Questa riflessione andrebbe forse su Spazio abbastanza, ma preferisco metterla qui dove posso ascoltare più pareri.
La riflessione si sviluppa sulla base di alcune recenti conversazioni.
1. La nave all’ancora e il mare aperto.
Telefonata della Tipa dalla Sardegna, porto di Cagliari, qualche giorno fa. Tipa affranta, perché la sua vacanza in crociera con la famiglia, per la prima metà, non è andata molto bene. Tutti troppo stressati (e la capiamo: più andiamo avanti con gli anni, più ci rendiamo conto che per andare veramente in vacanza bisogna prima staccare dalla vita che si fa a casa, e bisogna calcolare tre giorni solo per quello). Ma in particolare la descrizione dei bambini (11 e 8 anni) mi colpisce: Nipotina ha l’incubo di perdere la nave ogni volta che scendono, e domanda compulsivamente che ore siano, per tutto il tempo passato a terra. Coccodrillo critica tutto perché farebbe diverso qui, non gli piace là, etc.
Aggiungici che non è che una coppia di quarantenni stanchi del lavoro, in vacanza per una settimana in cabina in quattro, propriamente si rigeneri. Per fortuna la seconda parte del viaggio, sapientemente organizzata scegliendo con cura tra le diverse proposte di escursione, va meglio. I posti sono belli, si parlano altre lingue, insomma, ci si allontana finalmente dal molo e si prende il largo nella vacanza. Chissà se fossero andati fino all’oceano.
I bambini, però: stressati non dall’assenza di compagnucci con cui giocare, non dal caldo o dall’inevitabile noia da museo, come sarebbe ragionevole aspettarsi da due bimbi, bensì dagli orari e dalla gestione delle giornate. Due piccoli adulti in pausa pranzo dall‘ufficio, insomma. Che invece, a vederli, lei è una principessina elfica uscita da una campanula, che spalanca due estasiati occhi verdi davanti a tutto, lui un adorabile minion, di buon carattere tra l’altro, più lui della sorellina. Due bambini bambini, che non si atteggiano. Che non bullizzano. Che non civettano. Due bambini genuini, di quelli che guardano in tv quel che la mamma e papà approvano, che leggono bei libri insieme la sera prima di dormire, che fanno sport sani. Però questa vacanza, all'inizio, l’hanno presa così. Il che mi ha fatto pensare.
2. Sei così mia amica che ti spacco il mazzo prima ancora di andare a lavorare.
Mattina di preparativi per l’ufficio nella Valle Molto a Ovest dove vive Cavallino, e di preparativi per la scuola qui da me. Scambio di messaggi, scritti facendo equilibrismi mentre ci si lavano i denti, si infila la biancheria pulita, si beve un caffè in piedi davanti allo specchio del bagno aspettando che la piastra per i capelli si scaldi.
Tema: donne/mogli/madri, sottotitolo: gestione della Princi in mezzo alla bufera coniugale, vista da me e dall’altra mezza mela (che non è l’Uomo, per quanto sappiate chi e cosa è lui per me, ma è indiscutibilmente la mia compagna di banco: la definizione è sua).
Scambio di serie considerazioni, un paio di volte anche di atrocità reciproche, prese bene da entrambe perché entrambe ricordiamo cosa voleva dire avere 14 anni e una madre in crisi e tra l'altro, all'epoca eravamo già testimoni l'una della vita dell'altra.
Frase mia: voglio insegnare a mia figlia a lottare per quel che vuole, a essere fedele a se stessa e ad avere una dignità.
Frase sua: e allora devi essere quella donna.
Ciumbia.
Che poi la gente pensa che noi, al mattino, in bagno ci aggiustiamo le sopracciglia, facciamo la cacca, o al limite carichiamo la lavatrice.
3. Sei l’orgoglio della mia vita, la cosa più bella di tutte e l’unica persona da cui voglio essere sempre e solo superata in ogni cosa che faccio.
Ieri la Princi, in macchina, parlando di non saprei cosa, e con tono lapidario:
“Io voglio, un giorno, fare un viaggio da sola! In un posto caldo!”
Deglutisco. Dovete capire che la Princi è in un momento in cui, se attraversa una piazza, cattura gli occhi di tutti i maschi presenti, di età dai tre ai trecento anni. Vestita o in costume. Credo di aver capito che i fratelli piccoli dei suoi amici, quelli in piena pubertà, pur di essere portati in piscina quando c’è anche lei, sono disposti a essere schiavizzati dai più grandi per 365 giorni (Me li figuro proprio: "Ahmed/Luca/Dennis ti prego, ti prego, sto zitto non parlo te lo prometto, ti giuro che rifaccio il letto di tutti e due, porto la spazzatura tutte le volte che tocca a te, ti lucido le sospensioni del motorino con la mia maglietta preferita, ti faccio anche vincere alla playstation, te lo giuro, ma posso venire con voi per favore?"). Quando mi accompagnava a scuola di pomeriggio questa primavera, persino Sgamo e Svampo rimanevano in soggezione, di fronte alla sua femminilità dispiegata al massimo della potenza.
Alcune a caso tra le immagini che mi sono venute in mente all’idea di lei che viaggia per il mondo da sola: stupratori nordafricani, signori della guerra sudamericani, rapitori dell‘Est, negozianti dalla mano morta e vecchi bavosi di ogni Stato del pianeta compresi quelli non riconosciuti dall’ONU, assassini, ladri, truffatori, trafficanti di carne umana, turisti in cerca di sesso facile con una scorta di Rohypnol nel borsello. Oltre alle rivolte in Paesi politicamente instabili, ai disastri ambientali, alle malattie tropicali, a rischi anche minori come perdere un aereo o il bagaglio o trovarsi con una prenotazione sbagliata, che però, a immaginarmi lontano da casa senza nessuno dei miei con cui consultarmi, a me un po’ di paura la farebbero.
Tutto questo è durato lo stesso minuscolo numero di centesimi di secondo in cui, contemporaneamente, ero inondata dalla fierezza e mi sentivo assolutamente orgogliosa di lei e della sua voglia di fare.Mai e poi mai le confesserei che mi è scesa una goccia di sudore gelato lungo la schiena.
Ho aperto la bocca e, mentre nel mio foro interiore una voce da mamma sensata diceva: “Amore, l’altro giorno hai sbagliato DI NUOVO autobus per andare in centro” (il centro di Asti, non di Città del Messico), all’esterno di me una mamma altrettanto sensata ha detto: “E’ bello che tu lo pensi e spero che tu ci riesca… certo ci sono dei rischi per una donna nel viaggiare da sola, ma ormai se giri su Internet ci sono le guide ai Paesi più sicuri, ci sono tutte le dritte per non mettersi in pericolo e non farsi fregare… e mi piace proprio come idea, tu sei più coraggiosa di me, io non l’ho mai fatto, anzi, pensandoci, il primo viaggio lungo da sola che farò, se mi riesce, sarà quest’estate.” (E in Nord Europa, non in Belize, eh.) Poi ci penso e aggiungo che mi rende ESTREMAMENTE felice il pensiero che lei farà più cose di quante me ne sia mai sognate io. Lei sa quando la colonnina del mio termometro dell'orgoglio materno arriva così in alto che rischia di scoppiare, ma dirglielo è anche meglio che godersi la sua espressione quando lo capisce.
Da cui la riflessione, che si potrebbe così articolare: che razza di esempio stiamo dando, o vogliamo dare, ai nostri ragazzi? Quello di adulti in gamba, padroni delle loro vite, o almeno capaci di usare le loro risorse per affrontare l'ignoto? O di gente stressata marcia, che si lamenta e ha paura di tutto persino in vacanza? (E io, che spero la Tipa non me ne voglia se ho qui usato i suoi dubbi sulla riuscita della crociera come esempio, indipendentemente da quel che dico alla Princi per sostenere i suoi desideri di autonomia, sono senz’altro appartenente alla seconda categoria. O lo ero finchè non dovevo pensare a far stare bene lei.)
(Momento: non è che se domani la Princi mi dice parto per l’Indonesia ce la lascio andare, eh. Incoraggiarli non vuol dire mandarli allo sbaraglio; e essere genitori, quindi adulti spesso stanchi e in difficoltà, alle prese con la gestione delle vacanze o dei viaggi o delle banali ma pesanti incombenze quotidiane, come anche di problemi più gravi, non vuol dire essere sempre perfetti; solo perché ci sono dei minorenni che ti guardano, non diventi migliore di te stesso neanche volendo, al massimo potenzi le tue capacità preesistenti. Però bisogna pensare all‘immagine della vita adulta che diamo: quello sì. Che, detto da me dopo i casini degli ultimi tredici mesi, è sufficiente per tirarmi addosso manate di sterco di cavallo, verdura marcia e sputi, in effetti, e ne sono consapevole, ma tant'è.)
Proposte/risposte/commenti? Da genitori, da educatori, da osservatori?
Tra l'altro, per una di quelle strane blogtelepatie, Tuttotace mentre io pensavo a questo post aveva scritto questo. Che fa riflettere, a sua volta.
Visualizzazione post con etichetta le mie amiche sono la cosa più bella che ho. Mostra tutti i post
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martedì 23 giugno 2015
mercoledì 19 febbraio 2014
Renoir, pronunciato R'nuàr
Metti una domenica che per qualche ora si scorda di piovere. Che fai tu, dopo settimane di fango, scarpe bagnate, capelli gonfi, cieli nuvolosi? La risposta è ovvia. Ti infili in un museo.
Ma poi il gelato lo mangi sulle panchine in Piazza San Carlo.
E intanto si forma una bolla di serenità primordiale, che tutte quante (stanche di problemi in famiglia, di grane lavorative, di questioni economiche, di scorni con le istituzioni... una però più che altro stressata dai compiti in classe di geometria) ci eravamo meritate davvero.
Così, benedette da quest'aura di pace, la Tipa scavalca con passo marziale la lunghissima coda fuori della GAM, brandendo i biglietti da lei ingegneristicamente stampati in precedenza. Sfoggia un sorriso incredibilmente rilassato che non le vedevo da tempo.
Nipotina afferra l'audioguida, si cala le cuffie sulle orecchie, e proprio mentre io penso "che peccato però, i bambini distratti dai giochini sul touch screen quando c'è tutta questa bellezza da assorbire, ai miei tempi etc etc", mi fornisce con puntualità delle informazioni sul quadro che sto guardando. E pronuncia "R'nuàr", non Renuàr, con una finezza fonetica da lasciarmi in mutande. Ah no ecco, infatti, sì, ai miei tempi, dicevo, ma quando una bambina è intelligente è intelligente, anche con l'audioguida coi giochini in mano.
Cavallino si concede una giornata di lettura in treno, vetrine in centro, arte e chiacchiere con le amiche. La vedo poco, perchè chiacchiera soprattutto con la Tipa mentre io mi sparo i portici per mano con Nipotina che deve raccontarmi molte cose.
Io, Castagna, che di pittura capisco solo il Beato Angelico e gli Impressionisti, divento scema davanti ad alcuni quadri strepitosi di cui peraltro non conoscevo l'esistenza. E mi godo la manina fredda della Nipotina stretta nella mia mentre camminiamo, e le risate e le facce serene delle amiche.
Frattanto, Occhipervinca è sulle piste di rally su ghiaccio con l'Orsetto di Montagna, il Ferrarista è al museo dell'Automobile con Coccodrillo, e l'Uomo allo stadio a praticare il culto domenicale.
La vita sempre così dovrebbe essere.
Poi viene un acquazzone della malora, ma ormai la nostra bolla di quiete ce la siamo presa, siamo contente dei quadri, del sole, del gelato, della fila davanti ai bagni del museo, dei semafori, delle panchine, del fatto che con Nipotina prossima ai dieci anni possiamo inaugurare la fase "noi ragazze andiamo a...". Mancava la mia, di ragazza, quella scura e refrattaria alle novità, che sono sicura avrebbe voltato gli occhi al soffitto all'idea di passare la domenica a una mostra di pittura, però poi si sarebbe incantata davanti agli stessi quadri che piacevano a me.
Ma poi il gelato lo mangi sulle panchine in Piazza San Carlo.
E intanto si forma una bolla di serenità primordiale, che tutte quante (stanche di problemi in famiglia, di grane lavorative, di questioni economiche, di scorni con le istituzioni... una però più che altro stressata dai compiti in classe di geometria) ci eravamo meritate davvero.
Così, benedette da quest'aura di pace, la Tipa scavalca con passo marziale la lunghissima coda fuori della GAM, brandendo i biglietti da lei ingegneristicamente stampati in precedenza. Sfoggia un sorriso incredibilmente rilassato che non le vedevo da tempo.
Nipotina afferra l'audioguida, si cala le cuffie sulle orecchie, e proprio mentre io penso "che peccato però, i bambini distratti dai giochini sul touch screen quando c'è tutta questa bellezza da assorbire, ai miei tempi etc etc", mi fornisce con puntualità delle informazioni sul quadro che sto guardando. E pronuncia "R'nuàr", non Renuàr, con una finezza fonetica da lasciarmi in mutande. Ah no ecco, infatti, sì, ai miei tempi, dicevo, ma quando una bambina è intelligente è intelligente, anche con l'audioguida coi giochini in mano.
Cavallino si concede una giornata di lettura in treno, vetrine in centro, arte e chiacchiere con le amiche. La vedo poco, perchè chiacchiera soprattutto con la Tipa mentre io mi sparo i portici per mano con Nipotina che deve raccontarmi molte cose.
