Atreiu è caduto giocando a calcio e s'è fratturato una spalla. Gira in maglietta, ma poi se la leva perchè ha caldo, resta in canotta con il tutore imbottito di gommapiuma dietro le clavicole magre e piagnucola: "Ma io mi annoio... Posso giocare a pallone? posso correre? posso andare in palestra? non ci so stare, fermo!"
"Poverino" dice allora qualche giovane voce femminile sognante, mangiandosi con gli occhi tutto il pacchetto, capelli lunghi, spalle bianche, lentiggini e sorriso storto.
La Castagna, che lo trovava bellissimo anche quando era un ragno ossuto di undici anni, se la ride, perchè sapeva che le ragazze lo avrebbero capito quando era quasi troppo tardi.
Lo sdoganamento della canottiera avvenuto a causa di Atreiu libera il Malinconelfo da ogni inibizione, e anche lui dopo qualche giorno si schiera a scuola smanicato. Sparisce ogni traccia di tenerezza per Atreiu, in compenso la Bambola e Pocahontas, che siedono in banco a destra e a sinistra degli ormai significativi bicipiti del Malinconelfo, faticano visibilmente a concentrarsi. Pocahontas, coi suoi liquidi occhi neri pieni di passione, si devasta a contemplarlo con evidente compiacimento, mentre la Bambola, sempre più di porcellana e assolutamente integerrima, abbassa pudicamente le ciglia scure mordendosi il labbro inferiore.
Lui si stiracchia pigramente, se la ride, interviene nelle lezion e becca delle botte di "bravissimo" e "molto bene" che rovina immediatamente con battute inascoltabili. Tutte a sfondo sessuale. Finchè un giorno la Castagna esclama: "Basta! Trovategli una donna! Vede allusioni dappertutto, aiutatelo!" e da quella volta, quando lei chiama per rispondere da posto: "Malinconelfo?" qualcun altro chiosa: "Sesso!" e tutti scoppiano a ridere.
La Castagna spiega Nietzsche, Freud, Jung, Pascoli, D'Annunzio, Svevo, Pirandello, fa la miglior lezione sulla Pioggia nel pineto che le sia mai uscita, con la classe si parla di tutto, di ansie, del coraggio delle scelte, del dionisiaco, del suicidio, dell'inconscio, della schizofrenia, del sentirsi liberi di vivere la propria vita, delle convenzioni sociali, e Castagna vede gli occhi di parecchi illuminarsi, sente le rotelle dei cervelli che girano, ascolta domande difficili e profonde, vede sbottare in confessioni gente insospettabile, sbattere ciglia bagnate di lacrime su occhi solitamente strafottenti.
In primo banco, dove è avvitato saldamente da un mesetto per un suo ordine secco, Dylan McKay le sorride. Le sorride con gli occhi pieni di luce. Perchè ora che praticamente non può distrarsi sta finalmente attento. E' sempre stronzo. Ma sembra il protagonista di Limitless, con la pillola dell'intelligenza. Fa funzionare tutti i neuroni, notoriamente di qualità, alla massima potenza. Si esalta. "Bella" o "Spettacolo" dice quando becca una cosa in anticipo, e sorride. Finalmente. Poi si commuove, qua e là, su tematiche che lo toccano da vicinissimo, come la problematica dell'identità frammentata di Uno, nessuno e centomila. Butta la testa tra le braccia sul banco e copre col ciuffo gli occhioni pieni di pensieri. Poi torna su e alza la mano per rispondere. La Castagna gli ha pubblicamente giurato morte e devastazione all'esame, per essere arrivato fino a un mese e mezzo dalla fine della terza senza sforzarsi per un cazzo di alzare le medie e poi aver preso dei nove, da vero bastardo. Ma è pazza di lui e non ce la farà a mortificarlo, se si presenta all'esame così. Non quanto aveva pensato all'inizio.
A volte, guardando ognuno di loro, la Castagna si fa prendere da un insopprimibile desiderio che l'anno finisca immediatamente. Sono stati di gran lunga la classe più faticosa della sua carriera. Ma anche se in questo blog i più nominati sono stati sempre gli stessi cinque o sei, in realtà sono tutti indimenticabili. Praticamente nemmeno uno è stato banale o trasparente. E tutti, tutti le han fatto sputare sangue, in un modo o nell'altro.
Fanno la foto di classe. Qualcuno dice: "Prof, è l'ultima foto insieme!" e c'è un momento di silenzio e pomi d'Adamo che vanno su e giù tutti in sincronia. "Ah no, eh? Piangiamo tutti l'ultimo giorno", li scrolla lei. Intanto, pensa che l'ultimo giorno farà meglio a portarsi il phon e un cambio completo di abiti, perchè questa classe il gavettone finale glielo fa per forza, e lei stavolta se lo prenderà senza protestare.
mercoledì 28 maggio 2014
giovedì 22 maggio 2014
Castagna and the 40 y.o. issue
Scrivi, scrivi, esorcizza la crisi
degli anta che ti sta travolgendo, scrivi.
Scrivi di come tuonava oggi. E che tu dovevi preparare La pioggia nel pineto e più che le parole mancavano le forze per tradurre le immagini che avevi in mente.
Scrivi che hai una famiglia strana, con
uno strano zio che non è uno zio, un fratello che è un cugino, un
ex fidanzato che è un fratello minore anche se è più vecchio, una
madre che è un po' una figlia, una figlia che non è una figlia ma è
a volte un disastro atomico a volte l'amore più sconvolgente della
tua vita, un marito che santiddio a volte è proprio UN MARITO e non
nel senso bello del termine, ma è il tuo personale film romantico da
Oscar, questo cane senza un occhio, una zia che non si ricorda bene
se tuo padre è vivo o morto, questi strani parenti veri che non vedi
mai e questi parenti finti che vedi e senti tutti i giorni, questa
gatta grassa che vuole stare tutto il giorno in braccio, quest'altro
gatto reincarnazione di un mahatma, che capisce quel che gli dici e
anche quello che non gli dici.
Scrivi che hai degli amici che ti sono fedeli e leali e che ti stragiurano che ti vogliono bene qualsiasi cosa tu sia o diventi.
Scrivi che sei partita per una vita
nuova dove comandi tu, dove non hai più vergogna di essere chi sei e
come sei, dove impastoiarti in un ruolo non è più possibile.
Scrivi dei tuoi alunni che andranno via
portandosi tutti i tuoi organi interni in giro e lasciandoti svuotata
dopo tre terrificanti anni di fatica e gioia, degli exalunni grandi
che stimi per quello che sono diventati, scrivi delle bambine a cui
fai il mazzo quando non si fanno valere sui maschi, scrivi qualunque
cosa ti aiuti a sopravvivere, scrivi fino a cadere a pezzi dal sonno
nel cuore della notte, scrivi e ce la farai.
La crisi degli anta è come
l'adolescenza, come l'amore, come scoprire di avere una malattia. E'
qualcosa che si presenterà dove, come e quando meno te lo saresti
potuto immaginare. In alcuni casi sei tu, è il tuo divano sul quale
ti siedi sempre che un giorno ti sta stretto. In altri viene da
fuori, arriva come un autotreno dentro una vetrina. La tua è del
secondo tipo. Va bene. Niente panico. E' la crisi degli anta e hai
tutto il diritto di averla, non intendi vergognarti né chiedere
scusa, vuoi solo sopravviverle.
Perciò, scrivi.
venerdì 16 maggio 2014
Magnolias
Quando sono arrivata oggi a scuola, per
i consigli di classe del pomeriggio, i bambini della prima A
correvano e schiamazzavano in cortile. La Bionda Svampita cercava di
tenerli un po' calmi, ma era una giornata bellissima, con un cielo
scintillante di blu, i monti bianchi là in fondo, l'aria dolce, uno
spettacolo. I bambini erano così belli, colorati, pieni di gioia.
