Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers

domenica 3 settembre 2017

Okay, ci si riprova

Sì, avevo steso a terra il telo per iniziare una sequenza sullo psoas, perché sono tornata da un ritiro di meditazione zen e yoga (dcpvd, = di cui poi vi dirò) con un inizio di lombalgia e sciatalgia che non mi piace niente. Io seduta a terra 45 minuti nella stessa posizione non ci so mica ancora stare.

Sì, sul telo ci sono i materiali del corso di perfezionamento, perché alzando gli occhi per mettermi correttamente in shukhasana ho visto il plico sul tavolo.

Sì, lavorerò, insegnerò yoga e seguirò gli affari di Genova, ma prenderò anche un titolo di perfezionamento, se ce la faccio, il che vi dà la misura del livello di testosterone (e carogna) con cui ho intenzione di riprendere dopo questa estate indefinibile.


Sì, sono tornata al mio primo amore.  


venerdì 18 agosto 2017

No tenemos miedo (?)

Siamo sedute, io la Caramella e la Pallida, in attesa che la cena ci venga servita dagli undicenni reclutati dalla proloco di uno dei molti paesini della Valle delle Meraviglie. Festicciola locale, sera di giovedì, sfigata, poca gente, ma noi siamo accolte da abbracci e sorrisi di alunni, exalunni, fratelli e genitori dei suddetti. Aspettiamo che arrivi la Bottadicoca.

E la Pallida dice alla Caramella: "ma tuo figlio è a casa, vero?"
"Sì, è arrivato ieri."
"Minchia, menomale, pensa se era ancora là."
E io, bella fresca: "perché?"
"Ma non hai sentito cosa è successo a Barcellona?"

Io dapprima penso a una mia compagna del liceo, che ci vive e lavora, tra l'altro in ospedale. Stasera ho saputo che era in vacanza in Grecia.

Stamattina, parlandone con la Princi, che è preoccupata per sua madre e sua sorella, dato che tra poche ore saranno sul pullman per il Marocco, mi vengono in mente la Diavolessa che va in vacanza lì vicino, la creatura venuta dal lontano pianeta degli sbagli cosmici, che doveva andare a Ibiza, ma non so né quando né come, e insomma, che la Catalogna non è affatto una meta rara dove trascorrere le ferie estive.

Poi oggi butto un occhio alle notizie e resto brasata. Uno dei ragazzi italiani morti, quello che era in vacanza con la fidanzata, cazzo, é bellissimo. Ma non nel senso che faccio delle osservazioni futili, fuori luogo e anche un po' macabre. Nel senso che mi si rovescia lo stomaco: è una bellezza che conosco molto bene. È praticamente la copia senza lentiggini di mio marito quando l'ho visto la prima volta. Talmente uguale che d'istinto controllo la sfumatura di colore degli occhi, ma i suoi non sono di due verdi diversi.

Ci resto colpita. Ma è niente, zero, rispetto a come resto quando vedo le foto degli attentatori. Sono dei bambini. Identici a parecchi miei exalunni, a un fottio di amici di mia figlia. A vedere le quattro foto in fila, ho una sovrapposizione tra le faccette imberbi degli assassini e quelle degli exalunni che mi fanno capannello intorno alle feste di paese. Mi viene lo schifo. Non è giusto. Che muoia un venticinquenne con gli occhi verdi, e che questi qua non stiano alle feste di paese a chiacchierare coi loro ex prof. E che mia figlia mi dica con occhi tristi e tono isterico: "nel Corano c'è scritto da tutte le parti che i buoni musulmani devono essere i primi a portare la pace! Ma perché fanno così???"

giovedì 17 agosto 2017

Siediti sulla sponda del fiume e aspetta

"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".

Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.

Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.

Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.

Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.

Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.

Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.

Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.

Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.

Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.

Chi ci capisce è bravo.

Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.

Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.

E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.

D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.



giovedì 3 agosto 2017

Transazione negata

Così può capitare, un giorno d'estate, che dalla fessura del Bancomat non escano più soldi e la carta, strisciata in un negozio di intimo, sia rifiutata dal dispositivo. E guardi partire tua figlia per la sua prima vera vacanza senza genitori, col Tipello, un'altra coppia interetnica, interreligiosa e intercontinentale di amici, e i biglietti del traghetto. Poi a piedi nell'afa di città te ne vai a fare una mini spesa coi punti rimasti da scalare all'Esselunga, e ti senti leggera come un palloncino sospeso a un filo. Il filo è attaccato a una base di piombo che tira verso il centro della terra con prepotenza. Non vai da nessuna parte. Ma sei vuota. E senza peso.

Torni a casa con un pacchetto di caffè. Indossi di nuovo il pigiamino di pochi centimetri quadrati grazie a cui speri di attrarre qualche coccola. Fai yoga sul pavimento del salotto fino a farti dolere ogni fibra. E ti imbarchi sulla nave-letto dove tu e l'Uomo passerete i prossimi giorni, cercando di non sforare dai giga previsti dal piano tariffario e di finire pazientemente le ultime puntate di due serie che non vi sono piaciute molto.

Il quartiere è popolato come al solito, ma passano meno macchine. Le giornate pigramente si srotolano tra pisolini, scambi di messaggi, vagabondaggi su Pinterest e Instagram, piccole medicazioni a piccoli acciacchi, video di yoga, cottura a fuoco lento di verdure e scavo sistematico di barattolini di gelato.

