1)
"Dai, Olivia. Chi incontra Dante nella zona dove sono puniti i traditori della patria? Ti ricordi? Uno che sta facendo una cosa schifosissima... dai... il conte...?"
E Vomitino: "...Dracula."
2)
"Capitale di Malta?"
Verace: "La Valletta."
"Che prende il nome da?"
"La Valette."
"E chi era?"
"..."
"Dai, era un comandante dei militari che controllavano l'isola, e si chiamavano, appunto...? I cavalieri...?
Huck Finn: "...dello zodiaco."
3)
"E quindi" Spettacolo sta offrendo il suo contributo al ripasso a domandine della lezione della volta scorsa "secondo Verga se ti allontani dal luogo, dalla situazione, in cui sei nato, non ce la fai, vieni schiacciato."
"Sì, e in una famosa novella fa un paragone..." suggerisco io.
Interviene l'Arcangelo Nero: "Sì, dice che è come per la piattola."
Uccidetemi. E' un atto di pietà, vi restituirà un karma positivo. Uccidetemi.
mercoledì 15 maggio 2013
venerdì 10 maggio 2013
Ora posso dirvelo
Doveva succedere, no? che prima o poi, tra tanti alunni strappacuore che ci saremmo volentieri portati a casa, tra tante situazioni personali da cui ci siamo sentiti coinvolti, tra tante storie umane di cui siamo stati testimoni o anche parte attiva, ad un certo punto la quarta parete si sfondasse e nelle nostre vite, come un giovane alieno atterrato all‘improvviso in giardino, piombasse un adolescente. Un maschio, e no, non è come pensate, non sono stata io, anche se mi tacciano sempre tutti di manifestare delle preferenze plateali per i miei giovani rinoceronti problematici, piuttosto che per le mie ragazzine. Ha fatto tutto l’Uomo.
A. fino a poco fa era suo alunno. Ha quindici anni appena fatti e un bel po’ di storia alle spalle.
Il nostro ruolo, tecnicamente definito di affidatari diurni, dovrebbe essere di fargli da famiglia d’appoggio nel periodo necessario al tribunale per analizzare la sua situazione e decidere, sentiti i servizi sociali e lo stesso A., se reinserirlo nella sua famiglia.
Ci sono così tante cose che potrei dire, di lui, di come si comporta l’Uomo, di come mi sento io, che sto scrivendo e cancellando frasi da oltre un’ora e mezza, senza riuscire a esprimere niente.
Però una cosa penso sia il caso di dirla subito.
Voglio che tutti quelli che passano di qui abitualmente o per caso sappiano quello che le mie Amiche con la A maiuscola mi stanno dando in questi giorni, con la loro voce calorosa al telefono, la loro fiducia, il loro ottimismo.
Voglio che tutti vedano il gigantesco GRAZIE che devo dire loro. Perché da quando questa cosa è cominciata, e in particolare negli ultimi giorni, sto realizzando che anche questa tappa della mia vita (come l’adolescenza, la giovinezza, gli studi, la ricerca del lavoro, le storie d’amore, il matrimonio, le molte gioie e i molti dolori che ho vissuto fin qui) io la attraverserò sapendo di non essere sola.
Avrò la mia zattera per resistere a qualsiasi tempesta, costruita con le loro voci, i loro sorrisi, le telefonate nel cuore della notte, le lacrime, le lettere, gli sms, le camminate, le chiacchierate in macchina, le discussioni, le battute, i modi di dire, le centinaia di tazze di tisana, tutti i gradini, i muretti, i prati, i tronchi e gli scogli su cui ci siamo sedute a parlare fitto fitto. Avrò le mie persone vicine anche durante quest‘avventura, comunque vada.
Ho sempre saputo di avere un grandissimo culo in fatto di amicizie, ma ci sono volte che proprio resto sbalordita da tutta la grazia che ho ricevuto. Questa è una di quelle volte ed è giusto che mettiamo, in Via dell’Affidamento, una bella targa a imperitura memoria di ciò.
Un brindisi a voi, donne magnifiche. Vi voglio bene.
A. fino a poco fa era suo alunno. Ha quindici anni appena fatti e un bel po’ di storia alle spalle.
Il nostro ruolo, tecnicamente definito di affidatari diurni, dovrebbe essere di fargli da famiglia d’appoggio nel periodo necessario al tribunale per analizzare la sua situazione e decidere, sentiti i servizi sociali e lo stesso A., se reinserirlo nella sua famiglia.
Ci sono così tante cose che potrei dire, di lui, di come si comporta l’Uomo, di come mi sento io, che sto scrivendo e cancellando frasi da oltre un’ora e mezza, senza riuscire a esprimere niente.
Però una cosa penso sia il caso di dirla subito.
Voglio che tutti quelli che passano di qui abitualmente o per caso sappiano quello che le mie Amiche con la A maiuscola mi stanno dando in questi giorni, con la loro voce calorosa al telefono, la loro fiducia, il loro ottimismo.
Voglio che tutti vedano il gigantesco GRAZIE che devo dire loro. Perché da quando questa cosa è cominciata, e in particolare negli ultimi giorni, sto realizzando che anche questa tappa della mia vita (come l’adolescenza, la giovinezza, gli studi, la ricerca del lavoro, le storie d’amore, il matrimonio, le molte gioie e i molti dolori che ho vissuto fin qui) io la attraverserò sapendo di non essere sola.
Avrò la mia zattera per resistere a qualsiasi tempesta, costruita con le loro voci, i loro sorrisi, le telefonate nel cuore della notte, le lacrime, le lettere, gli sms, le camminate, le chiacchierate in macchina, le discussioni, le battute, i modi di dire, le centinaia di tazze di tisana, tutti i gradini, i muretti, i prati, i tronchi e gli scogli su cui ci siamo sedute a parlare fitto fitto. Avrò le mie persone vicine anche durante quest‘avventura, comunque vada.
