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martedì 11 settembre 2018

Rispondendo a Macabea

[Non si sa perché ma dallo smartphone mi è fatto divieto di postare un commento al mio stesso post. E io ho finito la pazienza il 2 settembre duemiladiciassette]

Ordunque, da poco ho fatto una riflessione dovuta alle notevoli sportellate in faccia che ho preso a giugno dai miei colleghi, e a un po' di altre cose. Credo che alle volte, più che andare fisicamente altrove, sia giusto darsi il permesso di andare. Pensare come se.

Alle volte è perché si è già deciso e poi si va veramente. Altre volte è solo per decolpevolizzare un desiderio e vedere come si sta, all'idea. Aiuta a ragionare senza tabù, paturnie, limiti imposti da terzi. Libera le proprie vere direzioni.
Ne parlerò prossimamente per quanto riguarda la mia scuola...

Forza & coraggio Macabea.

Castagna con uno scazzo che, a collegarla a un alternatore, ci illumini mezza Tokyo.

domenica 9 settembre 2018

"È venuta per te"

Il cinque agosto, Madonna della Neve, ben lungi dal contemplare montagne innevate, sono uscita a camminare da sola, verso le dieci di sera, perché aveva fatto un caldo indecente tutto il santo giorno. E ho fatto bene. Per due motivi: uno, dal giorno successivo il caldo sarebbe diventato così atroce che non saremmo più riusciti a muovere un passo che non fosse motivato da esigenze di sopravvivenza. E due, perché sono uscita sola e tornata con un pezzo di me stessa che non sapevo di avere lasciato in giro.

Vagava su un cavalcavia. Miagolava alle persone, alle auto. In parecchi si sono fermati ad osservarla, lei attraversava la strada senza criterio per raggiungerli, poi riprendeva a gironzolare. Le ho parlato. È saltata su una panca in pietra e ci si è seduta, guardandomi senza ostilità. L'ho presa in braccio. Ero a piedi, per cui ci sono voluti tre quarti d'ora, una scatola di cartone della Heineken trovata vicino a un bidone del vetro e centinaia di miagolii per arrivare a casa. Ma non ha tentato di scappare. Dopo un po' ha anche smesso di spuntare dalla scatola e strillarmi in faccia, si è accucciata sul fondo. Era stanca.

Quando siamo entrate nel portone del palazzo ha guardato le scale con evidente interesse e sollievo. Una casa! Ecco!

In bagno, ha sbranato mezza ciotola di croccantini, poi si è ricordata delle buone maniere ed ha iniziato a fare le fusa fortissimo. Un'intera ciotola d'acqua dopo, era pronta per crollare. Ho provato a uscire dal bagno. Negativo. È un contralto, e sa come usare le corde vocali. Mi sono seduta per terra: si è accomodata vicino alla mia coscia, su un asciugamano, e addormentata. Ho tentato di nuovo di uscire, ma che ve lo dico a fare? Alle quattro di mattina mi sono svegliata lì, a pancia in giù con la faccia sulle piastrelle.

Io li ho fatti e messi in giro, i volantini. Era evidentemente il gatto di qualcuno. Ben tenuta, sterilizzata. Ci ha messo due giorni a riprendersi da caldo, stanchezza, fame e sete, ma girava per casa, in macchina e dal veterinario con naturalezza. Mi risulta difficile credere che l'abbiano abbandonata, è chiaro che a casa sua spendevano soldi per lei e nessuno la trattava male. Si sarà persa. O forse è morto qualcuno che le voleva bene, e gli altri partivano per le ferie, e non sapevano che farsene di una stringa di liquirizia malamente spruzzata di giallastro.

È brutta. Magrina, macchiata male.  Tranne quando ti guarda fisso con quegli occhi immensi che brillano come gioielli. Allora tutti restano stregati: ha la regalità di un'imperatrice somala, una sapienza infinita nello sguardo, torna subito alla mente che gli Egizi veneravano i gatti come divinità.

