fusa. Oppone fiera resistenza alla vista del trasportino, perché andiamo avanti da settimane così, che ogni tre giorni siamo dal veterinario, per iniezione di antibiotico, disinfezione e simpatico (conato) nettoyage professionale (altro conato) della (doppio conato con tosse) piaga (sudori freddi e occhi voltati) sul fianco. Ora. Lui è un signore. E a casa, alla vista del batuffolo di cotone e della bottiglietta dell'etere, corre via, ma poi se lo segui dice: mrh, e si posiziona sul fianco giusto, per farsi disinfettare. Sta anche fermo mentre lo disinfettiamo. Ma adesso di tutti questi medici che lo tocchignano e gli piantano aghi nella schiena si è giustamente rotto le palle. Anche perché lo visitano in tre o quattro alla volta, il nostro miracolato. Che non si capisce come (o meglio, io lo so, come: con l'amore infinito di Castagna, dell'Uomo e della Princi) sta combattendo da solo, senza chirurgia, contro un sarcoma. Per ora Ciccio-sarcoma 3-0, due interventi riusciti e un ciclo di antibiotico/disinfettante andati bene. Poi vedremo.
Fa tutto l'Uomo, a dire il vero. Io mi limito a cambiare dozzine di volte la sabbietta e gli asciugamani nella cuccia, a lavare dei pavimenti, a piangere come una fontana quando la ferita peggiora e a cercare scuse patetiche per non andare mai dal veterinario. Perché mi viene da vomitare o anche da svenire, con quel cazzo di tavolo di metallo e il gatto da tener fermo. A casa, invece, sono più coraggiosa, medicare lo medico anche io, siamo drogati dall'etere tutti e due a pari merito io e l'Uomo, sembriamo Michael Caine ne Le regole della casa del sidro. Forse è merito dell'etere se io di notte a volte dormo addirittura.
Ma dicevamo della Valle delle Meraviglie. La statale è sempre lì, il campanile anche, Scuolina Rosa regge con le sue crepe nei muri, i suoi alberelli, la magnolia e la panchina dedicate alla Compagna Collega nel cortile interno. Castagna, a sua volta, regge. Sul lavoro, almeno.
I piccini di prima sono già un po' meno piccini. Ma sono un bagaglio umano disperante tra hc, dsa, ees, non certificati, certificati per tutt'altro genere di problemi, nevrotici, mettici poi quelli infantili quelli distratti quelli un po' stranieri quelli un po' arrivati ora dal Sud quelli con le famiglie ai limiti della sopravvivenza e quelli che non sanno come sono girati... e avrai la Bottadicoca che viene a dirmi, scoraggiatissima: "ehm io giovedì faccio un recupero a gruppi ma avrei bisogno di spaccare la classe in due... perché ho convocato solo quelli che avevano bisogno, ma sono ventidue su ventisei... puoi aiutarmi?"
E beh.
A me piacciono, i piccini. Non so perché, ma con una singola ora a settimana riesco meglio in quella classe che in terza. Certo, devo mio malgrado fare le interrogazioni programmate, perché per interrogarli li porto fuori nell'ora di Storia (aggratis, of course). Ma mi rifaccio coi giri di domandine e con gli scritti. Insomma, a fine quadrimestre i registri di seconda e terza erano un macello. Quello di prima, immacolato, 4 voti a testa in perfetto ordine. Loro mi apprezzano. Io me li coccolo con lo sguardo perché so che l'anno prossimo me li prendo per almeno due materie. Sono piccoli, sono troppi, e uno da solo (Belzebù, non a caso) basta per farci sudare tutti, anche la Generala, la Bottadicoca e la Secca. Ma mi stanno istintivamente simpatici.
La terza si trascina. Non hanno mai avuto voglia di fare un cazzo. Ma sono un po' come una banda di amici che ciondolano sul muretto in piazza. Vengono a scuola se e quando gli va. Ne mancano cinque o sei ogni giorno, poi uno o due si fanno portare a casa per malesseri non ben diagnosticati, uno o due arrivano dopo per decine di prelievi /visite dentistiche / vaccinazioni, vai a sapere. Hanno l'apparecchio, le tette, gli ormoni, una vaga paura dell'esame, qualche idea sulle superiori. Insomma, sono una terza. Non la mia terza migliore. Ma sono lì.