Io, Castagna, che di pittura capisco solo il Beato Angelico e gli Impressionisti, divento scema davanti ad alcuni quadri strepitosi di cui peraltro non conoscevo l'esistenza. E mi godo la manina fredda della Nipotina stretta nella mia mentre camminiamo, e le risate e le facce serene delle amiche.
Frattanto, Occhipervinca è sulle piste di rally su ghiaccio con l'Orsetto di Montagna, il Ferrarista è al museo dell'Automobile con Coccodrillo, e l'Uomo allo stadio a praticare il culto domenicale.
La vita sempre così dovrebbe essere.
Poi viene un acquazzone della malora, ma ormai la nostra bolla di quiete ce la siamo presa, siamo contente dei quadri, del sole, del gelato, della fila davanti ai bagni del museo, dei semafori, delle panchine, del fatto che con Nipotina prossima ai dieci anni possiamo inaugurare la fase "noi ragazze andiamo a...". Mancava la mia, di ragazza, quella scura e refrattaria alle novità, che sono sicura avrebbe voltato gli occhi al soffitto all'idea di passare la domenica a una mostra di pittura, però poi si sarebbe incantata davanti agli stessi quadri che piacevano a me.
venerdì 10 maggio 2013
Ora posso dirvelo
Doveva succedere, no? che prima o poi, tra tanti alunni strappacuore che ci saremmo volentieri portati a casa, tra tante situazioni personali da cui ci siamo sentiti coinvolti, tra tante storie umane di cui siamo stati testimoni o anche parte attiva, ad un certo punto la quarta parete si sfondasse e nelle nostre vite, come un giovane alieno atterrato all‘improvviso in giardino, piombasse un adolescente. Un maschio, e no, non è come pensate, non sono stata io, anche se mi tacciano sempre tutti di manifestare delle preferenze plateali per i miei giovani rinoceronti problematici, piuttosto che per le mie ragazzine. Ha fatto tutto l’Uomo.
A. fino a poco fa era suo alunno. Ha quindici anni appena fatti e un bel po’ di storia alle spalle.
Il nostro ruolo, tecnicamente definito di affidatari diurni, dovrebbe essere di fargli da famiglia d’appoggio nel periodo necessario al tribunale per analizzare la sua situazione e decidere, sentiti i servizi sociali e lo stesso A., se reinserirlo nella sua famiglia.
Ci sono così tante cose che potrei dire, di lui, di come si comporta l’Uomo, di come mi sento io, che sto scrivendo e cancellando frasi da oltre un’ora e mezza, senza riuscire a esprimere niente.
Però una cosa penso sia il caso di dirla subito.
Voglio che tutti quelli che passano di qui abitualmente o per caso sappiano quello che le mie Amiche con la A maiuscola mi stanno dando in questi giorni, con la loro voce calorosa al telefono, la loro fiducia, il loro ottimismo.
Voglio che tutti vedano il gigantesco GRAZIE che devo dire loro. Perché da quando questa cosa è cominciata, e in particolare negli ultimi giorni, sto realizzando che anche questa tappa della mia vita (come l’adolescenza, la giovinezza, gli studi, la ricerca del lavoro, le storie d’amore, il matrimonio, le molte gioie e i molti dolori che ho vissuto fin qui) io la attraverserò sapendo di non essere sola.
Avrò la mia zattera per resistere a qualsiasi tempesta, costruita con le loro voci, i loro sorrisi, le telefonate nel cuore della notte, le lacrime, le lettere, gli sms, le camminate, le chiacchierate in macchina, le discussioni, le battute, i modi di dire, le centinaia di tazze di tisana, tutti i gradini, i muretti, i prati, i tronchi e gli scogli su cui ci siamo sedute a parlare fitto fitto. Avrò le mie persone vicine anche durante quest‘avventura, comunque vada.
Ho sempre saputo di avere un grandissimo culo in fatto di amicizie, ma ci sono volte che proprio resto sbalordita da tutta la grazia che ho ricevuto. Questa è una di quelle volte ed è giusto che mettiamo, in Via dell’Affidamento, una bella targa a imperitura memoria di ciò.
Un brindisi a voi, donne magnifiche. Vi voglio bene.
A. fino a poco fa era suo alunno. Ha quindici anni appena fatti e un bel po’ di storia alle spalle.
Il nostro ruolo, tecnicamente definito di affidatari diurni, dovrebbe essere di fargli da famiglia d’appoggio nel periodo necessario al tribunale per analizzare la sua situazione e decidere, sentiti i servizi sociali e lo stesso A., se reinserirlo nella sua famiglia.
Ci sono così tante cose che potrei dire, di lui, di come si comporta l’Uomo, di come mi sento io, che sto scrivendo e cancellando frasi da oltre un’ora e mezza, senza riuscire a esprimere niente.
Però una cosa penso sia il caso di dirla subito.
Voglio che tutti quelli che passano di qui abitualmente o per caso sappiano quello che le mie Amiche con la A maiuscola mi stanno dando in questi giorni, con la loro voce calorosa al telefono, la loro fiducia, il loro ottimismo.
Voglio che tutti vedano il gigantesco GRAZIE che devo dire loro. Perché da quando questa cosa è cominciata, e in particolare negli ultimi giorni, sto realizzando che anche questa tappa della mia vita (come l’adolescenza, la giovinezza, gli studi, la ricerca del lavoro, le storie d’amore, il matrimonio, le molte gioie e i molti dolori che ho vissuto fin qui) io la attraverserò sapendo di non essere sola.
Avrò la mia zattera per resistere a qualsiasi tempesta, costruita con le loro voci, i loro sorrisi, le telefonate nel cuore della notte, le lacrime, le lettere, gli sms, le camminate, le chiacchierate in macchina, le discussioni, le battute, i modi di dire, le centinaia di tazze di tisana, tutti i gradini, i muretti, i prati, i tronchi e gli scogli su cui ci siamo sedute a parlare fitto fitto. Avrò le mie persone vicine anche durante quest‘avventura, comunque vada.
Ho sempre saputo di avere un grandissimo culo in fatto di amicizie, ma ci sono volte che proprio resto sbalordita da tutta la grazia che ho ricevuto. Questa è una di quelle volte ed è giusto che mettiamo, in Via dell’Affidamento, una bella targa a imperitura memoria di ciò.
Un brindisi a voi, donne magnifiche. Vi voglio bene.
lunedì 3 dicembre 2012
Il bello del festival - un post (quasi) serio
Dialogo immaginario
L'Uomo: "Il bello del festival, alla fine, sono gli amici. E le belle persone."
Castagna: "Il bello del festival è che quando si sono accorti che eravamo lì a sbatterci con un terzo in meno del budget promesso ci hanno dato tutti una mano, e con grande eleganza."
L'Uomo: "Il bello del festival è che il giorno dopo mi si riempie il cellulare di messaggi di gente che ringrazia e dice che tornerà."
Castagna: "Il bello del festival sono i dolci di Andrea Bosca."
La Tipa: "E Andrea Bosca."
Noisette: "E gli addominali di Simone Gandolfo."
Il Benzina: "Il bello del festival è Serena Rossi."
L'Uomo: "Il bello del festival è che se un giorno andiamo a Roma, con tutti quelli che ci hanno invitato a casa loro possiamo fermarci un anno girando da uno all'altro."
Castagna: "Il bello del festival è che la gente è contenta di vedere dei bei film, e che i documentari sono interessantissimi."
L'Uomo: "Il bello del festival è che la gente si fida di noi perchè teniamo fede alle promesse."
Castagna: "Il bello del festival è che quando è arrivato Fantastichini a fargli accoglienza c'ero solo io."
L'Uomo: "Il bello del festival è Fantastichini."
Noisette: "E gli addominali di Gandolfo."
La Tipa: "E lo smalto dorato."
Noisette: "E la borsa da tremila euro di Camilla."
Castagna: "E che dal Blago ci sentiamo ormai a casa."
La Tipa: "Il bello del festival è che ci mettiamo un po' gnocche."
Benzina: "Il bello del festival è che ho conosciuto, fotografato e portato in giro un sacco di gente famosa, tipo, dai come si chiama quello che ha fatto quella serie, dai, quello alto che c'era su Rai Tre..."
Castagna: "Il bello del festival è Nocella che fa l'imitazione di Giancarlo Giannini."
L'Uomo: "Il bello del festival è che i bambini almeno a cena sono stati bravissimi."
Castagna: "Il bello del festival è che posso giocare a fare la flower designer."
Noisette: "Il bello del festival è che il Benzina dorme tre ore per notte per selezionare all'alba le foto fatte il giorno prima. Il brutto è che se non gli mettete una luce decente sul palco poi bestemmia con me perchè sono venute scure."
Castagna: "Il bello del festival è stato stare nel corridoietto fuori dal rinfresco a morire dal ridere coi racconti inediti sull'Africa."
Noisette: "Il bello del festival è stato zittirsi all'improvviso al passaggio di Argentero."
Castagna: "Il bello del festival è che uno come Ragusa, che in tv sembra brutto e antipatico, da vicino è veramente fascinoso, e tra l'altro è una persona simpaticissima."
La Tipa: "Sì, è molto british, molto Rupert Everett, insomma."
Noisette: "E però sai che cosa ti dico? Che anche i pettorali, di Gandolfo..."
Il bello del festival sono state, come in tantissime altre cose belle della mia vita, le mie amiche, che sono venute con me nel mondo dorato del cinema, e il fatto che abbiamo ridacchiato tutta la sera come ragazzine.
L'Uomo: "Il bello del festival, alla fine, sono gli amici. E le belle persone."
Castagna: "Il bello del festival è che quando si sono accorti che eravamo lì a sbatterci con un terzo in meno del budget promesso ci hanno dato tutti una mano, e con grande eleganza."
L'Uomo: "Il bello del festival è che il giorno dopo mi si riempie il cellulare di messaggi di gente che ringrazia e dice che tornerà."
Castagna: "Il bello del festival sono i dolci di Andrea Bosca."
La Tipa: "E Andrea Bosca."
Noisette: "E gli addominali di Simone Gandolfo."
Il Benzina: "Il bello del festival è Serena Rossi."
L'Uomo: "Il bello del festival è che se un giorno andiamo a Roma, con tutti quelli che ci hanno invitato a casa loro possiamo fermarci un anno girando da uno all'altro."
Castagna: "Il bello del festival è che la gente è contenta di vedere dei bei film, e che i documentari sono interessantissimi."
L'Uomo: "Il bello del festival è che la gente si fida di noi perchè teniamo fede alle promesse."
Castagna: "Il bello del festival è che quando è arrivato Fantastichini a fargli accoglienza c'ero solo io."
L'Uomo: "Il bello del festival è Fantastichini."
Noisette: "E gli addominali di Gandolfo."
La Tipa: "E lo smalto dorato."
Noisette: "E la borsa da tremila euro di Camilla."
Castagna: "E che dal Blago ci sentiamo ormai a casa."
La Tipa: "Il bello del festival è che ci mettiamo un po' gnocche."
Benzina: "Il bello del festival è che ho conosciuto, fotografato e portato in giro un sacco di gente famosa, tipo, dai come si chiama quello che ha fatto quella serie, dai, quello alto che c'era su Rai Tre..."
Castagna: "Il bello del festival è Nocella che fa l'imitazione di Giancarlo Giannini."
L'Uomo: "Il bello del festival è che i bambini almeno a cena sono stati bravissimi."
Castagna: "Il bello del festival è che posso giocare a fare la flower designer."
Noisette: "Il bello del festival è che il Benzina dorme tre ore per notte per selezionare all'alba le foto fatte il giorno prima. Il brutto è che se non gli mettete una luce decente sul palco poi bestemmia con me perchè sono venute scure."
Castagna: "Il bello del festival è stato stare nel corridoietto fuori dal rinfresco a morire dal ridere coi racconti inediti sull'Africa."
Noisette: "Il bello del festival è stato zittirsi all'improvviso al passaggio di Argentero."
Castagna: "Il bello del festival è che uno come Ragusa, che in tv sembra brutto e antipatico, da vicino è veramente fascinoso, e tra l'altro è una persona simpaticissima."
La Tipa: "Sì, è molto british, molto Rupert Everett, insomma."
Noisette: "E però sai che cosa ti dico? Che anche i pettorali, di Gandolfo..."
Il bello del festival sono state, come in tantissime altre cose belle della mia vita, le mie amiche, che sono venute con me nel mondo dorato del cinema, e il fatto che abbiamo ridacchiato tutta la sera come ragazzine.
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Hastiwood,
le mie amiche sono la cosa più bella che ho
giovedì 17 novembre 2011
Cast away
Mi funziona di nuovo internet!!!!
Ma ciao belli come state??? Oddio sono stata una SETTIMANA senza internet e è successo di tutto nella mia vita di donna di cittadina di insegnante...
Da dove comincio???
Da qui: mi siete mancati! che bello essere di nuovo qua!!! ora vi leggo tutti! state lì fermi che mi aggiorno!
VI VOGLIO BENE!!!!!
Ma ciao belli come state??? Oddio sono stata una SETTIMANA senza internet e è successo di tutto nella mia vita di donna di cittadina di insegnante...
Da dove comincio???
Da qui: mi siete mancati! che bello essere di nuovo qua!!! ora vi leggo tutti! state lì fermi che mi aggiorno!
VI VOGLIO BENE!!!!!
mercoledì 3 agosto 2011
Premio Castagna 2011
Che fosse lei la vincitrice di quest'anno, nessun dubbio già da un paio di mesi.
Ma dopo questo post devo assegnarglielo subito, il suo premio Castagna.
Motivazione del premio: "perchè Valentina è intelligente, è forte, non si fa piegare. Perchè Valentina è adulta in un mondo di mezze seghe e ragazzina in un mondo di barbosi.