Ho sempre saputo di avere un grandissimo culo in fatto di amicizie, ma ci sono volte che proprio resto sbalordita da tutta la grazia che ho ricevuto. Questa è una di quelle volte ed è giusto che mettiamo, in Via dell’Affidamento, una bella targa a imperitura memoria di ciò.
Un brindisi a voi, donne magnifiche. Vi voglio bene.
giovedì 9 maggio 2013
Incroyable...
Se conoscete il francese, non perdetevi questo.
A commento dirò solo che ho riferito a un amico di aver detto testualmente alla preside: "Ti faccio notare che la madre che è venuta a farmi la piazzata su come insegnare fa un part time in una tipografia, non è docente di didattica dell'italiano". Lui mi ha detto che è una brutta frase, che suona male. Penso che volesse dire che ho fatto la figura di essere di quelle persone che, per il fatto di avere una laurea, pensano di poter sputare sulle vite degli altri che fanno mestieri pratici.
Io non credo. Io intendevo proprio un'altra cosa: ho la matematica certezza che non mi succederà mai di entrare in una tipografia e dire al tizio che ci lavora tutti i giorni come usare i suoi macchinari, quanto tempo metterci a fare un lavoro e che, se non mi soddisfa, provvederò da sola a farlo meglio. Non lo farei in una tipografia, non lo farei dal panettiere, non lo farei in uno studio di architetti, non lo farei dal meccanico, non lo farei in un ufficio del Comune. L'unico posto dove potrei permettermi di dire a un collega come farei io al posto suo sarebbe una scuola. E la mamma in questione dovrebbe permettersi altrettanto solamente in una tipografia.
Io non vedo alcun classismo, snobismo o puzza sotto il naso nel dire ciò. Voi?
A commento dirò solo che ho riferito a un amico di aver detto testualmente alla preside: "Ti faccio notare che la madre che è venuta a farmi la piazzata su come insegnare fa un part time in una tipografia, non è docente di didattica dell'italiano". Lui mi ha detto che è una brutta frase, che suona male. Penso che volesse dire che ho fatto la figura di essere di quelle persone che, per il fatto di avere una laurea, pensano di poter sputare sulle vite degli altri che fanno mestieri pratici.
Io non credo. Io intendevo proprio un'altra cosa: ho la matematica certezza che non mi succederà mai di entrare in una tipografia e dire al tizio che ci lavora tutti i giorni come usare i suoi macchinari, quanto tempo metterci a fare un lavoro e che, se non mi soddisfa, provvederò da sola a farlo meglio. Non lo farei in una tipografia, non lo farei dal panettiere, non lo farei in uno studio di architetti, non lo farei dal meccanico, non lo farei in un ufficio del Comune. L'unico posto dove potrei permettermi di dire a un collega come farei io al posto suo sarebbe una scuola. E la mamma in questione dovrebbe permettersi altrettanto solamente in una tipografia.
Io non vedo alcun classismo, snobismo o puzza sotto il naso nel dire ciò. Voi?
mercoledì 8 maggio 2013
When Dylan met Oscar
Sono dieci anni che faccio questo mestiere e a volte penso di non aver capito una beata mazza degli studenti.
Esempio. La lettura in classe.
Intendo quando io, insegnante, prendo un testo e lo leggo alla classe.
Per dire: la terza C, che è una classe di zombie, quando leggo i Promessi sposi partecipa. Non dorme nessuno, la volta dopo si ricordano le cose, fanno domande: sì sì, loro, gli stessi che mentre io cerco con tutta l'anima di trasmettere la bellezza immortale delle Ricordanze o faccio una lezione magistrale sul Verismo hanno l'elettroencefalogramma piatto, bisbigliano, fissano il vuoto, fanno un'altra materia, ridacchiano, disegnano, dormono (letteralmente).
Cioè, l'altro giorno Teppa Gentile seguiva con la bocca aperta l'ingresso di Renzo a Milano, quando vede la farina e il pane sparsi sul selciato: e oggi, siccome Christiane F. protestava ad alta voce di essersi persa un capitolo, perché mentre io leggevo questo episodio lei era a farsi interrogare di Geografia, gli altri in tre minuti le hanno riassunto la parte che ha saltato, con la stessa foga con cui mio cugino mi aggiorna sull'ultima puntata di Game of Thrones.
Che dire. A me a volte sembra tempo buttato, mancano cinque settimane alla fine della scuola e sono a Verga, e invece di fare letteratura tre volte la settimana vado nei dettagli su Gertrude e l'Innominato: ma che sono scema?
Poi però penso che questa terza scalcinata avrà almeno un argomento su cui sentirsi sicura all'esame. E dopotutto è Manzoni. Cazzo, mi starà anche antipatico ma è un bell'italiano da leggere a voce alta.
Poi da qualche tempo si verifica un fatto che, invece, non ho capito.
Con la seconda, colta da frattura gemellare degli zebedei dopo l'ennesima settimana in cui per fare lezione dovevo (dovevamo: anche i colleghi) dare punizioni, gridare, riempire di note il registro (SESSANTUNO. Ne hanno SESSANTUNO, e direi che venti sono mie), picchiare la mano sulla cattedra e scaraventare in corridoio Dylan o Huck o Winnie o Atreiu, a un certo punto mi sono messa una maglietta con la scritta 'STOCAZZO CHE MI FATE PERDERE LA CALMA UN'ALTRA VOLTA e, di punto in bianco, a metà di una lezione di antologia, mi sono fatta portare "Il fantasma di Canterville" e ho iniziato a leggerlo a voce alta. Adesso ce l'ho in borsa e, quando mancano venti minuti alla campanella e noi abbiamo terminato un lavoro, lo sfodero, lo apro e leggo.