L'amore, quello tormentato, viscerale, morboso, pieno di liti, gelosie, ripicche, botte di ti lascio e ti riprendo e non ti lascerò mai, è scoppiato per la seconda.
La seconda è epocale.
La seconda mi farà morire. Ma morirò felice.
Una lezione in seconda C dovrebbero farla tutti durante il tirocinio. Quattro quinti degli specializzandi lascerebbero di colpo l'insegnamento. Il restante quinto si immolerebbe in una fiammata di gloria, in un'estasi mistica da fachiro.
Esco con i vestiti da strizzare, fasciata nel mio sudore, a meno che non ci sia il riscaldamento rotto. Sono faticosissimi.
A sinistra c'è Diddl, che sta sulla sua poltronissima a rotelle. E parla col prof di sostegno: "Nnnhaaa aaah nnn nnnnnn aaaa" (traduzione: mi sto divertendo un sacco, dai fammi ancora il solletico con la matita). Stiamo faticosamente imparando, noi adulti e i compagni, a coinvolgerlo nelle lezioni. Non è semplice e ci vuole tempo. Lui capisce. Siamo noi che abbiamo poco tempo, poca pazienza e scarsa immaginazione e non sappiamo fargli le domande. Sua madre, donna splendida, ha altri due figli, sani per fortuna. Quella di mezzo si chiama come la mia.
Di fianco a Diddl un banco solo, per semplicità di movimento, con un compagno di banco che ruoterà ogni settimana, quando lui rientrerà a scuola dopo un intervento. Per ora, in banco con lui c'è Deboroh (chi legge Ratman capirà).
Di fronte a me ci sono l'Albarino, Orsetta Marrone, Carotina, Tarzan.
Una prima fila d'eccellenza, in cui i due più nevrotici della classe sono faticosamente tenuti a bada dai due più gentili e tonni al tempo stesso. Carotina, che tra parentesi fa coppia fissa con quel figo blasé di Attimo Fuggente, è talmente agitata che all'Albarino stava per venire l'esaurimento nervoso, a forza di cercare di tenerla ferma e attenta. Allora ho messo Orsetta in mezzo e lui sta meglio.
L'Albarino, che mi venera come fossi la Madonna della Guardia, per la verità io potrei metterlo anche in una comoda fila dietro. Nel senso che nelle mie materie si prepara come un pazzo e prende dei bei voti. Ma la Bottadicoca è disperata perché la sua matematica ha delle falle che sembrano la Fossa delle Marianne. Quindi sta davanti. Poi va beh, è anche vero che vive in trasferta dietro alla squadra di calcio in cui gioca, fa i compiti in macchina e in pullman, con una mamma tremendamente drastica. Per dire, lei viene al colloquio una mattina e: "AH GUARDI IO NON NE POSSO PIU' EH!!!!!!!! A. MI DISTRUGGE, MA POSSO IO STARGLI DIETRO TUTTO IL GIORNO COSI', E LO PRENDI E LO RIPORTI E LA PARTITA E L'ALLENAMENTO E POI NON TI FA I COMPITI SE NON GLI STAI ADDOSSO ORE, E INSOMMA!!!!!!!!!!!! LEI CAPISCE VERO CARA???"
"Sì, effettivamente, signora, in quanto coordinatrice devo dirle che le colleghe si lamentano, ha delle lacune e deve recuperare... anche se devo dire che le mie materie, salvo qualche volta che l'ho beccato a bruciapelo, di solito le sa, anzi, si è già fatto interrogare di tutto..."
"E PER FORZA EH!!! MA CARA MA IO LO AMMAZZO SE NON SI ORGANIZZA EH!!!!! NO VOGLIO DIRE!!!!!"
"Senta, se lei crede lo farei venire un attimo di qua, perché l'altro giorno ha fatto il furbo con la collega e ha sostenuto di non avere il libro con gli esercizi, poi però gliel'ho chiesto io (la Madonna della Guardia ndr) ed è saltato fuori, allora vorrei fargli un po' di predica... così vi capite un attimo anche voi due..."