Perchè ama vivere nel suo paesino anche se il paesino la maltratta e la condanna.
Perchè mi fa pensare.
Perchè, SOPRATTUTTO, Valentina non si racconta palle."
PREMIO CASTAGNA 2010
La castagna punge. La castagna è nutriente. La castagna è una cosa poco appariscente, nascosta sotto le foglie, che fa crescere una pianta forte, grande, buona.
Ma dopo questo post devo assegnarglielo subito, il suo premio Castagna.
Motivazione del premio: "perchè Valentina è intelligente, è forte, non si fa piegare. Perchè Valentina è adulta in un mondo di mezze seghe e ragazzina in un mondo di barbosi.
Perchè ama vivere nel suo paesino anche se il paesino la maltratta e la condanna.
Perchè mi fa pensare.
Perchè, SOPRATTUTTO, Valentina non si racconta palle."
PREMIO CASTAGNA 2010
La castagna punge. La castagna è nutriente. La castagna è una cosa poco appariscente, nascosta sotto le foglie, che fa crescere una pianta forte, grande, buona.
giovedì 5 maggio 2011
Nunca màs
Questa la rubo a Adriana di Lolacorreancheinbici. E grazie, Adriana.
"Lo admirable es que el hombre siga luchando y creando belleza en medio de un mundo bárbaro y hostil."
Ernesto Sabato
E la dedico alla mia amica e maestra, l'Inflessibile, e a tutte le persone che creano bellezza e non si lasciano inquinare.
"Lo admirable es que el hombre siga luchando y creando belleza en medio de un mundo bárbaro y hostil."
Ernesto Sabato
E la dedico alla mia amica e maestra, l'Inflessibile, e a tutte le persone che creano bellezza e non si lasciano inquinare.
mercoledì 9 febbraio 2011
Beh, questa ve la devo proprio dire
Mentre io nel post precedente mi strozzavo d'orgoglio per il mio compito di insegnante che si avvia al termine anche con questa terza, guardate cosa era appena comparso sul blog di Silvietta.
E' che a noi, noi blogger, noi mammecattive e wonderland e castagne e lgo etc, tutte queste provocazioni dei maschi celoduristi e tutte le palate di fango buttate sulla scuola, sulla donna, sulla gente NORMALE, che si fa NORMALMENTE un normalissimo CULO, ci fanno l'effetto contrario allo svilimento che forse ci si potrebbe aspettare. Ci rendono consapevoli delle cose che contano sul serio e di quanto rispetto ci è dovuto perchè le difendiamo a ogni costo.
Per chi non lo sapesse, la prima volta che io e Silvietta ci siamo parlate io avevo tredici anni e mezzo, lei quattordici e mezzo. E grazie a Dio non ci siamo più perse di vista.
E' che a noi, noi blogger, noi mammecattive e wonderland e castagne e lgo etc, tutte queste provocazioni dei maschi celoduristi e tutte le palate di fango buttate sulla scuola, sulla donna, sulla gente NORMALE, che si fa NORMALMENTE un normalissimo CULO, ci fanno l'effetto contrario allo svilimento che forse ci si potrebbe aspettare. Ci rendono consapevoli delle cose che contano sul serio e di quanto rispetto ci è dovuto perchè le difendiamo a ogni costo.
Per chi non lo sapesse, la prima volta che io e Silvietta ci siamo parlate io avevo tredici anni e mezzo, lei quattordici e mezzo. E grazie a Dio non ci siamo più perse di vista.
sabato 11 dicembre 2010
Da ballarsi in mutande
E questo domani mattina, che è domenica e abbiamo tutti diritto ai nostri dieci minuti di follia, scaricatevelo e ballatelo, rigorosamente in mutande, cantando a squarciagola e gesticolando, che vi fa bene alla circolazione e all'umore.
Uoooh. Yeah.
Uoooh. Yeah.
domenica 5 dicembre 2010
Di cigni, gatti selvatici, cavalieri, fatine e vita fin troppo reale
Rientrata, pubblico i miei appunti. E per oggi basta, che sono in pieno marasma familiare.
Alcune osservazioni sparse sull’ultima settimana
Uno
Per prima cosa, come già varie volte ho detto, io senza gli amici non esisterei.
E lo posso ben dire perché, essendosi ormai i rapporti ridotti, per periodi a volte molto lunghi, a soli messaggini e telefonate, misuro con precisione quanto siano vicine “le mie persone” anche quando non possono essere fisicamente presenti.
Tutti, dalle colonne storiche che hanno scritto a intervalli regolari, da un orario di visita all’altro, più volte al giorno e durante la notte, ai nuovi amici come Noisette, che ha dimostrato la sua conoscenza esauriente della mappa dei ristoranti di Monza, Brugherio etc, o il Nobile Toscano che, con l’imperturbabile aplomb che lo contraddistingue, nel cuore della notte mi ha fornito con un singolo sms indicazioni chiarissime sulla posizione da far adottare a papà per alleggerire il peso sul rachide, che lo tormenta quando è costretto a letto.
Due
I cigni del laghetto dell’ospedale sono enormi. Ma abbastanza beneducati, per esempio quando vogliono un altro biscotto fanno dei versi delicati come quelli di un gattino. E nessuno sa quanto è grosso un pavone e che becco lungo ha, finchè non lo vede da vicino.
Peraltro mi sono chiesta che effetto straziante faccia, agli sfortunati, uscire da un’unità coronarica con pensieri cupi e attraversare un parco silenzioso con i cigni che si lisciano le penne ai bordi dell‘acqua, nella nebbia. Da tagliarsi le vene. Decisamente, io che amo tanto il verde e mi emoziono per mezzo filo d’erba in un’aiuola, ho sempre detestato i parchi degli ospedali, dove sembra che gli alberi e i fiori si impregnino della preoccupazione e della sofferenza delle persone. Persino le maternità hanno dei viali scuri e inquietanti.
Tre
Sono entrata in classe ancora molto nervosa al pensiero di come sarebbe andata con Gatto Selvatico e con la grana, neanche tanto piccola, di dover ancora sentire i suoi genitori (i quali non firmano il diario da mesi, né sotto i voti né sotto le note, ma due righe per protestare che gli ho “scagliato in faccia” un diario le hanno scritte).
Poi ho visto che espressione aveva il ragazzino e ho aperto la bocca per parlare.
E’ finita che mi è uscita una voce molto più dolce di quella che credevo avrei usato, e ci siamo un po’ spiegati, sotto gli occhi attenti della III B.
E’ finita che abbiamo riletto pezzi della sua letterina affettuosa e deciso quali parti andavano sfrondate perché era molto nervoso quando l’ha scritta e quali andavano prese un po’ più seriamente in considerazione.
E’ finita che non lo abbiamo sospeso ma lui sa di aver due note sul registro e questo ci dà un potere che, personalmente, spero di non dover usare (per chi non è del mestiere, alla terza nota disciplinare su registro la sospensione è automatica per regolamento, nella maggioranza delle scuole medie).
E’ finita che il Gigante mi ha dato conferma che, per il suo comportamento dell’altro giovedì, potevamo sospenderlo secco, senza contare le note, e che la preside mi ha dato man forte su tutta la linea e, alla fine, per quanto io di lei ancora diffidi, mi sono fatta un esame di coscienza sul fatto che lei sembra stimarmi e fidarsi di me e non mi mette i bastoni tra le ruote quando lavoro, anzi da quando ha capito che non me ne vado da lì sembra avermi adottato; così quando mi ha chiesto per la quarta volta se eravamo già passate a darci del tu ho ceduto, anche perché proprio non potevo far di nuovo finta di niente. Ora mi resta solo da aspettare di vedere che faccia mi farà l’Inflessibile quando si accorgerà della novità. Non dubito che mi rivolgerà uno di quei suoi sguardi severi che le permettono di stroncare un adolescente con un battito di ciglia, senza neanche aprire la bocca.
E’ finita che sono entrata in presidenza quando è arrivata la madre del Gatto, mi sono seduta con un po’ di paura, ma poi, di fronte alla prima opportunità di parlare, le ho fatto educatamente e senza un’esitazione un culo così, perché non sapeva che suo figlio stava accumulando note sul registro e richiami scritti da quasi tutti i docenti, perché non firmava i voti, perché il bambino era a disagio e stava cercando attenzione e aiuto nel modo sbagliato.
E’ finita con meno sangue sparso di quel che credevo e Gatto Selvatico, che era abbacchiato quanto me il venerdì, negli ultimi giorni è sembrato di nuovo se stesso, ma più composto e meno provocatorio. Speriamo.
Quattro
Sono state settimane pesantissime, e ho a lungo invocato l’arrivo rassicurante di un exalunno o exalunna che mi portasse un po’ di luce da fuori.
Poi lunedì alla penultima ora si è aperta la porta ed è entrato, rifulgendo di notevole splendore, Biondo Cavaliere, della scorsa III C. E dietro di lui Tom Cruise. E dietro di lui Testa di Ricci. E per ultimo Smilzo Carino. Belli, cresciuti (persino Tom Cruise), atletici e con un gran sorriso in faccia, tutti e quattro.
A parte che una o due delle mie bambine di III B si sono scompensate malamente alla vista improvvisa di cotanta fighitudine, io ero a mia volta rossa come un peperone e contentissima. Son cose che fanno piacere, dopo che hai lottato un anno con la classe più stronza che ti sia mai capitata, soprattutto quando viene fuori che son contenti della scuola scelta, che vanno bene e non hanno note sul registro, che sono ancora molto amici tra loro. E poi è così carino notare come, dopo solo tre mesi di superiori, sembrano più adulti nel modo di fare, non solo il Cavaliere e Tom che hanno sempre avuto una gran faccia di bronzo, ma anche Testa di Ricci e Smilzo Carino che erano ancora dei bambini timidissimi, a giugno, e ora sono dei ragazzi disinvolti.
Nell’intervallo di mezzogiorno hanno ripreso possesso del termosifone che era loro postazione ufficiale l’anno scorso, e i ragazzini giravano loro attorno con sguardi rispettosi. E Biondo Cavaliere mi fa: “Santo cielo, prof, ma come sembra diverso… come sono piccoli… guardi quelli!”
Detto mentre passava la Puffetta Bruna di I C, che sembra la dolce Memole, uscita dalla corolla di una petunia tutta rugiadosa dieci minuti fa, con altri due o tre gagnetti di taglia extrasmall.
Cinque
A proposito di graziosi folletti e di fatine dei fiori, io sarò noiosa con la mia storia dell’educazione sessuale alle medie, ma sono stati intercettati in I C bigliettini in cui Vomitino magnificava le proprie dimensioni genitali paragonate a quelle di Arcangelo Biondograno e perciò, con logica inappuntabile, invitava proprio la tenera Puffetta a mettersi con lui. E la Puffetta, duole dirlo, rispondeva per le rime.
Ma, ben più pericoloso, in III A è arrivato un biglietto di una non ancora identificata animuccia gentile di I C che invitava uno dei ragazzi in bagno, “così ti faccio vedere cosa so fare”. Ora, la III B ha degli stangoni furbastri che torreggiano sui compagni, la III C degli armadi con il torace largo come quello dell’Uomo, ma la III A è tristemente famosa per contenere tre o quattro mandrilli da competizione che si fanno belli delle loro esplorazioni su siti internet di cui io, per mia fortuna, manco sospetto l’esistenza e delle loro precoci esperienze sessuali. Uno è il Fratello Fico di Bel Ragazzo che, a differenza del grande che è un timido, ha sempre avuto l’aria di uno che avrebbe usato la sua intelligenza per tutto fuorchè per studiare e la sua bellezza per fare più danno della grandine. Gli altri non so chi siano ma, a detta di Orsetto Lavatore, le bimbe della mia prima non potevano scegliere peggior bersaglio per fare profferte amorose.
Sei
Pare che torniamo a casa, a breve. Niente operazione, il che, a giudicare da come si è comportato papà di fronte a una tutto sommato tranquilla coronarografia, è un bene, perché in ospedale ci impazzisce e ci fa impazzire.
Però il fatto che non lo operino proprio ci dice che il cuore è veramente malmesso.
Comunque adesso, se riusciamo a convincerlo a mangiare, alzarsi solo quando gli danno il permesso e non deprimersi ancora per quarantotto ore, probabilmente tra poco ce ne torniamo alla vita di prima, nella quale, in fondo, lui male non stava.
E così risolveremo il fatto che papà, che soffre di artrosi lombare, tenuto fermo in un letto in una posizione obbligata diventa cattivo con l’universo (devo dire, più con gli altri e con mia madre che con me, ma ignoro il motivo). Che la gatta di papà, ospite dalla Zia Buona e da Frau Blucher, sta fissando la porta d’ingresso da giorni con aria scocciatissima in attesa che la riportino a casa, dove, appunto in un raggio massimo di dieci centimetri dalla persona di mio padre, è solita trascorrere le sue giornate. Che il bagno del residence ha le piastrelle rosso sangue e questo colore così yang mi agita, e magari un bagno rilassante me lo farei volentieri, ma mi sembra di essere immersa in una scena di un film di Dario Argento.
Che mia madre è a) elegantissima e senza un capello fuori posto anche nel freddo umido di Monza o nel caldo torrido dell’ospedale, e senza aver mangiato né dormito, b) lucidissima dal punto di vista medico e c) pazientissima dal punto di vista dell’accudimento ospedaliero, ma poi a casa si perde in un bicchier d’acqua (nella fattispecie, ha tentato di causarsi un cancro fulminante, e probabilmente anche di fare esplodere l’appartamento, usando il microonde come un fornetto normale, e non ha capito minimamente le funzioni delle piastre elettriche).