E così ho visto succedere una cosa che non mi sarei mai aspettata. Alla mia lettura, il più possibile briosa, delle avventure dello sfortunato Sir Simon, più di metà classe va in coma. Sì, lo stesso gruppo classe che l'altro giorno rabbrividiva all'immagine del mare che si richiude inabissando per sempre la nave di Ulisse, che sgranava occhi avidi alla descrizione di Lucifero, che si è studiato tutto l'Orlando Furioso minuto per minuto coniando (questo è Atreiu) un immortale personaggio dal nome di Brodomonte e litigando tipo assemblea di condominio sul vero aspetto dell'Ippogrifo: cavallo alato come Pegaso, o grifone col becco come in Harry Potter?
E invece crollano sui banchi, guardano nella quarta dimensione, si riempiono di tic nervosi, fanno a pezzetti la gomma da cancellare o si trafiggono la pelle con i compassi. Però. C'è un però. Alla lettura di Oscar Wilde non si zombifica tutta la classe. Solo la maggioranza. E sapete chi sta fermo, concentrato e attento?
Esatto. Quelli che di solito, nelle altre lezioni, si fanno scagliare con urla furibonde fuori dalla porta.
In particolare il chiodo della mia bara. Che in questo periodo è INSOPPORTABILE. E' l'unico a cui abbiamo DI NUOVO spedito la lettera che lamenta un comportamento negativo.
Ma, quando io leggo Wilde, di colpo mi sento Orfeo che addormenta Cerbero con la sua musica. Si mette con la testa appoggiata sulle braccia piegate e non mi molla un attimo. Anche Atreiu, che è in primo banco, non si perde una sillaba, non si agita nel banco e sta perfino seduto dritto. E Huck, che invece seduto giusto tra sedia e banco non ci sta mai, dondola un piede ma non con i soliti scatti nervosi, guarda per terra ma non si distrae un attimo.
Però Dylan proprio si trasforma. Ha il banco talmente vicino alla cattedra che sento il suo respiro e vi giuro che cambia, come quando si entra in meditazione. E oggi, che leggevamo il bellissimo dialogo tra il fantasma e la dolce Virginia, siccome dopo un paio di minuti c'era ancora qualcuno che parlottava, si è girato e ha detto, seccatissimo, ai compagni distratti: "oh piantatela un po'", per poi immediatamente rituffarsi nell'ascolto. Mi è venuto un groppo in gola.
Gli altri scimmioni esagitati, che stanno attenti alle parole di Wilde, mi fanno una piacevole sorpresa. Ma lui proprio BEVE, come una pianta che fosse stata dimenticata al chiuso e senz'acqua. Mi fa venire voglia di materializzarmi ogni sera in camera sua, spuntando sul davanzale come Peter Pan, fargli una breve carezza sui capelli morbidi come seta, e leggergli una storia, per permettergli di deporre l'armatura da stronzo che tiene addosso tutto il santo giorno e di godersi un momento di pace.
Esempio. La lettura in classe.
Intendo quando io, insegnante, prendo un testo e lo leggo alla classe.
Per dire: la terza C, che è una classe di zombie, quando leggo i Promessi sposi partecipa. Non dorme nessuno, la volta dopo si ricordano le cose, fanno domande: sì sì, loro, gli stessi che mentre io cerco con tutta l'anima di trasmettere la bellezza immortale delle Ricordanze o faccio una lezione magistrale sul Verismo hanno l'elettroencefalogramma piatto, bisbigliano, fissano il vuoto, fanno un'altra materia, ridacchiano, disegnano, dormono (letteralmente).
Cioè, l'altro giorno Teppa Gentile seguiva con la bocca aperta l'ingresso di Renzo a Milano, quando vede la farina e il pane sparsi sul selciato: e oggi, siccome Christiane F. protestava ad alta voce di essersi persa un capitolo, perché mentre io leggevo questo episodio lei era a farsi interrogare di Geografia, gli altri in tre minuti le hanno riassunto la parte che ha saltato, con la stessa foga con cui mio cugino mi aggiorna sull'ultima puntata di Game of Thrones.
Che dire. A me a volte sembra tempo buttato, mancano cinque settimane alla fine della scuola e sono a Verga, e invece di fare letteratura tre volte la settimana vado nei dettagli su Gertrude e l'Innominato: ma che sono scema?
Poi però penso che questa terza scalcinata avrà almeno un argomento su cui sentirsi sicura all'esame. E dopotutto è Manzoni. Cazzo, mi starà anche antipatico ma è un bell'italiano da leggere a voce alta.
Poi da qualche tempo si verifica un fatto che, invece, non ho capito.
Con la seconda, colta da frattura gemellare degli zebedei dopo l'ennesima settimana in cui per fare lezione dovevo (dovevamo: anche i colleghi) dare punizioni, gridare, riempire di note il registro (SESSANTUNO. Ne hanno SESSANTUNO, e direi che venti sono mie), picchiare la mano sulla cattedra e scaraventare in corridoio Dylan o Huck o Winnie o Atreiu, a un certo punto mi sono messa una maglietta con la scritta 'STOCAZZO CHE MI FATE PERDERE LA CALMA UN'ALTRA VOLTA e, di punto in bianco, a metà di una lezione di antologia, mi sono fatta portare "Il fantasma di Canterville" e ho iniziato a leggerlo a voce alta. Adesso ce l'ho in borsa e, quando mancano venti minuti alla campanella e noi abbiamo terminato un lavoro, lo sfodero, lo apro e leggo.
E così ho visto succedere una cosa che non mi sarei mai aspettata. Alla mia lettura, il più possibile briosa, delle avventure dello sfortunato Sir Simon, più di metà classe va in coma. Sì, lo stesso gruppo classe che l'altro giorno rabbrividiva all'immagine del mare che si richiude inabissando per sempre la nave di Ulisse, che sgranava occhi avidi alla descrizione di Lucifero, che si è studiato tutto l'Orlando Furioso minuto per minuto coniando (questo è Atreiu) un immortale personaggio dal nome di Brodomonte e litigando tipo assemblea di condominio sul vero aspetto dell'Ippogrifo: cavallo alato come Pegaso, o grifone col becco come in Harry Potter?
