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martedì 1 giugno 2010

Ricordi d'infanzia

"Nonna, possiamo andare da Augusto a prendere il gelato?"
"Uff... ma mi sono appena seduta!"
"Andiamo da soli!!!"
"No, che c'è da attraversare la strada due volte! Castagna, li accompagni tu?"
"Va bene, nonna. Posso comprarmi una Sprite?"
"Sì. Ecco i soldi. Andate, ma date la mano e obbedite a Castagna, chiaro?"
E partiva la piccola spedizione, una ragazzina smilza e due o tre nanerottoli, sotto gli alberi del viale, fino alla gelateria che ci ha visti crescere.

Mentre la Zia Buona mi raccontava una storia nel lettone, dallo studio di mio padre, nel buio, compariva una figura alta, senza quasi fare rumore. "Siete ancora sveglie?"
"Aaah! Che paura!"
"Ma no, è la Zia Bella, che sicuramente ci porta qualcosa..."
La Zia Bella rideva del mio spavento, si accoccolava in fondo al letto, con una mela a fettine nel piatto, e dichiarava:
"Picnic di mezzanotte."
"Ma ci siamo già lavate i denti!"
"E' frutta, possiamo fare un'eccezione. E' digestiva. E ti fa dormire bene."
Era vero.

"Chi arriva fino in fondo al corridoio senza accendere la luce?"
La casa vecchia della Psicozia aveva un corridoio sterminato, con sette porte, che finiva in un grande ingresso silenzioso. Buio come la morte.
Pazienza se ero la più grande: a quel gioco perdevo sempre.

"Papà?"
Sapevo che l'inflessibile severità paterna aveva qualche maglia allentata, in determinati punti. Quando comparivo tutta impolverata dopo ore dalla porta del giardino e cercavo mio padre invece che mia madre, il motivo poteva essere solo uno.
"Eh beh? Dove sei stata fino adesso?"
"Ero nel giardino dei... Sai che c'è quella specie di intercapedine? Ci sono dentro dei gattini e telogiuropapà, sonogattinipiccolisenzamamma!!!"
Dal cucinino mia madre:
"Ah no, eh?"
Mio padre, accigliato:
"Lasciali lì. La gatta tornerà a prenderli."
"Ma papà..."
"No, ninin, non possiamo mica prendere tutti i gatti che vediamo..."
"Ma papà!!!"
"Non cominciare", cercava di stopparmi mia madre. Ma io conoscevo i miei polli:
"Sono piccolissimi!!! Miagolano!"
Mio padre, agitandosi sulla poltrona a dondolo:
"E allora la gatta li sente e arriva!"
"Ma non c'è nessuna gatta, papà!!! Sono stata lì a vedere se arrivava, e non è mai venuta!"
"Ma quanto ci sei stata?" abboccava mio padre, mentre mia madre si rifugiava in bagno imprecando a voce alta contro le bambine che escono alle sette di mattina dalle case di campagna.
"E' da stamattina che sono lì, papà... da subito dopo colazione!"
"E la gatta non è mai venuta?"
"No! E", stoccata finale, "i gattini miagolano, hanno fame!"
Padre fritto in padella:
"Ma quanto avranno?"
Mia madre dal bagno:
"Ah no. No no no no."
"Non lo so", che merde che sono i bambini quando vogliono una cosa, "vieni a vederli!"
"No, che non ci vengo."
"Ma papàààà."
"Ho detto di no."
Finta ritirata:
"Posso almeno portargli un po' di latte? Hanno fame."
Preparazione della ciotola del latte, uscita lentissima della bambina che cammina un piede avanti all'altro per non versare il liquido:
"Beh, fammi vedere quanto sono piccoli, 'sti gattini, ma non li prendiamo, chiaro?"
Strike! Andata!

1 commento:

minerva ha detto...

Io ho fallito miseramente con i gatti. Ne ho sempre voluto uno, fin dalla primissima infanzia. Solo che mio padre ha usato per un po' la scusa di essere allergico (solo un gatto in particolare gli aveva causato dei problemi). Poi ci siamo trovati un cane in casa per sbaglio.
Baci!
Minerva