Io ci ho messo meno di mezza giornata a rendermi conto che ha un quoziente intellettivo da paura. Ascolta ogni sillaba che diciamo, e non c'è il minimo dubbio che capisca tutto. Ha intuito in un nanosecondo le dinamiche di potere tra le altre gatte, completamente soggiogato la piccola, che la adora, e con la grande si è comportata con la glaciale sicumera che adoperava Margaret Thatcher nei confronti dei minatori gallesi. Mio marito, avendone considerato l'evidente e imperturbabile indisponibilità a smuoversi o emozionarsi per alcunché che non la riguardi, la chiama amorevolmente Stiky, abbreviazione di Sticazzi. Io le sto ancora cercando un nome, credo si chiami Cathy, ma non ho dubbi che prima o poi mi lascerà lei stessa sul tavolo di cucina un foglio in carta intestata con il suo atto di nascita e le sue generalità.

Non è così importante chiamarla, se non per distinguerla dalle altre due,
ma in tal senso basta dire "la nera".
Del resto, non è che arrivi, se non ne ha voglia, a differenza degli altri due cuccioli di foca batuffolosi che ci seguono ovunque. Ma per me il punto è che non ho mai la sensazione di doverla chiamare, di doverle dire. Lei c'è, lei capisce, lei comunica. La sua presenza è una solida montagna nel mio paesaggio, lo era dopo poche ore dal nostro primo incontro. Credo lo abbiano capito tutti, qualcuno addirittura al telefono, che cosa mi è successo appena ci siamo guardate  negli occhi. "Tienila" mi ha detto gente che non c'entrava niente. "È tua, non puoi darla via" ha detto la Fata Romena appena entrata in casa. "È venuta per te" ha detto Guru Cri.

Non lo so. Io ho amato tutti i miei animali, moltissimo. Non posso prendere un gatto ogni volta che la mia vita attraversa un momento pesante. Ma lei c'è. Io conosco questo senso di presenza indiscutibile, questa pace, l'appianamento di ogni discussione, di ogni resistenza, per averlo provato in campo amoroso con gli esseri umani. Io so di essere veramente innamorata quando un uomo, nella mia vita, semplicemente è, ed io non trovo più una logica alla vita che facevo senza. E conosco questa certezza di poter utilizzare solo un'occhiata per capirsi nel profondo, per averla provata con mio padre e con mia figlia. Quindi, in barba a chi dice "è solo un gatto", o "un altro gatto?", io so che il cinque agosto è stato messo al suo posto un pezzo che mi mancava. E lo sa anche lei.




sabato 8 settembre 2018

Debbo riperderti e non posso

L'autunno è quasi tra noi. Ci si addormenta con lenzuolino, coprilettino leggero e, talvolta, con parecchio Uomo sulla schiena.

Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.

Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio. 

Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.

Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.

Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e  mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.

Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.

Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.

Lo voglio davvero passare, un altro anno così?

No, non credo. 

sabato 18 agosto 2018

Il fiore del cardo

Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.

Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.

Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.

Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.

Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.

Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.

Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.

lunedì 6 agosto 2018

Affronto agosto ardendo

(Avevo dimenticato, nella lista dei motivi per cui odio l'agosto in città, una cosa ovvia. Tu aspetti per ore il buio per trovare pace ai capogiri da caldo e addormentarti in una parvenza di respiro, ma con le finestre aperte tutto quel che succede in strada ti succede in camera. Bambini e annesse madri. Cani. L'altra notte un regolamento di conti tra due gatti è andato avanti venticinque minuti. Motori. Frenate. Sirene. Risate. Risse. Gente che tromba nel palazzo di fronte. La discoteca delle piscine in lontananza. Solo che non puoi accendere la luce e concentrarti su un bel romanzo, perché date le temperature tropicali dalla finestra entrerebbe di tutto, le zanzare le metcalfe le coccinelle i condor i boa constrictor le scimmie urlatrici o, somma ansia, uno dei robusti pipistrelli che pattugliano i cieli con impegno, passando a volo radente lungo il tuo terrazzo.Così finisce che esci tu, con un pc con lo schermo illuminato al minimo, e ti dedichi alle tue riflessioni e a esercizi letterari. L'ultima estate che ha fatto così caldo, ho portato avanti il romanzo che sto scrivendo da nove anni fin quasi a finirlo. Ma senza finirlo.)