E invece crollano sui banchi, guardano nella quarta dimensione, si riempiono di tic nervosi, fanno a pezzetti la gomma da cancellare o si trafiggono la pelle con i compassi. Però. C'è un però. Alla lettura di Oscar Wilde non si zombifica tutta la classe. Solo la maggioranza. E sapete chi sta fermo, concentrato e attento?
Esatto. Quelli che di solito, nelle altre lezioni, si fanno scagliare con urla furibonde fuori dalla porta.
In particolare il chiodo della mia bara. Che in questo periodo è INSOPPORTABILE. E' l'unico a cui abbiamo DI NUOVO spedito la lettera che lamenta un comportamento negativo.
Ma, quando io leggo Wilde, di colpo mi sento Orfeo che addormenta Cerbero con la sua musica. Si mette con la testa appoggiata sulle braccia piegate e non mi molla un attimo. Anche Atreiu, che è in primo banco, non si perde una sillaba, non si agita nel banco e sta perfino seduto dritto. E Huck, che invece seduto giusto tra sedia e banco non ci sta mai, dondola un piede ma non con i soliti scatti nervosi, guarda per terra ma non si distrae un attimo.
Però Dylan proprio si trasforma. Ha il banco talmente vicino alla cattedra che sento il suo respiro e vi giuro che cambia, come quando si entra in meditazione. E oggi, che leggevamo il bellissimo dialogo tra il fantasma e la dolce Virginia, siccome dopo un paio di minuti c'era ancora qualcuno che parlottava, si è girato e ha detto, seccatissimo, ai compagni distratti: "oh piantatela un po'", per poi immediatamente rituffarsi nell'ascolto. Mi è venuto un groppo in gola.
Gli altri scimmioni esagitati, che stanno attenti alle parole di Wilde, mi fanno una piacevole sorpresa. Ma lui proprio BEVE, come una pianta che fosse stata dimenticata al chiuso e senz'acqua. Mi fa venire voglia di materializzarmi ogni sera in camera sua, spuntando sul davanzale come Peter Pan, fargli una breve carezza sui capelli morbidi come seta, e leggergli una storia, per permettergli di deporre l'armatura da stronzo che tiene addosso tutto il santo giorno e di godersi un momento di pace.
lunedì 29 aprile 2013
Tutti in carrozza... e speriamo bene
Qualche motivo per tentare di metterci un po' di fiducia
1. Non è quella chiavica penosa della Mariastronza.
2. Con il curriculum che si ritrova, mi risulta difficile credere che sia scema.
3. Pisa è sempre un sinonimo di serietà.
4. E' bio-robo-coso-ingegnera: non so, forse prima o poi dovrebbero metterci un uomo o una donna di lettere a fare questa cosa, comunque è una che in università ci ha lavorato (non che sia una garanzia: abbiamo visto Profumo cosa è riuscito a dimostrare di sapere del mondo della scuola).
5. Avrà una vaga idea di cosa vuol dire essere una donna in certi ambienti della cultura.
6. E' simpaticamente sovrappeso e lo so che anche questa non è una garanzia di niente, ma dopo tutte le bambole gonfiabili e le santarelline infilzate che ci hanno propinato in questi anni, io ogni volta che vedo una che non è a dieta d'istinto mi sento meglio, propendo a sperare che non sia un'olgettina né un burattino né, come in questo caso temevo prima di vedere la foto, un androide.
Vedremo...
sabato 27 aprile 2013
Ummm...
http://www.dissapore.com/grande-notizia/benvenuti-nellera-del-femminismo-cupcake-e-se-avessimo-sbagliato-tutto/
Ummm... fammici pensare?
Ummm... fammici pensare?
MA
ANCHE
NO!!!!!
domenica 21 aprile 2013
E intanto
Era martedì scorso e io arrivavo a casa di mia madre dopo il lavoro e i 110 km d'ordinanza e ovviamente senza aver pranzato, così quando lei cominciava a dirmi ahvienichetifacciovedere, io esalavo un maveramentedevoancoramangiare e finivamo in cucina, con me che sbocconcellavo di malavoglia della focaccia genovese buonissima e una schiacciata del supermercato di gomma, poi l'arancio, poi gli amaretti col caffè, e poi c'era questa breve sosta in poltrona e a me veniva un sonno, ma un sonno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.
Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.
E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.
Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.
Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.
Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.
Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.
Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.
E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.
Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.
Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.
Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.
Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.
venerdì 19 aprile 2013
Facciamo che era primavera e
...e io arrivavo in classe e trovavo Bambino di Formaggio che piangeva. Ma che dico piangeva: irrigava l'aula. Gli cadevano lacrimoni enormi a gruppi di quattro. La disperazione.
Il Dolce Cowboy lo guardava scuotendo la testa. E io: "Cos'è successo?"
"Che ha fatto lo scemo! Ha rotto un vetro in palestra, e ora gli tocca ripagarlo. E' anche andata bene che non s'è tagliato, è uscita una scheggia di vetro spessa e lunga così."
Non so in quale punto della narrazione stavo già abbracciando il povero Bimbocheese e controllavo che non si fosse graffiato nè spaventato a morte. Poi però effettivamente tutta la ricostruzione dell'accaduto, sua e dei compagni, era coerente e lui ammetteva di aver dato un colpo alla finestra dello spogliatoio, da fuori, mentre Momo Docteur, che si stava cambiando con gli altri, la stava chiudendo da dentro. Quindi, colpa sua è. Grazie al cielo niente pronto soccorso, grazie al cielo niente indagini interminabili, in compenso lui ha pianto per esattamente sessanta minuti. Al termine dei quali eravamo insieme a guardare il bidello Big Jim che isolava la finestra pericolosa e telefonava in comune, e Bimbo di Formaggio tuttora piangeva, terrorizzato all'idea della cifra da pagare e della reazione di suo padre.