Stai lì e lo ascolti. E ti accorgi di come è tutto diverso adesso. Ora che pian piano vengono fuori le parole, le paure. Una crisi di adolescenza che è durata trent'anni si sta risolvendo, ora che un quarantaduenne si affaccia a prendersi le responsabilità: quali responsabilità? Tutte quelle che toccano tra i trenta e i cinquanta: essere contemporaneamente figli, genitori, lavoratori, coniugi, amanti, fratelli, colleghi, cittadini... Lui ci si affaccia, sembra a volte, con gli occhi di un ventenne stupito che tocchi finalmente a lui. Altre volte sembra schiacciato come un vecchio pieno di magagne dal peso di troppe incombenze che non vede l'ora di passare al prossimo. In mezzo, tu lo sai, c'è l'Uomo generoso e intelligente che hai amato per diciassette anni, quello che ti ha sostenuto e protetto, che ha adottato con te la Princi, ma è confuso, agitato, perso nella nebbia.

Tu al contrario, perchè avevi una famiglia diversa dalla sua, perchè avevi un altro carattere, perchè non sei mai stata piccola, forse, questa fase l'hai già avuta e ti ha incanutito i capelli e distrutto i denti e la tiroide, ma adesso, a quarantun anni, stai da non molto tempo guardando la medaglia dall'altro lato: è inutile che tu ti faccia salire il panico, perchè ormai tutte le grane vengono a te, quindi o stai in panico sempre, o non ci stai mai. Opti da parecchi mesi per la seconda, concedendoti solo alcuni strappi alla regola: quando qualcosa va molto storto con la figlia, o quando capitano tegole tra capo e collo, per esempio che rischia di saltarti la cattedra per la terza volta, o che il cane seduto ai tuoi piedi si ribalta improvvisamente su un lato e si fa venire una crisi epilettica di quattro minuti.

Così ascolti l'Uomo, che fa fatica persino a dire ad alta voce in quanti e quali casini è invischiato al momento. E di alcuni casini non vuoi proprio sapere, tu, con la tua brava sindrome da stress post traumatico, tu che hai vissuto come sotto le bombe per troppi mesi, non hai dormito una notte degna di questo nome per un anno e mezzo e ancora adesso hai gli incubi tutte, tutte le volte. Gente che muore incidenti tragedie violenza dolore. Tutte le sere? Tutte. A volte anche durante il pisolino pomeridiano.

Tranne in questi dieci giorni. Perchè in questi ultimi dieci giorni tra un sogno angosciante e l'altro hai sognato, quattro volte, cose di una bellezza talmente sbalorditiva da lasciarti dolorante tutto il giorno dopo.

La prima volta un paperotto ferito da curare. Di cui ti facevi carico tu, tra altre persone.
Al risveglio hai pensato: guarigione. Ti è già successo anni fa. Era un neonato abbandonato, quella volta. E decidere di prenderlo su significava: ce la faremo.

La seconda volta che eri nuda davanti a lui e ti lasciavi esplorare senza fretta e senza paura.
Al risveglio hai pensato: non ho paura. Poi lui ti ha detto che per parte della notte era stato sul divano, e hai pensato: ma ci sono stata davvero sul divano nuda davanti a lui? E glielo hai chiesto. Ha detto di no e sorrideva.

La terza volta che tornavi, da sola, dopo dieci anni, alla casa dove abitavate all'inizio, e c'erano tutti i tuoi libri che non ricordavi più di avere, anche se la libreria era piena di insetti. C'era una strana luce e andavi sul terrazzo, da cui non si vedeva più solo uno spicchio di mare tra i palazzi, ma un'intera distesa di onde composte e parallele dal colore grigioblu indefinibile, compatta sotto la luce da fine o inizio di tempesta, niente macchine che passavano sulla curva ma un silenzio totale increspato appena dal suono dello sciabordio, e non esisteva più la ringhiera, il terrazzo al quinto piano dava direttamente a strapiombo sull'acqua. Spettacolare. Immenso.
Al risveglio hai pensato: o mio Dio. Perchè quel mare era troppo da reggere. Troppo grandioso. E gli hai raccontato il sogno nei dettagli.

La quarta volta, stanotte, che ritiravate insieme degli esami medici dell'Uomo, e la dottoressa al bancone del ritiro analisi esordiva girando verso di te una striscia bianca con un quadrato rosso luminoso, e dicendo: intanto abbiamo una buona notizia per lei, ed ecco lì, il quadrato rosso voleva dire incinta. Incinta. Incinta. Batticuore. Sorriso sconcertato dell'Uomo. Incinta. Incinta adesso? Mentre va... così? E capivi che però dentro ti stava iniziando a sgorgare la felicità. E andavate via, scossi, ma tu stavi pensando che in qualche modo ce l'avreste fatta.
Al risveglio hai pensato: non posso dirglielo. Invece glielo hai raccontato. Che avevano fatto degli esami a lui, e avevano trovato che eri incinta tu. Ha sorriso con un sopracciglio inarcato. Non gli hai detto cosa avevi pensato nel sogno.