Cose che comunque, poveretta, mi sforzo lo stesso di portare avanti in queste settimane, fingendo di farcela 

1. Il corso di perfezionamento da 1500 ore in Letterature comparate. Sì, ok, faccio poche pagine al giorno, a volte, ma in campagna, in montagna, e l'altro giorno che faceva 39 gradi e sono fuggita verso un paese dotato di panchine all'ombra, ho dato ottime botte alle dispense. Anche perché sono interessantissime: non tanto per una loro reale qualità intrinseca, ma perché il mio cervello viene stimolato a RICORDARE. Non a imparare cose nuove: a ricordare il culo nerissimo che mi sono fatta al liceo e all'università, quando quella roba lì era il mio pane quotidiano. Guarda!!! Bachtin! Oooh, la Weltanschauung! Naaa, lo strutturalismo, ma dai, ma non era morto? E guarda com'è cresciuta la teoria del romanzo!!! Insomma, sembro una lontana cugina che a un matrimonio rivede amici e parenti di una vita di moooooolto tempo fa. E poi non c'è solo il ricordare. C'è un sano indignarsi. Cazzo: ma possibile che con tutto il tempo libero che hai tu non abbia mai studiato i preromantici inglesi, che sono pazzeschi? Perché non hai tutta l'opera di Blake, che era un genio? Perché di Balzac, che leggevi in francese, ricordi solo che i testi sono bellissimi, ma non sapresti riassumere una trama, eh? E Pirandello: quand'è l'ultima volta che hai visto una pièce di Pirandello a teatro, sentiamo. E poi, scusa, oh, ma tu da bambina, pur di andare a letto con un romanzo, hai letto tutto Liala, i libri per ragazzi degli anni Trenta, l'intero Don Chisciotte che è una delle cose più pesanti che ricordi (ah no: i più pesanti sono e restano i Russi dell'Ottocento. Mai resistito, ho finito solo la stramaledetta Anna Karenina perché ero obbligata), ti sei addormentata a un terzo del Robinson Crusoe, e invece mai che tu abbia letto Moby Dick? Ma non ti vergogni? ma la pianti di crederti gnagna perché a otto anni hai letto per la prima volta Jane Eyre e l'hai pure apprezzato? perché non ti rendi conto che se vai avanti così morirai senza aver mai letto la Recherche, Paradise Lost, e migliaia di altri meravigliosi capolavori? Perché ti sei accontentata di finire la Montagna incantata senza capirne il senso? Allora? Ma ce l'hai un po' di decenza? Insomma, grazie a Dio otto dispense che, accademicamente parlando, non sono granchè, mi hanno fatto l'effetto di riportare in vita delle aree cerebrali che erano state atrofizzate, non tanto da altri passatempi, ma soprattutto dal ripetere all'infinito sempre gli stessi autori, le stesse opere, le stesse frasi… allora ragazzi non voglio sentirmi dire tre cose, che Leopardi era triste perché era brutto, che Silvia era la sua ragazza e che lo Zibaldone era il suo diario, e tu, dammi subito quel temperino, guarda che sto spiegando, cosa giochi; okay per la prossima volta leggetevi questo, e se sento qualcuno dire che questa guerra è scoppiata per motivi di fede religiosa lo passo per le armi senza processo, attenti bene che vi do quattro se non avete ancora capito che le guerre scoppiano per un unico motivo; quindi dicevamo, come si chiamava realmente l'Innominato e cosa sappiamo di lui, la monaca di Monza è un personaggio storico o una creazione di Manzoni, e quella di fra Cristoforo è una storia vera? Che cosa vuol dire bravo in spagnolo? Da cui una serie di ottimi propositi sulle letture che farò, o rifarò, appena possibile.
2. La forma fisica. Anche se lo sforzo di andare a camminare, sia pure in piena notte, è allucinante, con queste temperature, e di fare yoga, braccia e addominali non si parla, rimarrei incollata al pavimento dal mio stesso sudore.
3. La dieta, o meglio i dodici passi, dato che davvero mi sono tolta un bel po' di caffè, ma l'ho fatto in contemporanea con il togliermi quasi del tutto i farinacei raffinati e i dolci, ragion per cui invece di venirmi, come temevo, atroci emicranie da assenza di caffeina, mi vengono crisi notturne di disperazione in cui prego per un pezzo di cioccolata, anche sciolta, anche incollata sul fondo del bidone della rumenta, anche già succhiata da qualcun altro. Ma le domino abbastanza. Abbastanza male. Per fortuna mi vengono la sera e i supermarket sono chiusi.
4. Il guardaroba. I capsule wardrobes di The Vivienne Files e di Kiss My Tulle hanno fatto il miracolo. Ora ho l'armadio che funziona, gli abbinamenti pronti, posso prepararmi alla velocità della luce a colpo sicuro. Fare le valigie per ovunque o avere tre outfit diversi in macchina (scuola-yoga-serata di rappresentanza, di solito) senza dover ripassare da casa per un accessorio. E addirittura tenere in ordine i vestiti.
5. Il tenersi decentemente a livello di salute.
6. L'usare riguardo. A me stessa, prima di tutto. E alle piccole cose preziose, che sono tante.
7. Fare la mamma.
8. Fare la moglie.
9. Sperare (vedasi successivo elenco)
10. Sorridere. Ho persino riso, ieri. Di niente, solo perché ero felice che l'Uomo mi avesse telefonato.