E' stato riaccompagnandolo indietro verso la classe e verso il suo triste destino che mi sono accorta che è più alto di me, ormai.
...e c'era un sole così e io dicevo ai sette latinisti di III C che si trattava di uno dei tre giorni l'anno in cui io non soffro ancora di allergia e posso godermi il verde della primavera, per cui ci prendevamo libri e quaderni e latino andavamo a farlo ai giardinetti, anzi, essendo i giardinetti esposti a sudovest e del tutto privi d'ombra a quell'ora, andavamo sulle scale della chiesetta. Che in sette anni ho sempre visto chiusa, ma naturalmente ieri alle tre era l'ora in cui le pie donne andavano a lustrarla. Così loro hanno lustrato e noi abbiamo tradotto. Orsacchiotto, Arcangelo Nero, Vomitino seduti uno addosso all'altro su due gradini, (gambone lunghe e pelose accatastate, piedi sovradimensionati da tutte le parti, telefonini che cadevano a ripetizione dalle tasche delle orrende tute mollicce con cui si vestono) e Spettacolo, Puffetta Bruna, Briciola di Titanio e Bravaragazza disposte ordinatamente nello spazio restante, tutte carine nei loro top colorati, coi capelli profumati e splendenti nella luce del pomeriggio. Io mi ero data la crema solare e mi sentivo avvolta da un alone di vacanza.
...e in seconda da un'intera settimana non si riusciva a ragionare, per cui oggi, consegnata una bordata di dettati, decidevo di non provare nemmeno a interrogare sull'Orlando Furioso e invece facevo un esercizio di scrittura preso di peso da un vecchio, interessante test psicologico che mi fece tanto tanto tempo fa in montagna l'amica Poppea. Poi però per farli concentrare meglio li facevo smettere di scrivere e li lasciavo con gli occhi chiusi a visualizzare gli elementi del test, per poi farmi raccontare cosa avevano immaginato, e spiegare i significati. Non vi racconto il test perchè è come la Lezione di Storia Numero Uno, cioè una delle mie armi segrete da non cedere ad altri insegnanti. Ma vi racconto che questo tipo di cose le faccio solo ed esclusivamente con classi che amo alla follia. E che stamattina ho ottenuto dei sorrisi pieni di gioia da Atreiu, che prima ancora di capire dove parasse il test aveva goduto appieno dell'esercizio di visualizzazione e non era rimasto indietro come al solito ma era attentissimo, e ho ottenuto immagini stupende dai soliti bei cervellini e anche da gente solitamente più timida e silenziosa.
...e la settimana con gli elfi venuti dal freddo terminava, dopo inenarrabili fatiche con il caldo, le insegnanti finlandesi interessate solo ai centri commerciali, i ragazzini scarsamente parlanti inglese e qualche problema relazionale nelle famiglie ospitanti. E finiva tutto sommato in gloria perchè, alla seconda volta che vengono da noi i Finlandesi, siamo decisamente più preparati e stavolta il team che se ne occupava era un po' diverso, la Barbie di Inglese aveva accettato di essere coinvolta e stava dando il meglio di sè (e la Barbie di Inglese è ipocondriaca e piena di paturnie ma veramente, veramente, veramente iperbrava nel suo mestiere): così ieri sera il Gigante guardava tutto contento le famiglie dei ragazzi italiani ospitanti, i nostri alunni, i ragazzini dall'aspetto elfico, i colleghi e la preside, più qualche exalunno riemerso dal passato, che allegramente gozzovigliavano con le circa venti torte diverse portate dalle famiglie, e la preside aiutava a fare la raccolta differenziata della plastica e dell'umido dopo cena, e la Castagna girava in tacchi e vestitino suscitando sguardi sospettosi ("ma vestita così le può dare le note di comportamento?") dai propri alunni che la vedono sempre e solo in jeans e maglia, e la torta finlandese di mirtilli era buonissima, i bambini si capivano benissimo a gesti e per un attimo, uscendo di sera nel parcheggio e intravedendo le sagome degli ultimi partecipanti alla festa che si rincorrevano vicino alla scuola, sembrava che tutto fosse veramente splendido, persino in quel nido di vipere in cui lavoro. Ma poi, soprattutto, oggi, all'ora della partenza degli ospiti per tornare ai venti centrimetri di neve della Finlandia del Sud, come a un segnale convenuto, tutti insieme, le nostre ragazzine, le loro, e persino qualcuno dei ragazzi, sono scoppiati in lacrime: e tutti gli adulti si sono fermati a guardare questa commovente scena d'addio e hanno pensato e detto la stessa cosa: "Beh ma allora è venuto proprio bene 'sto gemellaggio!"
Il Dolce Cowboy lo guardava scuotendo la testa. E io: "Cos'è successo?"
"Che ha fatto lo scemo! Ha rotto un vetro in palestra, e ora gli tocca ripagarlo. E' anche andata bene che non s'è tagliato, è uscita una scheggia di vetro spessa e lunga così."
Non so in quale punto della narrazione stavo già abbracciando il povero Bimbocheese e controllavo che non si fosse graffiato nè spaventato a morte. Poi però effettivamente tutta la ricostruzione dell'accaduto, sua e dei compagni, era coerente e lui ammetteva di aver dato un colpo alla finestra dello spogliatoio, da fuori, mentre Momo Docteur, che si stava cambiando con gli altri, la stava chiudendo da dentro. Quindi, colpa sua è. Grazie al cielo niente pronto soccorso, grazie al cielo niente indagini interminabili, in compenso lui ha pianto per esattamente sessanta minuti. Al termine dei quali eravamo insieme a guardare il bidello Big Jim che isolava la finestra pericolosa e telefonava in comune, e Bimbo di Formaggio tuttora piangeva, terrorizzato all'idea della cifra da pagare e della reazione di suo padre.
