Come tutti sanno, ci vogliono millenni per produrre una gemma preziosa e un attimo per spezzarla. Dozzine di mesi per scrivere un capolavoro, e una frazione di secondo per appiccare il fuoco a una pila di libri. E potrei continuare con gli esempi.
Dieci anni e mezzo di reputazione tutto sommato buona a Scuolina Rosa, e quattro minuti per fornire materiale da sputtanamento sufficiente a guastarmi la vita.
Così, quando dico all'Orsone di farsi posto sul sedile posteriore della mia auto, tra bottiglie di Fiuggi (la Princi ha dei calcoli renali), cd di yoga e libri di storia, sono consapevole di stare controfirmando la mia pubblica esecuzione.
Lo porto a neanche trecento metri dalla scuola, al solito baretto. Ma ho appena accettato di pranzare con lui, di corsa, anche se gli ho cambiato tutti i programmi del rientro pomeridiano per poter rientrare a casa all'ora di pranzo e accudire la Princi.
In macchina si svolge la seguente spiegazione: "Orsone, allora, capiamoci: io sono una rispettabile insegnante sposata. Qui dentro non vedono l'ora di trovare qualcosa con cui affossarmi, ma in tutti questi anni gliene ho fatte due sotto il naso e non se ne sono accorti, adesso dare un passaggio a te da qui a lì mi devasterà la reputazione."
Ride. Sottolineo che non c'è un cazzo da ridere: "No, seriamente, guarda che se tu adesso ti metti in lite col Troll, e tutti sanno che io e te invece andiamo d'accordo, si crea una faida mortale. In pratica, se adesso ci schieriamo dalla stessa parte, tu l'anno prossimo devi inevitabilmente riprendere cattedra qui per venire a difendermi, non puoi andartene lasciandomi sola con le conseguenze."
Io e la mia incipiente influenza, infatti, siamo rimaste a pranzo perché l'Orsone, che la settimana scorsa mi ha sostenuto durante quella che passerà alla storia come "la Questione del Regolamento Fantasma", alla fine delle lezioni ieri mi si è attaccato con occhio allarmato dicendo: "Penso che litigherò col Troll". A causa di quello che i posteri ricorderanno come "il Delitto del Tagliacarte".
Protagonisti delle due vicende, un Gigante stranamente volubile, Castagna, il Troll, la Bestia Nera, la Bionda Svampita, l'Orsetto Lavatore (ribattezzato efficacemente Pirlotto), l'Orsone, la Preside Chic, Belzebù e Riace in terza B, una ragazzina di seconda A, e un reparto psichiatrico, l'intera seconda B. Coprotagonista, un regolamento scritto da noi stessi che adesso è carta da cesso. Personaggi secondari, comprimari e comparse: diversi genitori, altri prof, la terza B, Antigone (quella della tragedia greca, non è un soprannome) e una gita scolastica.
Ora, l'Orsone io l'ho avvisato un paio di mesi fa che si stava mettendo nei guai. Sono entrata in sala prof a metà mattina e gli ho fatto: "io e te il caffè di oggi lo prendiamo al bar", e ho colto l'occasione per spiegargli, al riparo dalle orecchie indiscrete che origliano dietro la finta parete dello stanzino del caffè, che stava correndo un bel rischio. Una settimana scarsa dopo è entrato in sala prof e mi ha detto: "avevi proprio ragione".
Così, quando ieri ha preso il cappotto e ha detto, forse senza rendersi conto che il Troll era lì e io e lei avevamo pelo dritto e denti scoperti, ma forse percependolo benissimo e facendolo apposta, "andiamo a mangiare?", la qui scrivente sventurata ha risposto.
venerdì 26 gennaio 2018
domenica 21 gennaio 2018
Ai due estremi del blu - Itaca
Mi facevano male le mani a forza di arrotolare il filo, ero stanca. Faceva di nuovo un caldo insopportabile, nel cortile di pietra non muoveva un filo di vento. Dalle stanze interne venivano le loro risa sguaiate: anche quel giorno avevano banchettato a nostre spese, ed io non avevo più, da tempo, il coraggio di guardare l'espressione sfiduciata di Laerte.
Mi ero ritirata presto, dopo le faccende del mattino. Avrei tanto voluto distendermi e dormire. Ma quando arrivavo nella camera nuziale, e guardavo il tronco nodoso su cui giaceva il pagliericcio, ero ossessionata ogni volta dal pensiero delle sue mani, le sue bellissime mani, che lavoravano il legno e lo lisciavano con cura, che lavoravano la mia pelle e la facevano scintillare nella luce della luna. Mi portai quindi subito il cesto con la lana ai piedi dell'albero, in cortile, insieme ad un piccolo sedile. Speravo in un refolo d'aria che mi asciugasse il sudore. Ma tutto era giallo e rovente, come al solito d'estate: per sentire il vento avrei dovuto andarmene da lì, camminare per chilometri fino al mare, e io non sopportavo quasi più di uscire, se non all'alba, per i miei solitari vagabondaggi pieni di un rabbioso dolore. Poi quel giorno, in particolare, non mi sentivo in condizioni di affrontare la possibilità di incontrare Anfinomo. I suoi occhi gentili, il suo bianco sorriso, la mano delicata con cui a volte mi tratteneva nell'atrio e mi sospingeva verso la sala: "Perché non resti con noi, Penelope?" chiedeva, e io sapevo che, tra tutti i Proci, solo lui non parlava per interesse. Non voleva che scegliessi uno di loro per prendere il potere. Credevo che provasse solo a dirmi che dovevo vivere. Senza Ulisse, vivere?
I suoi cugini erano arrivati più di una volta a provocazioni grevi, a toni accesi. Lui, potevo sentirlo anche se mi allontanavo sdegnosamente dalla stanza, interveniva con voce pacata, ad un volume troppo basso per un uomo della sua statura. Mi ero sorpresa, una volta, a chiedermi come fosse la sua voce quando si alterava. Probabilmente, come tutti i buoni d'animo, gridava forte all'improvviso, e poi era il primo a spaventarsene. Comunque non lo avevo mai sentito arrabbiarsi.
Da qualche settimana Telemaco sembrava aver legato molto con Anfinomo. Li avevo visti giocare insieme, mimando movimenti di lotta, appena qualche giorno prima. Il mio bellissimo figlio, così simile al padre, e il suo corpo giovane avvinghiato con quello, non molto più vecchio, del mio pretendente. Risate, grugniti, muscoli guizzanti, il fiato corto. Passando, uno degli altri li aveva visti, aveva gettato un'occhiata maliziosa a me che osservavo dalla soglia, e aveva urlato: "Guardate ragazzi, Anfinomo ha trovato il modo per arrivare a Penelope: conquista il figlio, e avrai la madre!!!"
Tutti e due avevano smesso di colpo di lottare, Telemaco aveva stretto labbra e pugni, e guardato me con la furia in viso, ma a me bastava un cenno per dissuaderlo, e quel giorno mi limitai a un'occhiata. Dietro di lui, Anfinomo aveva lasciato ricadere le braccia, ripreso le distanze, e anche lui stava guardando me. Con espressione dispiaciuta. Nessuno di noi aveva proferito verbo, ed io ero rientrata nell'ombra della sala.
Quella sera ero andata a dormire con un senso di agitazione, di pericolo, e insieme qualcosa che non sapevo nominare, come un prurito in mezzo al cuore, come un rigagnolo d'acqua pulita che scorre da una crepa nel muro. Avevo chiuso gli occhi a fatica dopo molti aggiustamenti nel giaciglio, che sembrava fatto di spine. E sognato un'isola verdissima, lontana, con i delfini che saltavano fuori dalle onde, le ombre fresche che si spostavano lungo la sabbia rosata, una donna di eccezionale bellezza con un peplo bianco, e gli occhi di due verdi diversi del mio amato sposo che fissavano il mare. Una voce aveva sussurrato nel mio orecchio: "Arriva!", e mi ero svegliata di colpo, senza cognizione, con l'impulso di correre ad aprire la porta: così violento, questo istinto, da farmi alzare e correre davvero, così com'ero, nella sottile veste da notte, fino alla sala principale, dove il fuoco era sempre acceso per le gozzoviglie dei Proci.
Solo quando ero arrivata al centro della sala semibuia avevo considerato la mia situazione: mi ero appena slanciata, seminuda, verso una stanza dove avrei potuto trovare una dozzina di uomini ubriachi, solo perché il mio assurdo cuore credeva, per un ingannevole sogno mandato da chissà quale dio vendicativo, che in mezzo alla sala avrei trovato lui, sporco di sale, trasandato, coi capelli ingrigiti, e la mia corsa si sarebbe finalmente fermata nello spazio palpitante del suo petto.
