Tu zitta, Noise.
mercoledì 31 ottobre 2012
giovedì 25 ottobre 2012
La macchina del tempo
La ricerca delle chiavi di un certo villino presso mia zia è stata VERAMENTE interessante.
Perchè le chiavi, nell'avita magione, sono da generazioni conservate nello stesso mobile dei documenti, un'elegante, alta cassettiera con ribaltina in legno intarsiato e scomparto segreto. In una miriade di cassettini laterali.
E perchè, come dire, la casa delle Ziette ha un po' di storia. Non tantissima, eh...
Oggetti trovati nel mobile a ribalta e in altre parti dello studio, durante la ricerca delle chiavi (non reperite) della ex casa di villeggiatura del bisnonno:
- astucci contenenti siringhe in vetro (svariati)
- lacci emostatici (pressochè sciolti) di quando mio padre ancora esercitava la professione (un cassetto pieno)
- pipa del nonno (1)
- accendini d'argento (5)
- oggetti misteriosi che credo fossero abbassalingua in vetro (2)
- scatoletta semisfasciata in cartone contenente monete italiane e inglesi, di cui la più vecchia è risultata essere un 10 centesimi del 1913, ma, oltre a molti centesimi intitolati a Vittorio Emanuele III re e imperatore, c'erano 1 penny del 1936 (King George V) e uno del 1944 (King George VI) che mi hanno mandato in visibilio;
- fondina contenente pistola del nonno ("aaaaaaaaa zia santoddio è una PISTOLA quella???" per poi realizzare che se stava nel cassetto della scrivania c'era sempre stata, a mia insaputa...e sudare, perchè, se voi aveste conosciuto la Zia Bella, capireste che, a un eventuale ladro, avrebbe servito di sicuro una palla in pieno petto senza batter ciglio, soprattutto se il ladro fosse entrato una notte di quelle in cui, a dormire lì, c'ero io ancora piccola. Mi sembra di vederla. Naturalmente lo avrebbe fatto con freddezza ed eleganza al tempo stesso, rimanendo sempre assolutamente bellissima. Una Bond girl, mia zia.)
- varie ed eventuali.
Perchè le chiavi, nell'avita magione, sono da generazioni conservate nello stesso mobile dei documenti, un'elegante, alta cassettiera con ribaltina in legno intarsiato e scomparto segreto. In una miriade di cassettini laterali.
E perchè, come dire, la casa delle Ziette ha un po' di storia. Non tantissima, eh...
Oggetti trovati nel mobile a ribalta e in altre parti dello studio, durante la ricerca delle chiavi (non reperite) della ex casa di villeggiatura del bisnonno:
- astucci contenenti siringhe in vetro (svariati)
- lacci emostatici (pressochè sciolti) di quando mio padre ancora esercitava la professione (un cassetto pieno)
- pipa del nonno (1)
- accendini d'argento (5)
- oggetti misteriosi che credo fossero abbassalingua in vetro (2)
- scatoletta semisfasciata in cartone contenente monete italiane e inglesi, di cui la più vecchia è risultata essere un 10 centesimi del 1913, ma, oltre a molti centesimi intitolati a Vittorio Emanuele III re e imperatore, c'erano 1 penny del 1936 (King George V) e uno del 1944 (King George VI) che mi hanno mandato in visibilio;
- fondina contenente pistola del nonno ("aaaaaaaaa zia santoddio è una PISTOLA quella???" per poi realizzare che se stava nel cassetto della scrivania c'era sempre stata, a mia insaputa...e sudare, perchè, se voi aveste conosciuto la Zia Bella, capireste che, a un eventuale ladro, avrebbe servito di sicuro una palla in pieno petto senza batter ciglio, soprattutto se il ladro fosse entrato una notte di quelle in cui, a dormire lì, c'ero io ancora piccola. Mi sembra di vederla. Naturalmente lo avrebbe fatto con freddezza ed eleganza al tempo stesso, rimanendo sempre assolutamente bellissima. Una Bond girl, mia zia.)
- varie ed eventuali.
Comunque
Riflettevo se fosse il caso di dire, al prossimo Consiglio di Classe, che non desidero più coordinare la classe III C, dato che non posso rispondere alle domande di alunni, colleghi e genitori perchè mi vengono date versioni contraddittorie.
martedì 23 ottobre 2012
Le sessantaquattro arti
Posizioni assunte dalla preside sulla vexata quaestio della minorenne incinta:
1) In consiglio di classe: "Devo parlare con il consultorio, comunque mi hanno assicurato che ci mandano le psicologhe e il medico. Del resto è un bene, i ragazzi a una figura che viene da fuori possono sentirsi liberi di chiedere molte più cose."
2) Con me sola, in aula computer: "Al consultorio ieri hanno detto di parlare con le classi, tutte le classi, facendo un annuncio abbastanza asettico, cercando di non dare giudizi nè interpretazioni e dicendo che, dopo, i ragazzi avranno modo di parlare con la psicologa e l'assistente sanitaria per qualsiasi dubbio. Comunque su quando fare l'annuncio aspettiamo il loro via, ci manderanno qualcuno per preparare gli insegnanti, e comunque devono parlarne con la ragazza e la madre. Poi, in un secondo momento, ci manderanno l'intervento sui ragazzi."
3) Nel giro di una settimana, si passa a parlare di fare lezione con l'assistente sanitaria solo alle terze, data anche l'opposizione (urlata) della collega di Scienze della mia seconda e quella (sottaciuta) di altri colleghi. Poi la C. tenta di far virare l'intervento solo sulla terza direttamente coinvolta. Riesco faticosamente a convincerla (almeno apparentemente) che dato che la mia alunna, che è in III C, ha una sorellastra in III A, sarebbe bene anche estendere all'altra terza, e allora, buon peso, buttiamoci dentro anche la III B, e finito.
4) Passano alcuni giorni e io riferisco ai colleghi che vedo, che non sono certo tutti, che lei mi ha detto che dovremo dare l'annuncio nelle diverse classi, però solo dopo l'okay della psicologa che discuterà degli aspetti legati alla privacy con la madre di Occhioni e Occhioni stessa. Non succede niente per un po',e io quando vedo la preside le dico che ho riferito la procedura che ci hanno indicato, ma non a tutti, solo a quelli con cui ho potuto parlare. Lei dice: "Eh, no, sì, devo dirlo ai coordinatori, magari oggi che ci sono le riunioni per l'elezione dei rappresentanti li convoco cinque minuti prima, così ci sono tutti e lo diciamo."
5) Una bella mattina il vicepreside mi dice "La psicologa del consultorio ha detto di parlarne con le classi, oggi lo diciamo in III C, vengo anche io." (E le psicologhe che dovevano parlarne con noi prima? Non pervenute.) Lo dico ai colleghi, con alcuni dei quali si era parlato di tutelarci e deciso che dovevamo essere almeno due adulti presenti ad ogni 'annunciazione'... Cadono dal pero. La preside non ha convocato nessuno nè detto a nessuno quel che aveva detto a me. Mi ritrovo con colleghi di ogni credo, razza e colore che mi soffiano contro tipo pantere, come fosse colpa mia, io riferisco testualmente cosa mi è stato detto che lei aveva intenzione di fare, così prendiamo atto che non lo ha fatto; in quella entra il vicepreside e gli sottopongo il problema, lui dice che intanto ora lo diciamo in terza e annunciamo pure che Occhioni a novembre si ferma a casa in maternità, e allora tutti i colleghi tirano un respiro di sollievo e quella di Inglese dice: "Ah beh allora non è neanche necessario dirlo a quelli delle altre classi, se tanto se ne va a novembre." (E' lì che io perdo definitivamente la fiducia nel prossimo, e decido che farò di testa mia dove posso, e mi parerò il culo chiedendo ai genitori l'autorizzazione a parlare di argomenti relativi all'educazione all'affettività coi loro figli, cosa che peraltro ho già fatto n volte in n scuole, senza mai avere un problema. Da cui la mia decisione, puntualmente messa in pratica, di parlarne nella mia seconda non appena uno dei bambini sfiora l'argomento.)
6) Ci ritroviamo io (coordinatrice) il vicepreside (autorità) la collega di Inglese (che era lì perchè aveva l'ora di lezione) e il collega di Religione (che è un ficcanaso) a dire alla terza, che lo sapeva benissimo, che Occhioni è incinta. Il vicepreside annuncia ufficialmente che Occhioni si fermerà a casa tra qualche settimana. Io condisco il tutto dicendo loro di regolarsi con buon senso, e di essere delicati con lei, e dico anche che abbiamo preso contatti col consultorio (stessa cosa avevo detto alle pochissime madri presenti alla riunione) perchè ci aiuti un po' con del personale esperto.