E ora li metti in fila, questi sogni. E pensi che questo bozzolo di lenzuola su cui e sotto cui stai trascorrendo l'intero mese di luglio stia per rompersi e far uscire finalmente una farfalla. E immagini un enorme orologio a pendolo e te che fermi il moto dell'asticella con una mano, supplicando gli dei di negarti la transazione ancora per qualche giorno, per restare qui in questo mondo sospeso, come quel terrazzo senza ringhiera che dava dritto sull'acqua, in questo piccolo spazio dove si parla a bassa voce e si respira lentamente, per non turbare il mistero della trasformazione.








lunedì 24 luglio 2017

Togliti le scarpe e andiamocene via insieme a piedi nudi

Per un breve periodo questa è stata la frase sul mio profilo Whatsapp.
Mentre la scrivevo, e quando la rileggevo, non sapevo a chi la stessi rivolgendo. Perchè andava bene per molte persone con cui avevo a che fare in quel momento.
Mia figlia così tesa e rabbiosa. Mio marito così complicato e distante. Uno o due uomini e una o due donne con cui interagivo o avrei voluto interagire spesso e con cui, se mi avessero detto “metti due cose in uno zaino, andiamo a fare un viaggio io e te”, sarei partita, perchè avremmo avuto di che parlare per giorni e giorni, in treno, in tenda, in macchina, a cena, per strada e anche a letto, vestiti o meno non era importante, era più importante spogliarsi a livello emotivo. La Tipa, con cui questa primavera andavo a yoga, se gliel'avessero mai detto, allora, a lei super ingegnera che sarebbe finita su un tappetino a visualizzarsi i chakra, mai e poi mai ci avrebbe creduto. Forse mia madre. Una o due delle mie colleghe e compagne dei corsi yoga, particolarmente messe alla prova dalla vita.

Stanotte sono rientrata alle due, a piedi nudi, con i sandali in mano. Me li sono sfilati a pianterreno e li ho tenuti in mano in ascensore. Di ritorno da uno dei molti paesini dove tutti i ragazzi, ma proprio tutti, sono stati miei alunni o tra poco lo saranno.

C'era la festa di paese animata da uno di loro, Mani da Pianista, che adesso collabora con l'Uomo per il festival e lo aveva invitato. E io ero invitata dai Puccettosi, della terza C di due anni fa. Poi c'era la Caramella, che a sua volta incoraggiava la mia partecipazione e doveva narrarmi del suo nuovo uomo.
Mi sono sentita come se fossi tornata all'età che ha la Princi ora, quando ho iniziato a sforare dall'orario di rientro stabilito da mio padre, e a rincasare scarpe in mano, ogni sera dieci minuti dopo. Mi lasciava la luce accesa in salotto o in ingresso, papà, quando andava a dormire. Io spegnevo tutto e attraversavo in punta di piedi il grande appartamento, al buio, con la luce della Lanterna che si proiettava sul muro del salotto a intervalli fissi. Mi tagliava la strada la gatta, a volte. C'era un silenzio.

L'Uomo mi aspettava sveglio, stanotte. Non so dire se nervoso per il mio rientrare tardissimo. So che ieri sera, invece di uscire, abbiamo fatto aperitivo sul divano davanti a "The Following", cenetta sul tardi io e lui, e all'ora in cui la Princi doveva rientrare eravamo sdraiati a letto a sentire musica sul suo telefono. Solo musica lenta e dolce, dove si scopre che questa ci ha stregati entrambi.

Io, dopo averla colta come sottofondo in una puntata di "Justified", l'ho sentita nella testa per giorni.
E ieri notte l'Uomo mi ha fatto ascoltare questa, che, per carità, è una roba che forse avrei trovato melensa anche a quindici anni (no: ascoltavo Phil Collins e Marco Masini, diciamo le cose come stanno) e lui è insopportabile quanto spesseggia, ma, visto il testo, magari l'hanno scritta dopo aver letto i mei diari segreti o le mie conversazioni Whatsapp per gli ultimi due anni.