Invece, per mia fortuna, la sala era deserta. Il fuoco era prossimo a esaurirsi. Doveva essere molto tardi, o molto presto. Mi ero ricomposta, temendo di incontrare qualche servo già sveglio, venuto a riattizzare le fiamme. Ma avevo ancora gli occhi velati dal sogno, la mente confusa, e indugiavo a guardare le braci luminose. Poi un rumore mi aveva fatto saltare il cuore nel petto: dall'angolo della stanza una figura si stava sollevando da una panca, e per un attimo irragionevolmente avevo sperato che... ma subito dopo vidi, la corporatura, i capelli, il movimento stesso non erano quelli di Ulisse. Il debole chiarore del fuoco si rifletteva negli occhi neri di Anfinomo, mentre mi sorrideva, assonnato.
"Mi hanno lasciato qua" aveva detto a bassa voce, con tono di scusa.
Non riuscivo ancora a completare il mio risveglio. Sembrava una parte del sogno stesso. Poi mi ero accorta di tutto, dei miei capelli sciolti, del telo sottile che copriva il mio corpo, del buio, dei suoi occhi buoni che mi scrutavano con serietà. Avevo raddrizzato il collo, ripreso la postura che si addice a una regina, portato indietro le spalle, e in modo il più possibile tranquillo avevo detto: "Buon riposo, Anfinomo". Non aveva tentato di trattenermi. Rifacendo il corridoio, mentre reprimevo l'impulso di accelerare il passo, mi ero chiesta per un attimo se avrebbe parlato del nostro incontro con i suoi parenti. Ma sapevo che non sarebbe accaduto. Ero rimasta raggomitolata sul letto, seduta, a guardare la luce dell'alba che entrava sotto la porta, e per quella notte non avevo più osato dormire.
Quel giorno, sotto l'ulivo, ripensavo all'ondata di speranza, di incontenibile gioia, provata correndo nel buio verso la sala, e insieme al senso di fastidio che mi dava l'immagine, sempre presente adesso, di quell'isola così verde, di quella donna dai ricci perfetti. Mi dissi che era solo un sogno, ma ero nauseata, dal caldo forse, dal ripetersi incessante del movimento delle mie dita, e con insofferenza gettai a terra la lana che stavo lavorando. Mi guardai le mani, in grembo. Pensavo alla pelle delle mie braccia, delle mie cosce, del mio viso, che non riluceva più di giovinezza e turgore. Ai miei capelli, che sul davanti erano aureolati dei primi fili d'argento. A tutta la lana che avevo filato instancabilmente in quegli anni, mentre l'ulivo del cortile e Telemaco crescevano, e io mi lasciavo appassire.
Dovevo riscuotermi. Mi alzai per prendere la lana, e chinandomi avvertii il familiare gorgoglio nel basso ventre, l'appiccicoso fluire del sangue. Con un sospiro, decisi di lasciare dov'era la mia opera di filatura, e entrai nelle mie stanze, per ripulirmi. Un'altra luna che mi vedeva dormire sola. Il mio seno non si sarebbe più teso, gonfio di latte, alle labbra rosa di un bambino. Eppure, ogni mese, ancora questa piccola tortura. Scossi la testa, irritata e avvilita. E poi entrai nella camera nuziale, e allora lo vidi. Era in piedi accanto al talamo. Inorridii. Neppure le serve entravano senza il mio permesso.
Era di schiena. Teneva qualcosa tra le mani, se lo portava al viso. Le sue belle grandi spalle curve, le sue mani che toccavano la stoffa con dolcezza. Si voltò di scatto, sentendo il risucchio del mio respiro, ma avevo visto abbastanza. Aggrottai la fronte, fulminandolo: "Anfinomo!" Abbassò gli occhi a terra, con la destra mi tese il mio scialle leggero, senza arrivare a toccarmi. Mentre lo prendevo, il suo sguardo tornò su di me, malinconico e ferito. Volevo dire qualcosa. Se avesse parlato, sorriso, o tentato qualsiasi gesto, lo avrei allontanato con rabbia. Ma qualcosa nella sua espressione mi disarmò. Restammo un momento in piedi, uno davanti all'altra.
"Mamma!" gridò Telemaco da fuori.
Sussultai. Anfinomo raddrizzò le spalle, senza lasciare i miei occhi.
"Mamma!"
"Vengo, Telemaco!" risposi. Anfinomo si allontanò da me.
Sgusciai nel cortile, cercando di non lasciare la porta aperta dietro di me, ma accostandola con un movimento che speravo risultasse naturale.
"Mamma", la voce di Telemaco si incrinava come quando era piccolo, "è morto Argo!"
"Come?"
Gli scese una lacrima, che scacciò nervoso con le dita: "Stava arrivando gente... un viandante da lontano... e Eumeo ha detto che il cane si è tirato su, ha scodinzolato, e poi... mamma..."
"Povera bestia, era molto vecchio..."
"Sì..."
"Adesso non piangere, Telemaco, accompagnami a vedere chi è arrivato."
Mi ero ritirata presto, dopo le faccende del mattino. Avrei tanto voluto distendermi e dormire. Ma quando arrivavo nella camera nuziale, e guardavo il tronco nodoso su cui giaceva il pagliericcio, ero ossessionata ogni volta dal pensiero delle sue mani, le sue bellissime mani, che lavoravano il legno e lo lisciavano con cura, che lavoravano la mia pelle e la facevano scintillare nella luce della luna. Mi portai quindi subito il cesto con la lana ai piedi dell'albero, in cortile, insieme ad un piccolo sedile. Speravo in un refolo d'aria che mi asciugasse il sudore. Ma tutto era giallo e rovente, come al solito d'estate: per sentire il vento avrei dovuto andarmene da lì, camminare per chilometri fino al mare, e io non sopportavo quasi più di uscire, se non all'alba, per i miei solitari vagabondaggi pieni di un rabbioso dolore. Poi quel giorno, in particolare, non mi sentivo in condizioni di affrontare la possibilità di incontrare Anfinomo. I suoi occhi gentili, il suo bianco sorriso, la mano delicata con cui a volte mi tratteneva nell'atrio e mi sospingeva verso la sala: "Perché non resti con noi, Penelope?" chiedeva, e io sapevo che, tra tutti i Proci, solo lui non parlava per interesse. Non voleva che scegliessi uno di loro per prendere il potere. Credevo che provasse solo a dirmi che dovevo vivere. Senza Ulisse, vivere?
I suoi cugini erano arrivati più di una volta a provocazioni grevi, a toni accesi. Lui, potevo sentirlo anche se mi allontanavo sdegnosamente dalla stanza, interveniva con voce pacata, ad un volume troppo basso per un uomo della sua statura. Mi ero sorpresa, una volta, a chiedermi come fosse la sua voce quando si alterava. Probabilmente, come tutti i buoni d'animo, gridava forte all'improvviso, e poi era il primo a spaventarsene. Comunque non lo avevo mai sentito arrabbiarsi.
Da qualche settimana Telemaco sembrava aver legato molto con Anfinomo. Li avevo visti giocare insieme, mimando movimenti di lotta, appena qualche giorno prima. Il mio bellissimo figlio, così simile al padre, e il suo corpo giovane avvinghiato con quello, non molto più vecchio, del mio pretendente. Risate, grugniti, muscoli guizzanti, il fiato corto. Passando, uno degli altri li aveva visti, aveva gettato un'occhiata maliziosa a me che osservavo dalla soglia, e aveva urlato: "Guardate ragazzi, Anfinomo ha trovato il modo per arrivare a Penelope: conquista il figlio, e avrai la madre!!!"
Tutti e due avevano smesso di colpo di lottare, Telemaco aveva stretto labbra e pugni, e guardato me con la furia in viso, ma a me bastava un cenno per dissuaderlo, e quel giorno mi limitai a un'occhiata. Dietro di lui, Anfinomo aveva lasciato ricadere le braccia, ripreso le distanze, e anche lui stava guardando me. Con espressione dispiaciuta. Nessuno di noi aveva proferito verbo, ed io ero rientrata nell'ombra della sala.
Quella sera ero andata a dormire con un senso di agitazione, di pericolo, e insieme qualcosa che non sapevo nominare, come un prurito in mezzo al cuore, come un rigagnolo d'acqua pulita che scorre da una crepa nel muro. Avevo chiuso gli occhi a fatica dopo molti aggiustamenti nel giaciglio, che sembrava fatto di spine. E sognato un'isola verdissima, lontana, con i delfini che saltavano fuori dalle onde, le ombre fresche che si spostavano lungo la sabbia rosata, una donna di eccezionale bellezza con un peplo bianco, e gli occhi di due verdi diversi del mio amato sposo che fissavano il mare. Una voce aveva sussurrato nel mio orecchio: "Arriva!", e mi ero svegliata di colpo, senza cognizione, con l'impulso di correre ad aprire la porta: così violento, questo istinto, da farmi alzare e correre davvero, così com'ero, nella sottile veste da notte, fino alla sala principale, dove il fuoco era sempre acceso per le gozzoviglie dei Proci.
Solo quando ero arrivata al centro della sala semibuia avevo considerato la mia situazione: mi ero appena slanciata, seminuda, verso una stanza dove avrei potuto trovare una dozzina di uomini ubriachi, solo perché il mio assurdo cuore credeva, per un ingannevole sogno mandato da chissà quale dio vendicativo, che in mezzo alla sala avrei trovato lui, sporco di sale, trasandato, coi capelli ingrigiti, e la mia corsa si sarebbe finalmente fermata nello spazio palpitante del suo petto.