giovedì 2 agosto 2018

Agosto, aiuto, ardo

Motivi per cui odio l'estate, soprattutto se devo passarla in città* 

1. Non c'è nessun reale motivo per cui io debba passare l'estate in città. Solo paturnie familiari. 
2. D'estate in città puzza tutto. I piatti appena finisci di usarli. Gli scarichi della doccia. La maglietta che ti sei messa due ore fa. La macchina. La spazzatura. Le altre persone. La campagna. Il torrente. Tutto. Che schifo. 
3. Mia madre tende allo sclero. 
4. Io tendo allo sclero.
5. L'Uomo tende allo sclero peggio del solito, anche se per lui il picco è sempre il mese di dicembre. 
6. Le persone guidano male, rallentate, troppo nervose.
7. I gatti perdono pelo ovunque anche tre minuti dopo averli spazzolati.
8. La gente pensa che gli insegnanti non abbiano da fare un cazzo e quindi pretende da te che tu faccia di tutto, sorridendo, con 37 gradi all'ombra e il 107% di umidità. Ah no, calma: quello te lo chiedono anche d'inverno, "tanto mezza giornata sei libera, no?"
9. Tu in effetti sai di dover usare i giorni estivi per toglierti cose che d'inverno non riesci a fare. Quindi ti metti in macchina sotto il sole e vai e vieni per l'Italia (questo, onestamente, da qualche anno, usando tecniche di autodifesa, guardie del corpo e rottweiler ben addestrati a puntare alle arterie, siamo riusciti a ridurlo di parecchio. Comunque ho smesso io e ha cominciato l'Uomo. Non c'è fine al disagio.)
10. Hai mille magnifici programmi di cose che vuoi riuscire a portare a termine, ne cominci otto su dieci, andrà di culo se ne finirai una. 
11. I camionisti in autostrada di giorno feriale, i turisti di giorno festivo.
12. I malati di mente per strada, i capricci dei bambini accaldati, l'isterismo delle madri sfinite. 
13. L'aria condizionata dell'Esselunga, impostata su sette gradi e mezzo quando fuori ce ne sono 36, cosicché la gente batte i denti e viene presa da coliche addominali spasmodiche mentre sceglie la 
verdura. 
14. I negozi e gli uffici dove l'aria condizionata non c'è e bisogna aspettare in fila in stanze soffocanti.
15. La mia reazione viscerale di marcescenza fisica e psicologica a qualsiasi temperatura sopra i 29 gradi. 

*Io odierei l'estate anche se la passassi un hotel 5 stelle superior servita e riverita di tutto punto nel posto più bello del mondo, solo per i punti 3, 4, 5 e 15.**

**Anche eliminando gli scleri di terzi, che sono causa del punto 4, basterebbe il solo punto 15. Io odio il caldo, quindi odio l'estate, le primavere afose e le settimane in cui ottobre pensa di essere luglio. Senza appello. 

Mezzi, strumenti e dispositivi grazie ai quali negli anni scorsi è stato possibile sopravvivere all'estate che, comunque, disgraziatamente non è possibile eliminare