Una ragazzina però stava ferma a guardare, con gli occhi gonfi, una
pianta nuova nel giardino.
Una magnolia da fiore. Donata alla
scuola dalle famiglie della prima, in memoria della Compagna Collega.
E piantata oggi pomeriggio, poco prima che io arrivassi, alla presenza del vedovo in lacrime, e di
uno dei quattro figli, quello più bello, alto, che giocava a basket
e ha studiato filosofia, quello iperattivo, che da piccolo le dava
tanti problemi, e di cui mi aveva parlato così tanto.
La Compagna Collega è morta di una
neoplasia midollare fulminante. A detta dei medici, una di quelle
cose che in un mese e mezzo ti si portano via una persona. E, in
effetti, lei diceva di non sentirsi bene da un mesetto. Non ci si
sarebbe potuto fare molto, pare. La Bionda Svampita mi ha raccontato
che il figlio le ha detto: “Se se ne fossero accorti prima,
l'avrebbero bombardata di chemioterapia. Ma conoscendo mia madre,
dopo tre giorni avrebbe mandato affanculo le infermiere e avrebbe
rifiutato di continuare”.
Ho detto: “Sì, è vero.”, e poi
sono scoppiata in lacrime.
Sono successe tante cose in questo mese, sto guardando la fine di un anno di lavoro, di tre anni di sezione A, ho in programma dei cambiamenti per l'anno prossimo, ho una cena stupenda con gli exalunni del 2009 (Giovane Lupo, Bel Ragazzo, Enfant Terrible, l'Elfetto Femminista, la Mia Cocca, etc etc) da raccontare, ho vicende familiari plurime piuttosto interessanti da narrare, e invece ogni volta che riapro il blog mi fermo e penso che sono in lutto e che non voglio scrivere, che voglio stare zitta, e ogni tanto andare a raccogliere fiori di campo lungo la strada tra la scuola e il paese e metterli vicino alla foto della Compagna.
L'altra notte l'ho sognata. Parlavo con una delle segretarie (quella che qualche giorno fa ha detto "mi sembra ancora incredibile che una persona così esplosiva, così vitale abbia potuto farci questo"), alla mia destra sentivo la Compagna Collega intromettersi nel discorso con la sua voce calda, e mi giravo piena di gioia perchè la vedevo al mio fianco, salvo poi pensare: ma tu sei morta! e di colpo guardare la segretaria e pensare con terrore: e se la sto vedendo solo io? e se sono pazza?
Non posso dire che ci penso continuamente. Non posso dire che a scuola è ancora tutto tremendo come un mese fa, quando nessuno di noi docenti riusciva a dormire e in classe c'era una cappa di tristezza e nervosismo. Vado di nuovo a lavorare volentieri e rido coi ragazzi e correggo le prove e penso al futuro e da un paio di giorni ho anche ripreso il mio posto in sala professori, dove non riuscivo più ad entrare.
Vorrei parlare d'altro, dicevo. O, anche, vorrei raccontarvi di che persona era lei, vorrei trasmettere come mi sento davvero, anche alla mia famiglia, che temo non capisca: perchè uno i colleghi, soprattutto se sono di una fascia d'età diversa dalla propria, di solito se li vive sul lavoro, non li invita fuori, non li presenta a casa, e quindi nessuno di preciso sa davvero come fosse il mio rapporto con la Compagna. E invece per me questo lutto è enorme, perchè è la prima volta in vita mia che perdo un'amica.
Quando mi hanno detto che la pianta scelta per lei era una magnolia, sono rimasta senza parole. Come avrei potuto non pensare a un film che ho visto penso dieci volte, una storia di donne di età diverse che si incontrano in un loro mondo fatto di forza smisurata, di speranza e di coraggio, una storia di amiche, una storia che contiene anche una morte inaccettabile?
E poi oggi quella frase sul mandare affanculo le infermiere, e il convenire con gli altri che no, lei non era tipo da lasciarsi deperire, da sfinirsi di chemio, lei al marito ha detto "Io muoio" e ha staccato i contatti con tutti quanti, lei se n'è andata come ha vissuto, d'impeto, senza convenevoli, senza smancerie.
E io penso a Julia Roberts che, nel film, dice una frase che io mi sono ripetuta migliaia di volte, da quando ero una ragazzina: "Preferirei sempre tre minuti di meraviglioso a una vita fatta di niente di speciale".
E all'improvviso mi sembra che i conti tornino, perfettamente.
venerdì 9 maggio 2014
Non facciamo finta
Lo so. Non scrivo da tempo. E' che proprio non ce la faccio. Eppure mi farebbe bene.
martedì 8 aprile 2014
Non ci credo
No, dai, ma non puoi fare uno scherzo così. Che martedì arrivi a scuola e dici che non ti senti bene, e il lunedì dopo sei morta.
Non puoi mollarci così. Noi, tuo marito, i tuoi ragazzi, le tue classi.
Non puoi fare un numero del genere e lasciare la terribile terza andare all'esame senza le tue urla.
Non puoi.
Che cazzo ti è saltato in mente, Compagna Collega?
Avrò detto un milione di volte, quando i colleghi si lamentavano del tuo caratteraccio, che quando fossi andata in pensione tu avrebbero comunque avuto me, che invecchiando sarei diventata uguale identica.
Rompicoglioni uguale. Di sinistra uguale. Senza peli sulla lingua uguale.
Mai più avrei pensato che oggi pomeriggio avrei sentito la mia voce dire in consiglio di classe: "Ci vuole un coordinatore, adesso" e poi il silenzio pesante dei colleghi, mentre tutti guardavamo per terra.
Nè che avrei visto il Malinconelfo alzarsi dal banco, dove era rimasto immobile e senza lacrime per più di un'ora, per andare ad abbracciare Atreiu, che dopo un'ora ancora piangeva. O le mie ragazzine sedute per terra nel bagno, mentre telefonavano ai genitori singhiozzando.
Non avrei pensato di rimanere così senza parole da non sapere nemmeno cosa dire per consolare i miei ragazzi.
Ma si può?
Vi prego, qualcuno mi dica che è uno scherzo. Che non sono veramente rimasta a scuola per nove ore dopo la notizia, perchè avevamo due riunioni e i colloqui con le famiglie. Che domani non devo accompagnare il supplente in macchina. Che posso andare nei boschi a piangere e a prendere a calci qualcosa.
Non puoi mollarci così. Noi, tuo marito, i tuoi ragazzi, le tue classi.
Non puoi fare un numero del genere e lasciare la terribile terza andare all'esame senza le tue urla.
Non puoi.
Che cazzo ti è saltato in mente, Compagna Collega?
Avrò detto un milione di volte, quando i colleghi si lamentavano del tuo caratteraccio, che quando fossi andata in pensione tu avrebbero comunque avuto me, che invecchiando sarei diventata uguale identica.
Rompicoglioni uguale. Di sinistra uguale. Senza peli sulla lingua uguale.
Mai più avrei pensato che oggi pomeriggio avrei sentito la mia voce dire in consiglio di classe: "Ci vuole un coordinatore, adesso" e poi il silenzio pesante dei colleghi, mentre tutti guardavamo per terra.
Nè che avrei visto il Malinconelfo alzarsi dal banco, dove era rimasto immobile e senza lacrime per più di un'ora, per andare ad abbracciare Atreiu, che dopo un'ora ancora piangeva. O le mie ragazzine sedute per terra nel bagno, mentre telefonavano ai genitori singhiozzando.
Non avrei pensato di rimanere così senza parole da non sapere nemmeno cosa dire per consolare i miei ragazzi.
Ma si può?