7) Occhioni mi interpella e mi sottopone il problema voti e interrogazioni. Analizziamo un po' la questione. Io le ripeto (già detto a sua madre) che esiste la possibilità di continuare a seguire dopo la nascita del bambino, oppure di ritirarsi e presentarsi da privatista. Le dico che devono parlare con vicepreside e preside per informarsi su cosa possano fare e come farlo.
Questo accade venerdì. Ieri madre e figlia si presentano dalla preside, e oggi la preside mi convoca e si lamenta che io abbia detto alla bambina questa cosa. Io spiego: non ho detto che deve ritirarsi, ho solo detto che la possibilità c'è, che potrebbe considerarla visto che non sappiamo se il suo bambino sarà un angelo o un mostro che non la farà mai dormire, e di parlarne con la dirigente. La quale oggi nicchia su tutto l'universo scibile e addirittura sul fatto che la ragazza stia a casa prima del parto: essendo un'utente di un servizio e non una lavoratrice, se vuole venire può. Io le dico allora che il vicepreside ha detto ufficialmente a noi e alla classe che Occhioni si fermerà a casa, lei ripete che non ne è sicura perchè ha il dubbio che invece possa frequentare, e alla mia domanda "Dove ha preso allora quest'informazione il Gigante?" lei dice testualmente "Se l'è inventato."
In tutto questo di psicologi che vengono a scuola non si parla più, figuriamoci di ginecologhe.
Commento libero.
1) In consiglio di classe: "Devo parlare con il consultorio, comunque mi hanno assicurato che ci mandano le psicologhe e il medico. Del resto è un bene, i ragazzi a una figura che viene da fuori possono sentirsi liberi di chiedere molte più cose."
2) Con me sola, in aula computer: "Al consultorio ieri hanno detto di parlare con le classi, tutte le classi, facendo un annuncio abbastanza asettico, cercando di non dare giudizi nè interpretazioni e dicendo che, dopo, i ragazzi avranno modo di parlare con la psicologa e l'assistente sanitaria per qualsiasi dubbio. Comunque su quando fare l'annuncio aspettiamo il loro via, ci manderanno qualcuno per preparare gli insegnanti, e comunque devono parlarne con la ragazza e la madre. Poi, in un secondo momento, ci manderanno l'intervento sui ragazzi."
3) Nel giro di una settimana, si passa a parlare di fare lezione con l'assistente sanitaria solo alle terze, data anche l'opposizione (urlata) della collega di Scienze della mia seconda e quella (sottaciuta) di altri colleghi. Poi la C. tenta di far virare l'intervento solo sulla terza direttamente coinvolta. Riesco faticosamente a convincerla (almeno apparentemente) che dato che la mia alunna, che è in III C, ha una sorellastra in III A, sarebbe bene anche estendere all'altra terza, e allora, buon peso, buttiamoci dentro anche la III B, e finito.
4) Passano alcuni giorni e io riferisco ai colleghi che vedo, che non sono certo tutti, che lei mi ha detto che dovremo dare l'annuncio nelle diverse classi, però solo dopo l'okay della psicologa che discuterà degli aspetti legati alla privacy con la madre di Occhioni e Occhioni stessa. Non succede niente per un po',e io quando vedo la preside le dico che ho riferito la procedura che ci hanno indicato, ma non a tutti, solo a quelli con cui ho potuto parlare. Lei dice: "Eh, no, sì, devo dirlo ai coordinatori, magari oggi che ci sono le riunioni per l'elezione dei rappresentanti li convoco cinque minuti prima, così ci sono tutti e lo diciamo."
5) Una bella mattina il vicepreside mi dice "La psicologa del consultorio ha detto di parlarne con le classi, oggi lo diciamo in III C, vengo anche io." (E le psicologhe che dovevano parlarne con noi prima? Non pervenute.) Lo dico ai colleghi, con alcuni dei quali si era parlato di tutelarci e deciso che dovevamo essere almeno due adulti presenti ad ogni 'annunciazione'... Cadono dal pero. La preside non ha convocato nessuno nè detto a nessuno quel che aveva detto a me. Mi ritrovo con colleghi di ogni credo, razza e colore che mi soffiano contro tipo pantere, come fosse colpa mia, io riferisco testualmente cosa mi è stato detto che lei aveva intenzione di fare, così prendiamo atto che non lo ha fatto; in quella entra il vicepreside e gli sottopongo il problema, lui dice che intanto ora lo diciamo in terza e annunciamo pure che Occhioni a novembre si ferma a casa in maternità, e allora tutti i colleghi tirano un respiro di sollievo e quella di Inglese dice: "Ah beh allora non è neanche necessario dirlo a quelli delle altre classi, se tanto se ne va a novembre." (E' lì che io perdo definitivamente la fiducia nel prossimo, e decido che farò di testa mia dove posso, e mi parerò il culo chiedendo ai genitori l'autorizzazione a parlare di argomenti relativi all'educazione all'affettività coi loro figli, cosa che peraltro ho già fatto n volte in n scuole, senza mai avere un problema. Da cui la mia decisione, puntualmente messa in pratica, di parlarne nella mia seconda non appena uno dei bambini sfiora l'argomento.)
6) Ci ritroviamo io (coordinatrice) il vicepreside (autorità) la collega di Inglese (che era lì perchè aveva l'ora di lezione) e il collega di Religione (che è un ficcanaso) a dire alla terza, che lo sapeva benissimo, che Occhioni è incinta. Il vicepreside annuncia ufficialmente che Occhioni si fermerà a casa tra qualche settimana. Io condisco il tutto dicendo loro di regolarsi con buon senso, e di essere delicati con lei, e dico anche che abbiamo preso contatti col consultorio (stessa cosa avevo detto alle pochissime madri presenti alla riunione) perchè ci aiuti un po' con del personale esperto.
7) Occhioni mi interpella e mi sottopone il problema voti e interrogazioni. Analizziamo un po' la questione. Io le ripeto (già detto a sua madre) che esiste la possibilità di continuare a seguire dopo la nascita del bambino, oppure di ritirarsi e presentarsi da privatista. Le dico che devono parlare con vicepreside e preside per informarsi su cosa possano fare e come farlo.
Questo accade venerdì. Ieri madre e figlia si presentano dalla preside, e oggi la preside mi convoca e si lamenta che io abbia detto alla bambina questa cosa. Io spiego: non ho detto che deve ritirarsi, ho solo detto che la possibilità c'è, che potrebbe considerarla visto che non sappiamo se il suo bambino sarà un angelo o un mostro che non la farà mai dormire, e di parlarne con la dirigente. La quale oggi nicchia su tutto l'universo scibile e addirittura sul fatto che la ragazza stia a casa prima del parto: essendo un'utente di un servizio e non una lavoratrice, se vuole venire può. Io le dico allora che il vicepreside ha detto ufficialmente a noi e alla classe che Occhioni si fermerà a casa, lei ripete che non ne è sicura perchè ha il dubbio che invece possa frequentare, e alla mia domanda "Dove ha preso allora quest'informazione il Gigante?" lei dice testualmente "Se l'è inventato."
In tutto questo di psicologi che vengono a scuola non si parla più, figuriamoci di ginecologhe.
Commento libero.
Etichette:
ahia,
facce come il culo,
fine pena mai,
poveri noi,
simpatici come l'Ebola
domenica 21 ottobre 2012
Questione di sensibilità
Una volta ogni cinque o sei anni, se va tutto bene, arriva una classe con cui ti senti di poter parlare. Anche se tu sei vecchio e loro piccoli, anche se tu sei il prof e loro gli alunni, anche se tu hai letto Kant e loro no.
La mia seconda è così.
Non è solo perchè anche i più agitati come Dylan McKay e Atreiu quando c'è tema restano in classe all'intervallo spontaneamente, per continuare a scrivere. Non è solo perchè mi torturano chiedendomi "la prossima lezione è Dante? quando iniziamo Dante? quando la facciamo quella poesia nella selva oscura?". Non è solo perchè, quando io spiego che il poeta stilnovista ritiene che la donna sia un angelo perchè eleva il suo spirito alle celestiali virtù e a pensieri nobili, e scherzando dico "insomma il poeta pensa che la donna renda l'uomo migliore, ed è una gran bella cosa da dire di una donna, segnatevela", invece di vederli sorridere o fare facce, li vedi che ci pensano. Femmine e maschi.