1. Il Polase. Mano santa (ma oltre i 37 gradi non basta).
2. Le tapparelle. Chiuse ermeticamente dopo le 10 di mattina. Riaperte dopo le 10 di sera.
3. Le serie tv. 
4. Il ventilatore, i cubetti di ghiaccio, litri d'acqua, un po' di frutta ma non troppa perché pure quella puzza, d'estate. 
5. I giochi online. Se sono riuscita a tenere sotto controllo il mal di denti con un po' di coins e una piattaforma di giochi a tempo, vuol dire che il mio cervello quando è preso da quelli si isola dal mio corpo, figuriamoci dal mondo esterno. I maestri di meditazione lo fanno chiudendo gli occhi. Io non sono un maestro di meditazione. 
6. Vivere in mutande. 
7. Farsi ogni tanto un bel pianto isterico da sola accucciata dentro la doccia. Poi aprire la doccia e lavare via tutto. 
8. Il calendario che si avvicina lentissimo ma inesorabile all'autunno.
9. Fingere di non avere caldo fuori, ridere scherzare e agitare i lembi del vestitino leggero, mentre conti i minuti che ti separano dal mandare a fare in culo tutti e chiuderti  in casa per mettere in pratica i punti 2,3,5, 6 e 7. 
10. Spegnere il telefono ogni tanto. Sissignore. Arrivo a questi punti di odio per i miei simili. 
11. Quei dieci minuti al mattino in cui apri le finestre e la città non puzza ancora. 
12. Il pensiero che poi quando l'estate finisce ci mette almeno nove mesi a tornare. Ah no, questo era valido fino agli anni Novanta. Ora ce ne mette sei scarsi. Comunque fino a prova contraria a gennaio non fa mai trenta gradi. Da cui il dedicare tempo e energie a sferruzzare sciarpe, guanti e gilet, mentre visualizzo foreste boreali, banchise polari, rifugi di montagna seppelliti dalla neve, castagne arrosto e cani da slitta. 
13. Fare giochi sul pc ambientati in luoghi ricoperti di neve e ghiaccio, dove i nemici da sconfiggere sono gli yeti. Decorare la casa della bestiola online come se fosse autunno e cadessero le foglie. Insomma, scegliersi una vita virtuale in un mondo in cui l'estate non c'è. E passarci più tempo possibile. 

Motivi per cui anche d'estate non si può mollare il colpo, mandare a fare in culo tutti, e nascondersi per settanta giorni consecutivi in una baita isolata a milleottocento metri slm

1. Ho una figlia. 
2. Ho una figlia. 
3. Ho una figlia. Me lo devo ripetere tre volte per non fuggire a gambe levate.
4. Ho un marito. 
5. Ho un marito. Provo a ripetermelo la seconda volta, ma potrebbe non servire, perché magari sono già fuggita alla prima. 
6. A settembre si torna a scuola, quindi non posso andare a cercare lavoro a Edimburgo e non tornare mai più (ma potrei sempre fare un trimestre da consulente esterno in un istituto superiore in Cile, sulle Ande, eh, per carità, e bello in alto, per tenermi impegnata il cervello nel lavoro).
7. Devo fingere di divertirmi e fare cose belle perché gli altri (leggi: la Mater e la commercialista Squalo Con Le Perle) non pensino che posso essere torturata tutta l'estate da impegni di soldi, avvocati, inquilini, etc, perché tanto non faccio niente. 
8. Mi faccio un culo così tutto il santo anno per dimostrare di essere maturata e avere superato me stessa in tante cose, devo solo resistere all'istinto di omicidio-suicidio per quei dieci giorni di agosto (ah no, quello era valido negli anni Novanta, adesso parliamo di sessantacinque giorni di afa mortale sparsi tra maggio e settembre in modo del tutto imprevedibile, quindi non serve nemmeno prenotarsi le ferie) 
9. Ce l'ho fatta in momenti peggiori. Ma questa motivazione sta diventando fioca, perché adesso ne avrei anche un po' le palle piene, di momenti brutti da confrontare con momenti peggiori. 
 

Seguono:
Cose che comunque, poveretta, mi sforzo lo stesso di portare avanti in queste settimane, fingendo di farcela 

Aspettative, più e meno sensate, che coltivo in queste settimane, fingendo di farcela 



sabato 28 luglio 2018

In principio era la confusione... perchè invece adesso no, eh.

Sono tornata oggi da quella che per il momento mi piace considerare la mia ultima vacanza da sola. Non credo ne farò altre. Il posto era bello, per carità. E non è che sia stata via due mesi. Ma insomma, era fuori tempo, fuori luogo. Non dico che non avrei dovuto partire, solo che, probabilmente, non partirò più. Intendo per una vacanza che avrei voluto fare con l'Uomo. Non per un weekend di yoga o un convegno. 