Che il compagno di camera di mio padre, elegante imprenditore dal cognome ebreo tedesco, di ottima posizione sociale, con la passione del golf e della vela, è un piacevole ed educato conversatore ma tiene il televisore costantemente acceso su Retequattro (quando va bene su Canale Cinque) e a forza di Emilio Fede, “Tempesta d’amore“, Mara Venier, pubblicità martellante, siamo esausti tutti e tre (e poi i commenti spocchiosi di Fede sulle proteste degli studenti contro la Mezza Calzetta Gelmini mi hanno mandato vicinissima a essere intubata d’urgenza per choc anafilattico).
Che con i faretti impietosi del bagno rosso sangue mi sono vista una quantità preoccupante di capelli grigi in cima alla testa e anche un bel po’ di segni di cedimento cellulare sulla faccia, ed è meglio se mi attrezzo per non dimostrare quarantasette anni quando devo ancora farne trentacinque.
Che in questo letto si dorme bene, l’appartamento è silenzioso e confortevole e portarsi il cane è stata un’idea furba perché tiene un sacco di compagnia, ma io devo dormire un paio di notti addosso all’Uomo prima di tornare a lavorare, se no muoio.
A proposito, essendo una stataledimerda, ho deciso che se torno a Asti domenica mi prendo ancora tutto lunedì di ferie. E forse anche martedì.
Non per altro, ma non ho voglia di sapere quale deliziosa fragile bimba di I C ha invitato nei cessi della scuola un rischiosissimo quattordicenne di III A. Mi servono un paio di giorni di recupero, prima.
Alcune osservazioni sparse sull’ultima settimana
Uno
Per prima cosa, come già varie volte ho detto, io senza gli amici non esisterei.
E lo posso ben dire perché, essendosi ormai i rapporti ridotti, per periodi a volte molto lunghi, a soli messaggini e telefonate, misuro con precisione quanto siano vicine “le mie persone” anche quando non possono essere fisicamente presenti.
Tutti, dalle colonne storiche che hanno scritto a intervalli regolari, da un orario di visita all’altro, più volte al giorno e durante la notte, ai nuovi amici come Noisette, che ha dimostrato la sua conoscenza esauriente della mappa dei ristoranti di Monza, Brugherio etc, o il Nobile Toscano che, con l’imperturbabile aplomb che lo contraddistingue, nel cuore della notte mi ha fornito con un singolo sms indicazioni chiarissime sulla posizione da far adottare a papà per alleggerire il peso sul rachide, che lo tormenta quando è costretto a letto.
Due
I cigni del laghetto dell’ospedale sono enormi. Ma abbastanza beneducati, per esempio quando vogliono un altro biscotto fanno dei versi delicati come quelli di un gattino. E nessuno sa quanto è grosso un pavone e che becco lungo ha, finchè non lo vede da vicino.
Peraltro mi sono chiesta che effetto straziante faccia, agli sfortunati, uscire da un’unità coronarica con pensieri cupi e attraversare un parco silenzioso con i cigni che si lisciano le penne ai bordi dell‘acqua, nella nebbia. Da tagliarsi le vene. Decisamente, io che amo tanto il verde e mi emoziono per mezzo filo d’erba in un’aiuola, ho sempre detestato i parchi degli ospedali, dove sembra che gli alberi e i fiori si impregnino della preoccupazione e della sofferenza delle persone. Persino le maternità hanno dei viali scuri e inquietanti.
Tre
Sono entrata in classe ancora molto nervosa al pensiero di come sarebbe andata con Gatto Selvatico e con la grana, neanche tanto piccola, di dover ancora sentire i suoi genitori (i quali non firmano il diario da mesi, né sotto i voti né sotto le note, ma due righe per protestare che gli ho “scagliato in faccia” un diario le hanno scritte).
Poi ho visto che espressione aveva il ragazzino e ho aperto la bocca per parlare.
E’ finita che mi è uscita una voce molto più dolce di quella che credevo avrei usato, e ci siamo un po’ spiegati, sotto gli occhi attenti della III B.
E’ finita che abbiamo riletto pezzi della sua letterina affettuosa e deciso quali parti andavano sfrondate perché era molto nervoso quando l’ha scritta e quali andavano prese un po’ più seriamente in considerazione.
E’ finita che non lo abbiamo sospeso ma lui sa di aver due note sul registro e questo ci dà un potere che, personalmente, spero di non dover usare (per chi non è del mestiere, alla terza nota disciplinare su registro la sospensione è automatica per regolamento, nella maggioranza delle scuole medie).
E’ finita che il Gigante mi ha dato conferma che, per il suo comportamento dell’altro giovedì, potevamo sospenderlo secco, senza contare le note, e che la preside mi ha dato man forte su tutta la linea e, alla fine, per quanto io di lei ancora diffidi, mi sono fatta un esame di coscienza sul fatto che lei sembra stimarmi e fidarsi di me e non mi mette i bastoni tra le ruote quando lavoro, anzi da quando ha capito che non me ne vado da lì sembra avermi adottato; così quando mi ha chiesto per la quarta volta se eravamo già passate a darci del tu ho ceduto, anche perché proprio non potevo far di nuovo finta di niente. Ora mi resta solo da aspettare di vedere che faccia mi farà l’Inflessibile quando si accorgerà della novità. Non dubito che mi rivolgerà uno di quei suoi sguardi severi che le permettono di stroncare un adolescente con un battito di ciglia, senza neanche aprire la bocca.
E’ finita che sono entrata in presidenza quando è arrivata la madre del Gatto, mi sono seduta con un po’ di paura, ma poi, di fronte alla prima opportunità di parlare, le ho fatto educatamente e senza un’esitazione un culo così, perché non sapeva che suo figlio stava accumulando note sul registro e richiami scritti da quasi tutti i docenti, perché non firmava i voti, perché il bambino era a disagio e stava cercando attenzione e aiuto nel modo sbagliato.
E’ finita con meno sangue sparso di quel che credevo e Gatto Selvatico, che era abbacchiato quanto me il venerdì, negli ultimi giorni è sembrato di nuovo se stesso, ma più composto e meno provocatorio. Speriamo.
Quattro
Sono state settimane pesantissime, e ho a lungo invocato l’arrivo rassicurante di un exalunno o exalunna che mi portasse un po’ di luce da fuori.
Poi lunedì alla penultima ora si è aperta la porta ed è entrato, rifulgendo di notevole splendore, Biondo Cavaliere, della scorsa III C. E dietro di lui Tom Cruise. E dietro di lui Testa di Ricci. E per ultimo Smilzo Carino. Belli, cresciuti (persino Tom Cruise), atletici e con un gran sorriso in faccia, tutti e quattro.
A parte che una o due delle mie bambine di III B si sono scompensate malamente alla vista improvvisa di cotanta fighitudine, io ero a mia volta rossa come un peperone e contentissima. Son cose che fanno piacere, dopo che hai lottato un anno con la classe più stronza che ti sia mai capitata, soprattutto quando viene fuori che son contenti della scuola scelta, che vanno bene e non hanno note sul registro, che sono ancora molto amici tra loro. E poi è così carino notare come, dopo solo tre mesi di superiori, sembrano più adulti nel modo di fare, non solo il Cavaliere e Tom che hanno sempre avuto una gran faccia di bronzo, ma anche Testa di Ricci e Smilzo Carino che erano ancora dei bambini timidissimi, a giugno, e ora sono dei ragazzi disinvolti.
Nell’intervallo di mezzogiorno hanno ripreso possesso del termosifone che era loro postazione ufficiale l’anno scorso, e i ragazzini giravano loro attorno con sguardi rispettosi. E Biondo Cavaliere mi fa: “Santo cielo, prof, ma come sembra diverso… come sono piccoli… guardi quelli!”
Detto mentre passava la Puffetta Bruna di I C, che sembra la dolce Memole, uscita dalla corolla di una petunia tutta rugiadosa dieci minuti fa, con altri due o tre gagnetti di taglia extrasmall.
Cinque
A proposito di graziosi folletti e di fatine dei fiori, io sarò noiosa con la mia storia dell’educazione sessuale alle medie, ma sono stati intercettati in I C bigliettini in cui Vomitino magnificava le proprie dimensioni genitali paragonate a quelle di Arcangelo Biondograno e perciò, con logica inappuntabile, invitava proprio la tenera Puffetta a mettersi con lui. E la Puffetta, duole dirlo, rispondeva per le rime.
Ma, ben più pericoloso, in III A è arrivato un biglietto di una non ancora identificata animuccia gentile di I C che invitava uno dei ragazzi in bagno, “così ti faccio vedere cosa so fare”. Ora, la III B ha degli stangoni furbastri che torreggiano sui compagni, la III C degli armadi con il torace largo come quello dell’Uomo, ma la III A è tristemente famosa per contenere tre o quattro mandrilli da competizione che si fanno belli delle loro esplorazioni su siti internet di cui io, per mia fortuna, manco sospetto l’esistenza e delle loro precoci esperienze sessuali. Uno è il Fratello Fico di Bel Ragazzo che, a differenza del grande che è un timido, ha sempre avuto l’aria di uno che avrebbe usato la sua intelligenza per tutto fuorchè per studiare e la sua bellezza per fare più danno della grandine. Gli altri non so chi siano ma, a detta di Orsetto Lavatore, le bimbe della mia prima non potevano scegliere peggior bersaglio per fare profferte amorose.
Sei
Pare che torniamo a casa, a breve. Niente operazione, il che, a giudicare da come si è comportato papà di fronte a una tutto sommato tranquilla coronarografia, è un bene, perché in ospedale ci impazzisce e ci fa impazzire.
Però il fatto che non lo operino proprio ci dice che il cuore è veramente malmesso.
Comunque adesso, se riusciamo a convincerlo a mangiare, alzarsi solo quando gli danno il permesso e non deprimersi ancora per quarantotto ore, probabilmente tra poco ce ne torniamo alla vita di prima, nella quale, in fondo, lui male non stava.
E così risolveremo il fatto che papà, che soffre di artrosi lombare, tenuto fermo in un letto in una posizione obbligata diventa cattivo con l’universo (devo dire, più con gli altri e con mia madre che con me, ma ignoro il motivo). Che la gatta di papà, ospite dalla Zia Buona e da Frau Blucher, sta fissando la porta d’ingresso da giorni con aria scocciatissima in attesa che la riportino a casa, dove, appunto in un raggio massimo di dieci centimetri dalla persona di mio padre, è solita trascorrere le sue giornate. Che il bagno del residence ha le piastrelle rosso sangue e questo colore così yang mi agita, e magari un bagno rilassante me lo farei volentieri, ma mi sembra di essere immersa in una scena di un film di Dario Argento.
Che mia madre è a) elegantissima e senza un capello fuori posto anche nel freddo umido di Monza o nel caldo torrido dell’ospedale, e senza aver mangiato né dormito, b) lucidissima dal punto di vista medico e c) pazientissima dal punto di vista dell’accudimento ospedaliero, ma poi a casa si perde in un bicchier d’acqua (nella fattispecie, ha tentato di causarsi un cancro fulminante, e probabilmente anche di fare esplodere l’appartamento, usando il microonde come un fornetto normale, e non ha capito minimamente le funzioni delle piastre elettriche).
Che il compagno di camera di mio padre, elegante imprenditore dal cognome ebreo tedesco, di ottima posizione sociale, con la passione del golf e della vela, è un piacevole ed educato conversatore ma tiene il televisore costantemente acceso su Retequattro (quando va bene su Canale Cinque) e a forza di Emilio Fede, “Tempesta d’amore“, Mara Venier, pubblicità martellante, siamo esausti tutti e tre (e poi i commenti spocchiosi di Fede sulle proteste degli studenti contro la Mezza Calzetta Gelmini mi hanno mandato vicinissima a essere intubata d’urgenza per choc anafilattico).
Che con i faretti impietosi del bagno rosso sangue mi sono vista una quantità preoccupante di capelli grigi in cima alla testa e anche un bel po’ di segni di cedimento cellulare sulla faccia, ed è meglio se mi attrezzo per non dimostrare quarantasette anni quando devo ancora farne trentacinque.
Che in questo letto si dorme bene, l’appartamento è silenzioso e confortevole e portarsi il cane è stata un’idea furba perché tiene un sacco di compagnia, ma io devo dormire un paio di notti addosso all’Uomo prima di tornare a lavorare, se no muoio.
A proposito, essendo una stataledimerda, ho deciso che se torno a Asti domenica mi prendo ancora tutto lunedì di ferie. E forse anche martedì.
Non per altro, ma non ho voglia di sapere quale deliziosa fragile bimba di I C ha invitato nei cessi della scuola un rischiosissimo quattordicenne di III A. Mi servono un paio di giorni di recupero, prima.
mercoledì 24 novembre 2010
Periodi storti di gruppo
Una delle amiche aveva da far operare l'uomo della sua vita - un'altra arrivava a termine di gravidanza tra mille casini - un'altra portava il bimbo piccolo a fare brutti esamacci cattivi per problemi di intolleranza alimentare - un amico aveva la fidanzata incinta in preda a crisi di identità e coliche renali - un cugino aveva problemi di salute e anche quanto a crisi morale non stava benissimo.
Mi ricorda altri periodi immondi della vita in cui un'amica andava via di casa per sempre scappando alle sei di mattina come una profuga - un'altra non mangiava più niente - io stessa non mangiavo abbastanza - un'altra si massacrava in storie avvilenti - un'altra era sola, sempre sola e stava male - un'altra si lasciava con l'uomo - io anche mi lasciavo e mi riprendevo con l'uomo (non con l'Uomo).