Invece, per mia fortuna, la sala era deserta. Il fuoco era prossimo a esaurirsi. Doveva essere molto tardi, o molto presto. Mi ero ricomposta, temendo di incontrare qualche servo già sveglio, venuto a riattizzare le fiamme. Ma avevo ancora gli occhi velati dal sogno, la mente confusa, e indugiavo a guardare le braci luminose. Poi un rumore mi aveva fatto saltare il cuore nel petto: dall'angolo della stanza una figura si stava sollevando da una panca, e per un attimo irragionevolmente avevo sperato che... ma subito dopo vidi, la corporatura, i capelli, il movimento stesso non erano quelli di Ulisse. Il debole chiarore del fuoco si rifletteva negli occhi neri di Anfinomo, mentre mi sorrideva, assonnato.
"Mi hanno lasciato qua" aveva detto a bassa voce, con tono di scusa.
Non riuscivo ancora a completare il mio risveglio. Sembrava una parte del sogno stesso. Poi mi ero accorta di tutto, dei miei capelli sciolti, del telo sottile che copriva il mio corpo, del buio, dei suoi occhi buoni che mi scrutavano con serietà. Avevo raddrizzato il collo, ripreso la postura che si addice a una regina, portato indietro le spalle, e in modo il più possibile tranquillo avevo detto: "Buon riposo, Anfinomo". Non aveva tentato di trattenermi. Rifacendo il corridoio, mentre reprimevo l'impulso di accelerare il passo, mi ero chiesta per un attimo se avrebbe parlato del nostro incontro con i suoi parenti. Ma sapevo che non sarebbe accaduto. Ero rimasta raggomitolata sul letto, seduta, a guardare la luce dell'alba che entrava sotto la porta, e per quella notte non avevo più osato dormire.
Quel giorno, sotto l'ulivo, ripensavo all'ondata di speranza, di incontenibile gioia, provata correndo nel buio verso la sala, e insieme al senso di fastidio che mi dava l'immagine, sempre presente adesso, di quell'isola così verde, di quella donna dai ricci perfetti. Mi dissi che era solo un sogno, ma ero nauseata, dal caldo forse, dal ripetersi incessante del movimento delle mie dita, e con insofferenza gettai a terra la lana che stavo lavorando. Mi guardai le mani, in grembo. Pensavo alla pelle delle mie braccia, delle mie cosce, del mio viso, che non riluceva più di giovinezza e turgore. Ai miei capelli, che sul davanti erano aureolati dei primi fili d'argento. A tutta la lana che avevo filato instancabilmente in quegli anni, mentre l'ulivo del cortile e Telemaco crescevano, e io mi lasciavo appassire.
Dovevo riscuotermi. Mi alzai per prendere la lana, e chinandomi avvertii il familiare gorgoglio nel basso ventre, l'appiccicoso fluire del sangue. Con un sospiro, decisi di lasciare dov'era la mia opera di filatura, e entrai nelle mie stanze, per ripulirmi. Un'altra luna che mi vedeva dormire sola. Il mio seno non si sarebbe più teso, gonfio di latte, alle labbra rosa di un bambino. Eppure, ogni mese, ancora questa piccola tortura. Scossi la testa, irritata e avvilita. E poi entrai nella camera nuziale, e allora lo vidi. Era in piedi accanto al talamo. Inorridii. Neppure le serve entravano senza il mio permesso.
Era di schiena. Teneva qualcosa tra le mani, se lo portava al viso. Le sue belle grandi spalle curve, le sue mani che toccavano la stoffa con dolcezza. Si voltò di scatto, sentendo il risucchio del mio respiro, ma avevo visto abbastanza. Aggrottai la fronte, fulminandolo: "Anfinomo!" Abbassò gli occhi a terra, con la destra mi tese il mio scialle leggero, senza arrivare a toccarmi. Mentre lo prendevo, il suo sguardo tornò su di me, malinconico e ferito. Volevo dire qualcosa. Se avesse parlato, sorriso, o tentato qualsiasi gesto, lo avrei allontanato con rabbia. Ma qualcosa nella sua espressione mi disarmò. Restammo un momento in piedi, uno davanti all'altra.
"Mamma!" gridò Telemaco da fuori.
Sussultai. Anfinomo raddrizzò le spalle, senza lasciare i miei occhi.
"Mamma!"
"Vengo, Telemaco!" risposi. Anfinomo si allontanò da me.
Sgusciai nel cortile, cercando di non lasciare la porta aperta dietro di me, ma accostandola con un movimento che speravo risultasse naturale.
"Mamma", la voce di Telemaco si incrinava come quando era piccolo, "è morto Argo!"
"Come?"
Gli scese una lacrima, che scacciò nervoso con le dita: "Stava arrivando gente... un viandante da lontano... e Eumeo ha detto che il cane si è tirato su, ha scodinzolato, e poi... mamma..."
"Povera bestia, era molto vecchio..."
"Sì..."
"Adesso non piangere, Telemaco, accompagnami a vedere chi è arrivato."
sabato 20 gennaio 2018
Ai due estremi del blu - Ogigia
"Non andare", mi disse più volte Calipso. "Il nostro sarà un amore immortale. Farò di te un dio, è quel che meriti."
Restavo sdraiato tra le sue braccia, ascoltando le onde fuori dalla grotta. I suoni distanti degli uccelli marini, di creature mostruose che risucchiavano acqua nelle fauci, degli spruzzi sollevati da banchi di pesci volanti. Gli schiocchi felici dei delfini. Tutto lì fuori, a portata di mano. E neanche due assi di legno tenute insieme da una corda, per andarmene. Gli dèi contro, da una vita.
La mano di Calipso intorno al sesso, e gli occhi muti di Penelope in mente.
Di giorno, le fronde stormivano sul mio capo, mentre strizzavo le palpebre per guardare il cielo tra le foglie. Il mio corpo, reso coriaceo dal sale e muscoloso dai combattimenti, che impigriva, che si allentava, nell'ozio dorato della spiaggia di Ogigia.
Due uccellini verde chiaro si inseguivano giocando. Pensavo alla piccola mano paffuta di Telemaco aggrappata al mio dito.
Poi lei venne, e disse: "Hanno detto che puoi andare. Che devi andare."
Le tremava la voce. Il mio cuore fece un balzo nel petto, mi sollevai per metà sulla sabbia, già cercavo con gli occhi un tronco da tagliare. Poi la guardai. Cercava di sorridermi, ma i suoi occhi erano puntati verso l'orizzonte. Per la miliardesima volta, ne ero certo, si chiedeva come avrei trovato Penelope: una quasi quarantenne con i segni del dolore in viso, un essere umano, fallibile, pieno di difetti. Lei, che era una dea e ogni giorno rifletteva nei capelli, nelle labbra, tutto lo splendore di un'isola fatata, cercava di immaginare il profumo di mia moglie, del nostro letto, delle stanze di casa nostra. Non poteva riuscirci.
Tentai di non farle notare con quanta eccitazione stessi mettendo finalmente insieme i pezzi per costruire la mia zattera. Mi portava da mangiare e da bere, sedeva vicino a me per un po', ma le passavano sul viso incantevole molte espressioni dure. Poi si alzava e scuotendo le spalle andava verso la grotta. Di notte mi amava con generosità, con passione. Di giorno prese a evitarmi sempre di più.
Una sera prima del tramonto finii il lavoro. Non volevo dormire con lei, rubarle un'ultima volta i piaceri che avevo imparato ad apprezzare, volevo stare vicino alla mia zattera, carezzare il legno, non chiudere occhio fino al primo raggio di luce, per non perdere neanche un secondo, per spingere in acqua la piccola imbarcazione non appena avessi potuto distinguere la linea del promontorio dal colore del cielo. Non sapevo come salutarla.
Venne lei, appena sceso il sole, quando mi ero da poco sdraiato sulle assi tiepide. Mi si raggomitolò vicino. Non voleva fare l'amore, non mi toccava neppure. Restò lì fino a poco prima che albeggiasse. Io non dissi niente. La guardai andare via, col peplo chiaro che ondeggiava, appena visibile, lungo il bagnasciuga nero, finchè scomparve. Non ero davvero certo che ci fosse mai stata.
Spinsi in mare la zattera, e a ogni onda che la colpiva il mio corpo sussultava, come se i sobbalzi del legno fossero spinte dei miei lombi in un grembo azzurro, enorme. Appena fui abbastanza lontano dall'isola, urlai al cielo con rabbia, e con gioia. Stavo andando a casa. Ogigia, dietro di me, era una macchia verdeggiante, baciata dalla rugiada, ruscellante di cascate. In fondo alla grotta, Calipso forse piangeva. L'odore di pietre calde e legno d'ulivo della mia stanza nuziale si liberò nel mio cervello, un ricordo che non avevo voluto ridestare per anni. Ma sembrava quasi di essere sulla porta, se chiudevo gli occhi percepivo la ruvidezza del muro, il passo calmo di Penelope coi suoi calzari sottili, il fruscio della sua veste che cadeva a terra. Mi concentrai intensamente sul mare, che temevo potesse tradirmi ancora. Non potevo ancora cedere al miraggio. Non potevo correre a prenderla tra le mie braccia, strofinare la testa calda di Argo, vedere lo splendore dei vent'anni di Telemaco. Dovevo fare quel che avevo sempre fatto: navigare. E non morire. Strinsi le palpebre e scrutai l'orizzonte che si faceva cupo. Non mi sarei lasciato fermare.