Ieri, rientrando dai vari giri per il Nord Italia che avevamo fatto separatamente, non ci siamo più mollati, nemmeno se c'era da vedere la partitella del Genoa su Sky, nemmeno se c'erano da fare due commissioni veloci in giro. E non era quello stare vicini ansioso da “sto perdendoti, ti ho perso e posso solo succhiare la tua presenza quando passi, ti perderò di nuovo domani” che spesso ha caratterizzato il nostro tremendo amore malato. Era più come i primi tempi, quando non sei mai stanco di allungare il giro di cose da fare per passare più tempo insieme. Quando nella mia valigetta, oltre agli appunti della specializzazione, hanno cominciato a esserci spazzolino e biancheria, perchè ogni sera improvvisavamo, e stava diventando evidente a chiunque che andavo a lezione coi vestiti del giorno prima. Ma non mi portavo quasi mai il cambio completo: dormire con la sua tuta o una sua maglietta, andare in cucina al mattino a piedi nudi, e avere come unica sicurezza un paio di mutandine pulite nascoste in fondo alla borsa, era bellissimo. Era appunto essere nudi. Senza altro bisogno che stare insieme. Di lì a poco ho trasferito direttamente tutto da lui. Mai passo avventato fu più goduto, e meno rimpianto. No, non è vero. Goduto ancora di più, e rimpianto ancora di meno, l'avergli detto, la prima sera, mentre arrivavamo nel cuore della notte alla sua auto in piazza Colombo, che volevo dormire da lui. Lui che mi aveva baciato la prima volta mezz'ora prima, dopo un corteggiamento lungo mesi. Non lo sapevo ancora, ma non separarsi mai più era diventato, da mezz'ora, l'obiettivo di tutta una vita.
Madonna quanto eravamo belli. La gente faceva rispettosamente ala, costretta a mettersi gli occhiali da sole per riuscire a guardarci, facevamo splendere le strade e le stanze in cui passavamo. Ecco, ieri mentre lui metteva le canzoni sul telefono mi sentivo di nuovo così. Bella, fresca, a piedi nudi, felice anche di portare giù la spazzatura insieme, felice di un grissino con la bresaola mangiato sul divano, felice di sentirlo canticchiare o parlare con la gatta. Lui e il suo umore impossibile da definire, lui e i suoi sguardi bicolori, lui e il suo peso sul materasso al mio fianco.
Lui. Noi. Devo chiudere gli occhi e tenere questo nel cuore, per tutti i giorni in cui è troppo doloroso, in cui è ingiusto e malsano, in cui voglio il miracolo e non arriva ancora. Intanto, le ferie vere si avvicinano. Le prime ferie vere di nuovo noi due, da quando c'è anche la Princi. Conto alla rovescia iniziato. Non impazzire nell'attesa. Non sclerare nell'attesa. Se hai aspettato finora... E non piangere. Non piangere più.




giovedì 6 luglio 2017

Ma parliamo un po' di scuola 1 – Antologia versus narrativa

Qui ci servono il

Dato di fatto n. 2
I RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.
e il

Dato di fatto n. 3
I RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI NUOVO.

Allora. Non esiste spendere 27 euro per un testo di cui verranno svolte, forse, un terzo delle pagine. E malvolentieri.

Evitiamo di dire che da quando “La biblioteca”, poi “L'altra biblioteca” e infine “Biblioteca tre” sono state tolte dal commercio la nostra ora di antologia è andata a farsi benedire, perchè praticamente tutte le altre antologie non vanno bene.

Evitiamo di innervosirci citando:
  • racconti dell'orrore di dubbio gusto,
  • pezzi impossibili da spiegare a una prima, o a metà di una seconda, tipo diari di guerra da Sarajevo,
  • la milionesima storia di straniero disadattato o bambina maltrattata,
  • Emily Dickinson, Montale, Pessoa, Saba mischiati a poetucoli da strapazzo e/o filastrocche o, peggio, a pezzi di musica pop
  • vergognose concessioni a saghe giovanili insulse pur di raccattare qualche consenso. (E magari stessi parlando di Harry Potter, eh. Insulse vuol dire peggio di Harry Potter... sì. A me Harry Potter fa cagare. Tiratemi le pietre. Insultatemi la madre. Pazienza. Non che siano brutti storia e personaggi. Ma è scritto male. Se avete letto Michael Ende, o Philip Pullman, capirete. Non è un fatto di traduzione. E' scritto male. E per perdere i miei restanti fans: a me non piace neanche come scrive Tolkien. Eh. Sono una brutta persona, evidentemente.)

Evitiamo di lamentarci (ma è ovvio, se si fanno delle antologie piacione) del fatto che tempo due secondi esce la prima mano: “Io di questo ho visto il film!!!” (Lo dicono anche dell'Iliade. Perchè hanno visto quella troiata, nomen omen, con Brad Pitt. In prima non li uccido, mi limito a spiegare perchè non si può considerare “Troy” un film tratto dall'Iliade. Se me lo ripetono dopo la fine della prima, li crocifiggo coi chiodi a sezione quadrata.)

Limitiamoci a dire quanto è brutto, brutto e cattivo, che di un libro ti si legga un pezzo. Non l'incipit. Un pezzo a caso. Non si legge così. Il punto è che, quando i ragazzi (non tutti, ma parecchi) leggevano a casa, come hobby, citare una parte di un testo poteva eventualmente suscitare due reazioni positive: ricordare il resto della storia, se il libro era già stato letto, o far venire voglia di leggerla.

In compenso, da molti anni ci è stata tolta la meravigliosa, utilissima ora di narrativa. In cui ascoltavamo i testi, santa Madonna, in versione integrale: sembra di dire una cosa sconcia, oggi. E ascoltando ti perdevi, perchè narrativa si faceva il venerdì, da stanchi, o al pomeriggio, o in una giornata da tre ore di Lettere, dopo il compito di Storia. Ma la storia andava avanti e i personaggi erano sempre lì, anche la volta dopo, e recuperavi. E ti abituavi a un ritmo narrativo, a una voce, a uno stile. Da otto anni ho ripreso ad avere la passione di leggere io per loro. Ho capito che piace un casino. Ho capito che con la mia guida ci si ferma a riassumere, a ripetere, a capire le parole, a fare domande sul contesto, ma soprattutto ci si gode una lettura bella, con l'intonazione giusta.
E così io leggo. Faccio comprare in più la prima cantica integrale in seconda, e i Promessi in terza, senza parti riassunte. Poi per carità, c'è la classe a cui si legge la peste, quella a cui si legge la madre di Cecilia, quella a cui si legge la Storia della colonna infame, ma il testo ce lo devono avere davanti tutti. Verso la fine dell'anno interrogo dal canto I al canto XXXIV dell'Inferno e dal primo all'ultimo capitolo di Manzoni. E' che devono abituarsi a seguire, capire e saper raccontare una storia dall'inizio alla fine. Stesso motivo per cui faccio, dall'anno scorso, il cineforum.
E salto l'ora di antologia. Quasi sempre.