E simili.
Molti pomeriggi sulle scale delle Berio o sedute per terra alla Casa dello Studente. O sugli scogli a Boccadasse. O su qualche panchina. A frignare e pensare che era terribile terribile terribile e non vedevamo via d'uscita.
Una famosa crisi isterica di coppia io e la Symo su una panchina di un parco, in lacrime, ed era terribile terribile terribile e non vedevamo via d'uscita.
Una famosa sera in una famosa macchina in cui erano presenti: Donna Popcorn e il suo grizzly, la Frenci e il suo senso di colpa, Castagna e la sua carogna.
E si stava veramente stretti in quella macchina e abbiamo cantato riso pianto imprecato in varie lingue e dialetti, con sovrabbondanza della parola belin a tutto volume, e gridato vaffanculo alle stelle e pensato che era terribile terribile terribile e non vedevamo via d'uscita.
Beh... l'uscita c'era, evidentemente.
Ma minchia se era terribile, sul momento.
Mi ricorda altri periodi immondi della vita in cui un'amica andava via di casa per sempre scappando alle sei di mattina come una profuga - un'altra non mangiava più niente - io stessa non mangiavo abbastanza - un'altra si massacrava in storie avvilenti - un'altra era sola, sempre sola e stava male - un'altra si lasciava con l'uomo - io anche mi lasciavo e mi riprendevo con l'uomo (non con l'Uomo).
E simili.
Molti pomeriggi sulle scale delle Berio o sedute per terra alla Casa dello Studente. O sugli scogli a Boccadasse. O su qualche panchina. A frignare e pensare che era terribile terribile terribile e non vedevamo via d'uscita.
Una famosa crisi isterica di coppia io e la Symo su una panchina di un parco, in lacrime, ed era terribile terribile terribile e non vedevamo via d'uscita.
Una famosa sera in una famosa macchina in cui erano presenti: Donna Popcorn e il suo grizzly, la Frenci e il suo senso di colpa, Castagna e la sua carogna.
E si stava veramente stretti in quella macchina e abbiamo cantato riso pianto imprecato in varie lingue e dialetti, con sovrabbondanza della parola belin a tutto volume, e gridato vaffanculo alle stelle e pensato che era terribile terribile terribile e non vedevamo via d'uscita.
Beh... l'uscita c'era, evidentemente.
Ma minchia se era terribile, sul momento.
mercoledì 10 novembre 2010
Navighiamo a vista
Ho reagito abbastanza bene.
Per adesso.
Gustando ogni minuto sereno. Un pranzo chiacchierando con l'Uomo, che ieri sera per farmi addormentare mi ha recitato sottovoce le formazioni delle squadre di serie A, e funziona meglio del Tavor. Un sorriso beato di Punta di Diamante che ne ha appena detta una delle sue e s'è accorto che mi ha fatto ridere. Un raggio di sole dalla finestra, dritto sugli occhiali di Orsetto Marrone, in prima C. Un'inaspettata gentilezza della Bestia Nera (non può essere dovuta alla situazione di salute di mio padre, a scuola non ho detto ancora niente). Le frasi incoraggianti delle amiche e delle blogamiche. Il fatto che non fa freddo, ancora, almeno quello.
Ho gironzolato su Internet. Ho guardato il policlinico di Monza. Ho guardato l'itinerario autostradale per andarci. Ho guardato gli alberghi. Tra cui un residence piuttosto bello, direi abbastanza costoso, a 100 metri dall'ospedale.
No, perchè papà in ospedale, io lontana da marito e alunni, mamma in fibrillazione, dormire in albergo e mangiare in mensa del policlinico o al ristorante per un minimo di cinque e un massimo di boh giorni anche no, grazie. Poi mia madre già normalmente alle cinque di mattina è sveglia, in albergo che cazzo fa, che non può nemmeno mettersi su un caffè fino alle sette. E io magari mi porto il cane, perchè credo che la camminata terapeutica con pipì del cane e sigaretta meditativa possa salvarmi la psiche in caso di sclero totale e di botte di panico.
Proverò a proporre questa soluzione, che ha il vantaggio di a) somigliare a una breve vacanza se si tratterà solo di pochi giorni di esami, b) non essere punitiva se i giorni di degenza dovessero prolungarsi.
Mia madre non sarà d'accordo, per motivi che potranno spaziare da obiezioni economiche a preferenze psicologiche a mille altre motivazioni, tra le quali senza dubbio annovereremo anche l'entropia dell'universo e il fatto che il principe Carlo non è adatto a salire al trono d'Inghilterra, per dire che se la prendo in un momento no troverà qualsiasi scusa per complicarmi/si/ci la vita.
Mio padre non sarà d'accordo, perchè credo che non stia minimamente calcolando che vada su anche io, tantomeno che mi ci fermi fino a cose concluse. Quando capirà che intendo prendere aspettativa si incazzerà e proverà a fare la voce grossa. Finirà che gli griderò che non può pretendere che io faccia Asti - Monza tutti i santi pomeriggi per non si sa quanto tempo, cementando così in lui e in mia madre la convinzione che io sia una stronza egoista preoccupata solo del proprio sbattimento. Pazienza.
Ma io sto insieme a fatica, cerco di spegnere la luce solo quando sono esausta per non restare sveglia al buio con certe prospettive, e l'idea del residence mi sta servendo per concentrarmi sulle cose pratiche. Tipo: mi porto il pc, così ascolto le lezioni sul buddhismo nei tempi morti, che senz'altro ci saranno, i primi giorni, finchè ci sono da fare esami e papà è in un letto a rompersi le scatole in orari in cui noi non possiamo entrare in reparto. Tipo: dover fare un minimo di spesa e lavare qualche pentola renderà le cose più normali. Tipo: prendila come una vacanza. Pensa alla tua collega Milady, che ha raccontato che, il giorno prima di ricoverarsi per un intervento su un tumore, è stata dal parrucchiere, a fare la lampada e a comprare biancheria.
Mettiti in testa che non è assolutamente detto che le cose vadano come ce le aspettiamo, e che questo può significare molte cose, tra cui anche belle sorprese.
Mettiti in testa che non è vero che sarai sola. Magari il sostegno arriverà da dove non lo aspetti.
Mettiti in testa che l'importante è che lui stia bene, il resto passerà.
Mettiti in agenda che il tuo medico stavolta ti deve scrivere un paio di ricette di ansiolitici, perchè santo Dio, se la medicina li ha prodotti, tu in una situazione del genere sei totalmente cretina se non ce li hai.
Per adesso.
Gustando ogni minuto sereno. Un pranzo chiacchierando con l'Uomo, che ieri sera per farmi addormentare mi ha recitato sottovoce le formazioni delle squadre di serie A, e funziona meglio del Tavor. Un sorriso beato di Punta di Diamante che ne ha appena detta una delle sue e s'è accorto che mi ha fatto ridere. Un raggio di sole dalla finestra, dritto sugli occhiali di Orsetto Marrone, in prima C. Un'inaspettata gentilezza della Bestia Nera (non può essere dovuta alla situazione di salute di mio padre, a scuola non ho detto ancora niente). Le frasi incoraggianti delle amiche e delle blogamiche. Il fatto che non fa freddo, ancora, almeno quello.
Ho gironzolato su Internet. Ho guardato il policlinico di Monza. Ho guardato l'itinerario autostradale per andarci. Ho guardato gli alberghi. Tra cui un residence piuttosto bello, direi abbastanza costoso, a 100 metri dall'ospedale.
No, perchè papà in ospedale, io lontana da marito e alunni, mamma in fibrillazione, dormire in albergo e mangiare in mensa del policlinico o al ristorante per un minimo di cinque e un massimo di boh giorni anche no, grazie. Poi mia madre già normalmente alle cinque di mattina è sveglia, in albergo che cazzo fa, che non può nemmeno mettersi su un caffè fino alle sette. E io magari mi porto il cane, perchè credo che la camminata terapeutica con pipì del cane e sigaretta meditativa possa salvarmi la psiche in caso di sclero totale e di botte di panico.
Proverò a proporre questa soluzione, che ha il vantaggio di a) somigliare a una breve vacanza se si tratterà solo di pochi giorni di esami, b) non essere punitiva se i giorni di degenza dovessero prolungarsi.
Mia madre non sarà d'accordo, per motivi che potranno spaziare da obiezioni economiche a preferenze psicologiche a mille altre motivazioni, tra le quali senza dubbio annovereremo anche l'entropia dell'universo e il fatto che il principe Carlo non è adatto a salire al trono d'Inghilterra, per dire che se la prendo in un momento no troverà qualsiasi scusa per complicarmi/si/ci la vita.
Mio padre non sarà d'accordo, perchè credo che non stia minimamente calcolando che vada su anche io, tantomeno che mi ci fermi fino a cose concluse. Quando capirà che intendo prendere aspettativa si incazzerà e proverà a fare la voce grossa. Finirà che gli griderò che non può pretendere che io faccia Asti - Monza tutti i santi pomeriggi per non si sa quanto tempo, cementando così in lui e in mia madre la convinzione che io sia una stronza egoista preoccupata solo del proprio sbattimento. Pazienza.
Ma io sto insieme a fatica, cerco di spegnere la luce solo quando sono esausta per non restare sveglia al buio con certe prospettive, e l'idea del residence mi sta servendo per concentrarmi sulle cose pratiche. Tipo: mi porto il pc, così ascolto le lezioni sul buddhismo nei tempi morti, che senz'altro ci saranno, i primi giorni, finchè ci sono da fare esami e papà è in un letto a rompersi le scatole in orari in cui noi non possiamo entrare in reparto. Tipo: dover fare un minimo di spesa e lavare qualche pentola renderà le cose più normali. Tipo: prendila come una vacanza. Pensa alla tua collega Milady, che ha raccontato che, il giorno prima di ricoverarsi per un intervento su un tumore, è stata dal parrucchiere, a fare la lampada e a comprare biancheria.
Mettiti in testa che non è assolutamente detto che le cose vadano come ce le aspettiamo, e che questo può significare molte cose, tra cui anche belle sorprese.
Mettiti in testa che non è vero che sarai sola. Magari il sostegno arriverà da dove non lo aspetti.
Mettiti in testa che l'importante è che lui stia bene, il resto passerà.
Mettiti in agenda che il tuo medico stavolta ti deve scrivere un paio di ricette di ansiolitici, perchè santo Dio, se la medicina li ha prodotti, tu in una situazione del genere sei totalmente cretina se non ce li hai.
martedì 26 ottobre 2010
Una lama di luce...
...in cotanta oscurità.
Mi sono arrivate le password per il mio corso introduttivo al buddhismo online (non storcete il naso, questa è roba seria, l'ILTK di Pomaia è uno dei maggiori centri di studio al mondo). Online è meglio che niente, e che oggi mi si permetta già di ascoltare i file audio con le lezioni del maestro mi dà un po' di energia in una giornata cosmicamente BRUTTA, tra l'altro destinata a ripartire a razzo tra mezz'ora per non concludersi che a tarda sera.
Lo dicevo io che bastava far finta di niente e non soccombere alla gastrite e prima o poi uno straccio di karma positivo sarebbe passato di lì.
Ma devo anche dire grazie alle mie amiche e ai loro tempestivi patpat via sms, se sono arrivata all'ora di pranzo con una parete gastrica ancora integra. Stamattina ancora un po' e mi perforavo.
Bleuaaargh. Ptù (questo era il mio fegato, ridotto a un mucchietto di viscere tritate, pestate e carbonizzate).
Va bene, ora vado a scuola, faccio un'ora e mezza di progetto ambiente, un'oretta di genitori, e via. Vediamo se stasera mi godo la mia prima lezione nel miglior stile Pomaia o se devo andare a teatro a incasinarmi con la biglietteria del cinecircolo.
Tra parentesi, dove anni di tentativi supportati da una volontà troppo debole sono riusciti a far poco, i casini familiari stanno raggiungendo risultati soprendenti. Non mangio granchè e mi sono tolta due su tre dei caffè quotidiani. Ma mi sa che domani levo anche il terzo. Non voglio morire.
Mi sono arrivate le password per il mio corso introduttivo al buddhismo online (non storcete il naso, questa è roba seria, l'ILTK di Pomaia è uno dei maggiori centri di studio al mondo). Online è meglio che niente, e che oggi mi si permetta già di ascoltare i file audio con le lezioni del maestro mi dà un po' di energia in una giornata cosmicamente BRUTTA, tra l'altro destinata a ripartire a razzo tra mezz'ora per non concludersi che a tarda sera.
Lo dicevo io che bastava far finta di niente e non soccombere alla gastrite e prima o poi uno straccio di karma positivo sarebbe passato di lì.
Ma devo anche dire grazie alle mie amiche e ai loro tempestivi patpat via sms, se sono arrivata all'ora di pranzo con una parete gastrica ancora integra. Stamattina ancora un po' e mi perforavo.
Bleuaaargh. Ptù (questo era il mio fegato, ridotto a un mucchietto di viscere tritate, pestate e carbonizzate).
Va bene, ora vado a scuola, faccio un'ora e mezza di progetto ambiente, un'oretta di genitori, e via. Vediamo se stasera mi godo la mia prima lezione nel miglior stile Pomaia o se devo andare a teatro a incasinarmi con la biglietteria del cinecircolo.
Tra parentesi, dove anni di tentativi supportati da una volontà troppo debole sono riusciti a far poco, i casini familiari stanno raggiungendo risultati soprendenti. Non mangio granchè e mi sono tolta due su tre dei caffè quotidiani. Ma mi sa che domani levo anche il terzo. Non voglio morire.
lunedì 13 settembre 2010
Una telefonata tra amiche
"Ciao, come stai? Ti ho cercata oggi pomeriggio, volevo farti i complimenti perchè so che oggi è stata una giornata importante per te..."