Naturalmente abbiamo parlato anche della compagna di scuola incinta. C'è stato un po' di trambusto, su ventisei facce c'era chi sghignazzava, chi si agitava, chi guardava per terra, chi aveva l'aria angosciata, chi faceva domande a random. Sono piccoli (grazie a Dio) e non sono pronti.
Però, nelle varie frasi che ho sentito da posto prima di zittirli, con la promessa che avrebbero potuto presto parlare con uno psicologo e un medico (ma sì, raccontiamoci questa balla: segnatevelo, i servizi sociali stavolta si sono fatti una nemica... e anche i colleghi), ce ne sono state alcune come:
- Ma può morire? (era la ragazza marocchina, e non sono sicura che stesse parlando del bambino)
- Ma come fa con la scuola? Perde l'anno?
- Ma non poteva... toglierlo? (questo era Dylan, nel casino delle prime reazioni però, per cui non l'ha detto direttamente a me e io non gli ho dovuto rispondere, lo ha fatto la Verace, in banco con lui, dicendo "Sì, poteva abortire" e lui se ne è stato)
- E il papà?
- E il suo ragazzo adesso cosa fa?
- Chi è il suo ragazzo?
- Ma lo allatta a scuola poi?
- E se le vengono le doglie a scuola?
Ho tentato di rispondere, poco, senza troppe parole, senza giudizi, senza dare spazio a chi ridacchiava e confortando chi l'aveva presa invece male. Tra cui la Isinbayeva, che preoccupatissima mi dice: "Io conosco due ragazzi che... però, poi si sono lasciati!". Al che, io ammetto che è abbastanza un'utopia restare tutta la vita con uno con cui stavi a quindici anni (quattordici. QUATTORDICI, i quindici sono vicini adesso, ma non lo erano quando tutto è iniziato) e poi dico che d'altra parte su queste cose nella vita non si sa mai... "In fondo, quante persone conosciamo che si sono sposate da grandi, tutte contente, e poi sono durate due anni?" e sento dire, da qualcuno: "I miei!". Conveniamo che ormai non è più uno scandalo che si raggiunga la felicità con qualcuno che si incontra più avanti nella vita, a un secondo tentativo.
Bimbo Transfert voleva fare una domanda, poi non se l'è sentita. Idem Docteur Momo. Alla fine dell'ora, prima di uscire, li ho chiamati un momento alla cattedra, perchè tutti e due mi erano sembrati turbati.
Il dialogo che vi piacerà di più l'ho avuto per secondo, con Bimbo Transfert:
"Ma prof... ma allora... cioè... c'è stato un ragazzo?" (sinceramente dubbioso)
"Eh: altrimenti, cosa, lo Spirito Santo, Bimbo Transfert?!?"
"Ma come è successo?"
"Eh... non so, può capitare..."
"Ma poverina!" (sinceramente angosciato)
"Beh, guarda che non è come se avesse una malattia... In qualche modo se la caveranno, vedrai."
Pausa. Pensosamente:
"Mia mamma mi ha detto che quando andrò a fare l'Erasmus in Australia non devo lasciare incinta nessuna ragazza."
Sorrido.
"Intanto deve passare ancora un bel po' di tempo, mi sa... e poi, ci sono dei metodi per avere una felice vita sessuale senza fare pasticci, stai tranquillo."
E se ne è andato, un po' meno angosciato, con la sua merendina. Da mangiarselo. Ma che tenero lui, ma che tenera la sua mamma adottiva.
Ma a me quel che è rimasto in testa è il brevissimo scambio, avvenuto immediatamente prima, con Docteur Momo, che si contorceva, a disagio.
"Che cosa volevi chiedere?"
"No... ma... quanti anni ha il ragazzo? Più di diciotto?"
"Perchè?"
Mi pianta in faccia i suoi occhi neri: "Perchè, se ne ha più di diciotto, c'è una legge, in Italia..."
"Sì, lo so. Ma non è questo il caso, no, non ti preoccupare."
Lo guardo pensosa. Docteur Momo è il primo di tre figli di una coppia bellissima, di quei Marocchini alti alti dei paesini ai piedi dell'Atlante. Ha tredici anni, sua madre ne ha trenta, suo padre trentaquattro. Docteur Momo è quello che mi ha raccontato, deglutendo fil di ferro, ma mettendoci tutto il suo coraggio, del pedofilo che quest'estate le madri hanno segnalato ai Carabinieri in paese dopo che aveva avvicinato dei ragazzini, in almeno due occasioni, alle feste in piazza. Preso, almeno quello, era uno che la Polizia già teneva d'occhio.
L'anno scorso, mi aveva anche raccontato delle punizioni corporali date dai maestri in Marocco, e gli veniva il groppo in gola, mentre parlava, ma lui è qui da noi ora, e evidentemente del nostro sistema si fida. E sa, in qualche modo, sa che certe cose DEVONO essere dette.
Anche a me sembra che certe cose debbano essere dette. Per questo, ripensando nel weekend alla reazione della classe , mi sentivo a mio agio, anche se ho preso un bel rischio a permettere loro di parlarne con me, senza testimoni, in un'ora di italiano. Perchè alcune delle cose che hanno detto loro, gli adulti intorno a me le hanno volutamente taciute. O hanno addirittura zittito chi le diceva. E io con questi adulti sono stufa di avere a che fare. Perchè per guardare negli occhi puliti e fiduciosi di Docteur Momo bisogna avere la coscienza MOLTO pulita, e noi non ce l'abbiamo.
La mia seconda è così.
Non è solo perchè anche i più agitati come Dylan McKay e Atreiu quando c'è tema restano in classe all'intervallo spontaneamente, per continuare a scrivere. Non è solo perchè mi torturano chiedendomi "la prossima lezione è Dante? quando iniziamo Dante? quando la facciamo quella poesia nella selva oscura?". Non è solo perchè, quando io spiego che il poeta stilnovista ritiene che la donna sia un angelo perchè eleva il suo spirito alle celestiali virtù e a pensieri nobili, e scherzando dico "insomma il poeta pensa che la donna renda l'uomo migliore, ed è una gran bella cosa da dire di una donna, segnatevela", invece di vederli sorridere o fare facce, li vedi che ci pensano. Femmine e maschi.
Naturalmente abbiamo parlato anche della compagna di scuola incinta. C'è stato un po' di trambusto, su ventisei facce c'era chi sghignazzava, chi si agitava, chi guardava per terra, chi aveva l'aria angosciata, chi faceva domande a random. Sono piccoli (grazie a Dio) e non sono pronti.
Però, nelle varie frasi che ho sentito da posto prima di zittirli, con la promessa che avrebbero potuto presto parlare con uno psicologo e un medico (ma sì, raccontiamoci questa balla: segnatevelo, i servizi sociali stavolta si sono fatti una nemica... e anche i colleghi), ce ne sono state alcune come:
- Ma può morire? (era la ragazza marocchina, e non sono sicura che stesse parlando del bambino)
- Ma come fa con la scuola? Perde l'anno?
- Ma non poteva... toglierlo? (questo era Dylan, nel casino delle prime reazioni però, per cui non l'ha detto direttamente a me e io non gli ho dovuto rispondere, lo ha fatto la Verace, in banco con lui, dicendo "Sì, poteva abortire" e lui se ne è stato)
- E il papà?
- E il suo ragazzo adesso cosa fa?
- Chi è il suo ragazzo?
- Ma lo allatta a scuola poi?
- E se le vengono le doglie a scuola?
Ho tentato di rispondere, poco, senza troppe parole, senza giudizi, senza dare spazio a chi ridacchiava e confortando chi l'aveva presa invece male. Tra cui la Isinbayeva, che preoccupatissima mi dice: "Io conosco due ragazzi che... però, poi si sono lasciati!". Al che, io ammetto che è abbastanza un'utopia restare tutta la vita con uno con cui stavi a quindici anni (quattordici. QUATTORDICI, i quindici sono vicini adesso, ma non lo erano quando tutto è iniziato) e poi dico che d'altra parte su queste cose nella vita non si sa mai... "In fondo, quante persone conosciamo che si sono sposate da grandi, tutte contente, e poi sono durate due anni?" e sento dire, da qualcuno: "I miei!". Conveniamo che ormai non è più uno scandalo che si raggiunga la felicità con qualcuno che si incontra più avanti nella vita, a un secondo tentativo.