Vi prego, qualcuno mi dica che è uno scherzo. Che non sono veramente rimasta a scuola per nove ore dopo la notizia, perchè avevamo due riunioni e i colloqui con le famiglie. Che domani non devo accompagnare il supplente in macchina. Che posso andare nei boschi a piangere e a prendere a calci qualcosa.
domenica 6 aprile 2014
Tre giorni su cinque di una settimana qualunque - Capp. 1 e 2
Il
martedì
Quello cartaceo è solo un quadernone del supermercato, si sta già rompendo e devo ripararlo con lo scotch, nonché fare tutta l'impaginazione con biro e righello.
Mi girano i coglioni.
Il bel figliolo stavolta arriva puntualmente per la fine delle mie lezioni, aspetta che io recuperi la mia roba, io cazzeggio un po' chiacchierando con lui alla macchinetta del caffè, pensando che se ne vada nel giro di qualche minuto, e invece mi segue in sala prof, poi mi segue nel parcheggio, alla mia frase “beh magari adesso devi andare” risponde “no, ho tutto il tempo”, e ignora due tentativi di salutarlo perchè devo andare io.
Che poi io alla fine vado via pensando a) mannaggia perchè proprio uno così appariscente mi si deve affezionare tanto e b) madonna siamo stati cinquanta minuti a parlare sotto il naso di tutta la scuola e c) porca vacca ora che ci penso è venuto direttamente da me e non ha fatto neanche il gesto di salutare altri insegnanti. Roba che poi una si tira delle notevoli pippe mentali. E quando finisce di tirarsele e si ricompone, le resta il dubbio di aver dato la stura a maldicenze, pettegolezzi e/o libere invenzioni da parte delle bidelle (che già mi vedevano scappare con il tipo tantrico tutto vestito debbianco dei laboratori), delle colleghe (note vipere) e anche un po' del marito (che si sta innervosendo di tutti 'sti pranzi col tirocinante... ma questa è una precisa strategia per farlo un po' ingelosire: il risultato serale è ...arcaico.)
...e altre amenità
Cap.
1
Del
perchè a volte bisognerebbe aver dato retta a papà e studiato
giurisprudenza*
*(sto scherzando. Neanche morta)
Vado
a lavorare TRE ORE PRIMA dell'inizio del mio orario per mettermi in
pari con i registri.
Quello
elettronico mi si pianta dopo aver inserito META' dei voti della
recitazione della poesia a memoria.Quello cartaceo è solo un quadernone del supermercato, si sta già rompendo e devo ripararlo con lo scotch, nonché fare tutta l'impaginazione con biro e righello.
Mi girano i coglioni.
Cap.
2
Del
perchè bisognerebbe allargare il proprio giro di frequentazioni
anche a gente adulta che non usi assorbenti per quattro giorni al mese
Arriva
il tipo che ci ha fatto fare il laboratorio di poesia, quello molto
tantrico, che non è assolutamente in grado di dirmi se gli
basteranno tre ore per raccontare il suo viaggio in India alla terza.
Cioè nel senzo che non è tanto per un fatto, quanto per un discorzo
de libbertà dai vincoli, no, di lentezza come visione della vita,
cioè sai, tipo che dipende anche molto dalla sensazione a pelle del
rimando del percepito da parte dei ragazzi, capito? Lov lov lov. Che
tra l'altro per carità sei carino, molto alternativo e abbastanza
magnetico, ma non abbracciarmi quando mi vieni a parlare a scuola,
oh, che poi arriva la collega Troll e vole sapè se stavamo a fà 'e
orge.
Pausa
pranzo.
Il
tirocinante della collega di ginnastica, che mi posta via messaggio
privato cose sullo sciamanesimo, l'abolizione della caccia alle
balene e i guerrieri della luce, a mia richiesta di spiegare cosa sia
il seminario di movimento arcaico di cui parla bene sulla sua pagina
FB, mi tiene un'interessante spiegazione sui corsi di sessualità
arcaica. Con estremo diletto della collega Dolcebionda, che frattanto
ci sta portando a pranzo nella sua monovolume e se la ghigna. Io
commento solo: “Oh vedi, ecco cosa avrei dovuto fare a ventitre
anni. Ora, come dire, mi vedo un po' impegnata.” Lui
ribatte: “Ma puoi benissimo frequentare in coppia con tuo marito”,
e lì sono colta da ilarità convulsa. Muahahahahahahah, iscrivere
l'Uomo alle lezioni di trombata primordiale, oddio, muoio, pietà.
Quando entro nel bar sto ridendo così forte che si girano tutti.
Intervallo
del pomeriggio.
Arriva
Bel Ragazzo Pacato, il mio exalunno diciannovenne che fedelmente,
dalla fine della terza media, mi viene a trovare due volte l'anno. La
Dolcebionda, che non l'aveva mai visto, si scompensa abbastanza. Devo
dire che, tra la statura e la corporatura imponenti, la barba lunga,
il sorriso fotonico e tutto l'insieme, è piuttosto difficile
ricordarsi di lui quando era un bambino con le guancine tonde e gli
occhialini da intellettuale. Il bel figliolo stavolta arriva puntualmente per la fine delle mie lezioni, aspetta che io recuperi la mia roba, io cazzeggio un po' chiacchierando con lui alla macchinetta del caffè, pensando che se ne vada nel giro di qualche minuto, e invece mi segue in sala prof, poi mi segue nel parcheggio, alla mia frase “beh magari adesso devi andare” risponde “no, ho tutto il tempo”, e ignora due tentativi di salutarlo perchè devo andare io.
Che poi io alla fine vado via pensando a) mannaggia perchè proprio uno così appariscente mi si deve affezionare tanto e b) madonna siamo stati cinquanta minuti a parlare sotto il naso di tutta la scuola e c) porca vacca ora che ci penso è venuto direttamente da me e non ha fatto neanche il gesto di salutare altri insegnanti. Roba che poi una si tira delle notevoli pippe mentali. E quando finisce di tirarsele e si ricompone, le resta il dubbio di aver dato la stura a maldicenze, pettegolezzi e/o libere invenzioni da parte delle bidelle (che già mi vedevano scappare con il tipo tantrico tutto vestito debbianco dei laboratori), delle colleghe (note vipere) e anche un po' del marito (che si sta innervosendo di tutti 'sti pranzi col tirocinante... ma questa è una precisa strategia per farlo un po' ingelosire: il risultato serale è ...arcaico.)
Decido
che non è colpa mia se era il primo di aprile e il tirocinante della bionda e il mio exalunno erano
in vena di scherzare, né se faccio un mestiere in cui siamo
praticamente solo donne e bambini e quindi non riesco a rapportarmi
decentemente con i maschi adulti e in particolare con la fascia tra i
venti e i trenta, sulla quale mi dichiaro francamente ignorante.
Peraltro non è colpa mia nemmeno se si avvicina la crisi degli anta,
che in fatto di seghe mentali è tipo una seconda adolescenza. E poi
'sticazzi, oh, io ero al mio posto in trincea, in jeans e camicetta
come mio solito, non posso farci niente se a fuori arrivano
pericolose incursioni, né se il mio fascino ligure spopola qua tra
le colline nebbiose (tzè!).
[Ricordiamo
del resto che io sono “la ragazza più bella della spiaggia”,
vero Tipa? (Tranquilli, non sono impazzita, è solo una vecchissima
battuta che può capire solo una persona. E la spiaggia in questione,
in ogni caso, era un rettangolo di spiaggia libera di sei metri per
tre, dove io e la Tipa eravamo le uniche due sopra i sette e sotto i
sessanta. Il tipo cui gli esegeti del periodo tardoellenistico
attribuiscono questa definizione, evidentemente, preferiva le brune)]
A
seguire:
Del
perchè bisognerebbe ricordarsi sempre che la vita è come la
scaletta di un pollaio: corta e piena di merda
Del
perchè a volte bisognerebbe piantare un pugno sul tavolo in
consiglio di classe e far pesare gli anni di esperienza che, dopotutto, ormai sono dodici
...e altre amenità
lunedì 31 marzo 2014
Immensità
Li ho ascoltati, uno dopo l'altro.