"Sì, è stata una giornata difficile..."
"E' dura, eh?"
"E' stata una giornata difficilissima. Mi sono svegliata presto, prima dell'alba..."
(...)
"Beh, certo, ma poi non è stato tanto brutto, no? C'è qualcosa che ti è piaciuto?"
"No, non mi piace quasi niente."
"Oh cielo... Eh, in effetti è dura per tutti..."
(...)
"Eh va beh, chicca, quando vuoi telefonami che ci lamentiamo un po', va bene?"
"Sì, guarda..."
"Dai, ora ti lascio andare, che domani devi di nuovo cascare dal letto."
"Sì, vado... Sono distrutta."
"Ciao..."
"Ciao ciao, a presto."
E Nipotina, sei anni e la sua prima mattina di elementari ormai alle spalle, mi ha ripassato sua madre.
"Sì, è stata una giornata difficile..."
"E' dura, eh?"
"E' stata una giornata difficilissima. Mi sono svegliata presto, prima dell'alba..."
(...)
"Beh, certo, ma poi non è stato tanto brutto, no? C'è qualcosa che ti è piaciuto?"
"No, non mi piace quasi niente."
"Oh cielo... Eh, in effetti è dura per tutti..."
(...)
"Eh va beh, chicca, quando vuoi telefonami che ci lamentiamo un po', va bene?"
"Sì, guarda..."
"Dai, ora ti lascio andare, che domani devi di nuovo cascare dal letto."
"Sì, vado... Sono distrutta."
"Ciao..."
"Ciao ciao, a presto."
E Nipotina, sei anni e la sua prima mattina di elementari ormai alle spalle, mi ha ripassato sua madre.
martedì 24 agosto 2010
Si dia inizio al decluttering
Come Mamma Cattiva (che era assente da un po' dalla rete per cause di trasloco, tanto che ho dimenticato di citarla tra le blogamiche da abbracciare, ma lei sa di essere nella lista, e in assoluto la prima che ho iniziato a seguire), anche io sono in fase "grandi progetti per l'anno che viene".
Ho già accennato al decluttering e sto iniziando: anche perchè è un bel modo per festeggiare il decluttering interiore che ho svolto per un anno, e di cui la scrittura di questo blog è stata un potentissimo strumento.
Penso di creare un'etichetta apposita, perchè sarà un processo abbastanza lungo e perchè mi aspetto una certa interazione da parte di quelli di voi che, come me, appartengono alle seguenti categorie:
- disordinati cronici
- pieni di buone intenzioni che faticano a portare a termine i compiti iniziati
- decisi a migliorare la propria esistenza
- pronti a dare una svolta
...e...
- CHIATTONI CHE DEVONO DIMAGRIRE!!!!
Perchè è dimostrato: lo spaceclearing FA DIMAGRIRE!!!
Vedremo se funziona anche per me... e per chi tra voi parteciperà all'ondata di buone intenzioni tipica del rientro dalle vacanze!
Ho già accennato al decluttering e sto iniziando: anche perchè è un bel modo per festeggiare il decluttering interiore che ho svolto per un anno, e di cui la scrittura di questo blog è stata un potentissimo strumento.
Penso di creare un'etichetta apposita, perchè sarà un processo abbastanza lungo e perchè mi aspetto una certa interazione da parte di quelli di voi che, come me, appartengono alle seguenti categorie:
- disordinati cronici
- pieni di buone intenzioni che faticano a portare a termine i compiti iniziati
- decisi a migliorare la propria esistenza
- pronti a dare una svolta
...e...
- CHIATTONI CHE DEVONO DIMAGRIRE!!!!
Perchè è dimostrato: lo spaceclearing FA DIMAGRIRE!!!
Vedremo se funziona anche per me... e per chi tra voi parteciperà all'ondata di buone intenzioni tipica del rientro dalle vacanze!
domenica 22 agosto 2010
Un anno di auleintempesta
Ed eccoci. Finalmente a casa.
Da ieri mattina. Alle nove e mezza mi ero già riappropriata dei miei libri. Alle dieci e mezza dei miei cd, annunciando il mio rientro alla piazza con finestre spalancate e Green Day a bomba.
Ovviamente ho già fatto due lavatrici e un giro di ricognizione al supermercato.
E puntualmente è arrivata la prima grana lavorativa.
Grazie a Orsetto Lavatore, il collega di Religione che tutto sa e tutto origlia, mi viene riferito che stan cercando di smembrarmi le ore della III B. Togliendomi Geografia per darla alla collega Veterana. Che, tra l’altro, essendo la più anziana, se non le va bene può semplicemente dire di no. E che con me va d’accordo. La cosa non mi agita particolarmente, ma c’è un dettaglio: tra le righe, Orsetto Lavatore ha chiarito che questa telefonata lui me l’ha fatta perché il Gigante gli ha riferito di nascosto questa possibilità, discussa con la preside.
Il Gigante la settimana prossima è in ferie. Ho capito che ha parlato con Orsetto Lavatore perché voleva che io fossi avvisata. E il Gigante queste cose non le fa se non c’è effettivo rischio che si stiano elaborando grosse porcate.
Umm. Va bene.
Ora vediamo.
Per il momento non ho voglia di entrare di nuovo a capofitto in questi rigiri di telefonate segrete e sussurri tra i corridoi del palazzo. E non intendo dissotterrare l’ascia di guerra proprio subito. Aspetto di incontrare la Bestia Nera, che come sempre me la farà sfoderare nel giro di venti secondi.
Mi limito a tenere gli occhi ben aperti.
Intanto auleintempesta sta per compiere un anno.
E, mi dico già da qualche tempo, i contenuti di questo blog non corrispondono realmente alla sua didascalia. Non si parla affatto solo di scuola, qui, ma moltissimo di me, dei fatti miei, del mio percorso umano, personale e spirituale.
Leggere i blog di altri professori e quelli delle altre donne (molte, mamme che parlano soprattutto di famiglia) mi ha fatto capire che questo giornale di bordo scolastico è anche diventato, strada facendo, un diario intimo.
Il che, se ci penso bene, è molto, molto adeguato al mio reale modo di lavorare, che non è scindibile dal mio modo di essere.
Senza volere, con certe pagine di confessione ho dato un quadro molto più completo di me come insegnante che di me come persona, perché ci sono tante cose di cui qui non mi sento di parlare, a livello privato.
Comunque, rifletterò se cambiare la didascalia.
Per il momento, un grazie alla Frenci, che mi ha fatto scoprire questo modo di esprimersi.
Un grazie a chi ha letto, e anche di più a chi ha letto tra le righe. Un grande abbraccio a chi ha capito e a chi è stato qui vicino anche se non capiva.
E un invito, a molti e in particolare alla Tipa: scrivete un blog, fa bene. Non importa se vi leggono, anche se un commento spesso aiuta, scalda il cuore in una giornata invernale o suggerisce uno spunto. Importa molto di più leggere i blog degli altri, fa sentire molto ma molto meno soli.
Però importa che si possa prendere una mezz’ora al giorno per guardarsi allo specchio e dirsi le cose con calma, in solitudine, in silenzio.
A me ha chiarito tante cose. Ho il dubbio se avrei capito ugualmente quel che mi succedeva, senza queste pagine online, se avrei saputo elaborare sconfitte, cambiamenti, successi. Penso che non ci sarei riuscita così.
E ora è il momento della commozione.
Fuori i Kleenex.
Ci sono persone da abbracciare forte forte.
Prima di tutto, le mie amiche di sempre. Cavallino, la Tipa, la Frenci. Che sono state presenti qui tante volte, come sono state presenti in tutte le cose importanti della mia vita. Perché ci sono cose che NON SI DISCUTONO.
Punto.
Come il culo di Edo alle superiori (o il naso di Lorenzo, direbbe la Piccolina).
Poi subito dopo in ordine di blogimportanza (e non solo) Sanguedelmiosangue e la Diavolessa, le mie amate mine vaganti, queer, queen, tossici, sinceri, autodistruttivi, immensamente nobili d’animo, raffinati nei gusti letterari e eleganti nello stile (anche nei momenti più trash …tipo “UNA NOTTE A NAAAPOLIIII“, per capirci). Perché siamo telluricamente fratelli nei nostri complicati rigiri sentimentali, e coi loro blog si è instaurata una buffa, profonda e a volte sconvolgente comunicazione a tre, che non ha interrotto le centinaia di messaggi, le chiacchierate e le camminate. E questa specie di strana seconda adolescenza che la Diavolessa ha portato nella mia esistenza.
Poi tanti che non conosco di persona ma che di qui passano, o che si raccontano un po’ più in là nel blogmondo.
Con menzione speciale a Minerva, la più assidua lettrice e una delle più profonde analiste del mondo delle emozioni (nonché una delle poche adolescenti che sanno usare la lingua italiana senza farne scempio, anzi con classe). A My, che mi somiglia in modo impressionante nei ragionamenti. A Wonderland, che mi fa ribaltare dal divano dalle risate. A LGO, lanoisette, Perboni e altri prof dallo sguardo acuminato e senza peli sulla lingua. A Soleil, a Bianca, a B Stevens, a tante altre blogmamme, blogfate, blogsorelle, blogregine di questo mondo enormemente femminile, come tutti i mondi intimi e nel contempo sociali. A ziacris, dall’animo indomabile, che è la vera ispiratrice, insieme allo spirito inquieto e mai defunto di mia nonna, del romanzo che sto scrivendo (ops, questo non ve l’avevo ancora detto, eh? Eh… beh. Se ne riparla se lo finisco.)
Ma anche a quelle che scrivono troppo poco e mi piacerebbe leggerle di più: Symosymo, Donna Popcorn, M., la stessa Frenci (per cause di forza molto maggiore, lo so). E a quelli che non leggono qui ma mi piacerebbe che lo facessero: Musica, il Pagliaccio, la Piccolina, e la coprotagonista invisibile delle mie giornate lavorative, l’Inflessibile, che mi dà più di quanto riuscirò mai a spiegarle, con la sua spigolosa, spesso scomoda ma incrollabile presenza, e con le risate da ragazzina che io, tra pochi eletti, ho il privilegio di vederle fare.
E così.
Buon compleanno, auleintempesta, mia amata, egoriferita creazione, dai vicoli oscuri che nemmeno io conosco tutti, con improvvise uscite sul mare, con finestre nascoste da cui respirare l’odore delle colline, con trapunte calde sotto cui nascondersi nelle giornate di gelo.
Domani si ricomincia.
Da ieri mattina. Alle nove e mezza mi ero già riappropriata dei miei libri. Alle dieci e mezza dei miei cd, annunciando il mio rientro alla piazza con finestre spalancate e Green Day a bomba.
Ovviamente ho già fatto due lavatrici e un giro di ricognizione al supermercato.
E puntualmente è arrivata la prima grana lavorativa.
Grazie a Orsetto Lavatore, il collega di Religione che tutto sa e tutto origlia, mi viene riferito che stan cercando di smembrarmi le ore della III B. Togliendomi Geografia per darla alla collega Veterana. Che, tra l’altro, essendo la più anziana, se non le va bene può semplicemente dire di no. E che con me va d’accordo. La cosa non mi agita particolarmente, ma c’è un dettaglio: tra le righe, Orsetto Lavatore ha chiarito che questa telefonata lui me l’ha fatta perché il Gigante gli ha riferito di nascosto questa possibilità, discussa con la preside.
Il Gigante la settimana prossima è in ferie. Ho capito che ha parlato con Orsetto Lavatore perché voleva che io fossi avvisata. E il Gigante queste cose non le fa se non c’è effettivo rischio che si stiano elaborando grosse porcate.
Umm. Va bene.
Ora vediamo.
Per il momento non ho voglia di entrare di nuovo a capofitto in questi rigiri di telefonate segrete e sussurri tra i corridoi del palazzo. E non intendo dissotterrare l’ascia di guerra proprio subito. Aspetto di incontrare la Bestia Nera, che come sempre me la farà sfoderare nel giro di venti secondi.
Mi limito a tenere gli occhi ben aperti.
Intanto auleintempesta sta per compiere un anno.
E, mi dico già da qualche tempo, i contenuti di questo blog non corrispondono realmente alla sua didascalia. Non si parla affatto solo di scuola, qui, ma moltissimo di me, dei fatti miei, del mio percorso umano, personale e spirituale.
Leggere i blog di altri professori e quelli delle altre donne (molte, mamme che parlano soprattutto di famiglia) mi ha fatto capire che questo giornale di bordo scolastico è anche diventato, strada facendo, un diario intimo.
Il che, se ci penso bene, è molto, molto adeguato al mio reale modo di lavorare, che non è scindibile dal mio modo di essere.
Senza volere, con certe pagine di confessione ho dato un quadro molto più completo di me come insegnante che di me come persona, perché ci sono tante cose di cui qui non mi sento di parlare, a livello privato.
Comunque, rifletterò se cambiare la didascalia.
Per il momento, un grazie alla Frenci, che mi ha fatto scoprire questo modo di esprimersi.
Un grazie a chi ha letto, e anche di più a chi ha letto tra le righe. Un grande abbraccio a chi ha capito e a chi è stato qui vicino anche se non capiva.
E un invito, a molti e in particolare alla Tipa: scrivete un blog, fa bene. Non importa se vi leggono, anche se un commento spesso aiuta, scalda il cuore in una giornata invernale o suggerisce uno spunto. Importa molto di più leggere i blog degli altri, fa sentire molto ma molto meno soli.