Restavo sdraiato tra le sue braccia, ascoltando le onde fuori dalla grotta. I suoni distanti degli uccelli marini, di creature mostruose che risucchiavano acqua nelle fauci, degli spruzzi sollevati da banchi di pesci volanti. Gli schiocchi felici dei delfini. Tutto lì fuori, a portata di mano. E neanche due assi di legno tenute insieme da una corda, per andarmene. Gli dèi contro, da una vita.
La mano di Calipso intorno al sesso, e gli occhi muti di Penelope in mente.
Di giorno, le fronde stormivano sul mio capo, mentre strizzavo le palpebre per guardare il cielo tra le foglie. Il mio corpo, reso coriaceo dal sale e muscoloso dai combattimenti, che impigriva, che si allentava, nell'ozio dorato della spiaggia di Ogigia.
Due uccellini verde chiaro si inseguivano giocando. Pensavo alla piccola mano paffuta di Telemaco aggrappata al mio dito.
Poi lei venne, e disse: "Hanno detto che puoi andare. Che devi andare."
Le tremava la voce. Il mio cuore fece un balzo nel petto, mi sollevai per metà sulla sabbia, già cercavo con gli occhi un tronco da tagliare. Poi la guardai. Cercava di sorridermi, ma i suoi occhi erano puntati verso l'orizzonte. Per la miliardesima volta, ne ero certo, si chiedeva come avrei trovato Penelope: una quasi quarantenne con i segni del dolore in viso, un essere umano, fallibile, pieno di difetti. Lei, che era una dea e ogni giorno rifletteva nei capelli, nelle labbra, tutto lo splendore di un'isola fatata, cercava di immaginare il profumo di mia moglie, del nostro letto, delle stanze di casa nostra. Non poteva riuscirci.
Tentai di non farle notare con quanta eccitazione stessi mettendo finalmente insieme i pezzi per costruire la mia zattera. Mi portava da mangiare e da bere, sedeva vicino a me per un po', ma le passavano sul viso incantevole molte espressioni dure. Poi si alzava e scuotendo le spalle andava verso la grotta. Di notte mi amava con generosità, con passione. Di giorno prese a evitarmi sempre di più.
Una sera prima del tramonto finii il lavoro. Non volevo dormire con lei, rubarle un'ultima volta i piaceri che avevo imparato ad apprezzare, volevo stare vicino alla mia zattera, carezzare il legno, non chiudere occhio fino al primo raggio di luce, per non perdere neanche un secondo, per spingere in acqua la piccola imbarcazione non appena avessi potuto distinguere la linea del promontorio dal colore del cielo. Non sapevo come salutarla.
Venne lei, appena sceso il sole, quando mi ero da poco sdraiato sulle assi tiepide. Mi si raggomitolò vicino. Non voleva fare l'amore, non mi toccava neppure. Restò lì fino a poco prima che albeggiasse. Io non dissi niente. La guardai andare via, col peplo chiaro che ondeggiava, appena visibile, lungo il bagnasciuga nero, finchè scomparve. Non ero davvero certo che ci fosse mai stata.
Spinsi in mare la zattera, e a ogni onda che la colpiva il mio corpo sussultava, come se i sobbalzi del legno fossero spinte dei miei lombi in un grembo azzurro, enorme. Appena fui abbastanza lontano dall'isola, urlai al cielo con rabbia, e con gioia. Stavo andando a casa. Ogigia, dietro di me, era una macchia verdeggiante, baciata dalla rugiada, ruscellante di cascate. In fondo alla grotta, Calipso forse piangeva. L'odore di pietre calde e legno d'ulivo della mia stanza nuziale si liberò nel mio cervello, un ricordo che non avevo voluto ridestare per anni. Ma sembrava quasi di essere sulla porta, se chiudevo gli occhi percepivo la ruvidezza del muro, il passo calmo di Penelope coi suoi calzari sottili, il fruscio della sua veste che cadeva a terra. Mi concentrai intensamente sul mare, che temevo potesse tradirmi ancora. Non potevo ancora cedere al miraggio. Non potevo correre a prenderla tra le mie braccia, strofinare la testa calda di Argo, vedere lo splendore dei vent'anni di Telemaco. Dovevo fare quel che avevo sempre fatto: navigare. E non morire. Strinsi le palpebre e scrutai l'orizzonte che si faceva cupo. Non mi sarei lasciato fermare.
martedì 16 gennaio 2018
Quattro fotogrammi
Uno.
Oggi sarebbe l'anniversario di matrimonio dei miei. Mia madre non indossa più la fede da un pezzo, io ogni volta che le guardo la mano sinistra ci resto di merda. Sono una sentimentale del cazzo, e, comunque, papà mi manca. Sono quattro anni che se ne è andato, e io che non capivo perché la settimana scorsa ero fisicamente e moralmente a pezzi: mi era sfuggito l'anniversario, a livello cosciente, e invece eccolo, da tutte le altre parti. Domani faccio quarantadue anni e vorrei tanto un suo abbraccio.
Due.
Cazzo, ma Dolores O'Riordan anche no, dai. Anche no.
Tre.
La Princi è tra i candidati per un'esperienza di stage all'estero. Ventotto giorni in Spagna, in famiglia, a lavorare come assistente di sala in pronto soccorso. Uno dei quindici posti riservati agli alunni di Ultima Frontiera è praticamente già suo, a giudicare da come me ne hanno parlato i professori. Un terzo di me scoppia di fierezza, orgoglio, invidia e entusiasmo. Un terzo di me si domanda come sopravviverà, quella che è tornata da due settimane di Sardegna con l'appendicite e ha detto "lo sapevo che se andavo via mi veniva qualcosa", quella che non sa contare i resti, e quella che fino a cinque minuti fa voleva la mamma per ogni cosa nuova. Un altro terzo guarda pensoso l'Uomo e si domanda: come sopravviverò io? Cosa succederà in quel mese?
Oggi comunque lei va alla prima lezione di teoria per la patente. Lacrimuccia. Stiamo invecchiando.
Quattro.
Belzebù sta per essere ricoverato di nuovo. Sta veramente male, di fisico e di testa. Non ci dormo. Penso che andrò a trovarlo al Gaslini. Non voglio coinvolgermi troppo, temo di sapere come andrà a finire e devo cercare di proteggermi, nei limiti del possibile, ma lui è così solo. La differenza tra il suo comportamento e quello degli altri è enorme, ormai, e come si fa a non iniziare davvero a trattarlo diversamente da tutti.
Sono intervenuta in suo favore, sbianchettando di mio pugno due note dell'Orsone per il suo sclero incontenibile dell'ultimo giorno in cui è venuto a scuola, la settimana scorsa. L'Orsone mi aveva dato il suo permesso, ma di certo ho sudato freddo nel prendere posizione davanti a un uomo così autorevole. E nel valutare fin dove arrivi adesso la possibilità di dire la mia, in una scuola dove, fino a due anni fa, ero trattata come una sguattera rimpiazzabile in qualsiasi momento. Ieri guardavo i ragazzi di terza, due ore e mezza con la testa china sul testo argomentativo, in un silenzio celestiale che perdurava anche se io mi spostavo in fondo al corridoio a far fare le fotocopie. Due anni e mezzo, ci ho messo, ad avere questo da loro. E diciotto anni, tra tirocini, supplenze e ruolo, ad avere questo da me stessa.
Oggi sarebbe l'anniversario di matrimonio dei miei. Mia madre non indossa più la fede da un pezzo, io ogni volta che le guardo la mano sinistra ci resto di merda. Sono una sentimentale del cazzo, e, comunque, papà mi manca. Sono quattro anni che se ne è andato, e io che non capivo perché la settimana scorsa ero fisicamente e moralmente a pezzi: mi era sfuggito l'anniversario, a livello cosciente, e invece eccolo, da tutte le altre parti. Domani faccio quarantadue anni e vorrei tanto un suo abbraccio.
Due.
Cazzo, ma Dolores O'Riordan anche no, dai. Anche no.
Tre.
La Princi è tra i candidati per un'esperienza di stage all'estero. Ventotto giorni in Spagna, in famiglia, a lavorare come assistente di sala in pronto soccorso. Uno dei quindici posti riservati agli alunni di Ultima Frontiera è praticamente già suo, a giudicare da come me ne hanno parlato i professori. Un terzo di me scoppia di fierezza, orgoglio, invidia e entusiasmo. Un terzo di me si domanda come sopravviverà, quella che è tornata da due settimane di Sardegna con l'appendicite e ha detto "lo sapevo che se andavo via mi veniva qualcosa", quella che non sa contare i resti, e quella che fino a cinque minuti fa voleva la mamma per ogni cosa nuova. Un altro terzo guarda pensoso l'Uomo e si domanda: come sopravviverò io? Cosa succederà in quel mese?