Poi non mi azzardo a farne un proclama. In fondo, stanotte, che c'era l'eclissi di luna, eravamo insieme su una strada buia, in mezzo alla campagna (“C'è odore di piscio di vacca”, dice lui. “E' l'odore del mais. È dolciastro”, dice lei, che lo associa a quella tremenda estate di tre anni fa e alle camminate fatte piangendo), e abbiamo visto una stella cadente. E se circa tre anni fa mi avessero detto: “Tranquilla, che da qui a trentotto mesi sarete insieme a vedere una stella cadente”, come cazzo avrei potuto crederci. Cioè, no, ci credevo, io. Ma ero l'unica, quindi, se tutti ti vengono incontro sull'autostrada, è ragionevole pensare che sia tu ad averla imboccata contromano. L'imbarazzo dei miei amici che mi hanno presa, e ancora mi prendono, per pazza, è quasi bello da vedere, ormai.

Comunque. E' tempo di bilanci, mi sa. Leggevo stasera il libro della Andreozzi sulle donne childfree. Non male, come riflessione, né come indagine sociologica. Un po' contraddittorio qua e là. Pensavo, ma ci penso da giorni, a tutto quanto, a come è iniziato.

Rivedo una tizia castana che non sapeva cosa stava facendo, almeno otto volte su dieci. 
Un ragazzo coi ricci che improvvisava, ma improvvisava da Dio. Ogni suo gesto e ogni sua parola erano quelli del seduttore consumato, del bastardo per cui le donne si dannano l'anima, senza che lui lo fosse mai stato. Dell'eterno fanciullo che però adesso, con questa donna qui, fa sul serio, sul serissimo. Impossibile, almeno per me, resistere a un tale mix di freschezza autentica e contraddizioni. 
Mio marito è tante cose, un uomo intelligente, un leader, un cuore tenero, un tipo in gamba, e tante altre cose, molto meno positive. Io li ho sposati tutti e guai chi me li tocca, tutti questi Uomo. Diciotto anni che pendo dalle sue labbra e mi do, e gli do, e do anche a nostra figlia, il tormento, per conciliare il mio carattere, di merda ma piuttosto compatto e univoco, con tutte le sue facce. Ma se chiudo gli occhi e cerco il PERCHE', dell'inizio quantomeno, ma per essere onesti anche di alcune fasi intermedie, mi ricordo solo che mi ha spianato completamente con il suo fascino. Di fronte a quel sorriso non avevo via di scampo. E non mi stupisce di non essere stata l'unica.

Quella poveretta castana, così, poco dopo aver conosciuto lui, si imbarcava di slancio, correndo su e giù per le scalinate di Genova  e senza sentire la fatica, in una storia che fin da subito era quella di una donna molto più grande, molto meno viziata e molto più scafata. Poverina, la portava avanti, lei, eh. Perdendo pezzi ovunque, ma senza fermarsi mai. E non si parla solo di aver scelto l'Uomo, ma di tutto il resto. Fare la pendolare, migliaia di colazioni, pranzi, cene, notti, viaggi da sola. Non mollare un posto statale di merda. Scrostarsi da una famiglia che non capiva. Il discorso figli, che qui non si apre, come non si apre il discorso soldi. Un passaggio da una chiesa a una filosofia di vita. Case, altre case, alberghi, affitti, il mutuo. Pasticci sentimentali privi di senso, amicizie interrotte, rotture gravi con parenti stretti. Tantissime ore di veglia, a crucciarsi mentre tutti dormivano. Compresa stanotte.

C'è un unico leitmotiv che si ritrova ovunque, se io guardo questa vita. Di entrambi, ma per decenza parlerei solo della mia, che già dell'Uomo mi rendo conto che non so come spiegare i molti mondi, i molti pregi e gli altrettanti difetti, figuriamoci se dopo gli ultimi quattro anni posso decifrare io un bilancio della sua vita. Basta l'evidenza che lo stia facendo lui, che mai come ora sembra volere arrivare a un riassuntivo dei beni e dei mali, alla ricerca di senso.