Bimbo Transfert voleva fare una domanda, poi non se l'è sentita. Idem Docteur Momo. Alla fine dell'ora, prima di uscire, li ho chiamati un momento alla cattedra, perchè tutti e due mi erano sembrati turbati.
Il dialogo che vi piacerà di più l'ho avuto per secondo, con Bimbo Transfert:
"Ma prof... ma allora... cioè... c'è stato un ragazzo?" (sinceramente dubbioso)
"Eh: altrimenti, cosa, lo Spirito Santo, Bimbo Transfert?!?"
"Ma come è successo?"
"Eh... non so, può capitare..."
"Ma poverina!" (sinceramente angosciato)
"Beh, guarda che non è come se avesse una malattia... In qualche modo se la caveranno, vedrai."
Pausa. Pensosamente:
"Mia mamma mi ha detto che quando andrò a fare l'Erasmus in Australia non devo lasciare incinta nessuna ragazza."
Sorrido.
"Intanto deve passare ancora un bel po' di tempo, mi sa... e poi, ci sono dei metodi per avere una felice vita sessuale senza fare pasticci, stai tranquillo."
E se ne è andato, un po' meno angosciato, con la sua merendina. Da mangiarselo. Ma che tenero lui, ma che tenera la sua mamma adottiva.
Ma a me quel che è rimasto in testa è il brevissimo scambio, avvenuto immediatamente prima, con Docteur Momo, che si contorceva, a disagio.
"Che cosa volevi chiedere?"
"No... ma... quanti anni ha il ragazzo? Più di diciotto?"
"Perchè?"
Mi pianta in faccia i suoi occhi neri: "Perchè, se ne ha più di diciotto, c'è una legge, in Italia..."
"Sì, lo so. Ma non è questo il caso, no, non ti preoccupare."
Lo guardo pensosa. Docteur Momo è il primo di tre figli di una coppia bellissima, di quei Marocchini alti alti dei paesini ai piedi dell'Atlante. Ha tredici anni, sua madre ne ha trenta, suo padre trentaquattro. Docteur Momo è quello che mi ha raccontato, deglutendo fil di ferro, ma mettendoci tutto il suo coraggio, del pedofilo che quest'estate le madri hanno segnalato ai Carabinieri in paese dopo che aveva avvicinato dei ragazzini, in almeno due occasioni, alle feste in piazza. Preso, almeno quello, era uno che la Polizia già teneva d'occhio.
L'anno scorso, mi aveva anche raccontato delle punizioni corporali date dai maestri in Marocco, e gli veniva il groppo in gola, mentre parlava, ma lui è qui da noi ora, e evidentemente del nostro sistema si fida. E sa, in qualche modo, sa che certe cose DEVONO essere dette.
Anche a me sembra che certe cose debbano essere dette. Per questo, ripensando nel weekend alla reazione della classe , mi sentivo a mio agio, anche se ho preso un bel rischio a permettere loro di parlarne con me, senza testimoni, in un'ora di italiano. Perchè alcune delle cose che hanno detto loro, gli adulti intorno a me le hanno volutamente taciute. O hanno addirittura zittito chi le diceva. E io con questi adulti sono stufa di avere a che fare. Perchè per guardare negli occhi puliti e fiduciosi di Docteur Momo bisogna avere la coscienza MOLTO pulita, e noi non ce l'abbiamo.
Etichette:
come la vedo io,
ferite di guerra,
home,
mi piace vivere pericolosamente
giovedì 18 ottobre 2012
Certi amori non finiscono
...fanno dei giri immensi...
Tipo che ne avrei anche abbastanza, ecco, di avere delle grane, e sempre io, e sempre sola come un cane, in mezzo a colleghi di cui mi fido sempre meno, e sempre alle 7.55 di mattina.
Tipo che ormai quando entro a scuola alle 7.54 e mi dirigo verso il corridoio est per posare le mie borse, sempre più traboccanti di lavoro arretrato, in classe, e poi tornare indietro e posare la giacca in sala prof, scambiare due parole coi colleghi e aspettare la campanella (che ormai le bidelle hanno rinunciato a suonare puntualmente alle 7.55, tanto arriviamo comunque tutti in classe alle otto e amen... statalidimerda!), intravedo subito la mole ragguardevole del Gigante, e penso: "Fa' che non sia lì per me..." e lui si gira e io spero che i suoi occhi castani mi oltrepassino, invece si fermano su di me, e allora per un millesimo di secondo spero che lo facciano per prendere nota che sono io e salutarmi, magari con un sorriso, ma NO: apre la bocca, senza assolutamente sorridermi, e mi annuncia una grana. Che io incasso, con le chiavi della macchina in mano, la borsa a tracolla, la giacca addosso.
E così, quando entro in classe, ho già la testa piena di frasi che riguardano psicologhe assistenti sociali vigili urbani polizia postale problemi di disciplina genitori che devono essere convocati presidi che devono parlarmi colleghi che devono essere informati etc etc. E uno scazzo che solo la regina matrigna, la mattina che lo specchio le ha detto che ahimè Biancaneve era di molto più gnocca di lei.
La giornata si svolge perdendo pezzi per ogni dove e recuperandoli a prezzo di improbabili acrobazie. E Bambino di Formaggio che non ha i libri, e questo che deve recuperare il compito e non si presenta, e quella che si sente male e bisogna chiamare la mamma, e il consultorio che non ci manda la ginecologa, e l'Inutile che non c'è mai quando serve ma si materializza pachidermicamente tra i coglioni quando nessuno la vuole, etc etc etc etc. E a volte mi perdo delle cose, delle sensazioni, che in altri periodi coltivavo con gioia.
Prendiamo questo ragazzino, che l'anno scorso era tra le mie passioni e ora, un po' cresciuto, un po' inscorbutichito, un po' troppo sbruffone e malizioso, sono più le volte che si fa sgridare che quelle in cui mi colpisce positivamente. Sono settimane che prende note ogni giorno, i colleghi lo buttano regolarmente fuori. E' una bella spina nel fianco. E poi ho altre grane per le mani, ho poco tempo per stare a guardarlo mentre cresce, lui almeno è uno che si arrangia.
...e poi ritornano.
Oggi avevano tema e io cercavo di mettere in ordine il registro in pace.
"Prof?"
"Prof?"
"Prof, come si scrive...?"
"Prof, come si dice...?"
"Prof, ma così è troppo corto il tema?"
"Prof, ma a me non l'ha messo il voto di Geografia?"
"Prof, ma..."
"Prof?"
"Prof?"
Sono ventisei. Mi hanno chiamato, in media, tre volte a testa. Alla fine della seconda ora avevo il mal di mare.
Inizia la terza ora, dopo l'intervallo, e, ormai disperando di riuscire a finire i miei lavori, a un certo punto gironzolo in mezzo ai banchi, perchè a quelli di seconda fa ancora piacere essere presi per il cappuccio della felpa e strapazzati quando dicono una cazzata, o che io mi chini sul foglio per controllare come stanno scrivendo. Arrivo nell'angolo in fondo, dalla finestra, che da sempre è l'antro di Dylan McKay. E come sempre la sua personalità ingombrante ha preteso il suo spazio: c'è roba sua intorno al banco nel raggio di tre metri, e non è semplice in una classe dove ventisei anime si portano zaino, cartellina di tecnica, giacche e scarpe di ricambio per l'ora di fisica. Per terra, vicino al banco, c'è anche la confezione di plastica di una torta del Mulino Bianco.
"Cosa diavolo è? Ti sei portato una torta?"
Ride. Alzo gli occhi. Sul calorifero c'è la base della confezione, quella a forma di vassoietto, con sopra una fetta di torta al limone.
Che si sta scaldando sul calorifero tiepido, pronta per un'ottima degustazione.
...
...
...
Volevo esibirmi nel solito gesto di disprezzo assoluto e indignato, fare la faccia schifata e la voce grossa. Ma mi è partita una risata, gli ho spettinato il ciuffo castano e l'ho abbracciato. Più tardi, dalla cattedra, ho dato uno sguardo al fondo della classe, e l'ho beccato con mezza fetta infilata in bocca. "Dylan..." Ha alzato le sopracciglia, deglutito e detto: "E' BUONISSIMA!"
Mi è toccato ricordarmi che, l'anno scorso, quando le sue maestre delle elementari mi hanno chiesto come andava, la domanda è stata letteralmente questa: "Ha fatto innamorare anche te?".