Oggi comunque lei va alla prima lezione di teoria per la patente. Lacrimuccia. Stiamo invecchiando.
Quattro.
Belzebù sta per essere ricoverato di nuovo. Sta veramente male, di fisico e di testa. Non ci dormo. Penso che andrò a trovarlo al Gaslini. Non voglio coinvolgermi troppo, temo di sapere come andrà a finire e devo cercare di proteggermi, nei limiti del possibile, ma lui è così solo. La differenza tra il suo comportamento e quello degli altri è enorme, ormai, e come si fa a non iniziare davvero a trattarlo diversamente da tutti.
Sono intervenuta in suo favore, sbianchettando di mio pugno due note dell'Orsone per il suo sclero incontenibile dell'ultimo giorno in cui è venuto a scuola, la settimana scorsa. L'Orsone mi aveva dato il suo permesso, ma di certo ho sudato freddo nel prendere posizione davanti a un uomo così autorevole. E nel valutare fin dove arrivi adesso la possibilità di dire la mia, in una scuola dove, fino a due anni fa, ero trattata come una sguattera rimpiazzabile in qualsiasi momento. Ieri guardavo i ragazzi di terza, due ore e mezza con la testa china sul testo argomentativo, in un silenzio celestiale che perdurava anche se io mi spostavo in fondo al corridoio a far fare le fotocopie. Due anni e mezzo, ci ho messo, ad avere questo da loro. E diciotto anni, tra tirocini, supplenze e ruolo, ad avere questo da me stessa.
giovedì 28 dicembre 2017
Due sogni
Avevo un bel post pieno di buoni propositi da scrivere. Ma era Natale, e c'era troppo da fare. I buoni propositi, invece di scriverli, è stato necessario metterli in pratica.
Poi l'Uomo ha fatto una cosa potenzialmente gravissima. Di quelle che ti possono cambiare completamente la prospettiva su una persona, anche se tutto il tuo essere lotta per non crederci. Ed è già la seconda cosa di questo tipo che fa, da settembre. Per circa diciotto ore sono rimasta del tutto annichilita da quanto stavo vedendo, e al tempo stesso uno o due passi indietro: no, ci sono responsabilità che NEMMENO IO voglio condividere con lui.
Ho comunque incrollabilmente dormito al suo fianco. Memore di un dialogo di qualche giorno prima con la Princi. Io: "Devo prendere qualcosa per i suoceri, per Natale", lei: "Che voglia", e io: "Sai com'è, io tengo la posizione."
Tenevo la posizione, l'altra notte, perché dentro di me una Castagna venticinquenne, con gli occhi sgranati, guardava un Uomo di ventisei anni, bello come il sole e pieno di amore, di battute intelligenti che spezzano le ginocchia e di idee rapinose, e la Castagna di quasi quarantadue anni non è riuscita, NEMMENO STAVOLTA, a impedire alla sua omonima di sperare che lui fosse, nel profondo, ancora se stesso. Ha ceduto e cercato di non far notare la sua atroce diffidenza e la sua delusione bruciante. Troppo pericoloso, se lui se ne fosse accorto.
Ma il sonno, soprattutto verso mattina, è stato orribile. Sogno che lui mi dice che ha un'altra famiglia, in un paese da queste parti. Che ci sono tre figli di questa donna e l'altra, quella prima, ne aveva due. Che vogliono andare a vivere insieme e si stanno organizzando. E intanto capito in una sala dell'ospedale, al primo giorno di specializzazione in pronto soccorso, e siamo tanti specializzandi, tra cui io, la Princi e altri due siamo piombati lì in ritardo, io mentre inseguivo l'Uomo che frattanto mi spezzava il cuore con queste sue parole, dette sgarbatamente. Il primario, giustamente, ci striglia. Poi, su e giù per l'ospedale, correndo dietro all'Uomo, passo per un appartamento arredato con cattivo gusto anni Settanta, e mi viene presentato l'ex marito di quella che vuole andare a vivere con mio marito. Un tizio unticcio, finto figo, sgradevole e volgare al massimo, che sostiene che dobbiamo consolarci tra noi, dato che siamo stati lasciati. E io lo respingo, e questo diventa molesto. Poi mi scaravento dentro un ascensore dell'ospedale, e uno specializzando spocchioso mi squadra e dice: "ah, e tu sei una di quelle che sono arrivate in ritardo, una specializzanda di serie C". Al che io rispondo, senza minimamente alterarmi: "guarda, nella mia vita è sempre andata così: se non sono capace, mi tolgo, ma se in una cosa sono capace, stai pur certo che sono in serie A".
Ed è una gran bella risposta, cercherò prima o poi di spendermela anche da sveglia. Però lì sognavo, ero in un incubo angosciante, e non riuscivo a uscirne.
Il giorno dopo lui sceglie, anche se in ritardo, di fare la cosa giusta. La Castagna quarantaduenne resta a torcersi le mani, e l'anima. Quella di venticinque anni gira sul suo meraviglioso compagno di corso due occhi verdi pieni di fiducia, ammirazione e amore. Stregata dal suo carisma e dalla sua fragile, inquieta profondità. Proprio come allora. Ma cerca di non farlo notare. Troppo pericoloso.
La notte prima era stata la Castagna di quarantadue anni in cabina di regia a scegliere i sogni. La seconda notte il canale lo sceglie l'altra. Sogno di essere con l'Uomo nella casa di campagna. Sogno di fare l'amore con lui tutta la notte. Ahimè alle cinque e mezza lui si alza per andare in bagno, e strappa via il sonno in cui ero così felice.
Al mattino è durissima conciliare tutto, la paura, la speranza, la vergogna, la fiducia. La posizione è rimasta salda, anche se non si sa se sia un bene. La mente è confusa. Il cuore, purtroppo, ci vede benissimo.
Poi l'Uomo ha fatto una cosa potenzialmente gravissima. Di quelle che ti possono cambiare completamente la prospettiva su una persona, anche se tutto il tuo essere lotta per non crederci. Ed è già la seconda cosa di questo tipo che fa, da settembre. Per circa diciotto ore sono rimasta del tutto annichilita da quanto stavo vedendo, e al tempo stesso uno o due passi indietro: no, ci sono responsabilità che NEMMENO IO voglio condividere con lui.
Ho comunque incrollabilmente dormito al suo fianco. Memore di un dialogo di qualche giorno prima con la Princi. Io: "Devo prendere qualcosa per i suoceri, per Natale", lei: "Che voglia", e io: "Sai com'è, io tengo la posizione."
Tenevo la posizione, l'altra notte, perché dentro di me una Castagna venticinquenne, con gli occhi sgranati, guardava un Uomo di ventisei anni, bello come il sole e pieno di amore, di battute intelligenti che spezzano le ginocchia e di idee rapinose, e la Castagna di quasi quarantadue anni non è riuscita, NEMMENO STAVOLTA, a impedire alla sua omonima di sperare che lui fosse, nel profondo, ancora se stesso. Ha ceduto e cercato di non far notare la sua atroce diffidenza e la sua delusione bruciante. Troppo pericoloso, se lui se ne fosse accorto.
Ma il sonno, soprattutto verso mattina, è stato orribile. Sogno che lui mi dice che ha un'altra famiglia, in un paese da queste parti. Che ci sono tre figli di questa donna e l'altra, quella prima, ne aveva due. Che vogliono andare a vivere insieme e si stanno organizzando. E intanto capito in una sala dell'ospedale, al primo giorno di specializzazione in pronto soccorso, e siamo tanti specializzandi, tra cui io, la Princi e altri due siamo piombati lì in ritardo, io mentre inseguivo l'Uomo che frattanto mi spezzava il cuore con queste sue parole, dette sgarbatamente. Il primario, giustamente, ci striglia. Poi, su e giù per l'ospedale, correndo dietro all'Uomo, passo per un appartamento arredato con cattivo gusto anni Settanta, e mi viene presentato l'ex marito di quella che vuole andare a vivere con mio marito. Un tizio unticcio, finto figo, sgradevole e volgare al massimo, che sostiene che dobbiamo consolarci tra noi, dato che siamo stati lasciati. E io lo respingo, e questo diventa molesto. Poi mi scaravento dentro un ascensore dell'ospedale, e uno specializzando spocchioso mi squadra e dice: "ah, e tu sei una di quelle che sono arrivate in ritardo, una specializzanda di serie C". Al che io rispondo, senza minimamente alterarmi: "guarda, nella mia vita è sempre andata così: se non sono capace, mi tolgo, ma se in una cosa sono capace, stai pur certo che sono in serie A".
Ed è una gran bella risposta, cercherò prima o poi di spendermela anche da sveglia. Però lì sognavo, ero in un incubo angosciante, e non riuscivo a uscirne.