E' stato riaccompagnandolo indietro verso la classe e verso il suo triste destino che mi sono accorta che è più alto di me, ormai.
...e c'era un sole così e io dicevo ai sette latinisti di III C che si trattava di uno dei tre giorni l'anno in cui io non soffro ancora di allergia e posso godermi il verde della primavera, per cui ci prendevamo libri e quaderni e latino andavamo a farlo ai giardinetti, anzi, essendo i giardinetti esposti a sudovest e del tutto privi d'ombra a quell'ora, andavamo sulle scale della chiesetta. Che in sette anni ho sempre visto chiusa, ma naturalmente ieri alle tre era l'ora in cui le pie donne andavano a lustrarla. Così loro hanno lustrato e noi abbiamo tradotto. Orsacchiotto, Arcangelo Nero, Vomitino seduti uno addosso all'altro su due gradini, (gambone lunghe e pelose accatastate, piedi sovradimensionati da tutte le parti, telefonini che cadevano a ripetizione dalle tasche delle orrende tute mollicce con cui si vestono) e Spettacolo, Puffetta Bruna, Briciola di Titanio e Bravaragazza disposte ordinatamente nello spazio restante, tutte carine nei loro top colorati, coi capelli profumati e splendenti nella luce del pomeriggio. Io mi ero data la crema solare e mi sentivo avvolta da un alone di vacanza.
...e in seconda da un'intera settimana non si riusciva a ragionare, per cui oggi, consegnata una bordata di dettati, decidevo di non provare nemmeno a interrogare sull'Orlando Furioso e invece facevo un esercizio di scrittura preso di peso da un vecchio, interessante test psicologico che mi fece tanto tanto tempo fa in montagna l'amica Poppea. Poi però per farli concentrare meglio li facevo smettere di scrivere e li lasciavo con gli occhi chiusi a visualizzare gli elementi del test, per poi farmi raccontare cosa avevano immaginato, e spiegare i significati. Non vi racconto il test perchè è come la Lezione di Storia Numero Uno, cioè una delle mie armi segrete da non cedere ad altri insegnanti. Ma vi racconto che questo tipo di cose le faccio solo ed esclusivamente con classi che amo alla follia. E che stamattina ho ottenuto dei sorrisi pieni di gioia da Atreiu, che prima ancora di capire dove parasse il test aveva goduto appieno dell'esercizio di visualizzazione e non era rimasto indietro come al solito ma era attentissimo, e ho ottenuto immagini stupende dai soliti bei cervellini e anche da gente solitamente più timida e silenziosa.
...e la settimana con gli elfi venuti dal freddo terminava, dopo inenarrabili fatiche con il caldo, le insegnanti finlandesi interessate solo ai centri commerciali, i ragazzini scarsamente parlanti inglese e qualche problema relazionale nelle famiglie ospitanti. E finiva tutto sommato in gloria perchè, alla seconda volta che vengono da noi i Finlandesi, siamo decisamente più preparati e stavolta il team che se ne occupava era un po' diverso, la Barbie di Inglese aveva accettato di essere coinvolta e stava dando il meglio di sè (e la Barbie di Inglese è ipocondriaca e piena di paturnie ma veramente, veramente, veramente iperbrava nel suo mestiere): così ieri sera il Gigante guardava tutto contento le famiglie dei ragazzi italiani ospitanti, i nostri alunni, i ragazzini dall'aspetto elfico, i colleghi e la preside, più qualche exalunno riemerso dal passato, che allegramente gozzovigliavano con le circa venti torte diverse portate dalle famiglie, e la preside aiutava a fare la raccolta differenziata della plastica e dell'umido dopo cena, e la Castagna girava in tacchi e vestitino suscitando sguardi sospettosi ("ma vestita così le può dare le note di comportamento?") dai propri alunni che la vedono sempre e solo in jeans e maglia, e la torta finlandese di mirtilli era buonissima, i bambini si capivano benissimo a gesti e per un attimo, uscendo di sera nel parcheggio e intravedendo le sagome degli ultimi partecipanti alla festa che si rincorrevano vicino alla scuola, sembrava che tutto fosse veramente splendido, persino in quel nido di vipere in cui lavoro. Ma poi, soprattutto, oggi, all'ora della partenza degli ospiti per tornare ai venti centrimetri di neve della Finlandia del Sud, come a un segnale convenuto, tutti insieme, le nostre ragazzine, le loro, e persino qualcuno dei ragazzi, sono scoppiati in lacrime: e tutti gli adulti si sono fermati a guardare questa commovente scena d'addio e hanno pensato e detto la stessa cosa: "Beh ma allora è venuto proprio bene 'sto gemellaggio!"
Etichette:
il mio è il mestiere più bello del mondo,
li adoro
venerdì 12 aprile 2013
Cambiamenti
Eccoci qua.
Dall'ultima volta che ci siamo sentiti, annoveriamo qualche novità. Niente di che. Diciamo che questa settimana passerà solo alla storia di questa famiglia come una delle più significative, in fatto di cambiamenti.
Per esempio, mio padre da ieri abita in un istituto. Mia madre abita da sola. Mia zia insiste per andare nello stesso istituto pure lei. Io ho avuto un gran bel tracollo psicofisico, pur essendo d'accordissimo con questi cambiamenti, ma ora che è finita la fase tremenda dell'accudimento a casa... diciamo, per tagliarla corta, che sono impegnatissima a non svenire e a non piangere nei luoghi meno opportuni. Pazienza, passerà. Ci sta, che una abbia un momento di down dopo tutta 'sta tensione. L'importante è aver adottato la soluzione giusta. Speriamo, dai, che vada tutto nel migliore dei modi.