E' quel quasi che richiede di parlare del dato di fatto numero 3. (segue)

martedì 27 giugno 2017

Mornie utulie



"A volte mi sembra di vivere una vita intera in un giorno" ha detto l'Uomo qualche tempo fa.

Ma beato lui. Io vivo una vita intera in un'ora, a volte. E il bello è che ognuna di queste vite è fortemente mia, mi interessa, mi affascina, mi delude o mi ferisce, mi fa sentire forte o speciale o sola o strana.

Come quando si scelgono le stanze in cui lavorare o i posti a sedere, e io leggo negli occhi di qualcuno "ci mettiamo vicini?" oppure "peccato, siamo lontani". Sono tornata a venticinque anni, con i colleghi della specializzazione che mi facevano il filo?

Come quando sull'altro lato della piazza si staglia la figura familiare del mio peggior disastro. E io sento il terreno che si squaglia sotto i miei piedi e cerco la più vicina via di fuga. Sono un'adultera con la coscienza sporca?

Come quando mi ustiono versandomi addosso il caffè direttamente dalla moka e mia figlia, seduta lì a un metro, non fa neanche lo sforzo di chiedermi "ti sei fatta male?". Sono meno di una sguattera?

Come quando mi accorgo del buco enorme che può lasciare una vecchina di 94 anni che non poteva nemmeno più parlare. Sono sola al mondo, non c'è più nessuno che mi ami per come sono, indipendentemente dagli errori?

Come quando accetto di tenere lezione di yoga a persone malate o in crisi e mi tocca chiedermi se è davvero questo che voglio e posso fare, e se una con la mia storia alle spalle può davvero essere d'aiuto a qualcuno. Sono una pazza presuntuosa?

Come quando il più timido dei miei tre alunni della comunità mi abbraccia stringendo forte forte, perché sono andata fino alla cascina persa nel bosco a trovarlo, e gli altri due mi fanno sedere a tavola in mezzo a loro tutti felici. Sono una bella persona?

Ma poi sto un attimo con gli occhi chiusi. Sento la musica.

May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! How far you are from home
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Mornie utulie 
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
A promise lives within you now

E vedo, dietro le palpebre chiuse, il riverbero del sole incandescente che batte sulle piastrelle del terrazzo, il chiarore delle lenzuola nuove, i due verdi diversi dei suoi occhi, il suo sorriso. Sono iniziate le vacanze in un caldo torrido e siamo rimasti due giorni soli, senza quasi mettere il naso fuori, in mutande e poco altro, noi due. 

Ecco chi sono. Ecco qual è la mia vita. Qui ho diciassette anni e sono invincibile, ne ho venticinque e ho successo, ne ho trentasette e ho in mano la mia vita, ne ho quaranta e sono una madre, una moglie, una donna piena di medaglie, cicatrici e ricordi. E non invecchieremo mai finché staremo vicini, mezzi spogliati, a parlare, sulla nostra isola di cotone, intorno può crollare il mondo, ma l'odore della tua maglietta e della tua pelle sanerà ogni ferita, il tuo abbraccio fermerà la mutazione delle cellule, sentirti ridere mi darà tutto l'ossigeno, l'acqua e la luce di cui necessito, non mi serve altro, mi importa tanto di molte persone e molte cose, ma in fondo... 

Castagna: Già detto credo che è una cazzata perdersi la donna della propria vita
Grande Pagliaccio: Più o meno quante volte ti ho detto che è una cazzata perderti la tua vita per un uomo
Castagna: Quante volte ti ho risposto che la mia vita è con quest'uomo?



venerdì 23 giugno 2017

Non è un problema mio...

Glielo hai detto, strillato, sibilato, scandito, ripetuto fino allo stordimento delle tue corde vocali e dei loro neuroni, che dovevano prenderla sul serio, e mannaggia ragazzi siete in terza, e insomma come ve lo dobbiamo dire che qua non si gioca, e su che tra cinque minuti siete alle superiori e vi fanno vedere loro, e vestitevi decentemente per venire a scuola e rileggete prima di consegnare e fate attenzione e non studiate all'ultimo e ripetete a voce alta.

Poi ti sei richiusa a riccio: ragazzi basta, io quel che dovevo insegnarvi ormai l'ho fatto, siamo alla fine, adesso vediamo cosa fate, praticamente non è più un problema mio.

E sono passati uno per uno. Così hai visto dove era caduto il seme e si era seccato, e dove era caduto e aveva messo un germoglio. Gente che viene all'esame in calzoncini da volley e canottierina, e gente che si presenta in camicia, o vestitino, coi capelli tirati su da donnina perbene, col trucco, con la maglia ultimo grido delle vetrine della Torino bene. Gente che porta una ciofeca di cartellina mezza mangiata dai topi, e gente con progettini di Tecnica ben curati, gente con la ricerchina di Educazione Motoria ancora in brutta con le correzioni della prof a matita, e gente con un piccolo book e in copertina la foto mentre salta un ostacolo o segna un goal. Gente che non distingue Stalin da Giolitti e gente che si studia dei collegamenti autonomi tra le attiviste birmane per i diritti della donna e Emmeline Pankhurst.