Il giorno dopo lui sceglie, anche se in ritardo, di fare la cosa giusta. La Castagna quarantaduenne resta a torcersi le mani, e l'anima. Quella di venticinque anni gira sul suo meraviglioso compagno di corso due occhi verdi pieni di fiducia, ammirazione e amore. Stregata dal suo carisma e dalla sua fragile, inquieta profondità. Proprio come allora. Ma cerca di non farlo notare. Troppo pericoloso.
La notte prima era stata la Castagna di quarantadue anni in cabina di regia a scegliere i sogni. La seconda notte il canale lo sceglie l'altra. Sogno di essere con l'Uomo nella casa di campagna. Sogno di fare l'amore con lui tutta la notte. Ahimè alle cinque e mezza lui si alza per andare in bagno, e strappa via il sonno in cui ero così felice.
Al mattino è durissima conciliare tutto, la paura, la speranza, la vergogna, la fiducia. La posizione è rimasta salda, anche se non si sa se sia un bene. La mente è confusa. Il cuore, purtroppo, ci vede benissimo.
sabato 16 dicembre 2017
Posa la zavorra, capitolo 4 - E possibilmente non andarle dietro
Ci sto provando.
La poso, la zavorra, ogni volta che posso. Ho trovato un esercizio di digitopressione e con quello credo di aver risolto parecchio, forse addirittura il bruxare come una pazza la notte. Ho un nuovo file di meditazione in inglese e non arrivo mai a sentirne la fine, perché mi raggomitolo vicino al pc e dormo, dopo pranzo, nel sole invernale. Ricarico le pile con piccole cose: il giro delle coppette dell'acqua da riempire sui termosifoni nella nuova sala yoga, cinque minuti di gattino piumoso che mi cammina addosso sul divano, una telefonata in cui fingo di farcela, do notizie non troppo veritiere sulla situazione familiare, butto in caciara, ma soprattutto regalo qualcosa, che sia dare un po' d'attenzione a un'amica che ha bisogno di parlare o prestare la casa a qualcuno che ha voglia di andare a Genova. Non dico più di no quando mi chiedono un favore, a meno che non si sovrapponga a troppi impegni; non mi spazientisco per le attese, trovo in ogni cosa un momento di pausa e di calma a cui appoggiarmi, a volte anche solo apprezzando il sollievo da un disagio, come il passare del freddo umido mortale di Torino al tepore dell'auto riscaldata.
Ma i segni li riconosco benissimo. Quel bisogno spasmodico di sapere che ci sarà, nel pomeriggio, un momento in cui nessuno telefonerà, e potrò lasciarmi cadere preda di uno sfinimento che mi porto dietro dal primo minuto in cui mi sono mossa dopo la sveglia. La voce di uno, due, tre colleghi che chiedono: ma stai bene? (L'Orsone non lo chiede mai. L'Orsone ormai schiaccia il tasto del caffè macchiato e mi mette in mano il bicchierino, senza chiedere, sembra l'infermiera che fa il giro del mattino con le terapie, io neanche metto a fuoco che lo sta facendo, anzi se non tira fuori lui il resto dalla macchinetta ce lo lascio dentro, imbambolata, inerme. E' che di lui mi fido. Non fa domande che esulino dal contesto. Non rompe. I cinque minuti della macchinetta al mattino prima di iniziare stanno diventando un rifugio tranquillo.) Il fatto che certe cose, che in passato mi avrebbero dato carburante per reggere settimane intere, ora in cinque minuti me le scordi. Mi scordo anche quelle negative che mi avrebbero segato le gambe, eh, ma provare quasi nulla di fronte a fatti emotivamente significativi non è un bene. Il fatto che per cominciare una cosa io ci metta settanta minuti, che la mia attenzione ne duri uno e mezzo, che avere un impegno dopo le sei di sera mi faccia salire la tristezza, che quando, come questa settimana, sono sola all'ora dei pasti, a pranzo non sappia se ho mangiato e cosa, e che ceni alle 18.45 per poi addormentarmi sul divano prima delle otto. Il fegato, i reni, lo stomaco, la gola che dolgono, a turno o insieme, la febbriciattola da stanchezza, la pelle che si secca. Addirittura 48 ore di emicrania, mai più successo da tanto tempo.
Continuo a pensare al solstizio d'inverno. Mi sono iscritta per questa domenica al workshop sul saluto al sole di Bunny, anche se significa essere a Alba prima delle otto e mezza e te la raccomando, una bella levataccia la mattina dopo l'ultima sera di festival, con il freddo apocalittico che sta facendo in questo periodo, che sembra di essere a Westeros. E per andare a Alba, poi. Ma capisco che sto cercando la fonte delle energie che sembro aver perso, che cerco ogni giorno come una rabdomante impazzita, che ogni notte credo di trovare nel contatto col corpo caldo dell'Uomo e che invece, al mattino, si rivela un filone in esaurimento, una falda ormai appena umida.
Continuo a pensare alla disperazione nera con cui ho vissuto il fatto che tutti, TUTTI, inclusa mia madre che mi conosce, che dormiva in camera con me e che parlava con me dei disastri familiari fino alle due di notte, al ritiro yoga mi abbiano detto che trasmettevo tanta bella energia. Cazzo, ho pensato. Allora fingo troppo bene, ormai. Menomale che in questi giorni qualche collega (la Bestia Nera, la Zuccherina di Arte, la Pianista, e sicuramente anche l'Orsone, che però tace) si è accorto che c'ero e non c'ero, che stavo in piedi con la sola forza di volontà, che succhiavo dai bimbi di prima le mie forze e appena mi allontanavo dal cerchio colorato della loro classe rumorosa iniziavo a vacillare. Mi ripeto, dicendo ancora una volta che, per fortuna, sia il bellissimo irraggiungibile rapitore alieno sia il Magnifico con le sue domande tossiche sono lontani, ma proprio ad anni luce, e questo è senz'altro un bene, perché non potrei reggere a due occhi scuri che mi leggono attraverso e men che meno a una voce vellutata che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Ho deciso che, negli ultimi quattro anni, ho dato fin troppo spazio al dolore causato da uomini che in realtà erano colpevoli, in quanto consapevoli di sparare sulla Croce Rossa. Ora mi tengo solo il dolore che mi causa l'Uomo, e va benissimo così, quello me lo scelgo, almeno. E lui è, il più delle volte, talmente preso dai cazzi suoi da non essere sul serio consapevole di quanto affonda la lama. Ma anche questo lo guardo da lontano, come da sott'acqua. Non devo affogare, non devo affogare. Me lo ripeto. Nuotare è faticoso. Sto diventando brava a galleggiare, a stare in apnea, ma non devo affogare. Non devo andare a fondo con la zavorra che sto mollando. Ma nemmeno fingere di essere un delfino, se l'unica cosa che mi sento di essere è un mollusco che si ritira in una sottile conchiglia e cerca di non essere visto dai predatori.
La poso, la zavorra, ogni volta che posso. Ho trovato un esercizio di digitopressione e con quello credo di aver risolto parecchio, forse addirittura il bruxare come una pazza la notte. Ho un nuovo file di meditazione in inglese e non arrivo mai a sentirne la fine, perché mi raggomitolo vicino al pc e dormo, dopo pranzo, nel sole invernale. Ricarico le pile con piccole cose: il giro delle coppette dell'acqua da riempire sui termosifoni nella nuova sala yoga, cinque minuti di gattino piumoso che mi cammina addosso sul divano, una telefonata in cui fingo di farcela, do notizie non troppo veritiere sulla situazione familiare, butto in caciara, ma soprattutto regalo qualcosa, che sia dare un po' d'attenzione a un'amica che ha bisogno di parlare o prestare la casa a qualcuno che ha voglia di andare a Genova. Non dico più di no quando mi chiedono un favore, a meno che non si sovrapponga a troppi impegni; non mi spazientisco per le attese, trovo in ogni cosa un momento di pausa e di calma a cui appoggiarmi, a volte anche solo apprezzando il sollievo da un disagio, come il passare del freddo umido mortale di Torino al tepore dell'auto riscaldata.
Ma i segni li riconosco benissimo. Quel bisogno spasmodico di sapere che ci sarà, nel pomeriggio, un momento in cui nessuno telefonerà, e potrò lasciarmi cadere preda di uno sfinimento che mi porto dietro dal primo minuto in cui mi sono mossa dopo la sveglia. La voce di uno, due, tre colleghi che chiedono: ma stai bene? (L'Orsone non lo chiede mai. L'Orsone ormai schiaccia il tasto del caffè macchiato e mi mette in mano il bicchierino, senza chiedere, sembra l'infermiera che fa il giro del mattino con le terapie, io neanche metto a fuoco che lo sta facendo, anzi se non tira fuori lui il resto dalla macchinetta ce lo lascio dentro, imbambolata, inerme. E' che di lui mi fido. Non fa domande che esulino dal contesto. Non rompe. I cinque minuti della macchinetta al mattino prima di iniziare stanno diventando un rifugio tranquillo.) Il fatto che certe cose, che in passato mi avrebbero dato carburante per reggere settimane intere, ora in cinque minuti me le scordi. Mi scordo anche quelle negative che mi avrebbero segato le gambe, eh, ma provare quasi nulla di fronte a fatti emotivamente significativi non è un bene. Il fatto che per cominciare una cosa io ci metta settanta minuti, che la mia attenzione ne duri uno e mezzo, che avere un impegno dopo le sei di sera mi faccia salire la tristezza, che quando, come questa settimana, sono sola all'ora dei pasti, a pranzo non sappia se ho mangiato e cosa, e che ceni alle 18.45 per poi addormentarmi sul divano prima delle otto. Il fegato, i reni, lo stomaco, la gola che dolgono, a turno o insieme, la febbriciattola da stanchezza, la pelle che si secca. Addirittura 48 ore di emicrania, mai più successo da tanto tempo.