Mio cugino forse trova un accordo con suo padre e va a lavorare e a vivere da solo. E anche questa non è poca cosa, no?
E se non vi sembra abbastanza... noi, invece, di vivere da soli eravamo stufi. Da un sacco di tempo, come alcuni di voi ben sanno. E siccome la vita è proprio pazzesca, proprio adesso, proprio in questi giornate campali, beh, ne capita un'altra e cioè, bravi, avete indovinato, capita che si allarga la famiglia. Tranquilli eh, il ciclo ce l'ho regolarmente. Sapete che noi siamo gente complicata. Questa retorica dell'utero, questo culto dell'ecografia, a quasi quarant'anni... no dai, è inutile che faccia la sostenuta, l'idea di figli nostri non è che ci lasci ormai indifferenti, anzi. Ma insomma, è passato veramente tanto tempo da quando abbiamo cominciato a sostenere che famiglia non vuole per forza dire genetica. Per dire la verità eravamo sposati da nemmeno sei mesi e parlavamo di figli naturali, affidatari e adottivi con grande disponibilità, e, se volete proprio saperlo, avessimo colto la prima mela che ci era stata offerta, adesso avremmo un figlio affidatario già maggiorenne. Ma si vede che la vita doveva fare tutti i suoi giri, prima, e ne ha fatti, oh se ne ha fatti, prima di arrivare a questa settimana.
Comunque. Poi vi dirò bene, anche perché è tutto all'inizio, ma all'inizio inizio, proprio tanto all'inizio, e queste cose sono di un incasinato... ma insomma, sembra che finalmente un'occasione di provare a essere genitori toccherà anche a noi. Suspense... non sono autorizzata a dire nient'altro.
Mi pare che ve la dovevo, qualche notizia bella, dopo tutti 'sti mesi in cui avete retto le mie sfighe.
Dall'ultima volta che ci siamo sentiti, annoveriamo qualche novità. Niente di che. Diciamo che questa settimana passerà solo alla storia di questa famiglia come una delle più significative, in fatto di cambiamenti.
Per esempio, mio padre da ieri abita in un istituto. Mia madre abita da sola. Mia zia insiste per andare nello stesso istituto pure lei. Io ho avuto un gran bel tracollo psicofisico, pur essendo d'accordissimo con questi cambiamenti, ma ora che è finita la fase tremenda dell'accudimento a casa... diciamo, per tagliarla corta, che sono impegnatissima a non svenire e a non piangere nei luoghi meno opportuni. Pazienza, passerà. Ci sta, che una abbia un momento di down dopo tutta 'sta tensione. L'importante è aver adottato la soluzione giusta. Speriamo, dai, che vada tutto nel migliore dei modi.
Mio cugino forse trova un accordo con suo padre e va a lavorare e a vivere da solo. E anche questa non è poca cosa, no?
E se non vi sembra abbastanza... noi, invece, di vivere da soli eravamo stufi. Da un sacco di tempo, come alcuni di voi ben sanno. E siccome la vita è proprio pazzesca, proprio adesso, proprio in questi giornate campali, beh, ne capita un'altra e cioè, bravi, avete indovinato, capita che si allarga la famiglia. Tranquilli eh, il ciclo ce l'ho regolarmente. Sapete che noi siamo gente complicata. Questa retorica dell'utero, questo culto dell'ecografia, a quasi quarant'anni... no dai, è inutile che faccia la sostenuta, l'idea di figli nostri non è che ci lasci ormai indifferenti, anzi. Ma insomma, è passato veramente tanto tempo da quando abbiamo cominciato a sostenere che famiglia non vuole per forza dire genetica. Per dire la verità eravamo sposati da nemmeno sei mesi e parlavamo di figli naturali, affidatari e adottivi con grande disponibilità, e, se volete proprio saperlo, avessimo colto la prima mela che ci era stata offerta, adesso avremmo un figlio affidatario già maggiorenne. Ma si vede che la vita doveva fare tutti i suoi giri, prima, e ne ha fatti, oh se ne ha fatti, prima di arrivare a questa settimana.
Comunque. Poi vi dirò bene, anche perché è tutto all'inizio, ma all'inizio inizio, proprio tanto all'inizio, e queste cose sono di un incasinato... ma insomma, sembra che finalmente un'occasione di provare a essere genitori toccherà anche a noi. Suspense... non sono autorizzata a dire nient'altro.
Mi pare che ve la dovevo, qualche notizia bella, dopo tutti 'sti mesi in cui avete retto le mie sfighe.
giovedì 4 aprile 2013
L'altra faccia del mobbing
Dal Dizionario Italiano Sabatini Coletti (con un pensiero di stima allo splendido Coletti che teneva lezioni entusiasmanti sul lessico poetico di Montale e che ha portato fisicamente agli studenti Travaglio quando ancora non era "Travaglio", e la Guzzanti quando Berlusconi era da poco diventato "Berlusconi")
MOBBING Molestie, mortificazioni inflitte a un lavoratore per emarginarlo, per ostacolarne la carriera, il successo, per screditarlo; le patologie che ne derivano nelle vittime
Il mobbing, è noto, si fa a un lavoratore capace che ti sta in culo, piuttosto che a un incapace, che sicuramente si mette da solo nella condizione di attirarsi problemi e anche provvedimenti. Quindi, per definizione, il mobbing, se devi farlo a qualcuno, richiede che tu sia intelligente, sottile, attento.
Possibilmente, dovresti essere più intelligente del lavoratore cui fai mobbing. O almeno tanto quanto.
Altrimenti finisce che fai qualcosa di stupido.
E allora si verificano cose come quella di stamattina.
Per cui una solitamente sorridente e accomodante Castagna, che di recente, consapevole di avere per certe cose la coda di paglia sul lavoro, e per altre gli occhi di certi colleghi addosso, andava a lavorare con la gastrite e il senso di svenimento, stamattina invece è scesa dal letto e, senza il minimo accenno di disturbo psicosomatico, ma anzi con una bella espressione combattiva da guerriera irlandese e gli occhi pieni di vita, si è fiondata nel tuo ufficio e si è tolta diverse soddisfazioni.