Tipo che ne avrei anche abbastanza, ecco, di avere delle grane, e sempre io, e sempre sola come un cane, in mezzo a colleghi di cui mi fido sempre meno, e sempre alle 7.55 di mattina.
Tipo che ormai quando entro a scuola alle 7.54 e mi dirigo verso il corridoio est per posare le mie borse, sempre più traboccanti di lavoro arretrato, in classe, e poi tornare indietro e posare la giacca in sala prof, scambiare due parole coi colleghi e aspettare la campanella (che ormai le bidelle hanno rinunciato a suonare puntualmente alle 7.55, tanto arriviamo comunque tutti in classe alle otto e amen... statalidimerda!), intravedo subito la mole ragguardevole del Gigante, e penso: "Fa' che non sia lì per me..." e lui si gira e io spero che i suoi occhi castani mi oltrepassino, invece si fermano su di me, e allora per un millesimo di secondo spero che lo facciano per prendere nota che sono io e salutarmi, magari con un sorriso, ma NO: apre la bocca, senza assolutamente sorridermi, e mi annuncia una grana. Che io incasso, con le chiavi della macchina in mano, la borsa a tracolla, la giacca addosso.
E così, quando entro in classe, ho già la testa piena di frasi che riguardano psicologhe assistenti sociali vigili urbani polizia postale problemi di disciplina genitori che devono essere convocati presidi che devono parlarmi colleghi che devono essere informati etc etc. E uno scazzo che solo la regina matrigna, la mattina che lo specchio le ha detto che ahimè Biancaneve era di molto più gnocca di lei.
La giornata si svolge perdendo pezzi per ogni dove e recuperandoli a prezzo di improbabili acrobazie. E Bambino di Formaggio che non ha i libri, e questo che deve recuperare il compito e non si presenta, e quella che si sente male e bisogna chiamare la mamma, e il consultorio che non ci manda la ginecologa, e l'Inutile che non c'è mai quando serve ma si materializza pachidermicamente tra i coglioni quando nessuno la vuole, etc etc etc etc. E a volte mi perdo delle cose, delle sensazioni, che in altri periodi coltivavo con gioia.
Prendiamo questo ragazzino, che l'anno scorso era tra le mie passioni e ora, un po' cresciuto, un po' inscorbutichito, un po' troppo sbruffone e malizioso, sono più le volte che si fa sgridare che quelle in cui mi colpisce positivamente. Sono settimane che prende note ogni giorno, i colleghi lo buttano regolarmente fuori. E' una bella spina nel fianco. E poi ho altre grane per le mani, ho poco tempo per stare a guardarlo mentre cresce, lui almeno è uno che si arrangia.
...e poi ritornano.
Oggi avevano tema e io cercavo di mettere in ordine il registro in pace.
"Prof?"
"Prof?"
"Prof, come si scrive...?"
"Prof, come si dice...?"
"Prof, ma così è troppo corto il tema?"
"Prof, ma a me non l'ha messo il voto di Geografia?"
"Prof, ma..."
"Prof?"
"Prof?"
Sono ventisei. Mi hanno chiamato, in media, tre volte a testa. Alla fine della seconda ora avevo il mal di mare.
Inizia la terza ora, dopo l'intervallo, e, ormai disperando di riuscire a finire i miei lavori, a un certo punto gironzolo in mezzo ai banchi, perchè a quelli di seconda fa ancora piacere essere presi per il cappuccio della felpa e strapazzati quando dicono una cazzata, o che io mi chini sul foglio per controllare come stanno scrivendo. Arrivo nell'angolo in fondo, dalla finestra, che da sempre è l'antro di Dylan McKay. E come sempre la sua personalità ingombrante ha preteso il suo spazio: c'è roba sua intorno al banco nel raggio di tre metri, e non è semplice in una classe dove ventisei anime si portano zaino, cartellina di tecnica, giacche e scarpe di ricambio per l'ora di fisica. Per terra, vicino al banco, c'è anche la confezione di plastica di una torta del Mulino Bianco.
"Cosa diavolo è? Ti sei portato una torta?"
Ride. Alzo gli occhi. Sul calorifero c'è la base della confezione, quella a forma di vassoietto, con sopra una fetta di torta al limone.
Che si sta scaldando sul calorifero tiepido, pronta per un'ottima degustazione.
...
...
...
Volevo esibirmi nel solito gesto di disprezzo assoluto e indignato, fare la faccia schifata e la voce grossa. Ma mi è partita una risata, gli ho spettinato il ciuffo castano e l'ho abbracciato. Più tardi, dalla cattedra, ho dato uno sguardo al fondo della classe, e l'ho beccato con mezza fetta infilata in bocca. "Dylan..." Ha alzato le sopracciglia, deglutito e detto: "E' BUONISSIMA!"
Mi è toccato ricordarmi che, l'anno scorso, quando le sue maestre delle elementari mi hanno chiesto come andava, la domanda è stata letteralmente questa: "Ha fatto innamorare anche te?".
Etichette:
friday I'm in love,
home,
l'ossigeno non è un optional,
li adoro
mercoledì 17 ottobre 2012
Pocahontas e l'Arcangelo
La mamma di Pocahontas mi avvicina dopo la riunione per l'elezione dei rappresentanti dei genitori.
"Professoressa, volevo chiederle come va mia figlia...". Sguardo teso.
"Bene, come al solito, è una brava studentessa. Anche se devo dire che, quest'anno, è un po' più distratta..."
"Ecco, appunto, sì, volevo dirglielo io..."
"Va beh, sa, crescono, cambiano... per un periodo, ultimamente, aveva anche un fidanzatino..."
"Infatti, ne parlavo con la prof di matematica ora!!! Ah ma io le ho detto subito di levarselo dalla testa eh??? Ma figuriamoci..."
"Eh, sa com'è, è l'età; poi per carità, niente di che, gironzolavano insieme all'intervallo... La collega li ha sgridati perchè una volta li ha visti sbaciucchiarsi, ma a me per esempio non è mai capitato di vedere niente del genere."
"Ma la sua collega ha fatto benissimo, scherziamo?"
"D'accordo, noi li sgridiamo se danno spettacolo, perchè capisce bene che sono 170 ragazzi, se tutti si sbaciucchiassero nei corridoi, allora... Però, a dire il vero, qui a scuola non credo possa succedere niente di male... Spero!"
"Ma vede il problema è che sono dello stesso paese!!!Guardi, sono rimasta malissimo, quest'estate, e anche all'inizio della scuola quando c'erano pochi compiti, la lasciavo uscire, credevo in buona fede di fare bene... quando ho scoperto che si vedevano coi ragazzi, le ho detto ora basta, ora scuola, casa, esci solo il sabato per andare a catechismo, domenica la messa e fine!"
Mi deve essere scappato un fumetto sopra la testa con scritto: "euh!!! Bum!!!" o forse ho mosso un sopracciglio... Fatto sta che la madre si è un po' ricomposta, dicendo:
"Cioè, ora, non è che io voglia proibirle tutto... però, professoressa" (e qui ha ingoiato qualcosa che poteva essere un grosso ragno, e le tremavano le labbra) "E' GIOVANE! E' COSI' GIOVANE! HA DODICI ANNI!!!"
Ho cercato di confortarla: e lo so e lo so, i ragazzi sono diversi da come eravamo noi, che ci arrivavamo più avanti, mio marito mi diceva che a sedici anni lui era ancora un patatone che pensava solo al calcio... questi sono decisamente più svegli (eh sì, in questa terza proprio sì) ma insomma, poi basta che uno ci metta un po' di cervello in quel che fa... basta che abbia chiare due o tre cose base, tanto da fermarsi a farsi due domande (neh, Occhioni?) prima di ficcarsi nei guai... Peraltro cosa possiamo farci, crescono...
Però continuo a sentirmi in testa la voce rotta di questa degna signora che geme: "E' così giovane!"