E come il vento odo stormir tra
queste piante...
Lentamente, con
intonazione corretta, con un buon ritmo di pause e enjambements.
...interminati
spazi...
Qualcuno riusciva
anche a guardarmi negli occhi. Calmi, concentrati.
...ove per poco il cor non si
spaura.
La voce della
Bambola. La voce di Huck. La voce di Winnie.
...e le morte stagioni...
La voce di Occhioni
Tristi. La voce di Momo.
...così tra questa immensità...
Avevo un groppo in
gola. Ma sul serio tra poco se ne andranno, e con loro le ore e ore
di fatica bruta che mi sono costati?
Ma sul serio adesso
finiamo di gustarci i miei riassuntini snelli delle Operette morali,
e poi ancora due mesi di letteratura e poi non posso più spiegar
loro nient'altro?
L'altro giorno dal
nulla, in un momento in cui si parlava di tutt'altro, Huck se ne esce
con “A settembre qua cominciate prima delle superiori, e va bene,
così la vengo a trovare.”
Ghghghgh. Che me lo
dicesse qualcuno l'ultima settimana di scuola, va bene, ma tre mesi
prima è record.
Del resto Huck e io ci facciamo simpatia a vicenda, senza interruzioni, dal primo giorno di prima media.
Atreiu ha fatto
scene greche prima dell'inizio del giro su “L'infinito”. Che lui
non la sa e non se la ricorda e che ansia e che qua e che là. Poi da
un momento all'altro, quando toccava a lui, mi ha detto la poesia da
10.
“Ah ma stavi
scherzando, allora, mi hai fatto la scena apposta...”Sorriso volpino.
Poi dopo un po', tra la recitazione di un compagno e quella dell'altro, lo sento che esclama: “Però che strano il senso di colpa! Ho detto la poesia e sto benissimo. Prima c'avevo un mal di pancia...”
Dopo si informa: “Ma lei 10 e lode come lo conta?”
“11.”
“Ahh. E io quanto ho preso?”
“10.”
“Uffa.”
“Volevi l'11?"
“Sì.”
Ci siamo fatti un
bel sorriso. Il mio diceva: “obiettivo raggiunto”. Il suo: “ce la
faccio!”
Dylan, invece.
Lo chiamo per ripetere la poesia. Si alza
e mi porta il diario.
“Non le faccio perdere tempo.”
“Non provi nemmeno?”
“No no.”
“Neanche a vedere se te ne ricordi un pezzetto?”
"No.”
Io prendo il diario e ci stampo sopra un 2, senza batter ciglio.
Più tardi, la
Isinbayeva si incasina e si ferma dopo quattro o cinque versi. Le do
4.
Allora Dylan
risorge:
“Ma bastava provare per prendere 4, anche se non la sai?”
“Certo. E' diverso che non provarci nemmeno.”
“Posso provare?"
“No. Te l'ho
chiesto prima, mi hai detto di no.”
Non replica.
Finisco il giro e
lui è l'unico in questa situazione.
Due 4, qualcuno che
ha rimediato un 7 perchè s'è impappinato troppo, parecchi 9,
parecchi 10, qualche lode.
Lui: 2.
“Senti, Dylan, facciamo un discorso adesso.”
“Sei andato avanti finora sicurissimo che, ogni volta che facevi così, ti avremmo preso per mano: no L. guarda che non si fa così, prova di qua, smettila di là, insomma L. sei un ragazzo in gamba, studia, etc. etc. Abbiamo provato con le buone, con le cattive. Tu continui a cercare queste nostre parole, a provocarci per farci intervenire, e poi fai lo stesso di prima. Allora potrei provare a non dirti più niente: tu fai cosa vuoi, ti arrangi, ti do un voto quando ti devo dare un voto, e poi ci vediamo all'esame. Magari funziona.”
Vedo un reale senso di smarrimento nei suoi occhi. Non riesce a tirar su l'angolo della bocca per il solito sorrisetto amaro.
Se il discorso fosse durato ancora
per tre o quattro frasi avrebbe pianto.
Mi sono fermata
quando non era più in grado di alzare gli occhi dal banco.E' sparito, non si è più mosso nè fatto sentire per un bel po'.
Dopo l'intervallo scrivo sulla lavagna tutte le fasi da cui è composto l'esame e poi chiedo di preparare un foglio con due colonne: punti deboli e punti di forza, rispetto all'esame appunto.
Li lascio a pensarci un po'. Intanto scrivo i voti della poesia sui diari.
Si materializza al mio fianco un Dylan tremante.
"E se a me viene così? Non mi viene nient'altro."
Il foglio contiene queste parole:
PUNTI DEBOLI
TUTTO
PUNTI DI FORZA
NIENTE
"Questa", gli dico sempre con voce tranquilla, "non è una valutazione sensata, Dylan. Vai a posto."
Spendo un po' di tempo a raccontare che, nella mia esperienza, lo studente perfetto esiste. Passa ogni cento anni come certe comete, ma c'è, io uno l'ho incontrato. L'anno dopo aver fatto le medie a Scuolina Rosa, era allo scientifico e aveva LA MEDIA DEL NOVE VIRGOLA OTTO. Vista coi miei occhi, sui quadri di fine anno.
Atreiu, con britannico sopracciglio inquisitore:
"Come 9,8? Di che materia?"
"Di tutte, Atreiu."
"Minchia!"
"E... sì. Credo che sia l'unico commento che si possa fare di fronte a una media del genere."
Poi continuo dicendo che invece quello che non esiste è lo studente che non impara. Quello che ha solo punti deboli. Quello che entra in prima e esce dalla terza senza essere migliorato in niente. Lo penso sul serio. A meno che non stiano a casa, se vengono a scuola noi qualcosa caviamo anche dal meno dotato.
Ma sono discorsi generali rivolti a tutta la classe. Con Dylan bisogna fare anche dell'altro.
Contavo di avere da lui una reazione di indifferenza, una battuta beffarda o un atteggiamento di sfida, quando gli ho comunicato che non gli dirò più niente.
Invece, mentre gli parlavo, nei suoi occhi ho visto il dolore di essere lasciato solo.
Pensavo comunque, anche solo per coerenza, di lasciarlo macerare qualche giorno nell'idea che effettivamente non avrei preso più in considerazione le sue richieste di attenzione.
Ma quando poi è venuto alla cattedra con PUNTI DEBOLI TUTTO, PUNTI DI FORZA NIENTE non stava facendo il pigro, lo stronzo, il paraculo. Era agitatissimo.
Quindi non farò così, non posso mollarlo con le paranoie a marzo prima dell'esame.
Ma anche lui deve andare, prima o poi, là fuori. E io voglio che vada un po' più sereno.
mercoledì 26 marzo 2014
Di varie evoluzioni
I pranzi del martedì! Quanto mi sono
mancati!
Prima la Dolcebionda ha portato i
ragazzi a sciare, poi mi sono ammalata e ho saltato giorni e giorni,
poi ho avuto un tristissimo martedì di lite furibonda al telefono
con Princi, assistenti sociali, operatori vari della comunità, io,
il parcheggio del bar e un toast moribondo che mi si raffreddava in
mano.
Finalmente ci si ritrova nella consueta
formazione del martedì: io, la Dolcebionda in tuta e capello
lunghissimo a coda, Barbatello in grandissima forma da sport
invernale con un filino di abbronzatura e sorriso smagliante (lo so.