Tipo ricordarti con abili e inequivocabili giri di parole i concetti di:
scelta didattica,
professionalità,
libertà di organizzare l'insegnamento in base a parametri personali all'interno del programma,
esperienza sul campo,
diritti dei lavoratori,
leggi che tutelano le persone che, pur mantenendo il posto di lavoro, hanno situazioni familiari da risolvere.
Poi (e questa era la parte che pregustavo fin da ieri pomeriggio) è andata a cercare la tua complice e compagna di intrighi Bestia Nera e le ha detto in faccia diverse cosine, usando espressioni ancora meno equivocabili però, e sentendo, oh con quanto piacere, tutti quei fastidiosi sassolini acuminati che scivolavano finalmente fuori dalla scarpa.
Perché, cara C., cara BN, quello riportato sopra è solo il SECONDO significato della parola mobbing.
Il primo è
in etologia, l'insieme dei comportamenti di minaccia esibiti dagli uccelli di fronte all'attacco di un predatore
E siccome la BN scema non lo è, brutta dentro sì ma scema, glielo riconosco, no, tra me e lei la partita si gioca esattamente dal primo settembre 2006, quando io sono entrata nella scuola, tra l'altro, preceduta da un'ottima pubblicità che a mia insaputa mi aveva fatto una collega con cui avevo lavorato prima, e la BN in pochi secondi ha capito di trovarsi di fronte a un predatore. Io, che tendo a entrare in ambienti nuovi con il massimo della disponibilità, e che comunque ero più giovane, invece ci ho messo un po' di più a capire di avere di fronte un'arrogante ducetta fondamentalista. Mi ci sono voluti, direi, tre o quattro giorni. Da allora lei fa versi, agita le ali, zampetta mimando colpi di becco, e io regolarmente in sua presenza tiro fuori tre generazioni di batusaggine genovese, non mi scosto di un millimetro, e lascio partire la piega della bocca e il sopracciglio sinistro, che vadano dove la natura li porta.
Comunque, quando si lavora con certi stronzi, e si aspetta per anni il momento giusto per reagire, si arriva addirittura a ringraziarlo, il mobbing, per le soddisfazioni che ci si possono togliere a un certo punto.
MOBBING Molestie, mortificazioni inflitte a un lavoratore per emarginarlo, per ostacolarne la carriera, il successo, per screditarlo; le patologie che ne derivano nelle vittime
Il mobbing, è noto, si fa a un lavoratore capace che ti sta in culo, piuttosto che a un incapace, che sicuramente si mette da solo nella condizione di attirarsi problemi e anche provvedimenti. Quindi, per definizione, il mobbing, se devi farlo a qualcuno, richiede che tu sia intelligente, sottile, attento.
Possibilmente, dovresti essere più intelligente del lavoratore cui fai mobbing. O almeno tanto quanto.
Altrimenti finisce che fai qualcosa di stupido.
E allora si verificano cose come quella di stamattina.
Per cui una solitamente sorridente e accomodante Castagna, che di recente, consapevole di avere per certe cose la coda di paglia sul lavoro, e per altre gli occhi di certi colleghi addosso, andava a lavorare con la gastrite e il senso di svenimento, stamattina invece è scesa dal letto e, senza il minimo accenno di disturbo psicosomatico, ma anzi con una bella espressione combattiva da guerriera irlandese e gli occhi pieni di vita, si è fiondata nel tuo ufficio e si è tolta diverse soddisfazioni.
Tipo ricordarti con abili e inequivocabili giri di parole i concetti di:
scelta didattica,
professionalità,
libertà di organizzare l'insegnamento in base a parametri personali all'interno del programma,
esperienza sul campo,
diritti dei lavoratori,
leggi che tutelano le persone che, pur mantenendo il posto di lavoro, hanno situazioni familiari da risolvere.
Poi (e questa era la parte che pregustavo fin da ieri pomeriggio) è andata a cercare la tua complice e compagna di intrighi Bestia Nera e le ha detto in faccia diverse cosine, usando espressioni ancora meno equivocabili però, e sentendo, oh con quanto piacere, tutti quei fastidiosi sassolini acuminati che scivolavano finalmente fuori dalla scarpa.
Perché, cara C., cara BN, quello riportato sopra è solo il SECONDO significato della parola mobbing.
Il primo è
in etologia, l'insieme dei comportamenti di minaccia esibiti dagli uccelli di fronte all'attacco di un predatore
E siccome la BN scema non lo è, brutta dentro sì ma scema, glielo riconosco, no, tra me e lei la partita si gioca esattamente dal primo settembre 2006, quando io sono entrata nella scuola, tra l'altro, preceduta da un'ottima pubblicità che a mia insaputa mi aveva fatto una collega con cui avevo lavorato prima, e la BN in pochi secondi ha capito di trovarsi di fronte a un predatore. Io, che tendo a entrare in ambienti nuovi con il massimo della disponibilità, e che comunque ero più giovane, invece ci ho messo un po' di più a capire di avere di fronte un'arrogante ducetta fondamentalista. Mi ci sono voluti, direi, tre o quattro giorni. Da allora lei fa versi, agita le ali, zampetta mimando colpi di becco, e io regolarmente in sua presenza tiro fuori tre generazioni di batusaggine genovese, non mi scosto di un millimetro, e lascio partire la piega della bocca e il sopracciglio sinistro, che vadano dove la natura li porta.
Comunque, quando si lavora con certi stronzi, e si aspetta per anni il momento giusto per reagire, si arriva addirittura a ringraziarlo, il mobbing, per le soddisfazioni che ci si possono togliere a un certo punto.
Iscriviti a:
Post (Atom)