Però importa che si possa prendere una mezz’ora al giorno per guardarsi allo specchio e dirsi le cose con calma, in solitudine, in silenzio.
A me ha chiarito tante cose. Ho il dubbio se avrei capito ugualmente quel che mi succedeva, senza queste pagine online, se avrei saputo elaborare sconfitte, cambiamenti, successi. Penso che non ci sarei riuscita così.
E ora è il momento della commozione.
Fuori i Kleenex.
Ci sono persone da abbracciare forte forte.
Prima di tutto, le mie amiche di sempre. Cavallino, la Tipa, la Frenci. Che sono state presenti qui tante volte, come sono state presenti in tutte le cose importanti della mia vita. Perché ci sono cose che NON SI DISCUTONO.
Punto.
Come il culo di Edo alle superiori (o il naso di Lorenzo, direbbe la Piccolina).
Poi subito dopo in ordine di blogimportanza (e non solo) Sanguedelmiosangue e la Diavolessa, le mie amate mine vaganti, queer, queen, tossici, sinceri, autodistruttivi, immensamente nobili d’animo, raffinati nei gusti letterari e eleganti nello stile (anche nei momenti più trash …tipo “UNA NOTTE A NAAAPOLIIII“, per capirci). Perché siamo telluricamente fratelli nei nostri complicati rigiri sentimentali, e coi loro blog si è instaurata una buffa, profonda e a volte sconvolgente comunicazione a tre, che non ha interrotto le centinaia di messaggi, le chiacchierate e le camminate. E questa specie di strana seconda adolescenza che la Diavolessa ha portato nella mia esistenza.
Poi tanti che non conosco di persona ma che di qui passano, o che si raccontano un po’ più in là nel blogmondo.
Con menzione speciale a Minerva, la più assidua lettrice e una delle più profonde analiste del mondo delle emozioni (nonché una delle poche adolescenti che sanno usare la lingua italiana senza farne scempio, anzi con classe). A My, che mi somiglia in modo impressionante nei ragionamenti. A Wonderland, che mi fa ribaltare dal divano dalle risate. A LGO, lanoisette, Perboni e altri prof dallo sguardo acuminato e senza peli sulla lingua. A Soleil, a Bianca, a B Stevens, a tante altre blogmamme, blogfate, blogsorelle, blogregine di questo mondo enormemente femminile, come tutti i mondi intimi e nel contempo sociali. A ziacris, dall’animo indomabile, che è la vera ispiratrice, insieme allo spirito inquieto e mai defunto di mia nonna, del romanzo che sto scrivendo (ops, questo non ve l’avevo ancora detto, eh? Eh… beh. Se ne riparla se lo finisco.)
Ma anche a quelle che scrivono troppo poco e mi piacerebbe leggerle di più: Symosymo, Donna Popcorn, M., la stessa Frenci (per cause di forza molto maggiore, lo so). E a quelli che non leggono qui ma mi piacerebbe che lo facessero: Musica, il Pagliaccio, la Piccolina, e la coprotagonista invisibile delle mie giornate lavorative, l’Inflessibile, che mi dà più di quanto riuscirò mai a spiegarle, con la sua spigolosa, spesso scomoda ma incrollabile presenza, e con le risate da ragazzina che io, tra pochi eletti, ho il privilegio di vederle fare.
E così.
Buon compleanno, auleintempesta, mia amata, egoriferita creazione, dai vicoli oscuri che nemmeno io conosco tutti, con improvvise uscite sul mare, con finestre nascoste da cui respirare l’odore delle colline, con trapunte calde sotto cui nascondersi nelle giornate di gelo.
Domani si ricomincia.
giovedì 15 luglio 2010
Il premio Castagna
Sono pigra, lo so, e per principio non continuo mai una catena. Ma in questi dieci mesi di blog qualche volta sono stata premiata, e mi ha fatto piacere.
Ogni volta ho pensato alla classifica dei miei blogamici preferiti e assegnato mentalmente i miei premi. Ma poi non mi sono presa la briga di scriverne.
Però una cosa la devo assolutamente fare.
Istituire un mio personale premio apposta per la persona che, pur avendo io molte frequentazioni veramente piacevoli e stimolanti su internet, in assoluto mi dà di più attraverso le sue parole.
Questo è per te, LGO.
PREMIO CASTAGNA 2010
La castagna punge. La castagna è nutriente. La castagna è una cosa poco appariscente, nascosta sotto le foglie, che fa crescere una pianta forte, grande, buona.
Motivazione: "per le sferzate di coraggio che trasmette, per la lucidità dell'analisi e lo stile, non solo di scrittura, ma di vita"
Ogni volta ho pensato alla classifica dei miei blogamici preferiti e assegnato mentalmente i miei premi. Ma poi non mi sono presa la briga di scriverne.
Però una cosa la devo assolutamente fare.
Istituire un mio personale premio apposta per la persona che, pur avendo io molte frequentazioni veramente piacevoli e stimolanti su internet, in assoluto mi dà di più attraverso le sue parole.
Questo è per te, LGO.
PREMIO CASTAGNA 2010
La castagna punge. La castagna è nutriente. La castagna è una cosa poco appariscente, nascosta sotto le foglie, che fa crescere una pianta forte, grande, buona.
Motivazione: "per le sferzate di coraggio che trasmette, per la lucidità dell'analisi e lo stile, non solo di scrittura, ma di vita"
martedì 15 giugno 2010
Se le parole non bastano
Certo l'italiano è una lingua ricca di termini, precisi ed evocativi, scientifici e poetici.
Ma nello stato alterato di coscienza indotto dalla mancanza di sonno e da una giornata che, cazzo, doveva essere finita alle 15.30 e invece sono le 23 e siamo appena approdati alla triade pediluvio pigiama tisana, mi accorgo che ci sono sentimenti che non vengono definiti correttamente da un unico termine, che sfuggono al dizionario.
Per esempio: come si chiama il sentimento che spinge un marcantonio diciassettenne come Mister Romania, ormai impegnatissimo tra scuola, carriera sportiva e ragazze che gli saltano letteralmente addosso, a portare al suo prof di lettere delle medie una foto che li ritrae entrambi sei anni prima, nella quale il suddetto marcantonio, oggi sciupafemmine scafatissimo e maestro di stile per i ragazzini più giovani, è un bimbo magro ordinatamente vestito dalla mamma, con l'aria del coniglietto fiducioso e obbediente?
Come si chiama il sentimento per cui una donna che cammina per la strada in un giorno di giugno, sentendo stridere le rondini, manda un messaggio al suo ex che non sente da mesi e che, nota bene, va benissimo che sia il suo ex, anzi solitamente, a nominarlo, lei alza anche gli occhi al cielo, ma poi le rondini le ricordano che lui è stato gravemente malato e lei, all'improvviso, ha il bisogno fisico di sentirsi dire che sta bene?
Come si chiama quello che prova un professore quando boccia un alunno ed è convinto di fare bene dal punto di vista professionale e di dargli un'opportunità invece che una punizione, ma si sente lo stesso un bastardo?
Come si chiama il sentimento per cui vuoi così bene a una persona da dimenticarti di dirglielo perchè è ovvio, e poi, un giorno, accorgerti che la stai perdendo perchè dal non dirglielo sei passato al non dimostrarglielo?
Con che nome si definisce quello che gli alunni chiamano "preferenza", e invece, a volte, è un sordo e testardo accanirsi su un alunno recalcitrante nel quale si è intravista della stoffa, che stanca un insegnante a morte ma lo motiva, e fa sentire quell'alunno una via di mezzo tra un oggetto di persecuzione e un privilegiato?
Come si chiama quella sensazione per cui sai che una persona c'è, ci sarà sempre, anche se non vi parlate, anche se vi vedete poco, e se il suo modo di dimostrare amore per te è riversarlo da un'altra parte per non disturbarti quando hai da fare?
Come si chiama quello che mi fa provare Cavallino in mezz'ora di telefonata, che non è poi esattamente parlare per forza dei massimi sistemi e nemmeno precisamente alleggerirsi la giornata con due cazzate, ma è comunque l'equivalente telefonico di appoggiarsi a uno scoglio solido, al sole, chiudere gli occhi e ascoltare il mare in santa pace?
Ma nello stato alterato di coscienza indotto dalla mancanza di sonno e da una giornata che, cazzo, doveva essere finita alle 15.30 e invece sono le 23 e siamo appena approdati alla triade pediluvio pigiama tisana, mi accorgo che ci sono sentimenti che non vengono definiti correttamente da un unico termine, che sfuggono al dizionario.
Per esempio: come si chiama il sentimento che spinge un marcantonio diciassettenne come Mister Romania, ormai impegnatissimo tra scuola, carriera sportiva e ragazze che gli saltano letteralmente addosso, a portare al suo prof di lettere delle medie una foto che li ritrae entrambi sei anni prima, nella quale il suddetto marcantonio, oggi sciupafemmine scafatissimo e maestro di stile per i ragazzini più giovani, è un bimbo magro ordinatamente vestito dalla mamma, con l'aria del coniglietto fiducioso e obbediente?
Come si chiama il sentimento per cui una donna che cammina per la strada in un giorno di giugno, sentendo stridere le rondini, manda un messaggio al suo ex che non sente da mesi e che, nota bene, va benissimo che sia il suo ex, anzi solitamente, a nominarlo, lei alza anche gli occhi al cielo, ma poi le rondini le ricordano che lui è stato gravemente malato e lei, all'improvviso, ha il bisogno fisico di sentirsi dire che sta bene?
Come si chiama quello che prova un professore quando boccia un alunno ed è convinto di fare bene dal punto di vista professionale e di dargli un'opportunità invece che una punizione, ma si sente lo stesso un bastardo?
Come si chiama il sentimento per cui vuoi così bene a una persona da dimenticarti di dirglielo perchè è ovvio, e poi, un giorno, accorgerti che la stai perdendo perchè dal non dirglielo sei passato al non dimostrarglielo?
Con che nome si definisce quello che gli alunni chiamano "preferenza", e invece, a volte, è un sordo e testardo accanirsi su un alunno recalcitrante nel quale si è intravista della stoffa, che stanca un insegnante a morte ma lo motiva, e fa sentire quell'alunno una via di mezzo tra un oggetto di persecuzione e un privilegiato?
Come si chiama quella sensazione per cui sai che una persona c'è, ci sarà sempre, anche se non vi parlate, anche se vi vedete poco, e se il suo modo di dimostrare amore per te è riversarlo da un'altra parte per non disturbarti quando hai da fare?
Come si chiama quello che mi fa provare Cavallino in mezz'ora di telefonata, che non è poi esattamente parlare per forza dei massimi sistemi e nemmeno precisamente alleggerirsi la giornata con due cazzate, ma è comunque l'equivalente telefonico di appoggiarsi a uno scoglio solido, al sole, chiudere gli occhi e ascoltare il mare in santa pace?
sabato 12 giugno 2010
C'era una volta, ma nessuno ci crede più
Ho appena scoperto il blog di lanoisette e me lo sto sfogliando pian piano, con un divertimento che, se non siete professori, non ve lo figurate nemmeno.
Stamattina ho letto questo post assolutamente adorabile e mentre andavo a farmi una tisana, ancora ghignando su "stai manzo!", sono stata avvolta da un ricordo.
Credo avessimo 18 anni, ma potevamo anche averne 17. Andavamo ancora alle superiori, direi: se non io, almeno lei.
Di sicuro i diciannove non li avevamo ancora toccati, perchè io non stavo con l'Ingegnere e lei non stava con il Ferrarista.
La Tipa è andata al mare e ha conosciuto due ragazzi.
Premessa doverosa: tutte le mie amiche, indipendentemente dall'essere o meno strafighe, interessavano ai ragazzi. Cioè, eravamo al mare, o in passeggiata, o in giro in centro, e si beccavano sempre qualche complimento o qualcuno che volesse conoscerle. Io, che camminavo al loro fianco, ero una patata lessa che non sfruttava minimamente il suo aspetto fisico peraltro non disprezzabile, che non si sapeva vestire e che in genere aveva la testa presa nei cazzi suoi (i massimi sistemi? anche, ma soprattutto il compagno di classe biondo con gli occhi verdi, o l'irraggiungibile maestro di tennis venticinquenne, anche lui biondo, o più avanti l'arrapantissimo cugino milanese di settimo grado, lui bruno e con l'aria blasé e tormentata: tutti obiettivi assolutamente non realistici). Di me si potevano accorgere al secondo sguardo, dopo un po', oppure tentavano la parete ovest, quella della conversazione, e lì o facevo una figura da sfigata oppure da troppo intelligente, tanto che quei tre o quattro che si sono candidati a resistere, nella speranza di mettermi una mano nelle mutande, hanno presto pronunciato la fatidica frase: "Tu pensi troppo" (perdendo così qualunque chance anche solo di strapparmi un bacetto sulla guancia, altro che mutande... beh, che c'è? ero una ragazza all'antica, che ci posso fare? per me, ancora adesso, se non soddisfi prima i miei neuroni non hai speranze).
Beh, la Tipa una volta va al mare da qualche parte in riviera e incontra questi due ragazzi (credo in licenza dal militare, o forse in weekend lungo dal lavoro, non ricordo) che vengono dal Sud (Caserta, mi pare). Chiacchierano piacevolmente e si salutano con la promessa che verranno a Genova a trovarla. Si risentono per mettersi d'accordo per una gita, lei mi coinvolge e così partiamo per un picnic sulle alture genovesi, sopra casa della Tipa, che abitava imbriccata in una periferia che sembrava ancora un paesino.