Continuo a pensare al solstizio d'inverno. Mi sono iscritta per questa domenica al workshop sul saluto al sole di Bunny, anche se significa essere a Alba prima delle otto e mezza e te la raccomando, una bella levataccia la mattina dopo l'ultima sera di festival, con il freddo apocalittico che sta facendo in questo periodo, che sembra di essere a Westeros. E per andare a Alba, poi. Ma capisco che sto cercando la fonte delle energie che sembro aver perso, che cerco ogni giorno come una rabdomante impazzita, che ogni notte credo di trovare nel contatto col corpo caldo dell'Uomo e che invece, al mattino, si rivela un filone in esaurimento, una falda ormai appena umida.
Continuo a pensare alla disperazione nera con cui ho vissuto il fatto che tutti, TUTTI, inclusa mia madre che mi conosce, che dormiva in camera con me e che parlava con me dei disastri familiari fino alle due di notte, al ritiro yoga mi abbiano detto che trasmettevo tanta bella energia. Cazzo, ho pensato. Allora fingo troppo bene, ormai. Menomale che in questi giorni qualche collega (la Bestia Nera, la Zuccherina di Arte, la Pianista, e sicuramente anche l'Orsone, che però tace) si è accorto che c'ero e non c'ero, che stavo in piedi con la sola forza di volontà, che succhiavo dai bimbi di prima le mie forze e appena mi allontanavo dal cerchio colorato della loro classe rumorosa iniziavo a vacillare. Mi ripeto, dicendo ancora una volta che, per fortuna, sia il bellissimo irraggiungibile rapitore alieno sia il Magnifico con le sue domande tossiche sono lontani, ma proprio ad anni luce, e questo è senz'altro un bene, perché non potrei reggere a due occhi scuri che mi leggono attraverso e men che meno a una voce vellutata che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Ho deciso che, negli ultimi quattro anni, ho dato fin troppo spazio al dolore causato da uomini che in realtà erano colpevoli, in quanto consapevoli di sparare sulla Croce Rossa. Ora mi tengo solo il dolore che mi causa l'Uomo, e va benissimo così, quello me lo scelgo, almeno. E lui è, il più delle volte, talmente preso dai cazzi suoi da non essere sul serio consapevole di quanto affonda la lama. Ma anche questo lo guardo da lontano, come da sott'acqua. Non devo affogare, non devo affogare. Me lo ripeto. Nuotare è faticoso. Sto diventando brava a galleggiare, a stare in apnea, ma non devo affogare. Non devo andare a fondo con la zavorra che sto mollando. Ma nemmeno fingere di essere un delfino, se l'unica cosa che mi sento di essere è un mollusco che si ritira in una sottile conchiglia e cerca di non essere visto dai predatori.
martedì 12 dicembre 2017
Undici anni e fare già sfracelli
"Chi era Calcante?"
Strepitoso non la sa. Gli altri tre arretrano e si accucciano un po' più in là.
"Che diavolo state facendo?"
"...non la sappiamo!!!"
"...state SCAPPANDO?"
Mi guardano, incerti tra il terrore e il riso. Tornano vicini alla cattedra.
"Allora, Calcante?"
"..."
Interpello la classe.
"Calcante?"
"...un Troiano?"
"No!"
"Un re!"
"Un guerriero!"
"Il padre di..."
"Il figlio di..."
"Un dio!"
"...un bell'uomo!"
Mi giro e incenerisco Strepitoso, che tenta come al solito di buttarla sul "sono adorabile, vero?"
Alla mia sinistra, come da uno stato di trance, una voce esala: "Un indovino."
Mi volto. Tutto aggrovigliato, un mucchietto di nervi e ossa che si arrampicano come una pianta folle intorno al banco e sulla cattedra, occhi blu proprio blu, biondo accecante: io stringo le palpebre e l'intera classe si prepara a sentirmi strillare al Missile qualcosa di tremendo. Invece sussurro: "E la sa. Mannaggia."
Lo applaudono. La sa fin troppo spesso. Rompe come una varicella virulenta, ma la sa. Ieri si è autodefinito: "Prof, sono un tossicoindipendente." Dopo che gli avevo chiesto che sostanze allucinogene avesse mangiato per colazione.
Mi adora. Ricambiato.
Qualche giorno fa l'Irresistibile cerca di placarmi, mentre gli ripeto per l'ennesima volta di sedersi, sbattendo lunghe ciglia nere da antilope africana sugli occhioni di cioccolata fondente.
"Ma cosa fai. Non basta farmi gli occhi dolci. Sono immune", lo gelo.
E alla mia sinistra, ecco il Missile Coreano, e dovevate sentire il tono calmo e sicuro da seduttore consumato: "Anche a me?"
Giro il raggio della morte su di lui. Crudelia De Mon + Miranda Priestley + Cersei Lannister, espressione di assoluto disprezzo. Non batte ciglio:
Alain Delon + Marcello Mastroianni + George Clooney.
Apro la bocca. E dico:
"..."
Attende, senza abbassare gli occhi.
"...no, va bene, a te no" mastico a denti stretti, solo perché un vero campione ammette di perdere.
La classe esulta. Il Missile si gira con l'espressione immutata, per lui non è una vittoria, lo sapeva, il disgraziato.
Poi per carità. Esco dalla prima portandomi appesi mille problemi, loro e dei loro genitori.
Però, casi particolari di giovanissimi tombeur de femmes a parte, è una classe dove si sta bene, e si lavora. Oltre che farsi sanguinare le tonsille (non è figurato) e ridere un sacco, si hanno soddisfazioni: prima prova di grammatica, teoria, due sufficienze, ventiquattro insufficienze. Spiego che intendo ripeterla, perché quando va così è l'insegnante che sbaglia qualcosa. Anche così, le lacrime versate dalle povere creature straripano sotto la porta fino a metà corridoio. Correzione della prova fatta in classe, sette giorni di tempo, seconda somministrazione cambiando le domande: due insufficienze, ventiquattro sufficienze, di cui molti sono nove e dieci.
Oggi il Gioiello, interrogato di Letteratura, mi rispiega per filo e per segno come ha fatto Schliemann a trovare il sito di Troia e che il restauro di Cnosso pensato da Evans oggi non si farebbe più, perché non è abbastanza rispettoso della realtà storica.
Il Gioiello è il motivo per cui lì dentro l'asticella è stata messa a un livello preoccupantemente alto. Guardavo i suoi occhi pensosi cercare di non perdere il filo dal fondo dell'aula, in mezzo a una baraonda di note, sgridate, Adhd che si alzano, autistici che canticchiano, Fulminati che cadono dalla sedia, Missili che si agitano, Irresistibili che si stiracchiano in quanto già troppo alti per il banco, ragazzine che perdono il segno e si agitano (devo parlarvi di Pulcino, la sorellina dell'Adorabile licenziato l'anno scorso) e altri fenomeni da baraccone. E ho pensato: "No, questo bambino merita una cosa diversa."
E d'istinto: "Adesso, E., lentamente e scegliendo bene le parole, rispiegami la lezione che ho appena fatto."
Si concentra, prudente e ponderato come uno che deve attraversare un fiume gelato, e lo fa.
"Ti dò il voto, bravo."
Gli altri hanno visto qualcosa nella mia espressione, sono ammutoliti, fiutando l'agone olimpico. "Cos'era questo, prof?" E io li ho visti, che distinguevano la pista di Formula Uno dalla normale strada di campagna.
"Era un esercizio di esposizione orale. Col voto."
"Posso farlo anch'io?"
"Anche io!"
"Io, prof!"
Così adesso loro tornano a casa con le pagine che io ho spiegato, e con quelle da studiare da zero. E prendono voti diversi, sull'interrogazione normale e sull'esposizione orale. Me li figuro che spiegano, sussiegosi, a madri confuse: "No, queste pagine sono per giovedì e le devo studiare da solo".
Abbiamo finito l'Iliade, iniziato l'Odissea e anticipato due cose sull'Eneide. Abbiamo esaminato Cnosso, le foto della grotta di Zeus, imparato i nóstoi dei principali eroi, scoperto che fine ha fatto Aiace Telamonio e dove si trova Ftia, imparato i nomi delle tre Parche, ammirato in silenzio la maschera di Agamennone, descriviamo mossa per mossa la morte di Patroclo, secondo me si bevevano anche lo scudo di Achille e il catalogo delle navi, se non mi fermavo io. Che mi sto tenendo tempo per l'Eneide.