E oggi, che ho fatto tre ore con la terza, guardavo di sottecchi il fidanzatino di Pocahontas, ovvero l'Arcangelo Occhiviola. Che, obiettivamente, è bellissimo, anche guardato da adulta. E misterioso, con quell'aria seria; e però quest'anno, invece di essere musone e riservato, è ironico, è tutto un gioco di sopracciglia inarcate e facce buffe, come se avesse trovato un suo modo per comunicare con gli adulti di cui prima sfuggiva lo sguardo, ma sempre prendendo le distanze. E mi dicevo: certo che io, a dodici anni, ai ragazzi ci pensavo, eccome. Se uno così avesse deciso di percorrere il corridoio con me, e non parliamo proprio se avesse cercato di baciarmi, mi sarei letteralmente liquefatta. Avrei riso e pianto come una scema, e riempito quaderni interi di cuoricini poesie e frasi cosmiche, poi mi sarei sfondata le orecchie con il Walkman (il Walkman!!!) a sentire cose tipo Careless Whispers di George Michael, la sigla del Tempo delle Mele, Heaven di Bryan Adams, e tutti quei lentazzi impossibili da riascoltare che andavano nel 1988, tra i quali, per motivi a me sconosciuti, eravamo però in grado di mettere anche un'intramontabile Moonlight Shadow e, di lì a pochissimo, Losing My Religion, che non mi direte mica che non è un capolavoro.
Poi ho pensato a Riccardo. Riccardo veniva con me in piscina in campagna. Stavamo ore sullo stesso asciugamano, seduti a gambe incrociate o sdraiati a pancia sotto, a giocare a carte, a compilare giochi sulle riviste, facevamo il bagno, mangiavamo il gelato. Giocavamo a ping pong, a pallavolo. Passavamo ore e ore a dire cose prive del minimo contenuto, dondolando le gambe da una sedia da giardino, sotto i pioppi. A volte con altri, a volte io e lui da soli. Mi trovava carina, e una volta me l'ha detto. Io non ho raccolto. Mi piaceva suo fratello grande, ma così, solo perchè era grande e, obiettivamente, molto bello. In realtà adoravo proprio stare con Riccardo ed era tanto, tanto carino anche lui. Aveva gli occhi come il cioccolato al latte, una voce bellissima, la pelle abbronzata, e mi faceva ridere di pancia. Ogni tanto,giocavamo a chi dei due riusciva a trascinare l'altro sul bordo della piscina e lanciarlo tutto asciutto dentro l'acqua gelata. Se però lui cercava di tirarmi in acqua, magari alzandomi su di peso, e io facevo l'aria atterrita e dicevo a denti stretti "oggi non posso", la sua presa forte diventava immediatamente delicata, mi lasciava subito con espressione rispettosa, e poi, più tardi, mi chiedeva se avevo caldo, mi lasciava il posto all'ombra, si alzava lui per spostare le sdraio o andare a comprare il gelato della merenda.
Chissà cosa vedeva mia madre, guardandoci. Esistono ancora cose così, credo, e io non vorrei sporcarle mettendoci sopra dei pensieri che non c'entrano niente.
"Professoressa, volevo chiederle come va mia figlia...". Sguardo teso.
"Bene, come al solito, è una brava studentessa. Anche se devo dire che, quest'anno, è un po' più distratta..."
"Ecco, appunto, sì, volevo dirglielo io..."
"Va beh, sa, crescono, cambiano... per un periodo, ultimamente, aveva anche un fidanzatino..."
"Infatti, ne parlavo con la prof di matematica ora!!! Ah ma io le ho detto subito di levarselo dalla testa eh??? Ma figuriamoci..."
"Eh, sa com'è, è l'età; poi per carità, niente di che, gironzolavano insieme all'intervallo... La collega li ha sgridati perchè una volta li ha visti sbaciucchiarsi, ma a me per esempio non è mai capitato di vedere niente del genere."
"Ma la sua collega ha fatto benissimo, scherziamo?"
"D'accordo, noi li sgridiamo se danno spettacolo, perchè capisce bene che sono 170 ragazzi, se tutti si sbaciucchiassero nei corridoi, allora... Però, a dire il vero, qui a scuola non credo possa succedere niente di male... Spero!"
"Ma vede il problema è che sono dello stesso paese!!!Guardi, sono rimasta malissimo, quest'estate, e anche all'inizio della scuola quando c'erano pochi compiti, la lasciavo uscire, credevo in buona fede di fare bene... quando ho scoperto che si vedevano coi ragazzi, le ho detto ora basta, ora scuola, casa, esci solo il sabato per andare a catechismo, domenica la messa e fine!"
Mi deve essere scappato un fumetto sopra la testa con scritto: "euh!!! Bum!!!" o forse ho mosso un sopracciglio... Fatto sta che la madre si è un po' ricomposta, dicendo:
"Cioè, ora, non è che io voglia proibirle tutto... però, professoressa" (e qui ha ingoiato qualcosa che poteva essere un grosso ragno, e le tremavano le labbra) "E' GIOVANE! E' COSI' GIOVANE! HA DODICI ANNI!!!"
Ho cercato di confortarla: e lo so e lo so, i ragazzi sono diversi da come eravamo noi, che ci arrivavamo più avanti, mio marito mi diceva che a sedici anni lui era ancora un patatone che pensava solo al calcio... questi sono decisamente più svegli (eh sì, in questa terza proprio sì) ma insomma, poi basta che uno ci metta un po' di cervello in quel che fa... basta che abbia chiare due o tre cose base, tanto da fermarsi a farsi due domande (neh, Occhioni?) prima di ficcarsi nei guai... Peraltro cosa possiamo farci, crescono...
Però continuo a sentirmi in testa la voce rotta di questa degna signora che geme: "E' così giovane!"
E oggi, che ho fatto tre ore con la terza, guardavo di sottecchi il fidanzatino di Pocahontas, ovvero l'Arcangelo Occhiviola. Che, obiettivamente, è bellissimo, anche guardato da adulta. E misterioso, con quell'aria seria; e però quest'anno, invece di essere musone e riservato, è ironico, è tutto un gioco di sopracciglia inarcate e facce buffe, come se avesse trovato un suo modo per comunicare con gli adulti di cui prima sfuggiva lo sguardo, ma sempre prendendo le distanze. E mi dicevo: certo che io, a dodici anni, ai ragazzi ci pensavo, eccome. Se uno così avesse deciso di percorrere il corridoio con me, e non parliamo proprio se avesse cercato di baciarmi, mi sarei letteralmente liquefatta. Avrei riso e pianto come una scema, e riempito quaderni interi di cuoricini poesie e frasi cosmiche, poi mi sarei sfondata le orecchie con il Walkman (il Walkman!!!) a sentire cose tipo Careless Whispers di George Michael, la sigla del Tempo delle Mele, Heaven di Bryan Adams, e tutti quei lentazzi impossibili da riascoltare che andavano nel 1988, tra i quali, per motivi a me sconosciuti, eravamo però in grado di mettere anche un'intramontabile Moonlight Shadow e, di lì a pochissimo, Losing My Religion, che non mi direte mica che non è un capolavoro.
Poi ho pensato a Riccardo. Riccardo veniva con me in piscina in campagna. Stavamo ore sullo stesso asciugamano, seduti a gambe incrociate o sdraiati a pancia sotto, a giocare a carte, a compilare giochi sulle riviste, facevamo il bagno, mangiavamo il gelato. Giocavamo a ping pong, a pallavolo. Passavamo ore e ore a dire cose prive del minimo contenuto, dondolando le gambe da una sedia da giardino, sotto i pioppi. A volte con altri, a volte io e lui da soli. Mi trovava carina, e una volta me l'ha detto. Io non ho raccolto. Mi piaceva suo fratello grande, ma così, solo perchè era grande e, obiettivamente, molto bello. In realtà adoravo proprio stare con Riccardo ed era tanto, tanto carino anche lui. Aveva gli occhi come il cioccolato al latte, una voce bellissima, la pelle abbronzata, e mi faceva ridere di pancia. Ogni tanto,giocavamo a chi dei due riusciva a trascinare l'altro sul bordo della piscina e lanciarlo tutto asciutto dentro l'acqua gelata. Se però lui cercava di tirarmi in acqua, magari alzandomi su di peso, e io facevo l'aria atterrita e dicevo a denti stretti "oggi non posso", la sua presa forte diventava immediatamente delicata, mi lasciava subito con espressione rispettosa, e poi, più tardi, mi chiedeva se avevo caldo, mi lasciava il posto all'ombra, si alzava lui per spostare le sdraio o andare a comprare il gelato della merenda.