Lo so. Va bene tutto, avete ragione, ecc ecc, ma sono pur sempre una
povera prof di lettere stressata, mi mandi a pranzo con il
tirocinante venticinquenne, questo mi chiede l'amicizia su Facebook,
almeno fatemelo guardare. Comunque, non gliel'ho ancora data.
L'amicizia su Facebook.)
Solitamente il pranzo è:
- Castagna, piatto di verdure miste,
dolcetto alle mele o macedonia, caffè macchiato.- Dolcebionda, secondo con contorno o toast, macedonia, caffè.
- Barbatello, la cosa più proteica che c'è, rare concessioni alle verdure possibilmente crude, caffè macchiato.
La Dolcebionda stavolta si scofana un
piattone di pasta al ragù seguito da enorme porzione di meringata
fatta in casa, bianca, strabordante, porcosa, piena di panna,
ricoperta da un etto di cacao in polvere, di quelle robe che
resuscitano i morti.
“Che sono tutti codesti carboidrati?
Si vede che tuo marito non è a casa, sei in carenza d'affetto?”
(essendosi il marito della bionda
fratturato malamente sulle piste da sci, si trova ora in regime
postoperatorio a casa di mammà, mentre la Dolcebionda si sbatte tra
scuola casa bambino e piste da sci).
Che Castagna fa la spiritosa, si sa, ma
poi nessuno tiene il conto delle carte di Kitkat, Lindor, Rocher,
Bueno di qua, Tronky di là, che affollano il posacenere della sua
macchina (tredici anni insieme e una figlia adolescente problematica
= sesso pochino, insonnia molta, compensazione con zuccheri inferiore
solo a quella con caffeina).
Persino il tirocinantello si mangia la
sua porzione di meringata, stavolta, benedetto dal materno sguardo
della Castagna che, vedendolo titubare al pensiero di cotanta bomba
calorica, lo incoraggia: “E su! Alla tua età lo bruci col
metabolismo, 'sto dolce, stai sereno”). Sforzandosi di non pensare
a come lei soleva bruciare le calorie a venticinque anni,
giustappunto. Eeeeee, beata gioventù.
Castagna peraltro si sente sempre molto
bella e luminosa il martedì quando la Princi deve venire a casa,
salvo svegliarsi la mattina dopo (anche se veramente “svegliarsi”
è un concetto inapplicabile. “Scendere dal divano dove ha passato
la notte a rigirarsi con la tachicardia” è più congruo)
sentendosi novantaseienne, piena di reumatismi e con le guance dei
bassethound.
Di recente ho fatto la carta d'identità
nuova e ho chiamato la Tipa poco dopo, per continuare una
conversazione iniziata mentre ero in fila all'anagrafe, esordendo
con: “Mmmmm, bella, la mia nuova foto della carta d'identità.
Sembro la nonna di me stessa, in fila per il metadone.”)
Comunque la conversazione langue perchè
la Dolcebionda, che forse è davvero un po' di cattivo umore, si
legge il giornale mentre Barbatello e io parlottiamo di questioni
sindacali.
Poi io affronto un tema che mi sta a
cuore in questi giorni (e che se la batte con “ommioddio come andrà
la prima seduta psicoterapeutica di Atreiu?”, “come posso
costringere Dylan McKay a essere meno strafottente?” e “caaaazzzo...
quarantotto temi da correggere”, per citare solo le preoccupazioni
lavorative).
“Senti, Dolcebionda...”
“Sì?”
“Sì?”
“Volevo dirti... Grunge Girl...”
“...è lesbica. Sì. Quindi?”
“Sì, d'accordo...”
“Beh, è evidente.”
“Sì sì. E anche che è innamorata
di Piccola Afrodite, se è per questo.”
“Sì, lo so.”
“No, è che hanno cominciato a fare
dei discorsi, i compagni. L'ho presa larga, per ora. Ma poi in
separata sede a lei ho detto che se le dovessero dare fastidio con
frasi insistenti o antipatiche su come si pettina, si veste o si
comporta me lo deve dire.”
“Eh, però, questa bambina non si cambia in spogliatoio con le altre.”
“Cosa?”
“Non si cambia con le altre.”
“Sì ho sentito, no voglio dire, cazzo, ma poverina, allora però come fa?”
“E boh, cincischia, va dopo, si spoglia il meno possibile, tanto è sempre in tuta e comunque molto coperta.”
Ci sono rimasta di merda.
No perchè se Grunge Girl avesse
sedici, diciassette anni, uno la potrebbe prendere da parte, per
dirle se possiamo trovare qualcosa per metterla a suo agio,
compatibilmente con il fatto che gli spogliatoi sono due e che coi
maschi non ce la manderemmo comunque. Ma undici anni, cazzo, sono
pochissimi per mettersi a fare dei discorsi così. Cioè, se lei
piange e si sfoga e ti dice che a lei piacciono le ragazze e non sa
come fare, tu la calmi, le parli, poi parli con la famiglia. Ma se
lei fa finta di niente, tu non puoi andare a metterle in testa
definizioni e problemi che lei magari non si fa e soprattutto,
soprattuttissimo, dove te lo prendi il coraggio per andare a dirlo di
tua iniziativa alla famiglia.
Finisce che io stamattina mi apparto
con il Gigante e gli sottopongo la questione. E a lui vengono gli
occhi lucidi da paparone intenerito, ma appunto, messi così non
possiamo farci niente. Rimaniamo che terremo d'occhio la cosa.
Sono così dispiaciuta, e non so
neanche di cosa. Che non ci sia uno spogliatoio numero tre, o uno
spogliatoio con le cabine singole? Che i maschietti di prima
comincino ad agitarsi perchè Grunge Girl non è assimilabile alle
altre bambine, ma è comunque diversa da loro? Che Grunge Girl passi
la tortura dei commenti del cazzo sul suo taglio di capelli alla
Balotelli, o sul suo abbigliamento? Che
un giorno possa dichiarare il suo amore
a Piccola Afrodite e magari non riescano più a essere amiche?
Boh. E' una brava bambina, mi si è
molto legata, mi regala continuamente disegni buffi o piccoli, strani
oggetti che fa con pezzetti di gomma, mine di matite, graffette.
Vorrei proteggerla. O che vivessimo davvero già in un mondo dove non
avesse bisogno di nessuna precauzione per poter essere quel che è.
Poi a volte mi chiedo chi protegge noi
da quello che sappiamo di loro. Dalla paura di Atreiu per il primo
colloquio in neuropsichiatria, dai tic maniacali di Dylan, dalle
lacrime di Seta Nera che al mattino non vuole venire a scuola, dai
pidocchi di Bambino di Formaggio, dallo sguardo disincantato del
Malinconelfo, dalla rabbia repressa di Tostissima.
Menomale che ci sono anche tutte le
cose belle, che in questo momento, tra gli ingestibili di terza
(autosoprannominatisi “lo zoo”) che stanno diventando grandi a
vista d'occhio e i fiduciosi primini che bevono avidamente le novità,
sono talmente tante da perdere il conto.
Comunque, che la Dolcebionda se ne vada
a fine giugno, e venga sostituita dalla tembile Celhodoro, più ci
penso e più mi rende triste. Così triste, che nemmeno il pensiero (stupendo) che forse se ne vada anche la preside e venga sostituita,
volesse il cielo, da Preside Bhof, con cui sono in ottimi rapporti,
riesce a sollevarmi.
Se ne va anche l'Inflessibile, forse. E
la F., che va in pensione, E forse l'Uomo passa alle superiori.
Insomma. E' un anno di grandi cambiamenti.
Lasciatemi almeno il Gigante e le mie amiche bidelle, altrimenti me ne vado anche io.
Ieri sera, a casa nostra:
la Princi all'Uomo: - Perchè vuoi andare
alle superiori?
Io: - Perchè è stufo di passare i
sabati mattina con sua moglie.
la Princi: - E' vero! Se vai alle superiori, l'anno prossimo il sabato andrai a scuola!!!