Alcuni di cui abbiamo detto in coro: no ma ci ha preso per il culo tre anni, dai, non può uscire con il sette, uffa. E altri per i quali io, la Coordinatrice Carogna, la Regina delle Rompicoglioni che non fa mai un complimento, mi sono alzata per una stretta di mano e il giusto riconoscimento per il bel percorso fatto. Gente che singhiozzava in corridoio dopo, e gente che arrivava sudaticcia ma col sorriso. Un paio di conati di vomito, e uno che chiede di andare in bagno prima di iniziare, ma anche i ragazzi della comunità di solito tanto timidi che prendono in mano la situazione e spiegano con sicurezza le loro slide alla LIM.

Tutti senza eccezione terrorizzati quando dovevano iniziare con me, che chiedevo tre materie senza argomento a scelta, la maggior parte che non aveva studiato abbastanza, qualcuno che sorprendeva piacevolmente per la fluidità del passaggio da un tema all'altro, che poi è la cosa che con me di sicuro devono imparare meglio, o cambiano sezione.

Poi la Gnocca che, quando le stringo la mano e le dico a bassa voce: “E' stato un vero piacere” capisce il seguito della frase: “E' stato un vero piacere avere in classe la tua testa dura come il marmo, vedere il tuo sguardo puntare alla risposta, essere lì quando eri in lacrime, quando eri sicura di te, quando hai smesso di mangiare, quando ti sei mangiata i più bravi della classe con la tua intelligenza e la tua classe, ogni volta che ti sei tagliata i capelli, quando hai fatto impazzire tua madre perchè con la media del nove le hai detto che da grande vuoi fare la tatuatrice, e insomma essere la tua prof per due anni”. E i suoi occhi neri enormi diventano ancora più grandi e si riempiono di stelline e stiamo per piangere, ma la mando via, che il cognome comincia per V ed è l'ultima, siamo stanchi, fanno mille gradi e dobbiamo ancora sentire Satana, che, bocciato due volte sempre dalla sottoscritta, si presenta con quattro materie dopo aver fatto a calci nel culo il progetto scuola lavoro. E non fa il cretino, per venti minuti consecutivi della sua vita, e poi va via guardandomi per la prima volta con sincero affetto, invece che con la solita espressione da stronzo sbruffone. (Sei il suo incubo peggiore, mi ha detto una volta sua madre. Beh, anche lui era il mio.)

La Gnocca andrà all'artistico e invece Carotina, che non è capace, allo scientifico, dove la butteranno fuori. La Regina degli Elfi andrà al linguistico dove non durerà un mese perchè non studia mai, e Mammina all'istituto geometri quando dovrebbe andare al classico. Ma non è un problema mio, giusto?

L'Albarino è il primo a usare il mio numero di telefono per scrivermi, appena si chiude la sessione, ancor prima che io sia arrivata alla mia tanto desiderata doccia: sono stato felice di stare in questa scuola e mi sono trovato benissimo con lei, mi mancherà, verrò a trovarla presto. Quello mi dà il colpo di grazia. Il mio alunno tipo: il calciatore carino, che non ha mai tempo per studiare perchè è troppo impegnato a allenarsi, spostarsi in trasferta e andare a donne, ma poi incontra me e, dopo un po' che me lo lavoro, si sbatte per arrivarmi con la poesia a memoria studiata in modo impeccabile e capire meglio che può i collegamenti tra economia e politica. Oramai, quando arrivano le maestre a presentare i nuovi alunni, e dicono di un maschietto: ah questo non studia, sarebbe anche bravo ma è sempre a calcio, ha in testa solo il pallone... le colleghe scoppiano a ridere e esclamano: questo è della Castagna! Diventerà famoso, ogni tanto (spero non proprio sempre, dai) sbaglierà i congiuntivi e sposerà una velina. Ma non è un problema mio, dicevamo, appunto.

E si avvicinano i saluti con la Proprio Brava di Arte, la Pallida di Inglese, il Magnifico di sostegno, la Spessa di Tecnica, il Genuino di Matematica, e altri che è un peccato lasciare. Giovani, bravi e simpatici. Per mercoledì prossimo, io e il Magnifico che siamo, ahimè, praticamente inseparabili in queste ultime giornate, abbiamo organizzato la cena di fine anno, e sarà indimenticabile, e però sarà poi la penultima volta che ci vedremo e il giorno dopo, al collegio docenti, saluti e buone ferie, e vi auguriamo di trovare una cattedra dove volete, e speriamo di rivedervi (non proprio tutti, no, un paio possono tornare da dove sono venuti, e il Magnifico, se trovasse uno splendido incarico a tempo indeterminato in un posto non troppo scomodo, per esempio, non so, in provincia di Osaka, sarebbe perfetto, così non ci toccherebbe rivederci proprio più e la chiuderemmo lì, che sul serio non è stata facilissima la gestione dell'amicizia, devo dire). Con un'ansia paurosa che ci tocchino persone meno in gamba l'anno prossimo, manco a dirlo la mia prossima terza come punto di riferimento sarà meglio che prenda me, perchè cambiano di nuovo metà dei prof per la trentamilionesima volta, mentre io, che avevo solo Geografia in prima, poi anche Italiano in seconda, adesso mi prenderò anche Storia, e lì si vedrà se mi vogliono davvero così bene. Ma d'altra parte continuiamo a trattare la sezione A come quella dei fighi e le altre come pattumiera, basta vedere come è stata fatta la prossima prima, e se questa è la gestione  fintofurba di tutti i presidi non è un problema mio, anzi, io è lì che mi diverto, nel mandare a bagasce le previsioni delle maestre e dei colleghi delle altre sezioni.