Comunque il leitmotiv della tizia castana è la confusione. Non il dubbio, no. La confusione. Cioè, tuffarsi di testa e poi non capirci niente, perchè la nuotata non è in piscina, col cloro, senza onde, con le corsie delimitate dai galleggianti, ma in un mare agitato, che senza preavviso è un gorgo, una pozza di petrolio, un uragano, una bonaccia mortifera. E 'sta qui, che nuota, nuota, nuota, tra l'altro nessuno le dice mai dove sarà poi una boa, dove issarsi su un molo a bere e riposare, il salvagente spesso si buca, il sale brucia. Poi nuotando vede anche albe, coralli, delfini, arcobaleni, lune scintillanti, isole felici, creature oltremondane. Ma otto volte su dieci non ha idea di dove stia andando: nuota per nuotare, perchè le piace, è il suo mare, se lo è scelto lei, si è tuffata lei, e soprattutto, se si ferma, annega. 

Questo era vero anni fa ed è vero oggi. 

E c'è un altro leitmotiv, in effetti. Non sono mai annegata.


lunedì 9 luglio 2018

Ma quando viene sera e tornerò da te...

Ce la stiamo mettendo tutta eh, per far diventare quest'estate una robina coi fiocchi.

E il ricorso su bocciatura all'orale.
E il calcolo renale.
E la bidella psichiatrica che deraglia.
E i saluti alla Brava Crista che va in pensione e lascia un buco immenso nell'area scientifico-matematica dell'istituto, ma se è per questo la Fräulein chiede il part time e va a Paesino Azzurro, e siamo a due buchi immensi nell'area scientifico-matematica di Scuolina Rosa.
E quella di lettere e quello annuale di matematica che cercano di non salutarsi troppo poco nell'atrio e di non salutarsi troppo nel parcheggio, diciamo pure di non salutarsi proprio, insomma, dato che  perdere un amico è doloroso. Il suono delle parole "e va beh" che sostituisce molte altre cose che no, da grandi, e da sposati, e da genitori, non si dicono più, anche se sono pulite e innocenti, così come un allegro "ciao!" sostituirebbe eventualmente il corrergli incontro e farsi sollevare in braccio che a me verrebbe istintivo, se mai un giorno dovessimo rivederci. L'ultima volta che ero così contenta di passare il mio tempo con una persona dell'altro sesso, e con tutti i vestiti addosso, avevo quindici anni e un migliore amico che vedevo solo in campagna. Bello scoprire che ci si può sentire così lo stesso a quaranta suonati, meno bello capire che a quaranta suonati non lo si può mica dire. Tranne che con gli occhi.
E le tasse di successione della zia. Pagabili comodamente in giorni sessanta.
E Diddle, l'alunno disabile, in coma farmacologico da quindici giorni, con "più punti lui che io sulla tessera dell'Esselunga" (disse il padre, poverino, nel corridoio della terapia intensiva) e con più infezioni lui che il manuale Merck.
E il ritiro yogico in posto bellissimo, dove il pensiero "cazzo basta sono stanca di vedere posti belli da sola, di non vedere posti belli perché senza di te non ci vado, di parlare con te di andare in posti belli dove poi non andiamo" ha distrutto fin dai primi dieci minuti ogni speranza e di fare yoga decentemente e di godersi la vacanza, sebbene i presupposti per una gradevolissima vacanza in montagna fossero tutti lì a disposizione.
E il fisico che cede sulla strada in salita, che cede nelle posizioni yoga, che arranca in tutto come non faceva più da due anni buoni.

Ma mica ci si arrende eh. Loro due pranzano di là mentre il mio mal di testa da campionato, io e la gatta piccola stiamo raggomitolati sul letto, e io li sento parlare senza distinguere cosa dicono, e i suoni delle loro voci per la miliardesima volta mi dicono dove, dopotutto, voglio essere. Come se non lo sapessi.

Sotto vi metto un po' di foto sparse, memento di questo periodo.
Khaleesi learning to ride dragons

Parlando di giardinaggio 

"Il barone rampante", regalo della Zuccherosa


Perché ti amo


Machiavelli





Eh.



Una bambina, un ragazzino, e l'importanza (presunta) del singolo gesto

Nel settembre del 2015 scrivevo dei nuovi alunni di prima. 
Era stata individuata fin da subito la strappacuore, e in tre anni non è mai cambiata. 