L'Uomo: - Anche tu!!! gnegnegnegne!
Io: - E io me ne resto a letto!!! Tiè a te! E a te! Tòòò!!!
(Sì. Perchè ci crediamo tutti, come
no, che se loro si alzano per uscire io mi giro di là e continuo a
dormire. Certo.)
giovedì 20 marzo 2014
Ora non esageriamo con il transfert
Che poi ti accorgi che il tuo ultimo post era un po' peso, con la malattia straziante del padre il richiamo pauroso alla malattia di un figlio il piccolo spavento per l'alunna svenuta e il grosso groppo in gola del rimando alla pagina della Pellona. Tipo che la povera Susibita, dopo aver letto, si sentiva una cacca perchè si era tolta di torno per tre ore e mezza la piccola Nina dopo una varicella e aveva provato sollievo (è noto che io non ho figli piccoli, ma posso, ve lo giuro, figurarmi che anche Madre Teresa, dopo aver sperimentato tre settimane di reclusione di un infante con bollicine pruriginose, diventi leggermente desiderosa di trovare qualcuno che le dia il cambio e tornarsene di corsa dai suoi lebbrosi!)
Comunque, quando "lanciate" con un sospiro di sollievo il sangue del vostro sangue all'asilo o altrove, lo fate perchè vi potete fidare. E sapete di potevi fidare perchè esistono figure di riferimento che non sono la mamma, per fortuna.
A questo proposito, vorrei elencarvi alcune domande che ho ascoltato ieri dopo aver parlato con la terza dell'orale d'esame.
Dylan McKay: "Prof, ma sa quando ci diceva che quello che ha fatto niente tutto l'anno i prof lo torturano di domande e gli altri della commissione intanto stanno zitti e non lo aiutano?"
E io: "Dylan, come mai ti interessa questo argomento?"
Olivia: "Prof, ma se per esempio io ho un professore che mi odia... cioè, la Compagna Collega mi ha detto che vado male e all'esame mi farà domande difficilissime?"
E io: "Perchè, Olivia, la Compagna Collega te lo dice a marzo? se fosse veramente intenzionata a trattarti male non pensi che starebbe zitta e poi ti farebbe delle carognate all'esame? perchè ti avvisa due mesi prima?"
Dylan, con tono di ovvietà: "Volpe, te lo dice adesso per spaventarti, così ti dai da fare, no?"
Atreiu: "Prof... potrebbe farmi da mamma?"
Euh, beh, dai, adesso.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------
(Voi lo sapete, direi, che quando questi andranno via, tra tre mesi, io resterò giorni e giorni senza mangiare e bere, a ululare di disperazione e solitudine alla luna, come un cazzo di coyote impazzito. Mi si porteranno via l'anima, questi.)
Comunque, quando "lanciate" con un sospiro di sollievo il sangue del vostro sangue all'asilo o altrove, lo fate perchè vi potete fidare. E sapete di potevi fidare perchè esistono figure di riferimento che non sono la mamma, per fortuna.
A questo proposito, vorrei elencarvi alcune domande che ho ascoltato ieri dopo aver parlato con la terza dell'orale d'esame.
Dylan McKay: "Prof, ma sa quando ci diceva che quello che ha fatto niente tutto l'anno i prof lo torturano di domande e gli altri della commissione intanto stanno zitti e non lo aiutano?"
E io: "Dylan, come mai ti interessa questo argomento?"
Olivia: "Prof, ma se per esempio io ho un professore che mi odia... cioè, la Compagna Collega mi ha detto che vado male e all'esame mi farà domande difficilissime?"
E io: "Perchè, Olivia, la Compagna Collega te lo dice a marzo? se fosse veramente intenzionata a trattarti male non pensi che starebbe zitta e poi ti farebbe delle carognate all'esame? perchè ti avvisa due mesi prima?"
Dylan, con tono di ovvietà: "Volpe, te lo dice adesso per spaventarti, così ti dai da fare, no?"
Atreiu: "Prof... potrebbe farmi da mamma?"
Euh, beh, dai, adesso.
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(Voi lo sapete, direi, che quando questi andranno via, tra tre mesi, io resterò giorni e giorni senza mangiare e bere, a ululare di disperazione e solitudine alla luna, come un cazzo di coyote impazzito. Mi si porteranno via l'anima, questi.)
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friday I'm in love,
home,
li adoro,
ma mi faccia il piacere
martedì 18 marzo 2014
Umani
Vorrei che leggeste questo post della Pellona, di cui mi pregio di essere da tempo una assidua lettrice, perchè è una persona incredibile, fa una vita incredibile, e scrive in modo incredibile del suo incredibile mestiere.
Tenetevi un momento per leggerlo in cui non ci sia troppa gente in giro, perchè potrebbe farvi effetti abbastanza evidenti.
Poi pensate a tutte le persone che si sono occupate di voi e dei vostri cari quando avevate bisogno e, se non le avete ringraziate, vergognatevi. Io ho la coscienza pulitissima, in tal senso, perchè grazie è una parola che ho detto migliaia di volte nelle lunghe peregrinazioni tra un ospedale e l'altro, dal dicembre 2010 a due mesi fa. Forse siamo stati molto fortunati e abbiamo incontrato persone speciali, forse mio padre era un medico e mia madre lo è tuttora e i loro colleghi ci trattavano con più attenzione, di certo in un letto d'ospedale mio padre era un paziente beneducato e intelligente, ma, quando aveva bisogno o era male ossigenato e non capiva, era un rompicoglioni quanto chiunque altro, e noi eravamo tutti molto rispettosi e fiduciosi delle figure professionali, ma quando avevamo paura, o non avevamo capito le indicazioni, o eravamo in piena emergenza, eravamo dei parenti rompicoglioni quanto chiunque altro.
Io personalmente, nel corso di tanti mesi di sofferenze, sono stata beccata da perfetti estranei due o tre volte in flagrante attacco di panico o in botta di pianto irrefrenabile, e devo dire che ho visto trasformarsi la faccia del medico da quando mi ha guardato di striscio ("chi è questa? ah, è la figlia del letto 21") a quando ha capito che avevo bisogno di aiuto ("poverina è in crisi, le dedico un minuto e mezzo, ma glielo dedico bene") e poi sono andata avanti giorni a scusarmi e a ringraziare: a volte incontravo questi poveri eroi quotidiani nei corridoi dell'ospedale, ed io ero così sfinita e loro così impegnati, che non potevo fare altro che dire un buongiorno, ma anche se ero a pezzi e mi faceva male l'anima al pensiero di tener duro un altro secondo, mi sono sempre sforzata di mettere nel buongiorno un tono veramente caldo, un sorriso e uno sguardo pieno di riconoscenza. Ricordo un dottore che una sera in fine orario visite si è trascinato, visibilmente cotto, fino alla macchinetta del caffè e mia madre, anche se dispiaciuta di arpionarlo in un momento di pausa, gli ha chiesto delle cose perchè stavamo andando via e avevamo bisogno di informazioni, e io ho pensato se questo ci risponde di merda è colpa nostra, e lui poveretto, che chissà da quanto era in turno, invece, ci ha risposto a tono, non sbrigativamente, ma con una fatica di mettere insieme le parole che la vedevi proprio. Mi ricordo di aver pensato che se non lo avessi guardato negli occhi con una vera e profondissima gratitudine, qualunque frase per scusarci e ringraziarlo sarebbe stata inutile e banale.
Adesso comunque, a proposito di esseri umani, ve ne dico una.
L'altra mattina l'Araba Felice, la mia alunna marocchina di terza, chiede di uscire per andare in bagno. Dopo qualche tempo dalla seconda esce un ragazzino, e la vede lunga distesa sul pavimento nell'antibagno delle ragazze. Chiama aiuto, accorrono il Dolce Cowboy, che è il suo prof di sostegno, il Gigante e due bidelle.