Chissà cosa vedeva mia madre, guardandoci. Esistono ancora cose così, credo, e io non vorrei sporcarle mettendoci sopra dei pensieri che non c'entrano niente.
venerdì 12 ottobre 2012
The time of my life
Togliamoci per un momento dai discorsi sulla pancia di Occhioni, che hanno occupato gran parte dei miei pensieri per settimane. Anche perchè le ultime notizie non sono buone, la ragazzina ora è a casa, non sta bene, e di tanti scenari cui avevamo pensato, alcuni di voi con incredibile ottimismo, altri con evidente pessimismo, forse avevamo trascurato di immaginarne alcuni che lascerebbero tutti, pessimisti e ottimisti, veramente rattristati. Fredda, sul lavoro sono fredda; ma sono un essere umano, ho tipo sette diversi transfert legati all'immagine di questa alunna, e sono preoccupata per lei.
Sono anche preoccupata per noi, comunque vada, dato che il mandato, da parte della psicologa del consultorio, è di gestircela da soli noi prof coi ragazzini. (Grazie dell'aiuto, eh? Evviva la cooperazione tra servizi pubblici sul territorio. Ma porca miseria, per una volta che abbiamo chiesto aiuto, dopo anni in cui ci gestiamo da soli tutto quanto riguarda l'educazione alla salute, tra mille ostacoli e senza una lira...)
Parliamo un momento d'altro, che non voglio farmi ancora del nervoso.
Avevo deciso di smettere per un po' con auleintempesta. Perchè quest'estate avevo ripreso, a un certo punto, contatto con la mia vita, e mi ero ripetuta, come un mantra, per giorni e giorni e giorni, che non posso, non posso, non posso lasciare che la mia vita diventi l'ombra della vita dei miei genitori. Che i problemi di salute, i problemi di vecchiaia, le grane di soldi e di case e di tasse e di cause, non sono la MIA vita, sono la loro. Che io qui ho da fare altre cose in cui non sono sostituibile da nessuno. Così avevo intrapreso alcuni progetti. alcuni li condividerò poi con voi ma non subito, uno ve lo posso dire già ora, ed è far partire un blog con il mio nome vero, contenente materiali e spunti per il lavoro che svolgo coi ragazzi, come già fanno vari insegnanti della generazione digitale.
In più nella mia scuola è stata attivata una piattaforma su cui dovremmo condividere materiali appuntamenti calendari etc etc e io, con il Gigante e una maestra delle elementari, sono stata tra i primi a metterci mano. Mi sono picchiata 2 settimane con la gestione di un sito internet, per poi concludere che da sola non sono capace, ma non mi sono mica arresa. In più, stavo dietro ad una serie di altre faccende personali e matrimoniali mica da ridere, perchè qua vi siete persi un certo numero di puntate anche relativamente ad Hastiwood. e avevo deciso di farmi un supermegaregalo per festeggiare i dieci anni di insegnamento (me lo sono fatta ieri, poi vi dirò) e un altro regalone per risanare me e il mio matrimonio, dopo gli ultimi anni di grigiore e tristezza legati a una vita con zero figli e tante grane.
Ma adesso ho ripreso, sull'onda della notiziona legata alla mia alunna di terza, e anche perchè forse tra poco auleintempesta esce con un lavoro a più mani su Genitori Crescono, nella sezione Scuole crescono curata da Silvietta di qualcosastacambiando.blogspot.com .
E poi volevo raccontarvi alcuni aspetti di questa nuova fase della mia vita, fase in cui prima viene la MIA, di vita, appunto. Ho preso le distanze da molte cose. E così ho recuperato molto tempo, o forse dovrei dire molto spazio, mentale e fisico, per le cose che volevo fare bene. La prima e la più importante, sì anche più importante del mio matrimonio: il mio lavoro.
Sono entrata al lavoro il 3 settembre più o meno con questa idea:
"Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto."
Ho iniziato a succhiare il midollo del mio mestiere fin dai primi giorni, prendendo posizioni più chiare, più scomode anche, coi colleghi, e non usando giri di parole per dire quel che volevo e quel che non ero disposta a fare.
Poi ho iniziato le lezioni, con una seconda da cui mi aspetto molto e una terza da cui mi aspettavo poco, pochissimo. E subito ho fatto una cosa che, stupidamente, non facevo più da anni. Ho preso la classe da cui mi aspettavo meno e l'ho messa al centro di ogni mio sforzo, della mia creatività nell'inventare qualcosa per interessarli.
Risultato: per un mese ho avuto sempre gli stessi zombie nell'ora di letteratura e di grammatica. Ma ho sfoderato i migliori laboratori di scrittura del repertorio mio e altrui, ore di orientamento, ore di dibattito su temi di attualità, lezioni moooolto alternative in aula LIM (vedasi la volta in cui, per esemplificare il mestiere del fotografo, ho mostrato il bellissimo sito del Benzina) e un progetto pomeridiano di giornalino, articolato in due diverse redazioni che si sfidano.
E all'improvviso tutto è diventato così dolce. Entrare accolta da sorrisi sereni. Fare lezione a una classe silenziosa, rendendomi conto che non devo più dire loro in che giorno faremo certe cose o metteremo certi compiti in classe, perchè sanno gestirsi da soli. Arrivare e dire alla Puffetta bibliotecaria di registrarmi un libro, alla Principessa Russa di scrivermi i compiti da mandare a casa a Occhioni, a Arcangelo Occhiviola di raccogliermi le prove firmate, e sedermi a compilare il registro con calma e senza alzare gli occhi, perchè le cose vengono fatte e fatte come ho chiesto io. Capirmi a sguardi con lo Scoiattolo, che si lascia sgridare e maltrattare neanche tanto scherzosamente per dieci minuti per aver prodotto un aeroplanino di carta, così riusciamo a far ridere Puffetta, che un minuto prima si era fatta un pianto perchè avevamo toccato il tema della morte e lei aveva pensato alla sua mamma. Guardare gente che non faceva un tubo partire tutta organizzata per fare un'intervista alla segretaria e una alla bidella, e rendermi conto che negli "articoli" prodotti di pomeriggio, durante il progettino di giornalismo, ci sono molti meno errori di quanti ne facciano di solito scrivendo sotto dettatura.
Questo per la terza, che dà, sì, tanti problemi e, no, non è la classe che tutti sognerebbero, ma finalmente va per la sua strada senza spintoni e sgridoni e sembra avere una fisionomia da classe di grandi.
Poi ci sono gli altri.
I pestiferi della scuola. Quelli che fanno spolmonare persino la gelida Barbie di Inglese. Quelli che per metterli seduti col quaderno davanti bisogna urlare.
E però, quando poi sono finalmente seduti e gli è fioccata la nota sul registro per come si sono comportati nel cambio d'ora o nell'intervallo o a mensa: faccio Letteratura, e mi prendo il gusto di leggere Marco Polo, di spiegare a braccio la leggenda di Avalon e del pozzo del Graal, di fare riferimenti a roba fatta l'anno scorso e di anticipare roba che faremo l'anno prossimo; faccio Geografia, e uso strumenti, lessico, metodi che nemmeno in una terza, ma che dico, in una prima superiore, mi potrei permettere; faccio Antologia, e parliamo della condizione della donna nel mondo, dello stravolgimento culturale delle popolazioni che vivevano secondo le tradizionali leggi della tribù quando si trasferiscono in città a contatto con le abitudini occidentali, del perchè il comunismo sovietico non poteva reggere, di cosa sarà di noi se il pianeta continua a appesantirsi di persone che producono rifiuti, dell'inquinamento elettromagnetico... roba che, se andiamo avanti così, in terza non avremo più niente di cui discutere.
E poi Latino. Ragazzi, Latino ripreso in seconda media dopo averlo cominciato in prima. Un esperimento mai visto, quindi di per sè stimolante per me. E, intanto, in questa classe di ventisei Latino lo fanno in venti. Quindi escono i due col sostegno, le due ripetenti e due ragazze che hanno preferito non aggiungersi una materia. Ma resta dentro anche gente tipo Huck Finn, Dylan McKay, Atreiu, cioè gente che normalmente fa casino e viene spesso sbattuta fuori a metà lezione. E comunque venti sono tanti, per una materia difficile e delicata come Latino. Oh: ho fatto la prima lezione di ripasso ieri. Sembrava di essere all'università: attenzione assoluta di tutti per cinquanta minuti. Non volava la proverbiale mosca. Non hanno perso un colpo. Si sentiva il rumore dei cervellini in piena attività.
Una goduria come questa, sono anni che non mi capita più, altro che stare in aspettativa, altro che andare in maternità, io di questi non mi voglio perdere neanche mezza giornata, sai che terza che tiriamo su di questo passo.