Arrivo con tre autobus e vai pezzi a piedi fino a casa della Tipa (55 min di viaggio da casa mia). Proseguo con un pullmino che fa tutta la salita ripidissima, fino ad un piazzale dove l'asfalto termina. Lì ci raggiungono in macchina i due ragazzi, dei quali non ricordo il nome nè peraltro l'età, solo che erano fisicamente piuttosto simili, il classico tipo mediterraneo piccolo e moro, occhi scuri, pelle abbronzata, abbigliamento anonimo ma okay, parlata meridionale ma non infarcita di "madòòòò" o di "minchia", due tipi normali, insomma.
Prendiamo un sentiero che attraversa boschi e prati, fino a un'enorme radura circondata dal bosco e da qualche laghetto o ruscelletto immerso nella vegetazione. Scenario splendido, un paio di famiglie con bambini in lontananza, una tizia che un paio di volte attraversa la radura a cavallo, sembrava di essere nella campagna inglese. La radura è così grande che scegliendosi un punto al margine degli alberi si resta praticamente da soli.
Beh, ci facciamo la passeggiata, il picnic e una chiacchierata, che mi è tornata in mente oggi, leggendo "stai manzo", perchè i due ragazzi ridevano quando noi due, da brave genovesi, ce ne uscivamo con "troppo bello" o "siamo stati troppo male" o simili espressioni, e ci hanno fatto notare che lo dicevamo tantissimo, senza che noi ci avessimo mai fatto caso, a Genova lo dicevano tutti.
Ecco. Pensavo a questa cosa e ho realizzato che, in quel gradevole pomeriggio, siamo state fin quasi all'ora di cena, perfettamente sole, con questi due tizi, in un posto del tutto isolato che, naturalmente, si è svuotato del tutto di gente verso le sei di sera, senza che esistesse l'ombra di un telefonino, e non solo non ci hanno trascinate per i capelli nel bosco, stuprate e fatte a pezzi con un coltello da caccia, ma addirittura, pur essendo gentili e simpatici, non hanno tentato niente: nè l'abbraccio, il solletico, i pizzicotti o qualche altro approccio fisico, nè la battuta allusiva, nè di splendideggiare per impressionarci, nè di separarci portandoci una di qua e una di là a passeggiare nel bosco per sondare la nostra disponibilità, nè (che sarebbe stato anche più tipico delle situazioni in cui di solito finivo quando giravo con le amiche) di lasciare me e uno dei due a chiacchierare neutrali, aspettando che l'altro e la Tipa si fossero fatti un giro da soli, con annesso bacio sotto gli alberi.
Insomma: abbiamo passato una giornata assolutamente normale con due tipi che, evidentemente, non ci trovavano repellenti nè antipatiche, se erano venuti fino lì e ci restavano, nè avevano intenzioni becciatorie (o, se le avevano avute, non hanno dato il minimo segno di essere scocciati nell'accorgersi che eravamo due brave ragazze), nè di rivederci in seguito per iniziare qualcosa, visto che poi sarebbero ripartiti: solo di passare qualche ora amichevolmente con due ragazze.
Questo pensiero mi ha colpito e intenerito. In un mondo dove sui giornali, in certi periodi, non si parla che di pompini, escort, transessuali, abusi, violenze, pedofilia, dove le ragazzine di dodici anni ti scoppiano in lacrime dicendo "prof, ho fatto una cavolata" (e no, bambina mia, se hai veramente rischiato la deflorazione a dodici anni, dimmi almeno cazzata, come i grandi, non cavolata, che lo dicono le bimbe di tre anni e mezzo alla scuola materna), io ho questi ricordi. Non credo che siano scomparse queste situazioni, ma è certo che oggi, a un adulto che vede la tv e legge i giornali, vengono in mente troppe cose brutte associabili a una scena che somma due ragazzi, due ragazze, una conoscenza che dura da circa trentasei ore, una radura deserta in cima a un monte e zero cellulari.
Eppure.
Tipa, se leggi queste righe, dimmi come si chiamavano quei due bravi cristi e da dove venivano.
E so cosa stai pensando: che io e te in questo genere di situazione ci siamo trovate anche altre volte. Stai pensando a quella mitica giornata in cui i due operai della Piaggio sui venticinque anni ci hanno avvicinate sulla spiaggia di Finale, durante la nostra vacanza premio dopo la mia maturità, e abbiamo passato il tardo pomeriggio a chiacchierare con questi due, uno italiano, piccolino, smilzo e con l'aria da blago, e l'altro di colore (poteva essere somalo, ma forse non lo abbiamo mai saputo), adottato, altissimo e con un fisico da ghepardo, sottile ma disegnato che neanche sui calendari di Max. Stai pensando che ci siamo date appuntamento con loro dopo cena, in passeggiata, e che il nero (Adriano, questo sì che me lo ricordo...) aveva i pantaloni bianchi che gli stavano da urlo e l'altro (Claudio? Luca?) era spiritoso, e ti stai ricordando perfettamente come ci sentivamo a camminare sul lungomare con questi due, e che il contatto fisico più intimo che abbiamo avuto è stata la mano scura di Adriano che mi bloccava il braccio quando abbiamo preso il gelato e io ho tentato di pagare la nostra parte. Per poi salutarli col bacetto sulla guancia a un'ora decente tipo mezzanotte e qualcosa, e non vederli mai più, ma naturalmente parlare di loro per il resto dell'estate e domandarsi se loro parlavano di noi.
E sì, è successo veramente. Oggi, non so se sono io più vecchia, malpensante e disincantata o se la televisione ci tiene in uno stato di terrore subliminale o ci instilla oscenità nel modo di pensare, ma mi pare incredibile.
Stamattina ho letto questo post assolutamente adorabile e mentre andavo a farmi una tisana, ancora ghignando su "stai manzo!", sono stata avvolta da un ricordo.
Credo avessimo 18 anni, ma potevamo anche averne 17. Andavamo ancora alle superiori, direi: se non io, almeno lei.
Di sicuro i diciannove non li avevamo ancora toccati, perchè io non stavo con l'Ingegnere e lei non stava con il Ferrarista.
La Tipa è andata al mare e ha conosciuto due ragazzi.
Premessa doverosa: tutte le mie amiche, indipendentemente dall'essere o meno strafighe, interessavano ai ragazzi. Cioè, eravamo al mare, o in passeggiata, o in giro in centro, e si beccavano sempre qualche complimento o qualcuno che volesse conoscerle. Io, che camminavo al loro fianco, ero una patata lessa che non sfruttava minimamente il suo aspetto fisico peraltro non disprezzabile, che non si sapeva vestire e che in genere aveva la testa presa nei cazzi suoi (i massimi sistemi? anche, ma soprattutto il compagno di classe biondo con gli occhi verdi, o l'irraggiungibile maestro di tennis venticinquenne, anche lui biondo, o più avanti l'arrapantissimo cugino milanese di settimo grado, lui bruno e con l'aria blasé e tormentata: tutti obiettivi assolutamente non realistici). Di me si potevano accorgere al secondo sguardo, dopo un po', oppure tentavano la parete ovest, quella della conversazione, e lì o facevo una figura da sfigata oppure da troppo intelligente, tanto che quei tre o quattro che si sono candidati a resistere, nella speranza di mettermi una mano nelle mutande, hanno presto pronunciato la fatidica frase: "Tu pensi troppo" (perdendo così qualunque chance anche solo di strapparmi un bacetto sulla guancia, altro che mutande... beh, che c'è? ero una ragazza all'antica, che ci posso fare? per me, ancora adesso, se non soddisfi prima i miei neuroni non hai speranze).
Beh, la Tipa una volta va al mare da qualche parte in riviera e incontra questi due ragazzi (credo in licenza dal militare, o forse in weekend lungo dal lavoro, non ricordo) che vengono dal Sud (Caserta, mi pare). Chiacchierano piacevolmente e si salutano con la promessa che verranno a Genova a trovarla. Si risentono per mettersi d'accordo per una gita, lei mi coinvolge e così partiamo per un picnic sulle alture genovesi, sopra casa della Tipa, che abitava imbriccata in una periferia che sembrava ancora un paesino.
Arrivo con tre autobus e vai pezzi a piedi fino a casa della Tipa (55 min di viaggio da casa mia). Proseguo con un pullmino che fa tutta la salita ripidissima, fino ad un piazzale dove l'asfalto termina. Lì ci raggiungono in macchina i due ragazzi, dei quali non ricordo il nome nè peraltro l'età, solo che erano fisicamente piuttosto simili, il classico tipo mediterraneo piccolo e moro, occhi scuri, pelle abbronzata, abbigliamento anonimo ma okay, parlata meridionale ma non infarcita di "madòòòò" o di "minchia", due tipi normali, insomma.
Prendiamo un sentiero che attraversa boschi e prati, fino a un'enorme radura circondata dal bosco e da qualche laghetto o ruscelletto immerso nella vegetazione. Scenario splendido, un paio di famiglie con bambini in lontananza, una tizia che un paio di volte attraversa la radura a cavallo, sembrava di essere nella campagna inglese. La radura è così grande che scegliendosi un punto al margine degli alberi si resta praticamente da soli.
Beh, ci facciamo la passeggiata, il picnic e una chiacchierata, che mi è tornata in mente oggi, leggendo "stai manzo", perchè i due ragazzi ridevano quando noi due, da brave genovesi, ce ne uscivamo con "troppo bello" o "siamo stati troppo male" o simili espressioni, e ci hanno fatto notare che lo dicevamo tantissimo, senza che noi ci avessimo mai fatto caso, a Genova lo dicevano tutti.
Ecco. Pensavo a questa cosa e ho realizzato che, in quel gradevole pomeriggio, siamo state fin quasi all'ora di cena, perfettamente sole, con questi due tizi, in un posto del tutto isolato che, naturalmente, si è svuotato del tutto di gente verso le sei di sera, senza che esistesse l'ombra di un telefonino, e non solo non ci hanno trascinate per i capelli nel bosco, stuprate e fatte a pezzi con un coltello da caccia, ma addirittura, pur essendo gentili e simpatici, non hanno tentato niente: nè l'abbraccio, il solletico, i pizzicotti o qualche altro approccio fisico, nè la battuta allusiva, nè di splendideggiare per impressionarci, nè di separarci portandoci una di qua e una di là a passeggiare nel bosco per sondare la nostra disponibilità, nè (che sarebbe stato anche più tipico delle situazioni in cui di solito finivo quando giravo con le amiche) di lasciare me e uno dei due a chiacchierare neutrali, aspettando che l'altro e la Tipa si fossero fatti un giro da soli, con annesso bacio sotto gli alberi.
Insomma: abbiamo passato una giornata assolutamente normale con due tipi che, evidentemente, non ci trovavano repellenti nè antipatiche, se erano venuti fino lì e ci restavano, nè avevano intenzioni becciatorie (o, se le avevano avute, non hanno dato il minimo segno di essere scocciati nell'accorgersi che eravamo due brave ragazze), nè di rivederci in seguito per iniziare qualcosa, visto che poi sarebbero ripartiti: solo di passare qualche ora amichevolmente con due ragazze.
Questo pensiero mi ha colpito e intenerito. In un mondo dove sui giornali, in certi periodi, non si parla che di pompini, escort, transessuali, abusi, violenze, pedofilia, dove le ragazzine di dodici anni ti scoppiano in lacrime dicendo "prof, ho fatto una cavolata" (e no, bambina mia, se hai veramente rischiato la deflorazione a dodici anni, dimmi almeno cazzata, come i grandi, non cavolata, che lo dicono le bimbe di tre anni e mezzo alla scuola materna), io ho questi ricordi. Non credo che siano scomparse queste situazioni, ma è certo che oggi, a un adulto che vede la tv e legge i giornali, vengono in mente troppe cose brutte associabili a una scena che somma due ragazzi, due ragazze, una conoscenza che dura da circa trentasei ore, una radura deserta in cima a un monte e zero cellulari.
Eppure.
Tipa, se leggi queste righe, dimmi come si chiamavano quei due bravi cristi e da dove venivano.
E so cosa stai pensando: che io e te in questo genere di situazione ci siamo trovate anche altre volte. Stai pensando a quella mitica giornata in cui i due operai della Piaggio sui venticinque anni ci hanno avvicinate sulla spiaggia di Finale, durante la nostra vacanza premio dopo la mia maturità, e abbiamo passato il tardo pomeriggio a chiacchierare con questi due, uno italiano, piccolino, smilzo e con l'aria da blago, e l'altro di colore (poteva essere somalo, ma forse non lo abbiamo mai saputo), adottato, altissimo e con un fisico da ghepardo, sottile ma disegnato che neanche sui calendari di Max. Stai pensando che ci siamo date appuntamento con loro dopo cena, in passeggiata, e che il nero (Adriano, questo sì che me lo ricordo...) aveva i pantaloni bianchi che gli stavano da urlo e l'altro (Claudio? Luca?) era spiritoso, e ti stai ricordando perfettamente come ci sentivamo a camminare sul lungomare con questi due, e che il contatto fisico più intimo che abbiamo avuto è stata la mano scura di Adriano che mi bloccava il braccio quando abbiamo preso il gelato e io ho tentato di pagare la nostra parte. Per poi salutarli col bacetto sulla guancia a un'ora decente tipo mezzanotte e qualcosa, e non vederli mai più, ma naturalmente parlare di loro per il resto dell'estate e domandarsi se loro parlavano di noi.
E sì, è successo veramente. Oggi, non so se sono io più vecchia, malpensante e disincantata o se la televisione ci tiene in uno stato di terrore subliminale o ci instilla oscenità nel modo di pensare, ma mi pare incredibile.
martedì 1 giugno 2010
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