Ciò avviene nel corridoio ovest, mentre io ho appena sbattuto fuori dalla porta il Bambino Più Grasso nel corridoio est, perchè rompeva. Il suddetto si riaffaccia in classe, però, per dirmi che c'è una ragazza che sta male. Io finisco quel che devo fare, poi faccio rientrare il Bambino Più Grasso, lascio la prima a finire gli esercizi con l'assistente di Iammeià, per andare a far partire la stampa di una prova scritta, e in pratica non rientro più, perchè nel corridoio mi viene detto che l'alunna che sta male è una delle mie. Vado a vedere e la trovo distesa sul tavolo in auditorium, coperta con maglie e giacche, che sta lì tutta bianca, immobile e con gli occhi voltati. Ci sono i colleghi e le bidelle e sta arrivando l'ambulanza.
I volontari della Croce Rossa sono due uomini maturi, paterni, molto gentili e mentre le prendono i parametri ci accorgiamo tutti che si sta riprendendo, anche se ci ha messo un po'. Risponde alle domande, non gira più gli occhi e la pressione, almeno da sdraiata, è normale anche se bassina.
Comunque, visto che i genitori non sono arrivati, i due volontari decidono che la caricheranno in ambulanza, il Gigante dice che andrà con lei e il Dolce Cowboy lo seguirà con la macchina per riportarlo indietro, una volta che avranno finito all'ospedale e saranno arrivati padre e madre della piccola (è più alta di me, okay, ma stava male e quindi era piccola, punto).
Mentre sono lì che la imbragano sulla barella, uno dei volontari chiede al Dolce Cowboy come sta suo figlio. Il quale figlio, diciassettenne e con seri problemi di salute dalla nascita, mentre io mi picchiavo con la mia congiuntivite, ha avuto di punto in bianco, dopo anni di tranquillità, un ricoverone d'urgenza, di quelli che a un papà e a una mamma fanno cadere tutti i capelli e qualche dente dallo spavento. Ai punti che, anche se si è stabilizzato abbastanza in fretta, i medici consigliano di portarlo a Firenze dove era stato seguito fin da piccolissimo. Così pronti via, la mamma non può partire perchè stanno iniziando i percorsi abilitanti speciali (no comment...), parte papà. Quest'uomo dolce e discreto, così magro, così gentile, che una volta d'estate mi ha raccontato tutta la storia del suo bambino sulla porta di un'aula vuota e buia, io, che ero una delle poche a non saperne niente a Scuolina Rosa, appoggiata a uno stipite, e lui all'altro e il cuore in mano, un'ora, un'ora e mezza, non so più. Mi ricordo di aver pensato quanta intimità pazzesca s'era creata all'improvviso con quest'uomo che non si fa mai i fatti degli altri e non fa mai una parola di troppo, e dal nulla, in una mattina in cui l'agenda segnava "riordino plessi", stava lì a dirmi che lui avrebbe tanto voluto un altro figlio, che pensava che sarebbe stato bello comunque avere una famiglia numerosa, ma sua moglie aveva sempre vissuto malissimo i problemi del loro unico bambino e si dava la colpa di tutto, come se esistesse una colpa per queste cose, e non avrebbe mai rischiato una seconda volta.
Insomma, il volontario era proprio quello che aveva fatto il viaggio a Firenze con Dolce Cowboy e suo figlio. E così si informava. Ma non era dell'umanità del volontario che volevo raccontarvi. Era che le cose sono andate per le lunghe al pronto soccorso, perchè la mamma dell'Araba Felice non credo parli italiano, sicuramente non guida e forse non è autorizzata a girare sola, fatto sta che alle due il Gigante era ancora seduto vicino alla ragazzina in Pediatria, e in attesa dei genitori nessuno la visitava, anche se lei stava visibilmente meglio. Invece, all'ora dell'uscita da scuola del figlio, il Dolce Cowboy era andato a prenderlo e il Gigante si era messo d'accordo con la preside per essere recuperato in macchina. E allora, il giorno dopo, il Gigante, alle macchinette del caffè, diceva a me e alla Bestia Nera che, prima di andare via dall'ospedale, il Dolce Cowboy aveva dato alla ragazzina marocchina un bacino sulla fronte, e che lui era un po' contrario a queste effusioni con gli alunni ma l'aveva trovata una cosa molto tenera, lì per lì, anche perchè il Cowboy, poverino, era preoccupatissimo... insomma, ci ha raccontato questa scena e, siccome prima o poi ci siamo passati tutti, abbiamo capito che intendeva parlare di quel tipo di comportamenti istintivi, magari un po' esagerati ma tanto sinceri, che si hanno quando si vive un'esperienza di grandissimo impatto, e si tiene duro tutto il giorno, salvo poi perdere il senso delle convenienze, o dei soliti confini dettati dai ruoli, in un momento apparentemente di minor gravità. Quel che io chiamo "girare per la strada scuoiati vivi".
La Bestia Nera, sempre con quel suo tono molto pratico e poco trasporto affettivo, come se proclamasse chissà quale marzialissimo ordine, ha detto che agli ultimi consigli di classe il Dolce Cowboy si era addormentato in piena riunione: "Ma per forza, perchè non dormono, nè lui nè la moglie, di notte stanno svegli a guardare il ragazzo, hanno paura che non respiri bene. Ma hai visto quanti chili ha perso, che già era magro magro?"
E mi sono vista nella mente quel bacino sulla fronte della ragazzina e ho pensato che a casa sicuramente è lui quello che fa il pratico, lo sbrigativo e il disinvolto, per non spaventare suo figlio, per tenere su sua moglie. Poi stasera ho letto della Pellona che bacia il bimbo malato prima dell'intervento, e ho pensato alle carezze che lui, il Gigante e io stessa abbiamo prodigato alla ragazzina mentre cercavamo di farla riprendere, e no, mi sono detta, la Pellona ha ragione, ma la maggior parte delle volte non serve nemmeno che qualcuno ringrazi: la maggior parte delle volte essere umani sul lavoro, concederci il lusso di una parola gentile, di un gesto affettuoso, è quello che ci permette di resistere a tutto, anche sugli altri fronti.
Tenetevi un momento per leggerlo in cui non ci sia troppa gente in giro, perchè potrebbe farvi effetti abbastanza evidenti.
Poi pensate a tutte le persone che si sono occupate di voi e dei vostri cari quando avevate bisogno e, se non le avete ringraziate, vergognatevi. Io ho la coscienza pulitissima, in tal senso, perchè grazie è una parola che ho detto migliaia di volte nelle lunghe peregrinazioni tra un ospedale e l'altro, dal dicembre 2010 a due mesi fa. Forse siamo stati molto fortunati e abbiamo incontrato persone speciali, forse mio padre era un medico e mia madre lo è tuttora e i loro colleghi ci trattavano con più attenzione, di certo in un letto d'ospedale mio padre era un paziente beneducato e intelligente, ma, quando aveva bisogno o era male ossigenato e non capiva, era un rompicoglioni quanto chiunque altro, e noi eravamo tutti molto rispettosi e fiduciosi delle figure professionali, ma quando avevamo paura, o non avevamo capito le indicazioni, o eravamo in piena emergenza, eravamo dei parenti rompicoglioni quanto chiunque altro.