Sono anche preoccupata per noi, comunque vada, dato che il mandato, da parte della psicologa del consultorio, è di gestircela da soli noi prof coi ragazzini. (Grazie dell'aiuto, eh? Evviva la cooperazione tra servizi pubblici sul territorio. Ma porca miseria, per una volta che abbiamo chiesto aiuto, dopo anni in cui ci gestiamo da soli tutto quanto riguarda l'educazione alla salute, tra mille ostacoli e senza una lira...)
Parliamo un momento d'altro, che non voglio farmi ancora del nervoso.
Avevo deciso di smettere per un po' con auleintempesta. Perchè quest'estate avevo ripreso, a un certo punto, contatto con la mia vita, e mi ero ripetuta, come un mantra, per giorni e giorni e giorni, che non posso, non posso, non posso lasciare che la mia vita diventi l'ombra della vita dei miei genitori. Che i problemi di salute, i problemi di vecchiaia, le grane di soldi e di case e di tasse e di cause, non sono la MIA vita, sono la loro. Che io qui ho da fare altre cose in cui non sono sostituibile da nessuno. Così avevo intrapreso alcuni progetti. alcuni li condividerò poi con voi ma non subito, uno ve lo posso dire già ora, ed è far partire un blog con il mio nome vero, contenente materiali e spunti per il lavoro che svolgo coi ragazzi, come già fanno vari insegnanti della generazione digitale.
In più nella mia scuola è stata attivata una piattaforma su cui dovremmo condividere materiali appuntamenti calendari etc etc e io, con il Gigante e una maestra delle elementari, sono stata tra i primi a metterci mano. Mi sono picchiata 2 settimane con la gestione di un sito internet, per poi concludere che da sola non sono capace, ma non mi sono mica arresa. In più, stavo dietro ad una serie di altre faccende personali e matrimoniali mica da ridere, perchè qua vi siete persi un certo numero di puntate anche relativamente ad Hastiwood. e avevo deciso di farmi un supermegaregalo per festeggiare i dieci anni di insegnamento (me lo sono fatta ieri, poi vi dirò) e un altro regalone per risanare me e il mio matrimonio, dopo gli ultimi anni di grigiore e tristezza legati a una vita con zero figli e tante grane.
Ma adesso ho ripreso, sull'onda della notiziona legata alla mia alunna di terza, e anche perchè forse tra poco auleintempesta esce con un lavoro a più mani su Genitori Crescono, nella sezione Scuole crescono curata da Silvietta di qualcosastacambiando.blogspot.com .
E poi volevo raccontarvi alcuni aspetti di questa nuova fase della mia vita, fase in cui prima viene la MIA, di vita, appunto. Ho preso le distanze da molte cose. E così ho recuperato molto tempo, o forse dovrei dire molto spazio, mentale e fisico, per le cose che volevo fare bene. La prima e la più importante, sì anche più importante del mio matrimonio: il mio lavoro.
Sono entrata al lavoro il 3 settembre più o meno con questa idea:
"Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto."
Ho iniziato a succhiare il midollo del mio mestiere fin dai primi giorni, prendendo posizioni più chiare, più scomode anche, coi colleghi, e non usando giri di parole per dire quel che volevo e quel che non ero disposta a fare.
Poi ho iniziato le lezioni, con una seconda da cui mi aspetto molto e una terza da cui mi aspettavo poco, pochissimo. E subito ho fatto una cosa che, stupidamente, non facevo più da anni. Ho preso la classe da cui mi aspettavo meno e l'ho messa al centro di ogni mio sforzo, della mia creatività nell'inventare qualcosa per interessarli.
Risultato: per un mese ho avuto sempre gli stessi zombie nell'ora di letteratura e di grammatica. Ma ho sfoderato i migliori laboratori di scrittura del repertorio mio e altrui, ore di orientamento, ore di dibattito su temi di attualità, lezioni moooolto alternative in aula LIM (vedasi la volta in cui, per esemplificare il mestiere del fotografo, ho mostrato il bellissimo sito del Benzina) e un progetto pomeridiano di giornalino, articolato in due diverse redazioni che si sfidano.
E all'improvviso tutto è diventato così dolce. Entrare accolta da sorrisi sereni. Fare lezione a una classe silenziosa, rendendomi conto che non devo più dire loro in che giorno faremo certe cose o metteremo certi compiti in classe, perchè sanno gestirsi da soli. Arrivare e dire alla Puffetta bibliotecaria di registrarmi un libro, alla Principessa Russa di scrivermi i compiti da mandare a casa a Occhioni, a Arcangelo Occhiviola di raccogliermi le prove firmate, e sedermi a compilare il registro con calma e senza alzare gli occhi, perchè le cose vengono fatte e fatte come ho chiesto io. Capirmi a sguardi con lo Scoiattolo, che si lascia sgridare e maltrattare neanche tanto scherzosamente per dieci minuti per aver prodotto un aeroplanino di carta, così riusciamo a far ridere Puffetta, che un minuto prima si era fatta un pianto perchè avevamo toccato il tema della morte e lei aveva pensato alla sua mamma. Guardare gente che non faceva un tubo partire tutta organizzata per fare un'intervista alla segretaria e una alla bidella, e rendermi conto che negli "articoli" prodotti di pomeriggio, durante il progettino di giornalismo, ci sono molti meno errori di quanti ne facciano di solito scrivendo sotto dettatura.
Questo per la terza, che dà, sì, tanti problemi e, no, non è la classe che tutti sognerebbero, ma finalmente va per la sua strada senza spintoni e sgridoni e sembra avere una fisionomia da classe di grandi.
Poi ci sono gli altri.
I pestiferi della scuola. Quelli che fanno spolmonare persino la gelida Barbie di Inglese. Quelli che per metterli seduti col quaderno davanti bisogna urlare.
E però, quando poi sono finalmente seduti e gli è fioccata la nota sul registro per come si sono comportati nel cambio d'ora o nell'intervallo o a mensa: faccio Letteratura, e mi prendo il gusto di leggere Marco Polo, di spiegare a braccio la leggenda di Avalon e del pozzo del Graal, di fare riferimenti a roba fatta l'anno scorso e di anticipare roba che faremo l'anno prossimo; faccio Geografia, e uso strumenti, lessico, metodi che nemmeno in una terza, ma che dico, in una prima superiore, mi potrei permettere; faccio Antologia, e parliamo della condizione della donna nel mondo, dello stravolgimento culturale delle popolazioni che vivevano secondo le tradizionali leggi della tribù quando si trasferiscono in città a contatto con le abitudini occidentali, del perchè il comunismo sovietico non poteva reggere, di cosa sarà di noi se il pianeta continua a appesantirsi di persone che producono rifiuti, dell'inquinamento elettromagnetico... roba che, se andiamo avanti così, in terza non avremo più niente di cui discutere.
E poi Latino. Ragazzi, Latino ripreso in seconda media dopo averlo cominciato in prima. Un esperimento mai visto, quindi di per sè stimolante per me. E, intanto, in questa classe di ventisei Latino lo fanno in venti. Quindi escono i due col sostegno, le due ripetenti e due ragazze che hanno preferito non aggiungersi una materia. Ma resta dentro anche gente tipo Huck Finn, Dylan McKay, Atreiu, cioè gente che normalmente fa casino e viene spesso sbattuta fuori a metà lezione. E comunque venti sono tanti, per una materia difficile e delicata come Latino. Oh: ho fatto la prima lezione di ripasso ieri. Sembrava di essere all'università: attenzione assoluta di tutti per cinquanta minuti. Non volava la proverbiale mosca. Non hanno perso un colpo. Si sentiva il rumore dei cervellini in piena attività.
Una goduria come questa, sono anni che non mi capita più, altro che stare in aspettativa, altro che andare in maternità, io di questi non mi voglio perdere neanche mezza giornata, sai che terza che tiriamo su di questo passo.
giovedì 11 ottobre 2012
Vista da dove la vede un insegnante di scuola media, però...
Che, poi, potete metterla come volete.
Chi la prende con ansia, chi con empatia, chi con distacco, chi con la solita superficialità.
Siamo insegnanti, non cloni. Ognuno di noi la vive a modo suo.
mercoledì 3 ottobre 2012
Un inizio spettacolare, proprio
Sì, lo so, la pausa non è durata molto. Ma ho i miei validi motivi
Etichette:
ahia,
fatelo fare a qualcun altro,
fine pena mai,
non ci sono parole
Iscriviti a:
Post (Atom)