Ah, e a proposito di spiazzare i colleghi, oggi ho firmato la mia prima lode all'esame, per Mickey Mouse e la sua splendida R arrotata. “PRRofessoRRRessa ma se lei fosse stata pRResente alloRRa avRRebbe pRRefeRRIto esseRRe il RRRe di FRRRRancia o l'impeRRatRRRice d'AustRRRRia?” “Mickey, scusa tanto eh, ma io sarei stata la regina d'Inghilterra.” “Ah già, pRRof, è veRo.” Oh Dio questo ragazzino mi mancherà.
Peter Pan, per giorni, prima che finissero le lezioni, mi ha chiesto se mi sarebbe mancato, no prof che io sono il suo alunno preferito, vero o no che il suo preferito l'ha fatta dannare, eh prof. Non sapevo davvero che alcuni di loro ci stessero così male, all'idea di non sentire le mie strida ogni giorno. Di sicuro Peter è un altro per cui la mattina valeva la pena scendere dal letto, anche con trentotto di febbre. Ma non lo sa, che non è lui il mio alunno preferito, e anche se oggi molti di loro avrei voluto tenermeli altri due anni, è stato solo quando l'Adorabile ha varcato la soglia per andarsene che il mio cuore ha distintamente fatto: cric, e si è incrinato. L'Adorabile che dopo essere stato il bambino perfetto, bravo in tutto, primo in tutto, atletico, elegante, indiscutibile, quest'anno ha preso dei cinque, detto a voce alta “non ho studiato”, e dormito sul banco, senza vergogna,durante la lettura integrale di “Rosso Malpelo”. E quindi quando io mi sono alzata e gli ho stretto la mano, invece che sgridarlo per la preparazione non approfondita all'esame e il tema raffazzonato, non se lo aspettava proprio, perchè lui, per definizione, è T. e T. è inappuntabile, se non è inappuntabile là fuori lo aspetta una famiglia che lo fa sentire di merda, ma io ho provato a spiegarlo alla mamma e, se lei non ha capito, non è un problema mio: lui per me è perfetto così.

mercoledì 7 giugno 2017

E si dia inizio alla riflessione sulla scuola, come promesso

Li sto per salutare.

Qualcuno ciondola in classe durante l'intervallo, o mi si appiccica in corridoio. Sanno che sono le ultime ore in cui sarò la loro prof. Lo so anche io, li ho sgridati fino a perdere la voglia di sentire la mia stessa voce, li ho brutalizzati con prove a sorpresa, ho fatto ramanzine di 45 minuti, ho detto di loro che erano regrediti invece di migliorare, li ho minacciati di cose orrende che succederanno alla maggior parte di loro appena metteranno piede alle superiori... e poi gli ho regalato la tripletta di lezioni Freud-Nietzsche, Pascoli-D'Annunzio,  Pirandello-Svevo, che con classi intelligenti non fallisce mai, e infatti loro, a me, hanno regalato una decina di ore di attenzione rapita, inesausta, di osservazioni intelligenti, di domande sensate, di commenti entusiasti.
"Prof, ho la pelle d'oca!!!" ha detto Mammina capendo il problema dell'identità in Pirandello. "Oddio, ma è orrendo!!!" ha detto qualcun altro. "Figata!!!" sui lapsus di Freud. L'Albarino mi ha fatto notare che oggi, invece di dire una parola per un'altra, si invia un sms o si condivide una cosa su WhatsApp alla persona sbagliata... e gli ho risposto che è verissimo, e che io sono campionessa nazionale di figuracce fatte così. L'ultima con il Magnifico, e scusate se è poco, io se mi smerdo mi smerdo dalla testa ai piedi, è un talento naturale.
Ho detto loro di chiudere gli occhi, mentre facevo notare come ne "La sera fiesolana" il cielo al tramonto si trasforma nel viso di una donna con grandi occhi scuri. Brad Pitt non li ha riaperti per alcuni minuti. Si sono bevuti "La pioggia nel pineto" (mannaggia, aveva appena smesso di piovere, stavolta), il caso di Miss Lucy, "Rosso Malpelo" integrale, senza saltare una riga (persino quelli della comunità, che di bambini maltrattati ne sanno qualcosa, ma non avevano mai seguito un'ora e un quarto di letteratura senza neanche il testo davanti).