Io personalmente, nel corso di tanti mesi di sofferenze, sono stata beccata da perfetti estranei due o tre volte in flagrante attacco di panico o in botta di pianto irrefrenabile, e devo dire che ho visto trasformarsi la faccia del medico da quando mi ha guardato di striscio ("chi è questa? ah, è la figlia del letto 21") a quando ha capito che avevo bisogno di aiuto ("poverina è in crisi, le dedico un minuto e mezzo, ma glielo dedico bene") e poi sono andata avanti giorni a scusarmi e a ringraziare: a volte incontravo questi poveri eroi quotidiani nei corridoi dell'ospedale, ed io ero così sfinita e loro così impegnati, che non potevo fare altro che dire un buongiorno, ma anche se ero a pezzi e mi faceva male l'anima al pensiero di tener duro un altro secondo, mi sono sempre sforzata di mettere nel buongiorno un tono veramente caldo, un sorriso e uno sguardo pieno di riconoscenza. Ricordo un dottore che una sera in fine orario visite si è trascinato, visibilmente cotto, fino alla macchinetta del caffè e mia madre, anche se dispiaciuta di arpionarlo in un momento di pausa, gli ha chiesto delle cose perchè stavamo andando via e avevamo bisogno di informazioni, e io ho pensato se questo ci risponde di merda è colpa nostra, e lui poveretto, che chissà da quanto era in turno, invece, ci ha risposto a tono, non sbrigativamente, ma con una fatica di mettere insieme le parole che la vedevi proprio. Mi ricordo di aver pensato che se non lo avessi guardato negli occhi con una vera e profondissima gratitudine, qualunque frase per scusarci e ringraziarlo sarebbe stata inutile e banale.
Adesso comunque, a proposito di esseri umani, ve ne dico una.
L'altra mattina l'Araba Felice, la mia alunna marocchina di terza, chiede di uscire per andare in bagno. Dopo qualche tempo dalla seconda esce un ragazzino, e la vede lunga distesa sul pavimento nell'antibagno delle ragazze. Chiama aiuto, accorrono il Dolce Cowboy, che è il suo prof di sostegno, il Gigante e due bidelle.
Ciò avviene nel corridoio ovest, mentre io ho appena sbattuto fuori dalla porta il Bambino Più Grasso nel corridoio est, perchè rompeva. Il suddetto si riaffaccia in classe, però, per dirmi che c'è una ragazza che sta male. Io finisco quel che devo fare, poi faccio rientrare il Bambino Più Grasso, lascio la prima a finire gli esercizi con l'assistente di Iammeià, per andare a far partire la stampa di una prova scritta, e in pratica non rientro più, perchè nel corridoio mi viene detto che l'alunna che sta male è una delle mie. Vado a vedere e la trovo distesa sul tavolo in auditorium, coperta con maglie e giacche, che sta lì tutta bianca, immobile e con gli occhi voltati. Ci sono i colleghi e le bidelle e sta arrivando l'ambulanza.
I volontari della Croce Rossa sono due uomini maturi, paterni, molto gentili e mentre le prendono i parametri ci accorgiamo tutti che si sta riprendendo, anche se ci ha messo un po'. Risponde alle domande, non gira più gli occhi e la pressione, almeno da sdraiata, è normale anche se bassina.
Comunque, visto che i genitori non sono arrivati, i due volontari decidono che la caricheranno in ambulanza, il Gigante dice che andrà con lei e il Dolce Cowboy lo seguirà con la macchina per riportarlo indietro, una volta che avranno finito all'ospedale e saranno arrivati padre e madre della piccola (è più alta di me, okay, ma stava male e quindi era piccola, punto).
Mentre sono lì che la imbragano sulla barella, uno dei volontari chiede al Dolce Cowboy come sta suo figlio. Il quale figlio, diciassettenne e con seri problemi di salute dalla nascita, mentre io mi picchiavo con la mia congiuntivite, ha avuto di punto in bianco, dopo anni di tranquillità, un ricoverone d'urgenza, di quelli che a un papà e a una mamma fanno cadere tutti i capelli e qualche dente dallo spavento. Ai punti che, anche se si è stabilizzato abbastanza in fretta, i medici consigliano di portarlo a Firenze dove era stato seguito fin da piccolissimo. Così pronti via, la mamma non può partire perchè stanno iniziando i percorsi abilitanti speciali (no comment...), parte papà. Quest'uomo dolce e discreto, così magro, così gentile, che una volta d'estate mi ha raccontato tutta la storia del suo bambino sulla porta di un'aula vuota e buia, io, che ero una delle poche a non saperne niente a Scuolina Rosa, appoggiata a uno stipite, e lui all'altro e il cuore in mano, un'ora, un'ora e mezza, non so più. Mi ricordo di aver pensato quanta intimità pazzesca s'era creata all'improvviso con quest'uomo che non si fa mai i fatti degli altri e non fa mai una parola di troppo, e dal nulla, in una mattina in cui l'agenda segnava "riordino plessi", stava lì a dirmi che lui avrebbe tanto voluto un altro figlio, che pensava che sarebbe stato bello comunque avere una famiglia numerosa, ma sua moglie aveva sempre vissuto malissimo i problemi del loro unico bambino e si dava la colpa di tutto, come se esistesse una colpa per queste cose, e non avrebbe mai rischiato una seconda volta.
Insomma, il volontario era proprio quello che aveva fatto il viaggio a Firenze con Dolce Cowboy e suo figlio. E così si informava. Ma non era dell'umanità del volontario che volevo raccontarvi. Era che le cose sono andate per le lunghe al pronto soccorso, perchè la mamma dell'Araba Felice non credo parli italiano, sicuramente non guida e forse non è autorizzata a girare sola, fatto sta che alle due il Gigante era ancora seduto vicino alla ragazzina in Pediatria, e in attesa dei genitori nessuno la visitava, anche se lei stava visibilmente meglio. Invece, all'ora dell'uscita da scuola del figlio, il Dolce Cowboy era andato a prenderlo e il Gigante si era messo d'accordo con la preside per essere recuperato in macchina. E allora, il giorno dopo, il Gigante, alle macchinette del caffè, diceva a me e alla Bestia Nera che, prima di andare via dall'ospedale, il Dolce Cowboy aveva dato alla ragazzina marocchina un bacino sulla fronte, e che lui era un po' contrario a queste effusioni con gli alunni ma l'aveva trovata una cosa molto tenera, lì per lì, anche perchè il Cowboy, poverino, era preoccupatissimo... insomma, ci ha raccontato questa scena e, siccome prima o poi ci siamo passati tutti, abbiamo capito che intendeva parlare di quel tipo di comportamenti istintivi, magari un po' esagerati ma tanto sinceri, che si hanno quando si vive un'esperienza di grandissimo impatto, e si tiene duro tutto il giorno, salvo poi perdere il senso delle convenienze, o dei soliti confini dettati dai ruoli, in un momento apparentemente di minor gravità. Quel che io chiamo "girare per la strada scuoiati vivi".
La Bestia Nera, sempre con quel suo tono molto pratico e poco trasporto affettivo, come se proclamasse chissà quale marzialissimo ordine, ha detto che agli ultimi consigli di classe il Dolce Cowboy si era addormentato in piena riunione: "Ma per forza, perchè non dormono, nè lui nè la moglie, di notte stanno svegli a guardare il ragazzo, hanno paura che non respiri bene. Ma hai visto quanti chili ha perso, che già era magro magro?"
E mi sono vista nella mente quel bacino sulla fronte della ragazzina e ho pensato che a casa sicuramente è lui quello che fa il pratico, lo sbrigativo e il disinvolto, per non spaventare suo figlio, per tenere su sua moglie. Poi stasera ho letto della Pellona che bacia il bimbo malato prima dell'intervento, e ho pensato alle carezze che lui, il Gigante e io stessa abbiamo prodigato alla ragazzina mentre cercavamo di farla riprendere, e no, mi sono detta, la Pellona ha ragione, ma la maggior parte delle volte non serve nemmeno che qualcuno ringrazi: la maggior parte delle volte essere umani sul lavoro, concederci il lusso di una parola gentile, di un gesto affettuoso, è quello che ci permette di resistere a tutto, anche sugli altri fronti.
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