Oggi ho avuto un'amnesia su come si chiamasse la madre di Ulisse, e ho detto loro che vado a rivedermi il nome, perché poi la si incontra in un episodio... che faccio fare solo a classi bravissime.
Il Gioiello, l'Irresistibile, il Rubizzo, la Maestrina e Pulcino hanno sorriso con aria d'intesa.
Non sono mai stanca. È bellissimo.
Strepitoso non la sa. Gli altri tre arretrano e si accucciano un po' più in là.
"Che diavolo state facendo?"
"...non la sappiamo!!!"
"...state SCAPPANDO?"
Mi guardano, incerti tra il terrore e il riso. Tornano vicini alla cattedra.
"Allora, Calcante?"
"..."
Interpello la classe.
"Calcante?"
"...un Troiano?"
"No!"
"Un re!"
"Un guerriero!"
"Il padre di..."
"Il figlio di..."
"Un dio!"
"...un bell'uomo!"
Mi giro e incenerisco Strepitoso, che tenta come al solito di buttarla sul "sono adorabile, vero?"
Alla mia sinistra, come da uno stato di trance, una voce esala: "Un indovino."
Mi volto. Tutto aggrovigliato, un mucchietto di nervi e ossa che si arrampicano come una pianta folle intorno al banco e sulla cattedra, occhi blu proprio blu, biondo accecante: io stringo le palpebre e l'intera classe si prepara a sentirmi strillare al Missile qualcosa di tremendo. Invece sussurro: "E la sa. Mannaggia."
Lo applaudono. La sa fin troppo spesso. Rompe come una varicella virulenta, ma la sa. Ieri si è autodefinito: "Prof, sono un tossicoindipendente." Dopo che gli avevo chiesto che sostanze allucinogene avesse mangiato per colazione.
Mi adora. Ricambiato.
Qualche giorno fa l'Irresistibile cerca di placarmi, mentre gli ripeto per l'ennesima volta di sedersi, sbattendo lunghe ciglia nere da antilope africana sugli occhioni di cioccolata fondente.
"Ma cosa fai. Non basta farmi gli occhi dolci. Sono immune", lo gelo.
E alla mia sinistra, ecco il Missile Coreano, e dovevate sentire il tono calmo e sicuro da seduttore consumato: "Anche a me?"
Giro il raggio della morte su di lui. Crudelia De Mon + Miranda Priestley + Cersei Lannister, espressione di assoluto disprezzo. Non batte ciglio:
Alain Delon + Marcello Mastroianni + George Clooney.
Apro la bocca. E dico:
"..."
Attende, senza abbassare gli occhi.
"...no, va bene, a te no" mastico a denti stretti, solo perché un vero campione ammette di perdere.
La classe esulta. Il Missile si gira con l'espressione immutata, per lui non è una vittoria, lo sapeva, il disgraziato.
Poi per carità. Esco dalla prima portandomi appesi mille problemi, loro e dei loro genitori.
Però, casi particolari di giovanissimi tombeur de femmes a parte, è una classe dove si sta bene, e si lavora. Oltre che farsi sanguinare le tonsille (non è figurato) e ridere un sacco, si hanno soddisfazioni: prima prova di grammatica, teoria, due sufficienze, ventiquattro insufficienze. Spiego che intendo ripeterla, perché quando va così è l'insegnante che sbaglia qualcosa. Anche così, le lacrime versate dalle povere creature straripano sotto la porta fino a metà corridoio. Correzione della prova fatta in classe, sette giorni di tempo, seconda somministrazione cambiando le domande: due insufficienze, ventiquattro sufficienze, di cui molti sono nove e dieci.
Oggi il Gioiello, interrogato di Letteratura, mi rispiega per filo e per segno come ha fatto Schliemann a trovare il sito di Troia e che il restauro di Cnosso pensato da Evans oggi non si farebbe più, perché non è abbastanza rispettoso della realtà storica.
Il Gioiello è il motivo per cui lì dentro l'asticella è stata messa a un livello preoccupantemente alto. Guardavo i suoi occhi pensosi cercare di non perdere il filo dal fondo dell'aula, in mezzo a una baraonda di note, sgridate, Adhd che si alzano, autistici che canticchiano, Fulminati che cadono dalla sedia, Missili che si agitano, Irresistibili che si stiracchiano in quanto già troppo alti per il banco, ragazzine che perdono il segno e si agitano (devo parlarvi di Pulcino, la sorellina dell'Adorabile licenziato l'anno scorso) e altri fenomeni da baraccone. E ho pensato: "No, questo bambino merita una cosa diversa."
E d'istinto: "Adesso, E., lentamente e scegliendo bene le parole, rispiegami la lezione che ho appena fatto."
Si concentra, prudente e ponderato come uno che deve attraversare un fiume gelato, e lo fa.
"Ti dò il voto, bravo."
Gli altri hanno visto qualcosa nella mia espressione, sono ammutoliti, fiutando l'agone olimpico. "Cos'era questo, prof?" E io li ho visti, che distinguevano la pista di Formula Uno dalla normale strada di campagna.
"Era un esercizio di esposizione orale. Col voto."
"Posso farlo anch'io?"
"Anche io!"
"Io, prof!"
Così adesso loro tornano a casa con le pagine che io ho spiegato, e con quelle da studiare da zero. E prendono voti diversi, sull'interrogazione normale e sull'esposizione orale. Me li figuro che spiegano, sussiegosi, a madri confuse: "No, queste pagine sono per giovedì e le devo studiare da solo".
Abbiamo finito l'Iliade, iniziato l'Odissea e anticipato due cose sull'Eneide. Abbiamo esaminato Cnosso, le foto della grotta di Zeus, imparato i nóstoi dei principali eroi, scoperto che fine ha fatto Aiace Telamonio e dove si trova Ftia, imparato i nomi delle tre Parche, ammirato in silenzio la maschera di Agamennone, descriviamo mossa per mossa la morte di Patroclo, secondo me si bevevano anche lo scudo di Achille e il catalogo delle navi, se non mi fermavo io. Che mi sto tenendo tempo per l'Eneide.
Oggi ho avuto un'amnesia su come si chiamasse la madre di Ulisse, e ho detto loro che vado a rivedermi il nome, perché poi la si incontra in un episodio... che faccio fare solo a classi bravissime.
Il Gioiello, l'Irresistibile, il Rubizzo, la Maestrina e Pulcino hanno sorriso con aria d'intesa.
Non sono mai stanca. È bellissimo.
martedì 5 dicembre 2017
I regali
“Tu
sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di
farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di
meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa
avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal
contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo”
(lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero
Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino,
tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere
sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà,
pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le
Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di
tecnica).
Comunque,
di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici,
amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante
una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a
scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo
anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo
smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle
medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è
morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i
miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è
contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle
persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e
a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su
cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in
banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non
perderai più.
Per
una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle
mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a
conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens?
Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna
o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un
giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il
meglio del 2017.
Lo
vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio
istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta
combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così:
mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per
abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè
so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso
punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso
anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio
oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.
E
non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno,
non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale.
Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata...
spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni.
“Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata
la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti
benissimo.
Alla
sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia
piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte
forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei
giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E'
stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso,
per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i
costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno
stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine,
un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il
tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due
esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la
minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno
semplice.
E
non è così che deve essere un regalo.
A
una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal
fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più
che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità
unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi
accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati
sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non
ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi
lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano
del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali,
se gli dici di smetterla di farti male, la smettono.
I
regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente
parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le
menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il
suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi
per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non
divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi
vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il
peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il
Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è
da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa
chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la
Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per
stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si
vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un
pezzo.
Io
sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di
malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se
morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè
cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho
apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose
magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho
sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano
in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti
scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento.
O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati
dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.
(Ma
l'avrà davvero scritto Dickens?)
domenica 26 novembre 2017
Psicologhe, carte degli angeli, cuscini e straccetti di tacchino
Dice che devo farla uscire, la rabbia. Lo dico anche io: lo dicevo l'altra sera nell'antro magico di Guru Cri, mentre commentavamo la carta degli angeli che avevo estratto a metà lezione ("Condivisione") e quella presa alla fine ("Progresso"). Dicevo che io mi sento in progresso, e senz'altro condivido molto più ora di me stessa di quanto fossi mai stata capace di fare in passato. Ma che ho queste bolle di rabbia repressa che a volte mi devastano. In forme varie: una sensazione di cadere improvvisa a metà della corsia ortofrutta, la gola che si chiude, un bisogno spasmodico di urlare, una spossatezza rassegnata prima ancora di arrabbiarmi per qualcosa che pure richiederebbe un mio intervento energico.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.
domenica 19 novembre 2017
E una notte tra molte
No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
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