Arriva l'Albarino (jeansino firmato, polina firmata con il collettino su, felpina tinta unita firmata, scarpine firmate, taglio di capelli firmato, scommetto che sono firmati anche i fazzoletti di carta in cui soffia l'aristocratico nasino) e appena entrato dalla porta in sala prof saluta sua madre, sembrando al mille per cento un cadetto di una scuola militare del 1930: "Buongiorno mamma".
No dico, l'ultimo che ho sentito salutare così maman era il principe Franz, in "Sissi". Pensavo sbattesse i tacchi e le baciasse la mano.
"Riposo, A. No, scusa, voglio dire, parliamo un attimo del tuo lavoro scolastico..."
Io parlo con calma. Mi è simpatico da morire, bacia la terra su cui cammino, cerca sempre di migliorarsi e non gli posso rimproverare di perdersi fosse solo una sillaba delle mie lezioni. Alla fin fine invece di sgridare lui tento di rabbonire la terribile genitrice. Ci riesco, eh. Ma circa un'ora dopo l'Albarino accusa malessere, si fa venire a prendere (dal papà) e va a casa a rimettere l'anima. Oh ma tu guarda, un giovane cadetto emotivo.
Da questo colloquio resto traumatizzata anche io. Quando la settimana scorsa il piccoletto si è fatto venire un'epistassi grandiosa, mi sono molto innervosita: è rientrato in classe dopo un quarto d'ora abbondante di sciacqui nel lavandino (con schizzi di sangue modello American Horror Story, me che - cercando di mascherare la nausea e il giramento di testa - gli premevo un fazzoletto bagnato sul collo e Riace che, con le sue mani come pale, nude, in pieno rispetto delle norme igieniche, gli levava di torno pile di fazzoletti sporchi e gli dava quelli puliti), si è molto educatamente seduto, ripiegando in modo impeccabile le maniche della maglia che si erano un po' macchiate, e poi ha iniziato a diventare biaaaaaaaaaaanco biaaaaaaaanco, nonostante la carnagione scura. Al che io: "Albarino, scusa, ma ti senti bene?"
Gesto virile della manina: tutto sotto controllo. Poi appoggia con studiatissima nonchalance un braccio sul banco e, fingendo la massima attenzione al testo che stiamo leggendo, si puntella la fronte. Io inizio a immaginare la madre che arriva, chiamata perché il pargolo ha sbattuto la fronte sul banco perdendo i sensi di colpo: "AHHH MA IO NON SO, MA MI DICA LEI CARA, MA CHE VITA E' QUESTA EH????? ADESSO ANCHE LO SVENIMENTO A SCUOLA, MA SIAMO IMPAZZITI???? HA ANCHE MACCHIATO LA RALPH LAUREN, NO, DICO!!!!!!!!!!!!!!!"
Per fortuna dopo un po' il povero gagnetto riprende colore. Io, invece, che il mal di stomaco da vista del sangue me lo faccio immancabilmente venire a emergenza finita, sono sempre più verdastra. E se svenissi io? "AAAH CARA, MA E' TUTTA COLPA DI A.!!!!!! MA INSOMMA, COME SI PERMETTE DI IMPRESSIONARLA SANGUINANDO COME UN MAIALE????? IO QUEL RAGAZZINO LO AMMAZZO!!!!!!"
Sì lo so. Ho descritto solo la prima fila di centro. Anzi, mi sono dilungata solo su uno dei cocchi, e non è nemmeno il mio prediletto, lì dentro. Ecco, diciamo che per ognuno di loro potrei scrivervi un romanzo così. Capito cosa dico, quando sostengo che la seconda è una roba da batticuore costante?
Alla prossima puntata.
Nella fila dietro:
Satana, lo Stuonato, Peter Pan, Attimo Fuggente.
Ancora dietro: Sorrisona e Brad Pitt.
Laterale alla mia destra:
davanti, Nosferatu, Sveglia, Stringa.
Dietro, la Gnocca e l'Adorabile.
Dietro ancora, Mickey Mouse e Mammina.
In fondo, Riace e Paperino.
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