Scrivevo allora: 

E' piccola in modo assurdo. Ha la coda mossa e un po' sfatta, e gli occhi azzurri, ha gli occhiali, ed è tutta un tic nervoso. Hffh hfffh. Tira su col naso. E dicono le maestre che quando è tesa scatta anche con la testa, verso la spalla, da non riuscire a scrivere. Hffh hffh. Me la mangerei di bacioni, di quelli con lo schiocco proprio. Non so ancora come chiamarla, ma ha anche un nome incantevole che più adatto a lei non si potrebbe. Ed è sveglia, sarà nevrotica quanto si vuole, ma fatevelo dire, io e lei insieme faremo grandi cose. Devo trovarle il soprannome più bello e tenero del mondo. Aiutatemi. 

Murasaki suggeri Aspen, il pioppo tremulo. E io subito: 

Murasaki ho trovato. Mimosa. Quella del genere che ritrae le foglie se la tocchi. Grazie!!! Poi è biondina, piccina e vaporosa come un pallino giallo di mimosa. E' perfetto.

Qualche giorno fa Mimosa, acconciatura uscita da un quadro di Botticelli, sandali neri molto fini, vestitino impeccabile a righe, un pallore ottocentesco sul faccino acqua e sapone,  ha sostenuto l'esame orale. Partendo da Geografia: portava una tesina un po' misera  sugli USA e un robusto, e e totalmente autonomo, collegamento con le riserve dei nativi, di cui si era appassionata e occupata da sola, fronteggiando tra l'altro, a scuola, nelle ore di potenziamento, una preoccupante assenza di documentazione in rete sul tema. Invece della solita ricerchina peperepé abbiamo ascoltato un ragionamento, dialogato piacevolmente con me, sull'argomento. Poi lo ha ripreso in inglese. Io ho tentato il colpo e le ho messo davanti i primi versi dei Sepolcri, senza titolo e senza autore. 
"Guarda se puoi commentare questa, altrimenti ho l'alternativa".
Legge i primi versi e si ferma: "Non me la ricordo."
"Sei sicura? Guarda qui: qual fia ristoro a' dì perduti un sasso..."
"Ah!"
E io: "Eh. Vai."
Non la fermava più nessuno, dopo. Sentivo distintamente il mio cuore fare bubum bubum a ogni passaggio. Di un testo che NON aveva davanti. Visto UNA volta sola, nel primo quadrimestre, sulla lavagna elettronica. 
Mi sono ripresa la fotocopia dicendole: "Basta, va bene, l'altra non te la chiedo, mi hai già fatto cappotto."

Alla fine dell'orale, è passata davanti alla mia postazione raccogliendo le sue ricerche, ma le stavano parlando. Ho aspettato che posasse tutto e le ho detto: "Vieni un po' qui che devo fare una cosa". Non so se se lo aspettasse, ma so che se lo sognava da quando avevamo parlato dell'esame in classe. Così, quando mi ha visto alzarmi e tenderle la mano, mi ha restituito la stretta con una forza e una fermezza che da un fringuellino biondo nessuno si attende, zitta, ma con gli occhi pieni di luce. 

Era l'ultima della mattinata. Sono andata via col mio cuore tutto fasciato di cerotti che ancora batteva forte, in mezzo al profumo dei tigli che mi confonde, con il pensiero che tutto quel che fa la differenza, nella mia vita, lo hanno fatto momenti come questo, sia visti dal lato della prof che sta godendosi la soddisfazione per un lavoro ben riuscito, sia visti dal lato dell'alunna che riceve i complimenti per un impegno durato anni di fila, senza mai mollare di tanto così. Noi che amiamo la poesia siamo particolarmente sensibili all'atroce, ottusa inutilità delle parole e dei gesti di ogni giorno, e all'improvviso rivelarsi di ciò che vale la pena, in uno sguardo, in un tono di voce, in un sorriso. Ciò ci fotte. Ma è lo stesso che rende eterne le poesie che leggiamo. È come quando tutti hanno preso bonariamente in giro Quantoso'bono per il tema in cui, per pagine e pagine, esprime il suo mea culpa per essersi comportato per due anni su tre come una merda, e la sua volontà di cambiare, e il suo chiedersi come fare; io l'ho rivisto dopo in corridoio, e gli ho detto solo: "Io ci credo, a quello che hai scritto nel tema. Alcuni hanno pensato che scrivessi per imburrare la commissione... Ma io ci credo." Lui si terrà questa frase. Io mi terrò il suo silenzio. Altre due cose che un giorno, forse, faranno la differenza.