Quest'anno ero talmente concentrata sul sopravvivere, in bilico tra un matrimonio governato da leggi assurde, una famiglia con mille casini, troppe cose da seguire e la costante, testarda ricerca della felicità, che vedevo solo la fine del programma, delle valutazioni, delle burocrazie sempre più devastanti, sia cartacee che elettroniche... e solo una volta finito di interrogare mi sono finalmente goduta questi momenti, in cui all'improvviso una terza che ha cazzeggiato per otto mesi ha recuperato lo smalto, l'acume, la voglia di capire, che caratterizzava lo stesso gruppo classe in seconda.

Ora me li terrei ancora due settimane solo per coccolarli, parlare con loro uno per uno, gestire le loro ansie nel lasciare il nido. Invece parlerò solo con l'Adorabile, perché ne ha bisogno, e con l'Orientale, perché la bocciamo.

Comunque, stanno per arrivare le mie sudate riflessioni sul modo di insegnare le materie, almeno le mie, a quindici anni dalla mia prima classe e dieci anni dal passaggio in ruolo.

Parto mettendo qui i presupposti su cui baso quanto dirò, e intanto vediamo che dite di quelli, poi io proseguo. Non subito, perché ho finito gli scrutini oggi, e sono sfinita. Ma a breve, in questi venti giorni che mi separano dalle ferie, e da un nuovo importante traguardo: insegnare (finalmente!!!) yoga.

Ecco qua:

Dato di fatto n. 1

I RAGAZZI NON FANNO PIU' I COMPITI A CASA.

Dato di fatto n. 2

I RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.

Dato di fatto n. 3

I RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI NUOVO.

Dato di fatto n. 4

I RAGAZZI SANNO ANCORA COME SI STUDIA, MA NON SONO PIU' CAPACI DI SPIEGARSI A VOCE.

Dato di fatto n. 5

NON E' CON LA LIM, LE SLIDE E LE PIATTAFORME ONLINE CHE RISOLVEREMO IL PROBLEMA.

Dato di fatto n. 6

I RAGAZZI SONO ANCORA CURIOSI DI COSE BELLE E DIFFICILI



domenica 4 giugno 2017

Ba-boom-a-rang-rang-rang

Cose che tornano indietro. O no.

A volte guardo la tua pagina Pinterest, con una certa amarezza. Sono passati tre anni. Continui a postare cose sul farcela nonostante, sull'essere soli ma forti, sul chiudere fuori dalla tua vita cose e persone, stabilire limiti, rinunciare a rapporti.

Inevitabilmente penso che tu sia ancora molto infelice, inevitabilmente mi chiedo se dopo di me hai chiuso fuori altri, mi chiedo se sei ancora sposata (ma certo che lo sei), mi chiedo se hai avuto un altro figlio (possibile, anche se non te lo auguro), mi chiedo se pensi a quella primavera e quell'estate che ci hanno costrette a fare i conti con noi stesse (è ovvio che ci pensi, se devi continuamente ribadire che non ci stai pensando), se a volte vedi anche tu quel che posto io sul blog o sulle bacheche e ti sei accorta di quante cose sono successe (non direi. Ti fai un credo del saper troncare, se anche leggessi o spiassi le bacheche, non lo ammetteresti mai).

Ti ho pensato ieri sera, perché si sta concretizzando un mio grande sogno, e mi sembra assurdo che tu non lo sappia. Proprio tu.

Però non ti penso quanto avrei creduto all'inizio, quando ti ho perso. Una volta capito che non si parlava di torti o ragioni, che chiedere scusa o domandare spiegazioni era inutile, che ognuna era responsabile delle sue scelte. Sei uscita tu dalla mia vita e mi limito a chiedermi, quello sì abbastanza spesso, se un giorno tornerai. Non ho mai chiuso la porta, non ho mai pensato che eliminare delle persone fosse la soluzione, ho solo provato a capire perché tu dovessi così disperatamente allontanare me. E perché non fosse possibile guardarsi allo specchio e dirsi: ok, va bene tutto, ma non è di Castagna che devo avere paura. Credo di saperlo. E mi dispiace molto, preferirei sbagliarmi. Vivo da quarantun anni di fianco ad una persona che fa come te, so quanto è infelice e sola. Quando penso a questi comportamenti, ho due reazioni. Anzi, tre. Subito, un grande dispiacere per voi, per quelle che sembrano situazioni irreversibili. Poi il ripetermi la ferma promessa che io non farò così. E infine, il sentirmi leggera, anche se così vulnerabile. Potevo costruire muri e bunker per non vedere cosa avevo fatto, per non dovermi confrontare con la verità, con gli altri. Invece ho abbattuto pareti e imparato a vivere con quattro stracci svolazzanti che mi fanno a malapena da tenda.

Tu avrai anche girato il mondo, ma la persona che, restando ferma qui, ha viaggiato di più, in questi tre anni, sono io.  Perché al momento di scegliere tra chiudere e aprire la mente, ho accettato che un bombardamento da più fronti distruggesse ogni riparo, e imparato cose nuove. Come vorrei che tu sapessi quanto si sta bene liberi.



PS
Parte di quanto sopra scritto per te potrebbe applicarsi anche all'Uomo. Ma lui ha già capito. Non so se è possibile il perdono. Ma è possibile lasciar andare la paura. Con la paura se ne va molta rabbia. E io spero che possa succedere anche a te, un giorno, anche se non sarò lì a vedere.